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  1. #1
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    Predefinito Al khobar

    da www.ansa.it

    " STRANIERI OSTAGGIO AD AL KHOBAR, CI SAREBBERO DEGLI ITALIANI
    KHOBAR - Vi sarebbero anche dei cittadini italiani fra i 50 ostaggi stranieri trattenuti da sospetti terroristi di al Qaida in un complesso residenziale ad al Khobar, in Arabia Saudita. Lo ha detto alla Reuters il manager del complesso, l'Oasis.

    Fonti della Farnesina, interpellate dall'Ansa hanno indicato che non vi sono, al momento, conferme della notizia. La Farnesina ha comunque - attraverso l'unita' di crisi - disposto una verifica immediata presso tutte le possibili fonti per valutare la fondatezza dell'informazione.

    Durante l'attacco compiuto dai presunti terroristi, vi sarebbero stati almeno 16 morti. Lo hanno riferito fonti dei servizi di sicurezza. Tra le vittime vi sono nove civili, di cui sette sono cittadini stranieri, e sette agenti dei servizi di sicurezza. Stando alle stesse fonti tra gli stranieri uccisi figurano un americano, un cittadino britannico, un egiziano, due filippini, un indiano e un pachistano. Anche due civili sauditi hanno perso la vita nell'attacco.

    Le forze di sicurezza saudite hanno anche fatto irruzione nel compound dove sono asserragliati i sospetti miliziani islamici. Stamani erano stati liberati cinque libanesi presi in ostaggio.

    Fonti della sicurezza saudite hanno fornito una prima ricostruzione dell'attacco, che in un primo momento ha preso di mira l'edificio del 'Petroleum Center' di al Khobar. Due auto con insegne militari sono entrate nel complesso dove alcuni testimoni hanno visto i corpi di un bambino di nove anni e di un egiziano. Successivamente gli assalitori si sono diretti in altri due complessi edilizi che ospitano uffici di compegnie petrolifere e residenze dei dipendenti, Rami e The Oasis.

    Poche ore dopo l'inizio dell'attacco avvenuto alle 7:00 ora locale (le 6:00 in Italia) su un sito internet islamico e' comparso un comunicato attribuito ad al Qaida ed in cui si rivendicano gli attacchi ad al Khobar. La rivendicazione e' firmata ''la rete di al Qaida nella penisola arabica''. ''Con la grazia di Dio - si afferma nel messaggio - una squadra di nostri eroici mujaheddin ha attaccato oggi compagnie americane... che sono specializzate in petrolio e che rubano la ricchezza dei musulmani''. Il sito che riporta la rivendicazione appartiene a un dissidente saudita che aveva diffuso analoghe dichiarazioni in passato.

    http://www.ansa.it/fdg02/20040529195...950152006.html

    29/05/2004 19,50
    "


    Cordiali saluti

  2. #2
    SENATORE di POL
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    da www.ansa.it

    " STRANIERI OSTAGGIO AD AL KHOBAR, NON CI SONO ITALIANI
    Non ci sono italiani tra gli ostaggi detenuti ad Al Khobar ha riferito alla Farnesina l'ambasciatore d'Italia in Arabia Saudita, Armando Sanguini. L'ambasciatore ha avuto contatti diretti con i responsabili di tutte le imprese italiane che hanno personale impegnato in quell'area.

    La circostanza della presenza di ostaggi italiani era stata riferita dall'amministratore dello stabile Oasis, dove risiedevano gli stranieri e che e' in mano ai terroristi. [...]
    "


    Saluti liberali

  3. #3
    SENATORE di POL
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    da www.ansa.it

    " ARABIA: UN CUOCO ITALIANO TRA LE VITTIME
    KHOBAR - La polizia saudita ha attaccato stanotte un edificio di Al Khobar, nell'est del paese dove un commando di sospetti terroristi islamici teneva in ostaggio almeno 50 persone. Gli ostaggi catturati nel lussuoso residence 'The Oasis' erano una cinquantina, tutti stranieri.

