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Discussione: Parliamone...

  1. #11
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    Sul petrolchimico di Marghera, al quale è interessato Vikkk, ho trovato questo articolo di Gianfranco Bettin, professore di sociologia e politico (www.verdiveneto.it):

    GIOVEDÌ 18 LUGLIO 2002
    Spremere, sfruttare e poi gettare via: la logica di gran parte dell'industria chimica a Porto Marghera, fin dagli inizi, è stata questa.
    da Olol

    Oggetti: il lavoro e la vita umana, il territorio e l'ambiente. In modo cinico, a volte criminale. L'ultima puntata di questa storia si sta svolgendo ora. Ieri mattina, a Venezia, Enichem ha confermato al governo, alle istituzioni locali e alle parti sociali la sua intenzione di chiudere il ciclo di produzione del caprolattame (fibre sintetiche).
    Non è più conveniente - perde alcune decine di miliardi di lire l'anno, dice l'azienda - e non si trova chi lo compri. Enichem assicura che, comunque, gli oltre 400 addetti (diretti e indiretti) verranno "riutilizzati" all'interno dell'azienda. La preoccupazione è tuttavia altissima tra i lavoratori, al punto che il sindacato dei chimici ha intrapreso una lotta di inconsueta portata, mettendo gli impianti al minimo funzionamento e annunciando la progressiva riduzione fino al blocco totale del rifornimento di etilene, propilene e cvm a Mantova, Ferrara e Ravenna (cosa che non trova d'accordo alcuni dei sindacati degli altri poli, che temono ripercussioni locali). La vicenda del caprolattame, comunque finisca, è davvero emblematica dell'intera parabola attuale di Porto Marghera. Non più tardi di quattro anni fa, le aziende, le parti sociali e le istituzioni nazionali e locali sottoscrissero - in seguito confermarono e perfezionarono - un accordo che stabiliva la cornice nuova di regole entro la quale era ancora ipotizzabile la presenza di un polo chimico. Condizione fondamentale era - ed è - un grande investimento per la messa in sicurezza degli impianti e per la bonifica di un territorio devastato da più di mezzo secolo di sfruttamento selvaggio. Naturalmente, con ampie fette della vecchia zona industriale da chiudere e basta. Si era in un altro contesto, non solo politico. Si era da poco aperto il processo per le morti da cvm al Petrolchimico e per l'avvelenamento dell'ambiente circostante, e non era ancora giunta la raggelante sentenza di piena e totale assoluzione (dello scorso 2 novembre). La mediazione contenuta in quell'accordo - seppure indigesto a molte parti di sensibilità ambientale più spiccata - forniva comunque un terreno più avanzato e, tra l'altro, anticipava ciò che comunque, entro pochi anni (il 2007) si dovrà comunque fare, stando alle norme e alle direttive europee per poter continuare a produrre in un paese come il nostro. E' esattamente questo il problema oggi: le aziende hanno per lo più dimostrato di volere spremere fino in fondo i vecchi impianti, senza investimenti e, poi, di voler cogliere l'opportunità di svendere o di trasferirsi altrove (dove vigono condizioni salariali e normative più convenienti: paesi senza diritti o alla fame e quindi disponibili a tutto), per ricominciare a lavorare senza regole e impuniti come a lungo hanno fatto qui. Il punto irrisolto dell'accordo sulla chimica, che con la vicenda del caprolattame torna fuori clamorosamente, è proprio questo: quanto sono affidabili queste aziende, questi padroni? E chi è in grado di controllarli davvero?Lo stillicidio di fughe di gas e di incidenti continuato in questi anni recenti, e frutto di progressivo abbandono e di crescente incuria, fanno disperare. Nel frattempo, bisognerebbe cominciare a pensare a un futuro diverso per Marghera, che non si lasci risucchiare nella sola prospettiva di una chimica rischiosa, inaffidabile e, comunque, destinata, come è stato negli ultimi vent'anni, a occupare sempre meno addetti e, d'improvviso, quando le aziende decidono, ad abbandonarli. Il "pensiero unico" sul futuro di Marghera - chimica o niente - conduce solo a sconfitte e a crisi irreversibili.
    Nota: Dal Manifesto del 18 Luglio 2002

