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Discussione: I neoconservatori

  1. #21
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    In origine postato da Stonewall
    Infatti segnalo, a questo proposito, il sito www.antiwar.com, animato da una folta truppa di paleolibertari e paleoconservatori, uniti dal rifiuto della politica estera wilsoniana (fedelmente adottata da Bush) e del New Deal rooseveltiano. E' significativo come i Repubblicani dopo l'11 settembre abbiano subito una violenta sterzata a sinistra, facendo propri i fondamentali storici dei Democratici.
    Tra l'altro io considero Wilson il peggior presidente USA di tutti i tempi. Nemico del socialismo in patria, arrivò a creare la Red Scare (predecessore del Maccartismo), a far arrestare Debs, un tizio che si era presentato alle elezioni del 1912 prendendo il 20% dei voti per un reato di opinione e altr cosette del genere.
    Penso che sotto Wilson abbia fatto un grosso passo avanti la trasformazione degli USA da faro di libertà a bastione dell'oppressione, un processo fortunatamente molto lento, e che spero ci metterà altri 50 anni almeno.
    In politica estera ha inventato quella schifezza dell'autodeterminazione dei popoli, seme della II Guerra mondiale. Solo un americano ignorante di Europa poteva sparare una cazzata del genere senza notare che l'impero AustroUngarico era un mescolone, e che l'idea di Stati su base etnica poteva solo portare a conformare forzosamente la gente a confini tracciati dalla realpolitik internazionale. Per non parlare della società delle nazioni, fondata e poi lasciata a se stessa. Per la serie armiamoci e partite.

  2. #22
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    Più che l'autodeterminazione dei popoli, cosa sacrosanta, Wilson inventò la guerra "ideologica". Prima si faceva la guerra per conquistare un territorio o cose del genere. Da Wilson in poi, si è cominciato a fare la guerra per ragioni ideologiche: su tutte, "esportare la democrazia". Comunque penso che Wilson sia stato solo il terzo peggior presidente USA: il peggiore di tutti fu Roosevelt, che distrusse l'economia americana, il secondo peggiore Lincoln, che seppellì la Costituzione sotto una catasta di 600 mila morti.
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

  3. #23
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    Le guerre ideologiche ci sono sempre state dopo la fine delle guerre di religione, delle quali sono eredi, seguendo alla secolarizzazione delle fedi, presupposto delle moderne ideologie. Come ci sono le paci ideologiche, spesso altrettanto distruttive.

    Shalom

  4. #24
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    da www.acton.org

    " I neocon: lobbysti maledetti?
    Flavio Felice

    Da circa tre anni, da quando l’America, e con essa il mondo, è stata colpita al cuore con un attacco che non ha precedenti nella storia, si fa un gran parlare dei neoconservatori e della loro presunta e famigerata dottrina della guerra preventiva. Nel frattempo sui neocon sono stati pubblicati numerosi libri e tanti altri vedranno la luce; di loro si è detto di tutto, che sono dei lobbysti guerrafondai, per loro si è riesumato l’anatema fascista del “complotto plutocratico-giudaico-massonico”, li si è apostrofati con i peggiori epiteti, giungendo ad affermare nel delirio grafomane che i neocon _ con particolare riferimento a quelli cattolici _ rappresenterebbero “un pericolo per la Chiesa”. Oggi si è soliti identificare la prospettiva neocon con la politica estera dell’Amministrazione Bush intrapresa all’indomani dell’11 settembre. In realtà, tale prospettiva non si esaurisce in un manipolo, per quanto rilevante, di esperti di sicurezza nazionale. Essa riguarda in primo luogo il dibattito interno alla nazione rispetto sull’interpretazione dell’esperimento americano e sul ruolo svolto dalla religione nel processo costituzionale.Ma vediamo chi sarebbero questi maledetti neocon o, quanto meno, in che cosa consiste la prospettiva culturale neoconservatrice. In realtà, per molti di loro, essere neocon ha rappresentato, intorno alla metà degli Anni Settanta, la fuoriuscita dal progressismo liberal, giudicato arrogante, eticamente relativista e radical-chic. Uno degli aforismi più pungenti per definire il loro approdo sul versante della new right è quello coniato dal Godfather dei neocon, Irving Kristol. Egli ama definirsi un “liberal assalito dal realismo”. In definitiva, possiamo indicare il fenomeno neocon come un’autonoma prospettiva cultuale nella quale si intrecciano una dimensione sostanziale ed una metodologica. Rispetto alla dimensione metodologica, il “comandamento” che tiene insieme tutte le componenti dell’arcipelago neocon è il principio delle conseguenze non intenzionali: la smithiana “mano invisibile”. Un autentico conservatore è terrorizzato dal cambiamento, mentre il progressista sarebbe disposto a sacrificare la vita (ovviamente quella degli altri) affinché il carro della storia giunga a destinazione (ovviamente la sua). Un neocon invece aggredisce il problema relativo al cambiamento con grande cautela, suggerendo di procedere in modo sperimentalmente: per tentativi ed errori. Sotto il profilo sostanziale, i neocon assumono i seguenti quattro punti programmatici: la sicurezza nazionale, il valore della società civile che viene prima dello stato, la libertà individuale e le radici religiose della Repubblica americana. I neoconservatori promuovono l’idea che al centro di tutte le questioni sociali ci sia un problema di esercizio dell’umana virtù. Dunque, il filo rosso neocon che tiene unite realtà come democrazia, capitalismo e pluralismo è dato dall’accoglimento di un principio fondamentale del liberalismo classico, magistralmente sintetizzato da uno degli aforismi più raffinati di Lord Acton: “Il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto”. La libertà, in quest’ottica, è la preservazione di una sfera interiore esente dal potere coercitivo dello stato. Quella libertà che per Acton, lungi dal tradursi in licenza di fare ciò che si vuole, si esplica nel poter fare ciò che si deve. In tal senso, la prospettiva neoconservatrice, come ha opportunamente fatto notare la storica G. Himmelfarb, pur non confondendosi con il cattolicesimo liberale di Acton, condivide con esso la convinzione che “La libertà non è esistita fuori dal cristianesimo. La Provvidenza, nell’invitare una più larga parte di umanità alla fruizione della verità, che è dono della religione, ha chiamato una più larga parte dell’umanità alla fruizione della libertà. La libertà dovrebbe essere religiosa e la religione dovrebbe essere libera”. Fuor di vulgata si giudichi liberamente.
    "