    Secondo le ultime informazioni almeno nove cadaveri sono stati portati via dal centro residenziale. Le vittime sono state sgozzate . Tra loro Antonio Amato, di 25 anni, residente a Giuliano in Campania, giunto da poche settimane in Arabia Saudita. Lo rende noto la Farnesina. Il giovane svolgeva mansioni di cuoco nel residence Oasis e non era registrato presso l' ambasciata.

    Secondo fonti della sicurezza saudita il capo ed altri sette uomini del commando sono stati arrestati. Due di loro sono stati uccisi. Liberati 25 ostaggi dalle forze saudite.
    30/05/2004 12:20
    "

    Un'altra vittima italiana del terrore islamista.

    Shalom

  4. #4
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    In origine postato da Pieffebi
    da www.ansa.it

    " ARABIA: UN CUOCO ITALIANO TRA LE VITTIME
    KHOBAR - La polizia saudita ha attaccato stanotte un edificio di Al Khobar, nell'est del paese dove un commando di sospetti terroristi islamici teneva in ostaggio almeno 50 persone. Gli ostaggi catturati nel lussuoso residence 'The Oasis' erano una cinquantina, tutti stranieri.

    Secondo le ultime informazioni almeno nove cadaveri sono stati portati via dal centro residenziale. Le vittime sono state sgozzate . Tra loro Antonio Amato, di 25 anni, residente a Giuliano in Campania, giunto da poche settimane in Arabia Saudita. Lo rende noto la Farnesina. Il giovane svolgeva mansioni di cuoco nel residence Oasis e non era registrato presso l' ambasciata.

    Secondo fonti della sicurezza saudita il capo ed altri sette uomini del commando sono stati arrestati. Due di loro sono stati uccisi. Liberati 25 ostaggi dalle forze saudite.
    30/05/2004 12:20
    "

    Un'altra vittima italiana del terrore islamista.

    Shalom
    Condoglianze sentite ai familiari e agli amici...
    Inutile dire che spero sia fatta giustizia.

  5. #5
    SENATORE di POL
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    da www.ansa.it

    " ARABIA SAUDITA, AL QAIDA: ITALIANO UCCISO REGALO A GOVERNO
    IL CAIRO - '' Abbiamo sgozzato un italiano e lo regaliamo al governo italiano ed al suo capo, sciocco e superbo, che annuncia con chiarezza la sua ostilita' all'Islam e manda le sue truppe a combattere i musulmani in guerre come in Iraq e in altri paesi' '. E' una delle frasi testuali pronunciate in un messaggio audio diffuso via Internet da Abdulaziz Al Muqrin, presunto capo di Al Qaida in Arabia saudita, ed uno stralcio del quale e' stato trasmesso oggi dalla tv di Dubai 'Al Arabiya'.

    Lo stralcio diffuso da 'Al Arabiya' fa riferimento all'intero attacco portato dai guerriglieri ad Al Khobar, non soltanto alla parte che riguarda l'uccisione di Antonio Amato. Eccone il testo letterale: ''I nostri uomini hanno ferito un certo numero di crociati, tra loro un americano che e' stato trascinato per le vie della citta', e un britannico, alto responsabile di una compagnia petrolifera'', afferma la presunta voce di Al Muqrin, prima di pronunciare la frase sull'italiano ucciso.

    ''Tra gli ostaggi uccisi - prosegue ancora il presunto Al Moqrin - anche un giapponese, che e' stato sgozzato e inviato per regalo alla sua patria, coinvolta dagli Stati Uniti nei combattimenti contro i musulmani, in particolare in Iraq, perche' sia di lezione ad altri''. Nel comunicato del ministero dell'Interno saudita, che riferisce in totale di 22 vittime nell'attacco e nella presa di ostaggi ad Al Khobar, non si fa menzione di un giapponese morto.
    30/05/2004 18,55
    "


    Shalom

  6. #6
    SENATORE di POL
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    da www.ansa.it

    " ARABIA SAUDITA, CIAMPI: UCCISIONE BARBARA CHE SCUOTE COSCIENZE
    ROMA - '' La barbara uccisione del giovane Antonio Amato nel residence Oasis ad Al Khobar e' un crimine efferato che scuote la coscienza collettiva degli italiani '': e' quanto scrive il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in un messaggio di cordoglio alla famiglia Amato, sottolineando il proprio sdegno e la necessita' che ''diritto e legalita' internazionale prevalgano sull'odio''.