  2. #12
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    holyfire
    Nessuno più di me è convinto che l'Occidente non debba esportare proprio niente. Purtroppo questa convinzione etnocentrica, ma rivolta all'esterno, è dura a morire e lo scorgiamo anche nell'attualità: progresso, democrazia e Diritti Umani stanno nell'impianto retorico che giustifica qualsiasi guerra (naturalmente chiamata "Operazione di Pace").
    Perché ci sia un cambiamento, tuttavia, è necessaria che l'Occidente cominci a ridiscutersi. Insomma, l'Occidente dovrebbe innanzitutto deve mettere in discussione i proprio modelli, quelli che, tra l'altro, vanno per la maggiore anche negli altri popoli: il consumismo come modello esistenziale, l'idea che la merce sia superiore all'Essere, l'individualismo ecc.
    Tutto questo succede persino all'idea "civilizzatrice", profondamente razzista, che l'Occidente ha portato con sé durante la colonizzazione. Prima c'era l'ottusa convinzione di dominare i selvaggi, ora quella di rendere i selvaggi simili a noi. Questo comporta una generalizzazione del consumo e dell'idea, tipicamente "biblica", che il mondo sia una sorta di grande magazzino creato per l'uomo.
    Sinceramente mi chiedo come si possa iniziare una riflessione ecologica, responsabilizzante, se la vulgata generale è questa. Come sai, sono per la democrazia, che considero il miglior sistema politico. Parlo di rapporto tra i rappresentanti e la società civile (ovvero quella coinvolta nella democrazia partecipata), di senso comunitario ecc. Tuttavia la democrazia attuale non è che una sorta di scelta irresponsabile di chi può maggiormente soddisfare i nostri peggiori capricci. Per questo parlo di post-democrazie, di tecnocrazie ecc.
    I valori negativi dell’occidente sono senza dubbio deleteri. Ma nell’occidente si sono sviluppate anche cose positive. Le società non sono monolitiche, ma hanno dinamiche interne. Ci sono forze (classi socioeconomiche, movimenti) che tendono da una parte ed altre che tendono dalla parte opposta.
    La condanna di ogni colonialismo, magari mascherato con i buoni sentimenti, non esclude la proposta, su un piano di rispetto per l’altro, e la collaborazione con gli elementi migliori delle altre società. E’ in questa ottica che si muove il movimento dei Forum Sociali. E’ in questa ottica che in India gli intoccabili sono diventati protagonisti del Movimento. Non imporre, ma camminare fianco a fianco con i più deboli, con i soggetti del cambiamento.
    Cosa intendi per “tecnocrazie”? Sono integrabili con la “democrazia partecipativa”?

    holyfire
    Ma ciò non esclude una messa in discussione del nostro modus vivendi: trovo assurdo andare in palla perché il progresso (sempre legato al consumo) ha un rallentamento. Si spende un casino di retorica sull'inquinamento, ma poi s'induce la popolazione ad acquistare tre auto a famiglia per garantire i posti di lavoro. Se tutti non hanno il cellulare, se non si consuma abbastanza, ecco paventare la catastrofe. In realtà nessuno ha mai riflettuto abbastanza su cosa significhi "Qualità della vita".Scusa la generalizzazione, ma dubito si possa mettere insieme la botte piena e la moglie ubriaca.
    Per quanto riguarda la proposta di Jonas, essa fu molto criticata da chi vi ha visto una minaccia alla libertà. Forse è vero, ma non è detto: sarebbe così assurdo pensare che il popolo, anziché eleggere chi lo favorisce negli egoismi democratici, possa eleggere un Comitato che ha facoltà di legiferare su alcuni problemi ambientali?
    Amato, anni fa, si presela libertà di accedere ai nostri conti correnti per salvare l'economia italiana. La proposta di Jonas mi sembra più accettabile e piacevole.
    E se si può provare ad avere la moglie allegretta mantendo una riserva di vino?
    Scherzi a parte, la priorità va alla sostenibilità del sistema. Lo sviluppo va a questa subordinato. Molto semplicemente perché senza sostenibilità non si può andare avanti. In effetti quando giornali di sinistra come l’Unità e la Repubblica criticano il governo perché il Pil e i consumi non crescono abbastanza, mi fanno girare i…
    Comunque, non so fino a che punto, ma lo sviluppo sostenibile è possibile e auspicabile. Insieme alla ridistribuzione delle ricchezze, perché tutti abbiano la possibilità (non l’obbligo) di vivere dignitosamente. Non è invece auspicabile il mantenimento dello stato attuale, visto che ci sono milioni di persone che soffrono la fame…

    Su Jonas devo documentarmi. Non è la prima volta che mi cogli alla sprovvista, stai attento che mi arrabbio…

    Ciao
    Francesco

  3. #13
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    [QUOTE]Originally posted by Franzele
    [B]

    Cosa intendi per “tecnocrazie”? Sono integrabili con la “democrazia partecipativa”?