    Saluti liberali

  5. #25
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    da www.ilfoglio.it

    " Che cosa è successo dall’11/9
    Bush cercava risposte, i neocon gliele diedero e lui divenne il loro capo
    Storia di un gruppo di sinistra che non ha dirottato la politica estera degli Usa ma ha un piano contro al Qaida
    --------------------------------------------------------------------------------
    New York. Tre anni fa era l’undici settembre, il giorno in cui l’America fu attaccata da quattro gruppi di terroristi islamici. Morirono più di tremila persone tra New York e Washington e il mondo da allora è cambiato. L’America e i suoi alleati hanno risposto all’attacco inseguendo i terroristi e destituendo due regimi in medio oriente.
    Gli islamisti hanno continuato a fare stragi in nome di Allah, uccidendo infedeli e soprattutto musulmani. La battaglia continua ogni giorno in Iraq, in Afghanistan, in Pakistan, nel Caucaso ed è stata estesa anche alla Spagna, alla Turchia, all’Indonesia, all’Australia, al Marocco e all’Arabia Saudita. Anche l’Italia ha avuto i suoi caduti, sia soldati sia pacifisti. Nel mondo islamico si comincia a parlare di libertà, a discutere di politica, si stampano giornali, si avviano timide riforme e a Kabul e a Baghdad si terranno le prime elezioni, nonostante la minaccia degli islamisti wahabiti e l’influenza di Iran, Siria e Arabia Saudita. La Libia ha abbandonato i piani nucleari, gli ayatollah iraniani li hanno accelerati ma sono costretti ad affrontare un’opposizione interna.
    Tutto questo è successo da quel giorno del 2001, ed è tanto, ma soltanto metà dell’opinione pubblica occidentale legge questi fatti come i diversi fronti di una guerra mondiale, come un attacco scatenato da islamisti e regimi estremisti contro infedeli e apostati. L’altra metà, che è prevalente in Europa, non crede che si tratti di un conflitto epocale, di un impegno generazionale né di una terza o quarta guerra mondiale, a seconda se si conti o no la Guerra fredda, ma piuttosto di un semplice attacco terroristico di un gruppo di fanatici e di pazzi che, magari con qualche ragione, hanno colpito i padroni del mondo, giudicandoli responsabili delle proprie miserie. Secondo questa visione minimalista, i terroristi non si combattono con la guerra, né imponendo la democrazia, ma con i tradizionali strumenti di polizia internazionale, con i tribunali, la cooperazione e il dialogo. E, in effetti, se non si leggono i proclami di al Qaida, se non si ascoltano le prediche nelle moschee wahabite, se si dimentica la lunga serie di stragi, se si vuole sempre trovare una spiegazione razionale ad atti irrazionalmente omicidi, insomma se tutto ciò non è percepito come una vera guerra è comprensibile lo stupore e l’avversione nei confronti della strategia di George W. Bush.