    ''Esprimo sdegno - prosegue Ciampi - per questo gesto che ha colpito un innocente, un lavoratore inerme. E' un drammatico tentativo di distruggere lìimpegno comune e gli sforzi che numerosi Stati stanno compiendo per affrontare una grave crisi''.

    ''Mai come in questo momento e' necessario che le ragioni del diritto e della legalita' internazionale prevalgano sull'odio, sulla violenza e sull'intolleranza. A nome di tutti gli italiani - conclude il capo dello Stato - sono vicino ai familiari di Antonio Amato con sentimenti di intensa, affettuosa e solidale partecipazione al loro grande dolore''.

    BERLUSCONI: PROSEGUE IL NOSTRO IMPEGNO CONTRO IL TERRORISMO
    '' Siamo in una grande coalizione, mobilitati contro il terrorismo e continueremo su questa strada'': lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi commentando la morte dell'ostaggio italiano in Arabia Saudita.

    Berlusconi ha proseguito: ''Il fatto che il terrorismo porti il suo attacco contro i paesi musulmani che guardano all'occidente da amici e che stanno occidentalizzando i loro stili di vita, non e' cosa che scopriamo oggi. Purtroppo e' una realta' evidente dall'11 settembre''.

    Berlusconi ha voluto anche sottolineare che sulla vicenda dell'ostaggio italiano in Arabia Saudita ''la Farnesina rispondeva con i dati di cui era fornita''.

    ''L'ostaggio italiano - ha spiegato Berlusconi - non aveva ancora registrato al sua presenza all'ambasciata italiana e la Farnesina, anche affidandosi a dichiarazioni pervenute dallo Stato dell'Arabia, non poteva far altro che rendere note le informazioni in suo possesso'.

    OPPOSIZIONE ATTACCA FRATTINI, IL MINISTRO: LA FARNESINA HA FATTO IL SUO DOVERE
    I ds chiedono a Frattini di riferire in Commissione alla Camera. Ds e Margherita: Farnesina bugiarda e incompetente. Diliberto: Frattini inadeguato e dilettante. Martusciello, Forza Italia: contro Frattini attacchi indegni. Pera: basta con le polemiche, serve unita' del paese.
    30/05/2004 19,35
    "

    Saluti liberali

  7. #7
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    Predefinito Ecco avanzare la seconda (feroce)....