    Giammai! Le ho messe nel calderone, ma come qualcosa che aborro: una tendenza sempre più forte che va parallela al populismo. L'Europa che ci prospettano, ad esempio, è centralista e tecnocratica. In questo i governi di destra vedono giusto, e si capisce bene perché alla fine, nonostante le belle parole, all'Europa UnieUro continuino a mettere i bastoni tra le ruote. Tuttavia la loro risposta è altrettanto desolante: privatizzazione estrema, sudditanza aglie States, riferimento ad una "Europa dei Popoli" che non esiste - visto che sarebbe ridicolo riferirsi a dei popoli in astratto: di certo, pur richiamandosi al neocumunitarismo (quello americano) come risposta al centralismo, è assurdo pensare che queste future "comunità", se mai ci saranno, siano attinenti a parametri organici, nazionali(sti), etnici ecc.
    Tornando alle tecnocrazie, esse si oppongono alla partecipazione, dando per scontato che su determinati argomenti sociali, politici, economici debbano pronunciarsi solo dei tecnici. Questa tendenza è persino desiderata dai cittadini: quante volte sentiamo dire che in Parlamento, in Regione o in Comune dovrebbero starci dei tecnici, degli specialisti, con dei programmi precisi. In realtà il problema è un altro: i tecnici, le persone di competenza, le troviamo nella vita quotidiana, ma non esiste un sistema politico (appunto partecipativo) che favorisca la loro interazione sul territorio. Si pensa che queste compentenze siano spendibili sul lavoro, per guadagnare, e può andare bene... ma la politica è soprattutto interazione umana, accorgersi dell'altro, stare insieme.
    La tecnocrazia esclude lo stare insiemegni 5 anni si può andare a votare in base a uno stimolo tecnocratico o populista, escludendo la partecipazione quotidiana. Oggigiorno i politici non sanno più stimolare la partecipazione. Ci sono i movimenti, ma sono o qualcosa di eclatante, utile ma troppo legato a degli "eventi" (il vostro), oppure beceramente indirizzati alla difesa del proprio "particulare" e ottusamente finalizzati a inventarsi una identità squalificando l'altro (Lega).
    La democrazia partecipativa, invece, prevede l'agire politicamente, vivere quotidianamente la politica tra i propri simili, anche in senso territoriale. Per il momento solo Marcos è riuscito a stimolare qualcosa di simile nel Chiapas, ma è chiaro che in Occidente le esigenze sarebbero differenti.
    Ciò a cui davvero bisogna mirare è opporsi a sistemi politico-economici che fanno dei cittadini o delle entità nella massa, o individui persi nella solitudine e nell'anomia.

    Sempre sulle tecnocrazie, forse dico una bestemmia, e chiarisco che il parere è mio, tuttavia mi sembra che esse trovino i loro sponsor nelle sinistre liberaldemocratiche: D'Alema, Violante, Rutelli sono l'immagine stessa della democrazia; i postcomunisti che, smarrita la certezza del Partito-Stato, hanno trovato nella competenza tecnocratica un diverso strumento di potere.
    Il massimo, tuttavia, sono i radicali: tecnocratici, escatologici e simpatizzanti populisti nel contempo.

    Per finire, la tecnocrazia ha la pretesa di risolvere appunto i problemi grazie alla tecnologia, in quanto nulla è impossibile ai tecnici. Sia Bush, che se impippa dell'ambiente ma pensa che il futuro ci darà gli strumenti tecnici per sopperire alla catastrofe, e sia Edo Ronchi (tecnocrate del futuro sostenibile) hanno questo in comune.



    E se si può provare ad avere la moglie allegretta mantendo una riserva di vino?
    Scherzi a parte, la priorità va alla sostenibilità del sistema. Lo sviluppo va a questa subordinato. Molto semplicemente perché senza sostenibilità non si può andare avanti. In effetti quando giornali di sinistra come l’Unità e la Repubblica criticano il governo perché il Pil e i consumi non crescono abbastanza, mi fanno girare i…

    Concordo. Una sinistra che ragiona così fa solo incazzare, ma questo è il modello americano-kennediano: non modifichiamo ilmodus vivendi, bensì siamo di sinistra e quindi non vogliamo disuguaglianze: tutti devono avere accesso alla saddisfazione dei bisogni, devono poter consumare per accedere ad una porzione di ricchezza ecc.


    Comunque, non so fino a che punto, ma lo sviluppo sostenibile è possibile e auspicabile. Insieme alla ridistribuzione delle ricchezze, perché tutti abbiano la possibilità (non l’obbligo) di vivere dignitosamente. Non è invece auspicabile il mantenimento dello stato attuale, visto che ci sono milioni di persone che soffrono la fame…

    Io penso ad un futuro diverso, nel quale chi soffre la fame non sia costretto a inseguire il nostro modello.
    Ti consiglio, naturalmente: L'occidentalizzazione del mondo e Il pianeta dei naufraghi, di Serge Latouche (Boringhieri).


    Su Jonas devo documentarmi. Non è la prima volta che mi cogli alla sprovvista, stai attento che mi arrabbio…

    Già... a volte ho paura di sembrare quello che se la tira. Ti giuro che non è così. Jonas, come Bateson e Lovelock, offre dei paradigmi culturali interessanti per"immaginare" un mondo possibile.
    Fu un ebreo allievo di Heidegger, sfuggito al nazismo e vissuto a lungo negli states. Amico di Hanna Arendt, sviluppò una filosofia interessante sull'etica in un momento in cui l'uomo è responsabile del proprio destino e dell'eco-sistema tutto.
    Ciao.
    Claude.