    Un sorta di nuovo maccartismo
    Bush ha individuato la presenza di un nemico e ha capito che bisogna combatterlo. I minimalisti, non percependolo, si sono interrogati su quale fosse il motivo reale della risposta militare: il petrolio, gli affari della Halliburton, il solito imperialismo americano. I più sofisticati hanno trovato la giustificazione del plagio. La politica estera statunitense sarebbe stata dirottata da una setta di ebrei americani fedeli a Israele, seguaci di Leo Strauss e con strane visioni del mondo: i neoconservatori. Contro di loro si è scatenata, di qua e di là dell’Oceano, una caccia alle streghe che ha un precedente nel maccartismo degli anni 50. Sono diventati i cattivi per antonomasia, ideologi, affaristi, avidi, spioni, intrallazzatori. Loro, di tanto in tanto, non hanno mancato di fornire argomenti ai teorici del complotto, ma leggendo i giornali di questi tre anni è emersa una grottesca rappresentazione della realtà: si è pensato e scritto che se non ci fossero stati quei dieci o venti neocon più o meno vicini al presidente non ci sarebbe stata alcuna campagna irachena, i terroristi si sarebbero quietati e il mondo sarebbe rimasto in pace. Ma sono stati i neocon a “dirottare” la politica estera Usa? E’ davvero la loro guerra, questa? La cosa che i minimalisti non hanno capito è che il vero neocon è Bush. Uno degli effetti collaterali dell’11 settembre è stata la ricomparsa nel dibattito pubblico della parola “neoconservatore”. I neocon, in origine, erano un gruppo di intellettuali newyorchesi che negli anni Settanta fece una battaglia politica e culturale dentro la sinistra per evitare che diventasse antagonista e illiberale. Negli anni Ottanta seguirono Ronald Reagan e, nel 1996, uno dei fondatori del movimento, Norman Podhoretz, scrisse su Commentary che il neoconservatorismo era finito perché ormai pienamente assorbito dal partito repubblicano rivoluzionato da Reagan. Per qualche anno non se ne parlò più, fino all’11 settembre 2001.
    George W. Bush era tutt’altro che neocon. Il Weekly Standard, rivista di Bill Kristol, appoggiava John McCain e a Bush preferiva addirittura Colin Powell. Bush fu eletto con un programma isolazionista, voleva ritirare gran parte delle truppe americane dispiegate nel mondo e promuovere una politica estera “humble”, “umile”, rispetto all’interventismo democratico di Bill Clinton in Bosnia, Kosovo e Haiti. L’America di Bush, insomma, aveva promesso di farsi i fatti suoi e di abdicare al ruolo di poliziotto del mondo, a meno che non fossero direttamente in pericolo i propri interessi.
    Poi è arrivato l’11 settembre. La politica umile e non interventista non era più un’opzione possibile, la reazione alle minacce non poteva più essere la stessa. Serviva un’idea, una strategia complessiva e di lungo termine che non fosse semplicemente quella di mostrarsi preoccupati del problema e poi sparacchiare qualche missile qua e là come aveva fatto il predecessore Clinton.
    Bush poteva contare su una formidabile squadra di consiglieri di politica estera, veterani della prima guerra del Golfo, come Dick Cheney e Colin Powell, esperti di mondo sovietico, come Condoleezza Rice, sostenitori di riforme democratiche in medio oriente, come Paul Wolfowitz, reaganiani, come Richard Perle, e realisti di ferro, come Donald Rumsfeld. E poi aveva l’aiutino del padre, il primo presidente Bush.
    A loro, dopo l’11 settembre, Bush jr. chiese due cose: chi fossero questi che avevano buttato giù le torri e che cosa bisognasse fare per sconfiggerli. Una risposta arrivò dal più grande esperto americano di cose islamiche, Bernard Lewis, e dai neoconservatori guidati da Wolfowitz e Perle: i terroristi sono militanti fondamentalisti aiutati da alcuni regimi mediorientali; ci vogliono uccidere non per quello che facciamo ma per quello che siamo; non ci si può più girare dall’altra parte, dissero al presidente, l’unica via di uscita è quella di liberare il medio oriente da quei tiranni che sviluppano armi di distruzione di massa, sostengono il terrorismo e minacciano il mondo libero.
    Un’altra risposta, più cauta e non strategica, arrivò dal padre e dai suoi ex consiglieri Brent Scowcroft e Lawrence S. Eagleburger. Anche Henry Kissinger aveva dei dubbi, così come James Baker. Molti altri conservatori come Chuck Hagel e Pat Buchanan avrebbero preferito che l’America non inseguisse ambiziosi progetti oltreoceano. Powell gli disse che quando si rompe un paese, si eredita la responsabilità di ricostruirlo. Sull’attacco all’Afghanistan tutti erano d’accordo, ma Bush individuò l’obiettivo strategico già poche ore dopo l’11 settembre, quando parlò di asse del male, cioè di regimi arabi o islamici che sostengono, aiutano e finanziano il terrorismo. Nessuno ci fece caso, quelle parole sembravano le arroganti sparate di un cowboy texano. Invece erano il nucleo del documento sulla strategia di sicurezza nazionale presentato nel settembre 2002. Tutti si accorsero che Bush aveva una sua dottrina fondata sul cambio di regime e sul diritto al primo colpo, cioè alla guerra preventiva, nei confronti degli Stati dell’asse del male che sostengono o condividono lo stesso progetto politico dei terroristi. I neocon sono d’accordo e assistono al balletto quotidiano su quanto siano stati influenti e su come siano stati finalmente fatti fuori. Tanto c’è Bush.
    Christian Rocca