    ….generazione del jihad

    Baffetti sottili e curati, capelli corti, Abu Hajir Abd al Aziz al Muqrin, è il capo di al Qaida in Arabia Saudita.
    Ha rivendicato i barbari assassini di occidentali ad al Khobar, comprese le gole sgozzate di nove ostaggi, fra i quali il cuoco italiano Antonio Amato.
    Al Muqrin non è un “grande vecchio” del terrorismo, ma un trentacinquenne che a soli 17 anni è partito per l’Afghanistan a combattere durante l’ultimo periodo dell’occupazione sovietica. Della lista di 26 super ricercati di al Qaida, resa nota in dicembre dai sauditi, molti sono trentenni o più giovani e pochi arrivano ai 40.
    La cellula di terroristi che ha attaccato gli occidentali ad al Khobar era composta da ragazzini votati alla morte, fra i 18 e i 25 anni. Solo il capo, che probabilmente è il terrorista catturato ferito, Nimr al-Baqmi, sembrava più vecchio. Un segnale che il testimone della guerra santa sta passando alla seconda generazione jihadista, addirittura più pericolosa, fatta di giovani terroristi che si sono fatti le ossa sui fronti islamici degli anni 90, come la Bosnia e la Cecenia, addestrandosi nei campi dell’Afghanistan talebano.
    Lo stesso capo di al Qaida in Arabia Saudita è diventato un veterano in Algeria, al fianco dei salafiti e in Bosnia Erzegovina contro i serbi.
    Rientrato in patria, i sauditi l’avevano tenuto in prigione per due anni, ma una volta liberato ha raggiunto l’Afghanistan per l’ultima battaglia al fianco di bin Laden. Tornato di nuovo a casa, poco più che trentenne, è sparito.
    Su un opuscolo del ministero degli Interni saudita, con le foto dei ricercati e loro brevi biografie, si leggono storie di giovani pronti a tutto pur “di espellere i crociati dalla penisola arabica”.
    Rakan Muhsin Mohammad al Saykhan, numero due della lista, è un ragazzo di 25 anni, che risiedeva a Riad. Dopo essersi iscritto all’università si è dato alla macchia, con al Qaida.
    Fra gli attentatori della strage di Riad dello scorso anno, nella quale sono morte 35 persone, compresi 5 americani, c’era anche un ventinovenne, che a soli 18 anni partì per andare a combattere in Bosnia e poi in Cecenia.
    Saud Homood Obaid Alqotaini Alotaibi, con la kafya e un enorme barbone nero, ha appena 32 anni e coltivava datteri. Dopo aver soggiornato nell’Afghanistan talebano è entrato in clandestinità dal settembre dell’anno scorso.
    I mujahed, come li chiama Al Muqrin, più “anziani” sono, come Faisal Abdulrahman Abdullah Al Dakheel, sulla quarantina.
    I sauditi lo considerano capo di una cellula terrorista nella capitale.
    Dopo l’11 settembre, il ministero dell’Interno saudita ha classificato 2.500 veterani del jihad, rientrati nel paese dai fronti di mezzo mondo e potenzialmente pericolosi. Si calcola che in Afghanistan, al momento della disfatta talebana, fossero fra i 600 e i 700 i sauditi che avevano combattuto con bin Laden.
    Il terreno per il reclutamento dei giovani terroristi in Arabia Saudita è reso sempre più fertile dalla demografia di un regno dove oltre la metà dei 16 milioni di abitanti ha meno di vent’anni. Il problema del reclutamento giovanile di al Qaida è legato all’incredibile aumento della popolazione, che nel 2010 raggiungerà i 31 milioni.
    Dei 26 super ricercati otto, catturati o uccisi, facevano parte della seconda generazione di al Qaida, come Khaled Ali Ali Haj.
    Capo della operazioni in Arabia Saudita, prima di al Muqrin, è stato ucciso in uno scontro a fuoco. Yemenita di origine, era una delle guardie del corpo di bin Laden nell’Afghanistan talebano.
    Il più “vecchio” del gruppo, che comunque non superava la quarantina, era conosciuto con il nome di battaglia “spada veloce”, ma in realtà si chiamava Yousif Salih Fahad al Ayeeri. Ucciso mentre tentava la fuga, aveva con sé una lettera autografa di Osama, che nella sua patria di origine ha passato il testimone alle nuove e giovani leve saudite del terrorismo internazionale.

    Fausto Biloslavo su il Foglio del 1 giugno

    saluti

  8. #8
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    Predefinito L'assalto a Khobar, le facezie sul....