  4. #14
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    Caro Claudio,
    alla parola “tecnocrazia” dai lo stesso significato che do io. Scusa, ma avevo avuto l’impressione che tu fossi favorevole alle “tecnocrazie” (e mi sembrava strano..). Invece, evidentemente, volevi sottolineare la diversità tra la “democrazia attuale” e la “democrazia vera”. Grazie cmq della precisazione
    Per conto mio i tecnici devono limitarsi a dare consigli relativi alle loro competenze. Perché un tecnico può dirti il costo di un’opera pubblica, ma non può determinare se questo costo è congruo in termini di impiego di risorse, di costi ambientali, sociali ecc…: si tratta infatti di fare un paragone tra cose non misurabili con gli stessi parametri. La risposta non quindi è oggettiva. (sono riuscito ad esprimere l’idea?)
    Il potere politico deve diffondersi con forme di partecipazione dal basso. Questo non esclude la creazione di entità politiche relative a territori sempre più ampi (come l’Ue), ma a condizione che siano veramente democratiche e rispettose delle diversità.
    C’è anche un altro fenomeno nelle democrazie attuali, probabilmente ancora più forte della tecnocrazia: la creazione di personaggi tutta apparenza e niente sostanza. “Ottimo piazzista”: disse Montanelli di un politico.
    La debolezza della democrazia basata solo sulla delega a partiti e “personalità” si vede anche nelle campagne elettorali: politici che non hanno mantenuto nessun contatto con la popolazione tornano a farsi sentire dopo anni, riempiendo le cassette postali con carta piena di colori e povera di contenuti… E guai se per le elezioni europee si parla di Europa…
    Fascisti e stalinisti dicono che allora la dittatura è meglio della democrazia. Il Movimento replica in modo diametralmente opposto: serve più democrazia.
    Per la democrazia partecipativa hai fatto bene ha ricordare le municipalità zapatiste. Ma è una proposta messa in pratica anche in altre realtà, a partire da Porto Alegre. E che è sostenuta dal Movimento in tanti comuni (a Roma il Comune sta facendo della aperture in questo senso).
    Il Movimento è infatti vivo nella realtà quotidiana, non è un animale che esce dal letargo solo per qualche contestazione, come vorrebbe far credere certa stampa.

    holyfire
    Già... a volte ho paura di sembrare quello che se la tira. Ti giuro che non è così.
    Per carità! Era solo una battuta per dire che ho tantissimo da imparare. I tuoi interventi mi fanno sempre molto piacere.

    Ciao
    F.

    P.S.: ci siamo allontanati dal tema iniziale, ma va bene così. Abbiamo comunque seguito un filo logico.

  5. #15
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    Predefinito per holyfire

    Sulle esperiene di bilancio partecipativo di propongo questo link:
    http://www.altraofficina.it/cantiere...fondimento.htm

    Ciao
    F.

  6. #16
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    Predefinito Re: Parliamone...

    Originally posted by Vikkk
    gli interessi dell'ambiente/salubrità/salute dello stesso essere umano, tentendi alla chiusura di tali siti industriali perniciosi, sono venuti in conflitto con le esigenze e istanze sindacali che invece non sono mai state d'accordo con tali linee di pensiero/azione, in nome della salvaguardia del posto di lavoro.
    Ora, questo mi pare un grosso problema, destinato a dilatarsi in un futuro in cui bisognerà TUTTI fare i conti con il "verde" che sta sempre peggio, e saranno necessarie sempre maggiori e più incisive azioni a sua tutela, e questo assai probabilmente si scontrerà in primis con le esigenze lavorative/occupazionali.
    Che ne pensate? Parliamone!
    Dalle nostre FAQ:

    Riguardo all’ambiente?
    L’ambiente che è piacevole per gli esseri umani è in via di distruzione a causa di fattori economici inerenti al capitalismo. Nelle migliori delle ipotesi, con le migliori intenzioni di ognuno, il capitalismo può solo fare troppo poco e troppo tardi. Il governo non può fermare la distruzione, può solo rallentare il peggio di sé per un po’. Se le norme di protezione ambientale fanno meno redditizia la produzione, allora la produzione può sgombrare, l’economia andrà in picchiata e le norme ambientali saranno ridotte.
    La soluzione è cambiare il sistema economico. In un mondo socialista, non ci sarà profitto. La produzione sarà decisa democraticamente. Il bisogno umano per un eco-sistema vivibile sarà considerato come una normale parte di ogni presa di decisione.

    --
    Gian Maria Freddi
    Membro del Movimento Socialista Mondiale (WSM)
    Un mondo migliore è possibile:
    http://www.worldsocialism.org
    http://worldsocialism.blog.excite.it

  7. #17
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    Si intitola Duemilaeuno il dialogo fra Massimo Cacciari e Gianfranco Bettin che esce dopodomani (NOTA: articolo del 14 marzo 2001 di la Repubblica) da Feltrinelli. Della conversazione pubblichiamo alcune parti che riguardano i temi della difesa ambientale.