    (11/09/2004)
    "


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  6. #26
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    dal sito di IDEAZIONE

    " Le sfide neocon scuotono il decennale di Liberal

    di Marta Brachini
    [06 mar 05]

    Libertà e democrazia contro relativismo culturale e nichilismo. E’ la sfida del ventunesimo secolo. Ed è il tema sul quale si concentrano i teorici del pensiero neoconservatore americano che hanno visto nell’azione politica del presidente Bush il loro naturale referente. Alcuni di loro hanno raggiunto l’Italia in occasione del decennale della Fondazione Liberal. La chiara vittoria della tanto criticata nuova dottrina della Casa Bianca raccoglie oggi sempre più approvazioni da ogni parte del mondo. Lo spirito con cui l’America affronta le sfide poste dal terrorismo internazionale è una sintesi di due parole: “pride and courage”, esordisce Bill Kristol , direttore del Weekly Standard, all’inaugurazione del convegno internazionale romano. Un esempio da seguire per l’Europa chiusa in un orgoglio relativista e senza il coraggio di dire che, sono le parole di Adornato , “libertà e responsabilità” sono i fondamenti comuni di cristianesimo e liberalismo, senza i quali nessuna identità europea potrebbe emergere . Ma dalle parole di Robert Kagan , del Carnegie endowment for international peace, viene anche una nota positiva alla timida politica estera europea per il potere d’attrazione liberale che esercita nelle aree di confine. Tuttavia le distanze tra Usa e Ue rimangono ben evidenti sebbene un piccolo miglioramento ci sia stato dopo gli evidenti sviluppi politici internazionali. La “rivoluzione delle rose” in Georgia, quella “arancione” in Ucraina e l’ultima soprannominata dei “cedri” in Libano insieme alle elezioni afgane e irachene sono esempi macroscopici della possibilità di esportare libertà.

    Anche l’osso duro dell’opposizione europea alla politica di Washington, la Francia, sembra fare un passo indietro e ritrovare un motivo di convergenza con Bush sulla questione della Siria. E testimone del dibattito politico interno francese è il filosofo Andrè Glucksmann che, sul tema della “democrazia globale” , racconta la Francia di chi cerca di rimediare allo strappo atlantico facendo leva sulle differenti interpretazioni del concetto di libertà e democrazia. E poi chiama terroristi gli antiamericani e gli antimperialisti ed invece elogia il “coraggio civile” di chi va a votare sotto la minaccia del terrorismo. Glucksmann è d’accordo con chi definisce una “seconda caduta del muro di Berlino” quello che sta avvenendo nel Medio Oriente. Questo movimento è infatti di grande rilevanza, lo sottolinea anche Daniel Pipes, direttore del Middle East Forum, per sconfiggere l’Islam radicale, il nemico ideologico che predica l’anti-modernismo, coltiva la stagnazione intellettuale, la discriminazione e la violenza etnica. Infatti, il radicalismo islamico è il “volto del nichilismo del XXI° secolo” avverte Glucksmann e coltiva la “distruzione per la distruzione”, senza scrupoli morali o religiosi, solo in nome di un presunto “diritto ad uccidere”. Tuttavia nichilisti possono essere anche definiti gli Stati-canaglia e gli Stati-padrini della follia islamista o chi in fondo fa finta di non vedere: il relativismo nei confronti del male è un atteggiamento nichilista.