    ....terrorismo e a lotta nella corte di Riad

    Chi dice, come fanno i dirigenti dell’Ulivo, che la guerra in Iraq ha incrementato il terrorismo, che il terrore è solo “una reazione” agli errori dell’occidente, che ritirando la presenza militare occidentale dal Golfo il fenomeno verrebbe contenuto, farebbe bene a impegnarsi in un’analisi del terrorismo che da un anno sconvolge Riad.
    Non uno dei capisaldi politically correct e progressisti su cause e nascita del terrorismo regge alla verifica sul terreno saudita. L’Arabia Saudita è stato il paese arabo che ha più duramente condannato la guerra a Saddam e ha voluto dissociarsi fino al punto di espellere i militari americani dalle sue basi (l’ambasciatore saudita a Londra, Turki bin Feisal, a lungo “padrino di bin Laden in Afghanistan”, l’ha definita “una guerra coloniale”).
    Il reddito medio dei sauditi è superiore a quello di non meno di sei Stati dell’Ue e nel paese, dotato di un eccellente “welfare islamico” grazie ai petrodollari, non vi sono sacche di povertà (fatti salvi i milioni di immigrati musulmani, che non appaiono mai tra i terroristi e spesso sono le loro vittime).
    Non vi sono contenziosi nazionali.
    Dal 1948 in poi, il paese, attestato su una posizione violentemente antagonista a Israele, si tiene rigidamente disimpegnato militarmente nei confronti della crisi israelo-palestinese (fatto salvo il finanziamento all’Olp, all’Anp, alle organizzazioni terroristiche e ai cospicui assegni versati alle famiglie dei kamikaze che ster-minano civili israeliani).
    Il Servizio segreto saudita, il Mukhtabarat, è tra i più capillari, duri ed efficaci del medio oriente, e dovrebbe quindi costituire quella alternativa principe alla guerra, che secondo i dirigenti ds, dovrebbe saper contrastare il terrorismo.
    Pure, nell’ultimo anno, cinque attacchi clamorosi e molti episodi minori hanno fatto in Arabia Saudita più di un centinaio di vittime, al 90 per cento musulmane. Pure, in un paese così capillarmente controllato che nel 2002 a Riad 15 ragazzine furono lasciate morire in una scuola in fiamme perché la polizia non le lasciava uscire dall’edificio a capo scoperto, gli attentatori dimostrano di potersi muovere a pieno agio.
    Pure, la Guardia nazionale saudita, forte di circa 90 mila armati, perfettamente addestrata, presidia tutti gli impianti petroliferi e le raffinerie, per garantirne la sicurezza.
    Nonostante tutto ciò, il 12 maggio 2003 un attentato distrugge il compound in cui risiedevano gli istruttori statunitensi della società Vinnel che addestra da 29 anni la Guardia nazionale; il 21 aprile 2004 un attentato colpisce una sede dei Servizi a Riad: 10 vittime, tra cui un alto ufficiale; il 1° maggio 2004 un commando di terroristi, con divise della Guardia nazionale, scorazza per ore nella città portuale di Yanbu, dove ha sede la più grande raffineria saudita, uccidendo sei occidentali, e sabato scorso, un altro commando, sempre con divise della Guardia nazionale, impazza per ore nella città di Khobar (sconfiggendo sul terreno la Guardia nazionale); domenica tre dei quattro terroristi che detenevano gli ostaggi occidentali nel complesso Oasis sfuggono all’assalto della Guardia nazionale, portando con loro ostaggi. Va aggiunto il non secondario particolare: la composizione del commando dell’11 settembre ha visto la netta predominanza di terroristi sauditi. Il quadro che offre il terrorismo islamico in Arabia Saudita annulla tutti i luoghi comuni degli avversari della guerra in Iraq – ribaditi meccanicamente in queste ore – li ribalta e ci presenta un fenomeno a base religiosa scismatica, che nasce e cresce in una società musulmana particolarmente integralista (in Arabia Saudita vige la più rigida Legge islamica di tutto il mondo musulmano, pene corporali e lapidazioni incluse), che non ha nulla a che fare con contraddizioni economiche, sociali o nazionalistiche, che ha caratteristiche predominanti ideologico-religiose, che punta a colpire un governo musulmano e che attacca americani e occidentali solo in quanto appoggiano quel governo musulmano giudicato “illegittimo” (come in Marocco, in Giordania, in Indonesia, in Malesia, in Pakistan e addirittura in Siria). C’è infine un elemento di valutazione che ormai accomuna molti analisti arabi e occidentali: la virulenza, la capacità d’iniziativa del terrorismo saudita e la scelta degli obiettivi (sempre riconducibili alla Guardia nazionale, comandata in prima persona dal reggente principe Abdullah) sono spiegabili solo con potenti appoggi e complicità interne al regime, forse alla stessa corte di Riad. Il sospetto, la certezza, ormai, è che la battaglia dinastica, che accompagna la tormentata successione a un re Fahad ammalato e inabilitato al governo da dieci anni, veda alcuni principi della corte (unica istituzione operante in un paese che non ha né Parlamento, né altri organi, anche solo formali) cavalcare, favorire, l’azione del terrorismo per indebolire i “partiti” avversi. Nel mirino è, appunto, il “partito” di Abdullah, favorito per la successione. E’ un quadro così fosco da legittimare addirittura la tesi che la stessa al Qaida, composta essenzialmente dal nucleo saudita che combattè per dieci anni in Afghanistan contro l’Armata rossa (finanziato e guidato da Riad) in realtà altro non sia che uno strumento, il braccio armato di un partito di corte impegnato nella guerra per la successione che sconvolge una dinastia che negli ultimi 200 anni ha visto solo due casi incruenti di passaggio delle insegne reali. Il tutto in un contesto islamico che ha sempre visto storicamente l’uso del terrorismo mirato e dell’assassinio dei pretendenti e dei loro supporter quale tecnica prediletta per regolare tensioni interne alla corte. E’ questo un “canone” fisso della vita politica califfale, codificato in maniera egregia a cavallo dell’anno Mille, dalla plurisecolare attività della setta degli Assassini capeggiata dal Gran Vecchio della Montagna.