    BETTIN Sono passati ormai alcuni decenni da quando l'allarme per i danni inferti all'ambiente è stato lanciato, e nel modo più autorevole, da scienziati, economisti, politici, filosofi. Hans Jonas, il filosofo del "principio di responsabilità", ancora qualche anno fa ammoniva a non restare, irresponsabilmente, "sull'orlo dell'abisso". Eppure, non sembra che si abbia davvero consapevolezza della gravità della situazione. Assistiamo di continuo a manifestazioni dello stato di generale squilibrio del pianeta, ma le cose non sembrano mutare. Pochi mesi fa, a L'Aja, la Conferenza mondiale sul clima, apertasi con angoscianti analisi sulle conseguenze dell'effetto serra, si è conclusa praticamente con un fallimento, per l'impossibilità di definire un accordo decente tra Stati Uniti ed Europa e tra entrambi e i paesi meno sviluppati in materia di controllo delle emissioni nell'atmosfera e, in generale, di riduzione dell'impatto ambientale dei rispettivi sistemi produttivi. Quando si passa al dunque, al che fare, c'è sempre qualcosa che frena. L'ambiente torna a essere, come sempre, la fonte illimitata di risorse da sprecare, il giacimento cui attingere sfrenatamente e da trasformare senza remore in cloaca.
    CACCIARI Sull'ambiente si ha spesso l'impressione che ci si confronti tra "sette", come se ci fossero a contrapporsi due "gnosi". Prima ancora che sulle scelte concrete, sembra esserci una contrapposizione di questo tipo, anche se, al fondo, tra le due "gnosi" c'è più affinità di quanta non si creda. Una sembra intendere la mente umana come prodotto cosmico, naturale, ma destinato a oltrepassare la propria terrestrità, in volo verso una nuova Atlantide. Un'altra vede la natura come un tutto divino e la mente umana come sua intrinseca dimensione, per cui far violenza alla natura significa farsi violenza. In realtà, si tratta di un unico discorso: è sempre l'uomo a concepirsi come "divino", capace - nella propria testa - sia di oltrepassare ogni limite spaziotemporale sia di contrapporsi alla natura "vittoriosamente". Non sarebbe male ridimensionare l'approccio, tornare a guardare leopardianamente la Luna, sentendosi piccini... Cioè disincantare l'ultra-umanismo che sta alla base sia della Tecnica sia dell'ambientalismo... ricordare che la mente umana è natura e che anche ciò che la mente "fa", dunque, è prodotto dalla natura - e la natura, ahimè, diviene anche "distruggendosi"...
    BETTIN Sì, spesso l'ambientalismo ha riprodotto specularmente certi approcci dell'industrialismo, oppure ha cercato di negarli fuggendo in trascendenze improbabili o in utopie regressive, velleitarie. Ma oggi, e da diversi anni in realtà, l'ambientalismo scientifico orienta l'approccio dei movimenti ecologisti in tutto il mondo e, con l'ingresso dei partiti ecologisti in parlamento e in molti casi al governo dei paesi più importanti dello stesso Occidente industrializzato (a partire dall'Italia fino alla Germania e alla Francia), oggi la "sfida verde" si presenta in termini assai più concreti. La rabbia per il fallimento della Conferenza de L'Aja, cioè dell'ultimo grande appuntamento internazionale per "decidere di fare qualcosa", nasce da questo: dalla consapevolezza che si può e si deve fare qualcosa, e che si sa anche cosa fare...
    CACCIARI Certamente il fallimento della Conferenza de L'Aja è una sconfitta per tutti. Ma si può reagire, credo. A partire da almeno tre grandi questioni che sono al centro dello stesso programma che il centrosinistra, con Rutelli, sta elaborando. Intanto, occorre contribuire alla ripresa del negoziato generale assumendo un ruolo guida nell'ambito dell'Europa e affermando che l'Unione europea si definisce anche sulla base di questa scelta di campo. La sostenibilità dello sviluppo, la sua compatibilità con i valori ambientali deve rappresentare il tratto significativo delle grandi scelte di politica economica ed energetica. L'innovazione tecnologica va perseguita costantemente e con questi stessi riferimenti. Il nostro sistema economico va reso più competitivo anche attraverso una "rivoluzione energetica" che ne contrasti l'eccessiva dipendenza da combustibili fossili. Penso che l'Italia sia matura per investimenti strategici nel campo delle fonti rinnovabili, per esempio installando impianti per l'energia solare nel Mezzogiorno. Va poi elaborato un grande Piano nazionale, concordato con Regioni ed enti locali, per la manutenzione del territorio, contrastando ogni abusivismo, ogni speculazione che, oltretutto, provocano spese di migliaia di miliardi ogni anno per riparare i danni provocati.
    BETTIN Le questioni ambientali sono tra quelle che più possono distinguere il centrosinistra dalla destra, purché lo si voglia. Spesso, infatti, i due poli sono sembrati, anche in questa materia, fin troppo simili. Se sul piano dei principi, il centrosinistra ha reso puntualmente omaggio ai valori ambientali, sul piano pratico ha spesso temuto di assimilarsi alla visione "verde", temendo con ciò di assumere un punto di vista marginale, poco "popolare", poco gradito a molti interessi, a molte lobby e corporazioni. Non sarebbe male se il centrosinistra ripetesse un po' alcuni dati di fondo della situazione attuale, e se li ricordasse tutte le mattine. Ad esempio: ogni anno vengono abbattuti 140 mila chilometri quadrati di foresta; ogni anno vengono persi 25 miliardi di tonnellate di humus fertile, favorendo la scomparsa delle coltivazione e l'aumento della desertificazione; un miliardo e 300 milioni di persone oggi non hanno a disposizione l'acqua necessaria alle proprie esigenze primarie; cinquant'anni fa nell'atmosfera venivano immesse 1.6 miliardi di tonnellate di sostanze inquinanti, oggi siamo a 6.4 miliardi di tonnellate. Si potrebbe anche aggiungere che il 20 per cento della popolazione consuma l'80 per cento delle risorse, mentre il restante 80 per cento della popolazione sta sulla soglia di povertà, o al di sotto di essa, e tanto per fare un solo esempio la spesa europea sanitaria media pro capite è di 2 mila dollari, quella statunitense di 4 mila, quella africana di 15 dollari (in buona parte garantiti da agenzie internazionali). In realtà, tutti questi, e molti altri dati, sono da tempo noti. Questo aumenta il senso di frustrazione per l'impossibilità di produrre cambiamenti significativi.
    CACCIARI Attorno alle questioni ambientali quel processo di depoliticizzazione, che la tendenza ad affermare la centralità della Tecnica alimenta, rischia di trovare nuovo impulso. La Tecnica, contro la Politica, potrebbe perfino veder accrescere i propri adoratori, dopo aver provocato tanti disastri, proprio a partire dalla necessità di porre rimedio a quei disastri medesimi. Chi può contrastare l'effetto serra se non la Tecnica? Chi può ridarci l'acqua e l'aria pulite? Gli stessi ecologisti, se non sapranno riconquistare la capacità di parlare a tanti e, quindi, rilegittimandosi in modo non auto-referenziale, rischiano di portar acqua acriticamente al mulino della Tecnica. E poiché essa procede di pari passo con l'Economia, ecco che ci si ritrova nel pieno di una spinta alla depoliticizzazione.
    BETTIN Sì, forse manca da tempo una vera e radicale critica ambientalista al modello di sviluppo. Una critica pratica, beninteso, fatta di progetti e di proposte e di atti di governo locale e nazionale, dove possibile, ma anche di lotte, di iniziative dirette, di presenza militante sui territori, capace di interpretare e rappresentare paure e speranze, denunce e alternative. Forse i verdi italiani hanno smesso troppo presto di essere movimento di contestazione per assumere funzioni direttive, di governo, con la conseguenza di aver lasciato scoperto un ruolo di coscienza critica e, anche, di presenza concreta, come punti di riferimento del disagio ambientale, che è non meno diffuso e profondo del disagio sociale e spesso vi si intreccia. Alex Langer aveva insistito spesso su questo punto, abbastanza inascoltato però. Dentro il centrosinistra, gli ambientalisti dovrebbero portare questa rappresentanza, questa sensibilità, di cui c'è indubbio bisogno...
    CACCIARI C'è di sicuro bisogno di un ambientalismo non ideologico, non settario e tuttavia radicale nel suo punto di vista. Sarebbe un forte antagonista proprio dell'ideologia della globalizzazione come trionfo dell'Uno.
    BETTIN Come trionfo della "monocultura della mente", per dirla con Vandana Shiva.
    CACCIARI Monocultura della mente e ratio economica nella quale convergono necessariamente tutti i sistemi economici: chi non acconsente o è "in ritardo" o è "nemico".