    Altre considerazioni spettano a Michael Novak , direttore dell’American Enterprise Institute, fedele interprete della dottrina Bush, il quale non può non sottolineare le stretta relazione esistente tra la libertà politica e il progresso economico dei paesi . E i mezzi attraverso cui si possono realizzare sono libere istituzioni politiche, economiche e sociali. Nel suo stesso ultimo lavoro, “The Universal Hunger for Liberty”, sono oggetto d’analisi tutte le strutture che reggono una società libera e che ne costituiscono le fonti. “Ci può essere una divisione tra la Chiesa e lo Stato, ma non tra la religione e la societa”: sono queste le parole che Novak sceglie per spiegare dove risiede la forza di una Nazione . Forza traducibile in quel concetto di identità tanto discusso in Europa e che domina la prolusione finale del nostro presidente del Senato, Marcello Pera . Quale costituzione europea e quali relazioni euro-atlantiche potrebbero infatti esistere senza una decisa e compatta volontà comune di essere popolo e riconoscersi nei valori della civiltà occidentale e cristiana? Pera è convinto che solo la consapevolezza di quello che l’Europa è, ed è stata, può darle la spinta necessaria per divenire partner attivo e non ausiliario dell’America. Una “identità spirituale e un’identità geopolitica”: sono le carte che mancano all’Europa per confrontarsi con gli Stati Uniti.

    06 marzo 2005

    m.brachini@libero.it
    "


    Shalom

  7. #27
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    La strategia dell'amministrazione americana appare ormai da tempo delineata chiaramente. Come chiaramente si evidenzia l'incapacità europea di proporre una propria linea praticabile e sensata. La pochezza della politica dell'Europa, la sua nullità come potenza unitaria capace di incidere nella storia contemporanea in difesa dei propri interessi, che sono comunque legati alla sicurezza globale, appare sempre più evidente ogni giorno che passa. L'Europa corre il rischio di perdere l'occasione per costituirsi come seconda gamba forte ed autonoma dell'Occidente, per inseguire le sue illusioni e le illusioni delle sue piccole potenze scioviniste incapaci di vedere al di là di interessi nazionali contingenti e.... senza un lungo futuro.

    Dal quotidiano LIBERO di oggi 13 marzo 2005

    " « Siria e Iran sono un pericolo ma l'Europa fa finta di niente »