    Carlo Panella su il Foglio dei 1 giugno

    saluti

  9. #9
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    da www.avvenire.it

    " Il terrorismo non ha riguardi

    E nel mirino finì l'Islam


    Andrea Lavazza

    L'attacco contro gli occidentali condotto ad al-Khobar può essere - come sospetta l'intelligence britannica - l'avvio di un'offensiva massiccia contro l'Arabia Saudita. E non c'è bisogno di aspettare l'attentato «spettacolare» vaticinato dagli 007 per porsi alcune impellenti domande. Il gruppo guidato in modo spietato quanto lucido da Abdul Aziz al-Muqrin sembra aver fatto propria la strategia di Benladen: cacciata degli infedeli dai Luoghi Santi islamici, rovesciamento della dinastia «traditrice» e instaurazione del Califfato, che dovrebbe poi procurarsi armi di distruzione di massa per un'eventuale prosecuzione del conflitto nella «casa della guerra», ovvero le terre non islamiche.
    Che siano obiettivi velleitari, perseguiti da centinaia o forse migliaia di fondamentalisti in un Paese di 25 milioni di abitanti, non esclude il rischio di farsi cogliere impreparati da un'escalation terroristica a Riad. Non possiamo dimenticare che la dinastia Saud controlla un quarto della produzione giornaliera mondiale di petrolio (fornendo agli Stati Uniti il 18% del loro fabbisogno di greggio) e ha la giurisdizione sulla Mecca, punto di riferimento per un miliardo e 200 milioni di musulmani.
    Il segno che il pericolo comincia ad aumentare è venuto ieri dai giornali sauditi, strettamente controllati dal governo: la condanna dell'azione è stata secca e unanime, senza sfumature o distinguo, come invece era accaduto in passato per stragi compiute all'estero in nome della religione.
    Se l'instabilità inquieta i leader di Riad, in egual misura dovrebbe preoccupare l'Occidente, che si si trova bersaglio con i suoi cittadini e vede crescere una minaccia regionale, sia politico-militare (per la capacità di al-Qaeda di influire o tentare di influire sui processi elettorali - si pensi al caso spagnolo) sia economica (sul fronte energetico, con le conseguenze disastrose di una stretta petrolifera).
    Ci si può quindi chiedere quali siano le opzioni che l'America sta vagliando in questi mesi, impegnata - o impantanata - sul fronte iracheno. Nell'estate del 1990, all'indomani dell'invasione del Kuwait da parte di Saddam, George Bush senior mandò a Riad una delegazione ad altissimo livello per convincere re Fahd a concedere le basi per la guerra. In un briefing bellico tenuto davanti all'intera corte, politici e generali bluffarono, facendo intendere che le truppe di Baghdad avrebbero marciato anche verso i confini (e i pozzi) sauditi. E convinsero il sovrano, anche grazie - si disse poi - a foto satellitari ritoccate.
    Ora non c'è bisogno di "abbellire" le prove del rischio che incombe. La monarchia Saud è sfidata dall'interno a prendere una posizione più decisa per arginare il fondamentalismo, cresciuto ideologicamente in circoli di notabili prima che nelle bande armate.
    Ma se per l'appoggio a Desert Storm nessuno si preoccupava delle ambiguità del Regno verso le tendenze estremistiche, né della sua natura illiberale, puntare oggi sulla reazione di un regime diviso in fazioni familiari - i cui apparati di sicurezza potrebbero essere già infiltrati dai terroristi e la cui natura elitaria difficilmente susciterà un'opposizione sociale diffusa al radicalismo - non dà sufficienti garanzie di risultati. Perciò anche l'Europa è urgentemente chiamata a un rinnovato pensiero strategico, che non sia fatto solo da generici richiami al dialogo.
    Non siamo alla vigilia di un golpe, né di uno choc petrolifero, ma esercitare, per quanto è possibile, l'arte della prevenzione ci potrebbe risparmiare un doloroso risveglio nel Golfo Persico.
    "

