Chi predica in Italia la necessità di ritornare alla tradizionale
alleanza con l’asse franco-tedesco farebbe bene a occuparsi di quanto accaduto al vertice Ue-America latina (28 maggio, Guadalajara).
Gerard Schröder e Jacques Chirac hanno tentato una manovra spregiudicata e per nulla europeista, che avrebbe costituito un passo quasi decisivo per l’ingresso della Germania come membro stabile, con diritto di veto, nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Mentre in tutti i continenti vi sono rivalità tra i paesi candidati a entrare nel Consiglio, con veti incrociati (Brasile contro Argentina e Messico, Giappone contro India e contro Australia e viceversa), in Europa dovrebbe essere scontata un’azione comune per affiancare a Cina, Russia, Usa, Francia e Gran Bretagna, il rappresentante dell’Ue. Ma non è così, perché Schröder e Chirac hanno siglato un accordo per fare entrare solo la Germania. Una posizione anticomunitaria, che dà uno spessore preoccupante alle parole di Jacques Chirac nei confronti dei nuovi membri favorevoli alla guerra in Iraq (“Hanno perso un’occasione per tacere”).
Forti del potere contrattuale nei confronti degli Stati Uniti, in occasione della votazione della risoluzione Onu sull’Iraq, Chirac e Schröder si sono garantiti una certa tolleranza da parte di Washington e hanno stretto un accordo diplomatico, un patto di sindacato, con Giappone e Brasile, per assicurarsi mutua assistenza.
Il loro progetto è fare entrare nel Consiglio Berlino, Tokyo e Brasilia.
La scelta dimostra come Chirac e Schröder si preoccupino solo delle loro posizioni di potenza nazionale e non condividano la priorità della lotta al terrorismo islamico: l’opzione Giappone (valida sotto il profilo economico, l’unico metro di giudizio dei due) escluderebbe l’India, la nazione più importante al mondo nella lotta al fondamentalismo islamico (è il secondo paese musulmano del pianeta).
Questa strategia è però stata fermata a Guadalajara: sotto la discreta regia della delegazione italiana, guidata dal ministro degli Esteri Franco Frattini, si è creato un asse antagonista, imperniato sui due paesi che ambiscono parimenti a entrare nel Consiglio e che mal tollererebbero un’egemonia brasiliana sull’America Latina (Argentina e Messico, cui si è aggiunto l’Uruguay).
Grazie a un’apparentemente neutra manovra sul testo della risoluzione, il capoverso che dava legittimità alla candidatura della Germania è stato abolito dal documento finale e la guerriglia diplomatica sul tema è stata rinviata a nuova data.
Che cosa può fare l’Italia per il medio oriente?
Se ne è parlato
in un seminario organizzato il 31 maggio a Roma dall’Istituto per le Relazioni tra l’Italia e i Paesi dell’Africa, America Latina, Medio ed Estremo oriente (IPALMO), con Limes e il Centro Volta.
Tra i partecipanti: Sari Nusseibeh, rettore dell’Università al Quds di Gerusalemme, il capogabinetto del segretario della Lega araba, Youssef Hesaham.
Obiettivo: trovare una strategia che nel brevissimo termine (prima del passaggio di poteri del 30 giugno in Iraq) possa creare una convergenza tra le posizioni occidentali e quelle araboislamiche.
Il presidente dell’Ipalmo, Gianni De Michelis, intervistato sul seminario da al Hayat (e dal Foglio), parla di soluzione Brahimi 1 e 2.
La prima è l’insediamento del governo provvisorio iracheno.
La seconda è la nuova risoluzione dell’Onu.
Ma “ci vuole una soluzione Brahimi 3: coinvolgere i governi della regione, entro il 30 giugno”.
Gli spunti emersi dal seminario saranno una delle basi di lavoro della Farnesina in vista del G8 e del vertice Nato a Istanbul.
La Lega araba è l’interlocutore primo e indispensabile, ma la presenza di Nesseibeh (che a porte chiuse ha detto: “I miei amici si arrabbieranno, ma il problema è che tra i 22 paesi arabi non c’è ancora nessuna democrazia”) testimonia il desiderio italiano di ascoltare le voci “riformiste” del mondo arabo. “E’ necessario anche tentare di coinvolgere truppe di paesi arabi e islamici”. L’Italia prova almeno a tenere aperto il canale di comunicazione.
saluti




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); si potrebbe proporre il trasloco dal Mediterraneo a favore del Golfo del Messico.