    di FRANCESCO CARELLA


    « Iran e Siria sono nel mirino. George W. Bush lo ha « Il presidente Usa vuole costruire l'impero della libertà » confermato, al di là delle frasi di rito, a tutti i leader e u ro p e i » . Gary Schmitt, numero uno del New American Century, uno dei più prestigiosi think- tank americani, già consigliere di Ronald Reagan per i problemi della sicurezza, non ama giri di parole. Va dritto al cuore del problema. Dice: « Gli Stati Uniti non dimenticano che Siria e Iran sono parte integrante " dell'asse del male ?. Così come non abbassano la guardia sul pericolo Corea del Nord » . Ancora " l'asse del male ?? « Altroché. Questi Paesi hanno tutte le caratteristiche degli Stati canaglia: forniscono supporti logistici e finanziari ai gruppi terroristici, lavorano per assicurarsi le armi di distruzione di massa, sono feroci con l'opposizione democratica interna. Sono queste le ragioni per cui sono chiusi a riccio nei confronti di tutti coloro che si sforzano di costruire la pace e di stabilizzare l'intera regione mediorientale » . Il Presidente americano, prima di aprire venerdì sull'ingresso dell'Iran nel Wto, ha incassato l'appoggio di Putin sulla questione dell'atomica targata Teheran e sul pericolo Corea del Nord. « Si tratta del risultato più importante del recente viaggio di Bush in Europa. Ho la sensazione che stia crescendo anche fuori degli Stati Uniti la consapevolezza di quanto sia alta la posta in gioco. Naturalmente, il tempo s'incaricherà di dirci se sarà possibile raggiungere, seguendo le vie diplomatiche, gli obiettivi di sicurezza che gli Usa considerano irrinu n c i ab i l i » . La sento pessimista. Eppure, le strategie deterrenti hanno assicurato la stabilità mondiale per oltre mezzo secolo. « Lei parla come se l' 11 settembre non ci fosse mai stato. Il concetto classico di " deterrenza ?, oggi, non può più essere al centro della politica di sicurezza né degli Stati Uniti, né dei suoi alleati » . Perché ? « Per una ragione molto semplice: è cambiata la natura del nemico . Stiamo parlando di Stati governati da leader disponibili a servirsi del terrorismo, pur di continuare a combattere sul terreno delle " guerre asimmetriche?. Inoltre, uno di questi Paesi, l'Iran, è a un passo dalla costruzione dell'arma atomica. Si tratta di una minaccia molto seria e sottovalutarla sarebbe una follia » . A che cosa sta pensando? « Credo che cambiare un regime come quello iraniano potrebbe diventare, prima o poi, una necessità storica » . Al momento, però, gli Usa non pensano d'intervenire militarmente. « L'Amministrazione americana non ha cancellato dalla sua agenda l'eventualità di un attacco militare per bloccare il programma nucleare iraniano. Si tratta di una carta estrema che potrebbe essere giocata in qualsiasi momento » . Lei ha scritto, recentemente, che con George W. Bush la politica estera americana non è cambiata, come sostengono i suoi detrattori, ma è solo tornata alle origini. In che senso? « George W. Bush ha avuto il merito, dopo essersi aggirato attonito fra le macerie delle Twin Towers, di comprendere, grazie anche ai suggerimenti dei neocon, la novità del terrorismo internazionale. Da quel giorno risultò chiaro che l'attenzione della Casa Bianca, in un mondo in cui i terroristi si muovevano globalmente e in cui gli Stati ostili potevano dotarsi di armi di distruzione di massa, si sarebbe dovuta spostare sulla natura dei regimi degli avversari. Di qui, la sceltadi promuovere governi democratici nelle aree ad alta turbolenza terroristica » . La guerra preventiva non mi pare una forma di ritorno alle origini. « Invece, sì. Oggi la situazione è molto simile a quella in cui venne a trovarsi Truman nel 1947, quando chiese al Congresso aiuti cospicui per i Paesi europei e in particolar modo per la Grecia e la Turchia. Disse: " Queste nazioni debbono scegliere fra modi alternativi di vita. Il risultato finale dipende anche da noi e dal nostro aiuto ?. Come finì, voi europei lo sapete meglio di chiunque altro. Vinse la libertà e con essa la sicurezza internazionale. In tal senso, ritengo che la risposta di Bush all'attacco terroristico dell' 11 settembre riporti la politica estera americana nel solco della tradizione dei Padri fondatori. Una tradizione segnata dal costante tentativo di costruire " l'Impero della libertà ?, per fare trionfare la pace » . Ritorniamo all'ultima visita europea di George W. Bush. Che cosa è cambiato, fra le due sponde dell'Atlantico, rispetto alle freddezze di un anno f a? « È mutato lo scenario internazionale. Bush è stato rieletto, contrariamente ai desideri di molti leader europei; l'Iraq è andata al voto in massa, mentre molte Cassandre prevedevano il contrario; la questione israelo- palestinese si è sbloccata a dimostrazione del fatto che il vero ostacolo al processo di pacificazione del Medio Oriente era rappresentato da Yasser Arafat, l'interlocutore privilegiato dell'UE. E infine la situazione libanese che si va sbloccando. Tutto questo, ha fatto cadere molti pregiudizi nei confronti della politica americana » . Malgrado ciò, sul terrorismo le divisioni restano nette. « Bush ha espresso agli alleati il desiderio di avere un'Europa forte al fianco degli Usa nell'affrontare la grande emergenza terroristica. Ma le divisioni sono emerse, anche questa volta, quando è stato aperto il capitolo relativo alle radici del terrorismo. Per gli Usa, come dicevo, l'esportazione della democrazia rimane un cardine, mentre per l'Europa occorre esperire altre strade. Temo che il Vecchio Continente, anche questa volta, verrà smentito dai fatti » .
    "


    Saluti liberali

  8. #28
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    A pagina 11 del Corriere della Sera di oggi 19 marzo 2005, festa di San Giuseppe, è pubblicata un'intervista di Nathan Gardels al candidato di Bush alla presidenza della Banca Mondiale, il "falco" Paul Wolfowitz. Il ritaglio è tratto dalla "rassegna stampa" del sito del Ministero della Difea:

    http://www.difesa.it/files/rassegnas...0319/701CN.pdf


    Saluti liberali

  9. #29
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    Sempre circa la candidatura del "falco neoconservatore" ebreo-americano Paul Wolfowitz, sul quotidiano AVVENIRE di oggi mercoledì 23 marzo 2005, Alberto Simoni ha intervistato un altro importante esponenete dello schieramento "neoconservatore".... Norman Podhoretz:

    " «Una scelta perfetta». Norman Podhoretz, intellettuale di punta della cosiddetta galassia neoconservatrice e per trent'anni direttore di Commentary, evita giri di parole. «Conosco Paul Wolfowitz da moltissimo tempo. È una persona integerrima, colta e preparata. E rappresenta una combinazione insolita per chi lavora nel Foreign Service. Infatti alla preparazione tecnica unisce le doti tipiche di un intellettuale», dice al telefono da New York ad Avvenire .
    Si è fatto un'idea del perché Bush abbia voluto il suo ex consigliere per la politica estera alla guida di un organismo internazionale?
    È stato nominato per diverse ragioni. Prima di tutto il presidente voleva qualcuno che portasse avanti da un altro punto di vista la strategia di diffusione della democrazia, soprattutto in Medio Oriente. E Wolfowitz, che di questa visione è uno degli artefici, sostiene, come Bush, che la libertà economica va di pari passo con la politica e le riforme. Anche nel mondo arabo e musulmano. Che Wolfowitz conosce molto bene per essere stato ambasciatore in Indonesia nella seconda metà degli anni '80.
    Wolfowitz quindi, «longa manus» di Washington?
    Non direi, gestirà un organismo indipendente. Che deve essere riformato. E questo è l'altro motivo che ha spinto Bush a scegliere Wolfowitz. Il presidente considera le istituzioni internazionali - Onu, Banca mondiale e Fondo monetario - strutture obsolete, poiché create negli anni della Guerra fredda, e inadatte al nuovo scenario mondiale. Se la Banca mondiale vuole sopravvivere ha bisogno di riformare non solo la sua filosofia ma anche l'atteggiamento pratico.
    In concreto che cambiamenti dovrebbe apportare Wolfowitz?
    Oggi gli aiuti, i soldi, finiscono direttamente nelle casse dei governi che gestiscono poi grandi progetti, che spesso finiscono in fiaschi. Il nuovo approccio prevede invece che il sostegno vada direttamente alle imprese. Uno sviluppo dal basso, anziché governato dal centro, come nei modelli socialisti.
    In Europa la nomina del vice di Rumsfeld è stata accolta con una certa freddezza. A lui s'imputa la responsabilità della guerra in Iraq e molti lo considerano un "unilateralista"....
    È il solito ritornello. Wolfowitz è un professionista, un diplomatico che ha sempre affrontato le sfide. L'errore è sempre lo stesso: considerare Bush un "unilateralista". Ma prima della guerra in Iraq chi spese tempo per portare la discussione all'Onu? E ancora, la «coalizione dei volenterosi» non è abbastanza ampia? Il fatto è che Francia e Germania parlano di multilateralismo solo quando anch'esse abbracciano un progetto o una decisione. Altrimenti criticano. Comunque, tornando a Wolfowitz, questa controversia del presunto unilateralismo non sta in piedi. Chi lo conosce - e non parlo di me, ma di politici e diplomatici a livello mondiale - lo descrive come un interlocutore attento e rispettoso, per nulla prevaricatore. Un fine diplomatico. Che certo sa anche essere risoluto.
    Come sull'Iraq. Già nel 1997 sosteneva la necessità di cacciare il rais...
    Aveva ragione e ha convinto molti. Ma non era il solo a sostenere nel post 11 settembre che quella mossa era ormai inevitabile.
    Wolfowitz è considerato anche troppo filo-israeliano. È vero?
    Altra bugia. Tiene alla sicurezza di Israele ma non è il falco che si crede. Anzi, su questo "issue", è una colomba. Fu tra i primi a ritenere fondamentale la creazione di uno Stato palestinese mentre altri - e io fra quelli - lo ritenevamo una scelta prematura.
    I maligni dicono che la nomina alla Banca mondiale sia stata una «bocciatura», un allontanamento dalle sfere del potere Usa. Lei cosa dice?
    Mi vien da ridere. Wolfowitz è stato promosso e di questo, lo so per certo, è felicissimo.
    "

    Shalom

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    Sempre sul tema della candidatura del "falco" neoconservatore alla direzione della Banca Mondiale, ecco un articolo dal sito di IDEAZIONE....

    " Un falco della democrazia alla Banca Mondiale

    di Alessandro Gisotti

    [25 mar 05]

    La designazione di Paul Wolfowitz alla guida della Banca Mondiale “è la dimostrazione che l’impegno del presidente Bush a promuovere la democrazia non è solo retorica”. L’investitura dell’ex numero due del Pentagono alla World Bank è stata accolta con entusiasmo all’American Enterprise Institute, think thank simbolo del neoconservatorismo americano. In un articolo pubblicato sul Wall Street Journal dall’icastico titolo “Regime Change at the World Bank”, Allan H. Meltzer – visiting scholar all’AEI – sottolinea come la Banca Mondiale “possa e debba svolgere un ruolo determinante nella promozione della democrazia” in tutto il mondo. Un compito per il quale, secondo Meltzer, l’ex vice di Rumsfeld è, come si suol dire, la persona giusta al posto giusto. La Banca Mondiale, avverte sferzante, “è un’organizzazione che non funziona”, che “manca di leadership”. Un uomo dal polso fermo come Wolfowitz è dunque “una scelta ispirata”.