    Saluti liberali

  10. #10
    fiorirà l'aspidistra
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    Predefinito Re: L'assalto a Khobar, le facezie sul....

    In origine postato da mustang
    ....terrorismo e a lotta nella corte di Riad

    Chi dice, come fanno i dirigenti dell’Ulivo, che la guerra in Iraq ha incrementato il terrorismo, che il terrore è solo “una reazione” agli errori dell’occidente, che ritirando la presenza militare occidentale dal Golfo il fenomeno verrebbe contenuto, farebbe bene a impegnarsi in un’analisi del terrorismo che da un anno sconvolge Riad.
    Non uno dei capisaldi politically correct e progressisti su cause e nascita del terrorismo regge alla verifica sul terreno saudita. L’Arabia Saudita è stato il paese arabo che ha più duramente condannato la guerra a Saddam e ha voluto dissociarsi fino al punto di espellere i militari americani dalle sue basi (l’ambasciatore saudita a Londra, Turki bin Feisal, a lungo “padrino di bin Laden in Afghanistan”, l’ha definita “una guerra coloniale”).
    Il reddito medio dei sauditi è superiore a quello di non meno di sei Stati dell’Ue e nel paese, dotato di un eccellente “welfare islamico” grazie ai petrodollari, non vi sono sacche di povertà (fatti salvi i milioni di immigrati musulmani, che non appaiono mai tra i terroristi e spesso sono le loro vittime).
    Non vi sono contenziosi nazionali.
    Dal 1948 in poi, il paese, attestato su una posizione violentemente antagonista a Israele, si tiene rigidamente disimpegnato militarmente nei confronti della crisi israelo-palestinese (fatto salvo il finanziamento all’Olp, all’Anp, alle organizzazioni terroristiche e ai cospicui assegni versati alle famiglie dei kamikaze che ster-minano civili israeliani).
    Il Servizio segreto saudita, il Mukhtabarat, è tra i più capillari, duri ed efficaci del medio oriente, e dovrebbe quindi costituire quella alternativa principe alla guerra, che secondo i dirigenti ds, dovrebbe saper contrastare il terrorismo.
    Pure, nell’ultimo anno, cinque attacchi clamorosi e molti episodi minori hanno fatto in Arabia Saudita più di un centinaio di vittime, al 90 per cento musulmane. Pure, in un paese così capillarmente controllato che nel 2002 a Riad 15 ragazzine furono lasciate morire in una scuola in fiamme perché la polizia non le lasciava uscire dall’edificio a capo scoperto, gli attentatori dimostrano di potersi muovere a pieno agio.
    Pure, la Guardia nazionale saudita, forte di circa 90 mila armati, perfettamente addestrata, presidia tutti gli impianti petroliferi e le raffinerie, per garantirne la sicurezza.
    Nonostante tutto ciò, il 12 maggio 2003 un attentato distrugge il compound in cui risiedevano gli istruttori statunitensi della società Vinnel che addestra da 29 anni la Guardia nazionale; il 21 aprile 2004 un attentato colpisce una sede dei Servizi a Riad: 10 vittime, tra cui un alto ufficiale; il 1° maggio 2004 un commando di terroristi, con divise della Guardia nazionale, scorazza per ore nella città portuale di Yanbu, dove ha sede la più grande raffineria saudita, uccidendo sei occidentali, e sabato scorso, un altro commando, sempre con divise della Guardia nazionale, impazza per ore nella città di Khobar (sconfiggendo sul terreno la Guardia nazionale); domenica tre dei quattro terroristi che detenevano