  8. #18
    vicepres Destra cricetale
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    l'argomento è interessante anche se mi sa che arrivo un po' in ritardo.
    Vorrei sottolineare una questione, che è fondamentale nonostante i vari "ecologisti" facciano orecchie da mercanti. Una delle principali cause al mondo di deforestazione, sperpero delle risorse, inquinamento delle falde acquifere ed immissione nell'atmosfera e nell'aria di gravi agenti inquinanti, sono gli allevamenti, sia intensivi che estensivi.
    Un modo per iniziare a fermare la distruzione del pianeta, nonché riequilibrare e disparità tra ricchi e poveri del pianeta, è l'adozione di uno stile di vita vegetariano/vegano.

    Fa un po' ridere vedere l'ecologista da salotto rifornirsi dal macellaio, fingendo di ignorare che per produrre la sua bistecca è stata consumata una quantità enorme di acqua e di foraggio, sono state abbattute foreste e sono state avvelenate falde acquifere, atmosfera e terreno.

    Per chi vuole informarsi: http://www.saicosamangi.info

  9. #19
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    Ho letto “Un futuro senza luce?” (ed. Riuniti), scritto da Maurizio Pallante. Secondo l’autore (che riporta ragionamenti scientifici) il problema principale è lo spreco di energia: senza peggiorare il nostro standard di vita potremmo dimezzare l’energia sfruttata. In Germania non aprono di nuove centrali di tipo termoelettrico. E sono sulla strada giusta per diminuire entro il 2010 (scadenza del protocollo di Kyoto) del 25% la loro produzione di gas-serra. Mentre l’Italia, in barba a quanto sottoscritto con il protocollo, ne sta aumentando la produzione.
    Come è possibile questo “miracolo”?
    Soprattutto:

    1) Riducendo i consumi domestici (riscaldamento e condizionatori per primi), che inquinano quanto il traffico veicolare ma a cui nessuno pensa. Si deve partire da una progettazione ingegneristica-architettonica intelligente: alta coibentazione (isolanti termici, ritorno ai muri spessi, serramenti con vetrocamera), esposizione solare ed aperture studiate in quest’ottica, ricambio dell’aria che riscaldi l’aria fredda in entrata raffreddando quella calda in uscita. In Germania si consuma per il riscaldamento meno che in Italia (meno di 70 contro una cifra tra i 150 e i 200 kilowattora/(anno*mq))… Dovrebbe essere anche in Italia obbligatoria una certificazione, da presentare nelle compravendite, di quanto consuma i termini energetici un appartamento; dovrebbe….Poi si devono scegliere elettrodomestici a basso consumo. E tutto questo in qualche anno si trasforma in un vantaggio economico per che abita queste abitazioni intelligenti.
    Le case passive, da “Un futuro senza luce?”