    L’indicazione del teorico dell’esportazione della democrazia alla guida della World Bank ha raccolto vivo consenso anche nella redazione del Weekly Standard, il settimanale più influente dei neocon americani. In un lungo articolo, firmato da Stephen F. Hayes, viene messo l’accento sui giudizi negativi con i quali è stata accolta, in Europa, la nomination di Wolfowitz, dipinto con i tratti del pericoloso unilateralista. Tuttavia, nota Hayes, se l’architetto della guerra in Iraq è inviso alla classe politica del Vecchio Continente, le sue idee sono molto popolari nei Paesi che aspirano alla democrazia. E’ il caso del Libano. Nelle ultime settimane, rivela il Weekly Standard, Wolfowitz ha passato gran parte del suo tempo incontrando i leader riformisti libanesi. L’ex ambasciatore Usa in Indonesia, scrive Hayes, è sicuramente un convinto difensore della “democrazia liberale e della libera economia di mercato”. Che gli Europei “si oppongano a questo binomio – afferma polemico – la dice lunga molto di più su di loro che su Wolfowitz”.

    Chi, invece, vede il falco neoconservatore come fumo negli occhi è il web magazine di sinistra Salon.com, tanto da paragonare il prossimo leader della Banca Mondiale niente meno che a Mr Magoo. Secondo Micheal Lind, Wolfowitz sarebbe una versione in carne ed ossa del miope protagonista del celebre cartone animato: entrambi procedono alla cieca, lasciando danni e confusione dietro di sé. Per il polemista di Salon, Wolfowitz è “l’Einstein dell’incapacità”: ha sbagliato valutazione sulla reale forza dell’URSS, quindi sulla minaccia rappresentata da Bin Laden, infine sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e sull’opportunità di sostenere l’esponente dell’opposizione irachena Ahmed Chalabi. Un curriculum che, per Lind, non promette niente di buono.

    Negativo, ma meno corrosivo, il giudizio formulato da Fareed Zakaria in un editoriale su Newsweek. L’autore del best seller “Democrazia senza libertà” auspica non che Wolfowitz cambi volto alla Banca Mondiale - come sperano molti sostenitori dell’ex viceministro della Difesa - ma piuttosto che la World Bank trasformi Paul Wolfowitz. Molti suoi fan, scrive Zakaria, lo ritengono il miglior presidente possibile per la Banca Mondiale, perché è convinto che “sono i dittatori la prima causa della povertà nel mondo”. Se, però, stiamo ai fatti, le cose raccontano una storia diversa: negli ultimi 50 anni, segnala Zakaria, il 90 per cento della riduzione della povertà è avvenuta nell’Asia dell’Est, quasi sempre sotto regimi autoritari come nel caso di Cina e Indonesia. Se otterrà il posto, conclude, Wolfowitz dovrà immergersi nella realtà della povertà, “riconoscendone l’urgenza e la complessità”.

    Un inaspettato endorsment è arrivato, sulle pagine del liberal New York Times , da James P. Rubin, già figura di spicco nell’amministrazione Clinton e consigliere di Kerry durante la campagna elettorale dello scorso anno. Rubin marca una netta distinizione tra Wolfowitz e John Bolton, il tetragono politico nominato da Bush ambasciatore alle Nazioni Unite. Se, infatti, questi rifiuta alla radice le finalità dell’Onu, Wolfowitz appoggia l’idea che i Paesi avanzati debbano usare le proprie risorse per promuovere democrazia e prosperità nei quattro angoli del pianeta. Certo, Rubin non nasconde le molte e severe critiche a Wolfowitz per gli errori politici e militari compiuti in Iraq. Ma, evidenzia, si tratta di rilievi “sui mezzi non sulle motivazioni”. Queste ultime sono “lodevoli e in linea con la tradizione di idealismo in politica estera, che appartiene ad entrambi i partiti”. Per quanto riguarda poi i timori sull’unilateralismo di Wolfowitz, Rubin spiega che questa preoccupazione ha senso quando si ha a che fare con la sfera militare. “E’ in questo campo che gli Stati Uniti hanno una tale soverchiante potenza per cui l’azione unilaterale è un’opzione realistica”. Quando, però, si parla di programmi di sviluppo, “il multilateralismo è l’unica opzione possibile”.

    25 marzo 2005

    gisotti@iol.it
    "


    Shalom

 

 
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