gli ostaggi occidentali nel complesso Oasis sfuggono all’assalto della Guardia nazionale, portando con loro ostaggi. Va aggiunto il non secondario particolare: la composizione del commando dell’11 settembre ha visto la netta predominanza di terroristi sauditi. Il quadro che offre il terrorismo islamico in Arabia Saudita annulla tutti i luoghi comuni degli avversari della guerra in Iraq – ribaditi meccanicamente in queste ore – li ribalta e ci presenta un fenomeno a base religiosa scismatica, che nasce e cresce in una società musulmana particolarmente integralista (in Arabia Saudita vige la più rigida Legge islamica di tutto il mondo musulmano, pene corporali e lapidazioni incluse), che non ha nulla a che fare con contraddizioni economiche, sociali o nazionalistiche, che ha caratteristiche predominanti ideologico-religiose, che punta a colpire un governo musulmano e che attacca americani e occidentali solo in quanto appoggiano quel governo musulmano giudicato “illegittimo” (come in Marocco, in Giordania, in Indonesia, in Malesia, in Pakistan e addirittura in Siria). C’è infine un elemento di valutazione che ormai accomuna molti analisti arabi e occidentali: la virulenza, la capacità d’iniziativa del terrorismo saudita e la scelta degli obiettivi (sempre riconducibili alla Guardia nazionale, comandata in prima persona dal reggente principe Abdullah) sono spiegabili solo con potenti appoggi e complicità interne al regime, forse alla stessa corte di Riad. Il sospetto, la certezza, ormai, è che la battaglia dinastica, che accompagna la tormentata successione a un re Fahad ammalato e inabilitato al governo da dieci anni, veda alcuni principi della corte (unica istituzione operante in un paese che non ha né Parlamento, né altri organi, anche solo formali) cavalcare, favorire, l’azione del terrorismo per indebolire i “partiti” avversi. Nel mirino è, appunto, il “partito” di Abdullah, favorito per la successione. E’ un quadro così fosco da legittimare addirittura la tesi che la stessa al Qaida, composta essenzialmente dal nucleo saudita che combattè per dieci anni in Afghanistan contro l’Armata rossa (finanziato e guidato da Riad) in realtà altro non sia che uno strumento, il braccio armato di un partito di corte impegnato nella guerra per la successione che sconvolge una dinastia che negli ultimi 200 anni ha visto solo due casi incruenti di passaggio delle insegne reali. Il tutto in un contesto islamico che ha sempre visto storicamente l’uso del terrorismo mirato e dell’assassinio dei pretendenti e dei loro supporter quale tecnica prediletta per regolare tensioni interne alla corte. E’ questo un “canone” fisso della vita politica califfale, codificato in maniera egregia a cavallo dell’anno Mille, dalla plurisecolare attività della setta degli Assassini capeggiata dal Gran Vecchio della Montagna.

    Carlo Panella su il Foglio dei 1 giugno

    saluti
    Ottimo Panella. Si veda anche Ideazione di maggio, con un bell'approfondimento sulla storia del terrorismo islamico nel Novecento. Sempre con l'efficace spiegazione del fenomeno su base scismatica. Ma i nostri amichetti della gioiosa macchina da guerra non sanno nè vogliono ascoltare - troppo occupati ad appuntarsi faccine del Berlusca per ribadire la propria Civile Indignazione.

 

 
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