    2) Con i microcogeneratori famigliari collegati alla rete nazionale. Si tratta di generatori di corrente per singole case (inventati in Italia ma qui rarissimi…), funzionanti con combustibili di origine vegetale che utilizzano il calore rimanente alla fine del processo di produzione di energia elettrica per il riscaldamento. In Italia una cosa del genere esiste solo per il teleriscaldamento, che comporta però perdite maggiori, visto che è maggiore il tragitto che il calore deve fare. Garantisce l’autonomia della casa, che può vendere il surplus alla rete nazionale. Insomma, anche in questo caso in comportamenti virtuosi ricevono una ricompensa.

    A questi metodi si abbinano le energie "pulite" (è già stato scritto in questo 3d che in Germania c'è più utilizzo della solare che in Italia). Queste energie hanno sì un peso trascurabile e sono molto costose in un sistema che ha bisogno di molta energia, a causa degli sprechi; ma se si diminuisce la richiesta di energia il loro peso specifico aumenta. I tedeschi hanno studiato dei metodi (implementati da programmi informatici che possono comprarsi progettisti, imprese ecc..) per trovare il mix più conveniente tra i vari tipi di energie.
    Inoltre lo Stato e le istituzioni pubbliche devono combattere gli sprechi negli edifici di loro competenza (uffici, ospedali, scuole...).
    Altra proposta è l'obbligo (già previsto da direttiva europea, in Italia non applicata, naturalmente) di separare i contatori per il consumo di energia (metano, elettricità, gasolio...) all'interno dei condomini. Così ogni famiglia è più incentivata al risparmi
    Il monopolio pubblico dell’energia elettrica, mancando lo stimolo della concorrenza, ha castrato la ricerca dell’efficienza. Ciò non toglie che il controllo pubblico abbia avuto il merito di essere attento alle esigenze sociali. I privati non avrebbero avuto interesse a portare l’energia elettrica in posti sperduti, facendo pagare a tutti l’energia con lo stesso prezzo. La privatizzazione attualmente in corso elimina i pregi della statalizzazione senza introdurre la concorrenza (non c’è la possibilità di scegliere per il cliente). La via indicata da Pallante è quella di consentire al cliente di fornire energia alla rete nazionale. Così sarà incentivata l’autoproduzione (fonti sostenibili comprese). Do ragione a Pallante, aggiungendo che il tutto deve inserito in un’ottica di controllo pubblico.

    Esistono della società che migliorano l’efficienze energetica dei loro clienti (Energy Service Company: ESCO). Funziono come se sul mio terreno avessi del petrolio: non avendo i fondi per estrarlo e non volendo venderlo affido ad un’impresa l’installazione delle infrastrutture e le concedo di tenere per sé il petrolio estratto per qualche anno. Dopo mi terrò il petrolio rimanente e le infrastrutture. Così affido all’ESCO la riduzione del consumo energetico della mia casa (coibentazione, elettrodomostici intelligenti ecc…). Io pagherò loro la parte di bolletta che risparmierò per qualche anno, dopo i risparmi verranno nelle mie tasche.
    Trasformare l’energia elettrica in calore è uno spreco. Lo spreco non sta nella trasformazione dell’energia in calore, ma nel fatto che per produrre quell’energia si è spesso utilizzato proprio del calore e non tutto il calore iniziale si è trasformato in energia. Sarebbe meglio produrre il calore dove si utilizza, senza passare per la fase intermedia dell’energia elettrica (ad es. con lavatrici che prendano l’acqua calda prodotta dalla caldaia e non scaldino l’acqua trasformando l’energia elettrica in calore).

  10. #20
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    Citazione Originariamente Scritto da Franzele
    Ho letto “Un futuro senza luce?” (ed. Riuniti), scritto da Maurizio Pallante. Secondo l’autore (che riporta ragionamenti scientifici) il problema principale è lo spreco di energia: senza peggiorare il nostro standard di vita potremmo dimezzare l’energia sfruttata. In Germania non aprono di nuove centrali di tipo termoelettrico. E sono sulla strada giusta per diminuire entro il 2010 (scadenza del protocollo di Kyoto) del 25% la loro produzione di gas-serra. Mentre l’Italia, in barba a quanto sottoscritto con il protocollo, ne sta aumentando la produzione.
    Come è possibile questo “miracolo”?
    Soprattutto:

    1) Riducendo i consumi domestici (riscaldamento e condizionatori per primi), che inquinano quanto il traffico veicolare ma a cui nessuno pensa. Si deve partire da una progettazione ingegneristica-architettonica intelligente: alta coibentazione (isolanti termici, ritorno ai muri spessi, serramenti con vetrocamera), esposizione solare ed aperture studiate in quest’ottica, ricambio dell’aria che riscaldi l’aria fredda in entrata raffreddando quella calda in uscita. In Germania si consuma per il riscaldamento meno che in Italia (meno di 70 contro una cifra tra i 150 e i 200 kilowattora/(anno*mq))… Dovrebbe essere anche in Italia obbligatoria una certificazione, da presentare nelle compravendite, di quanto consuma i termini energetici un appartamento; dovrebbe….Poi si devono scegliere elettrodomestici a basso consumo. E tutto questo in qualche anno si trasforma in un vantaggio economico per che abita queste abitazioni intelligenti.
    Le case passive, da “Un futuro senza luce?”

    2) Con i microcogeneratori famigliari collegati alla rete nazionale. Si tratta di generatori di corrente per singole case (inventati in Italia ma qui rarissimi…), funzionanti con combustibili di origine vegetale che utilizzano il calore rimanente alla fine del processo di produzione di energia elettrica per il riscaldamento. In Italia una cosa del genere esiste solo per il teleriscaldamento, che comporta però perdite maggiori, visto che è maggiore il tragitto che il calore deve fare. Garantisce l’autonomia della casa, che può vendere il surplus alla rete nazionale. Insomma, anche in questo caso in comportamenti virtuosi ricevono una ricompensa.

    A questi metodi si abbinano le energie "pulite" (è già stato scritto in questo 3d che in Germania c'è più utilizzo della solare che in Italia). Queste energie hanno sì un peso trascurabile e sono molto costose in un sistema che ha bisogno di molta energia, a causa degli sprechi; ma se si diminuisce la richiesta di energia il loro peso specifico aumenta. I tedeschi hanno studiato dei metodi (implementati da programmi informatici che possono comprarsi progettisti, imprese ecc..) per trovare il mix più conveniente tra i vari tipi di energie.
    Inoltre lo Stato e le istituzioni pubbliche devono combattere gli sprechi negli edifici di loro competenza (uffici, ospedali, scuole...).
    Altra proposta è l'obbligo (già previsto da direttiva europea, in Italia non applicata, naturalmente) di separare i contatori per il consumo di energia (metano, elettricità, gasolio...) all'interno dei condomini. Così ogni famiglia è più incentivata al risparmi
    Il monopolio pubblico dell’energia elettrica, mancando lo stimolo della concorrenza, ha castrato la ricerca dell’efficienza. Ciò non toglie che il controllo pubblico abbia avuto il merito di essere attento alle esigenze sociali. I privati non avrebbero avuto interesse a portare l’energia elettrica in posti sperduti, facendo pagare a tutti l’energia con lo stesso prezzo. La privatizzazione attualmente in corso elimina i pregi della statalizzazione senza introdurre la concorrenza (non c’è la possibilità di scegliere per il cliente). La via indicata da Pallante è quella di consentire al cliente di fornire energia alla rete nazionale. Così sarà incentivata l’autoproduzione (fonti sostenibili comprese). Do ragione a Pallante, aggiungendo che il tutto deve inserito in un’ottica di controllo pubblico.

    Esistono della società che migliorano l’efficienze energetica dei loro clienti (Energy Service Company: ESCO). Funziono come se sul mio terreno avessi del petrolio: non avendo i fondi per estrarlo e non volendo venderlo affido ad un’impresa l’installazione delle infrastrutture e le concedo di tenere per sé il petrolio estratto per qualche anno. Dopo mi terrò il petrolio rimanente e le infrastrutture. Così affido all’ESCO la riduzione del consumo energetico della mia casa (coibentazione, elettrodomostici intelligenti ecc…). Io pagherò loro la parte di bolletta che risparmierò per qualche anno, dopo i risparmi verranno nelle mie tasche.
    Trasformare l’energia elettrica in calore è uno spreco. Lo spreco non sta nella trasformazione dell’energia in calore, ma nel fatto che per produrre quell’energia si è spesso utilizzato proprio del calore e non tutto il calore iniziale si è trasformato in energia. Sarebbe meglio produrre il calore dove si utilizza, senza passare per la fase intermedia dell’energia elettrica (ad es. con lavatrici che prendano l’acqua calda prodotta dalla caldaia e non scaldino l’acqua trasformando l’energia elettrica in calore).
    Gli europei sprecano troppa energia

    Europei spreconi di energia. E’ il quadro che emerge dal rapporto di Eurima (European Insulation Manufacturers Association), commissionato ad Ecofys, azienda di consulenza per il risparmio energetico e le fonti rinnovabili. In Europa 270 miliardi di euro sono andati in fumo per inefficienza energetica. Ma una soluzione ci sarebbe. Secondo gli autori dello studio, infatti, basterebbe isolare meglio i tetti e i muri delle abitazioni per ottenere immediati effetti positivi sia dal punto di vista economico, sia ambientale. Dalla ricerca emerge che il 40% del consumo energetico in Europa è dovuto agli usi abitativi. Si tratterebbe di un risparmio non solo economico ma anche ambientale. Infatti, secondo i dati diffusi da Eurima, diminuirebbero i consumi energetici di ben 3,3 milioni di barili di petrolio al giorno e conseguentemente anche le emissioni di CO2 per 460 milioni di tonnellate all'anno.

    Fonte: Ecosportello
    www.metamorfosi.info/infodetail.asp?infoid=3585

 

 
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