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Roma. Moqtada al Sadr ha ordinato ai suoi miliziani di abbandonare Najaf: siamo dunque all’ultimo atto della tentata insurrezione sciita iniziata il 6 aprile scorso e che ieri ha preso definitivamente atto del fallimento.
Paul Bremer e l’esercito americano, nonostante gli errori compiuti,
registrano così una vittoria sostanziale sul terreno, che si affianca a quella, ugualmente contrastata, conseguita contro il parallelo
tentativo sunnita di rivolta baathista a Fallujah.
Due forti movimenti insurrezionali sono stati tentati e hanno fallito
nelle zone più calde dell’Iraq; ha tenuto invece l’efficacia dell’azione militare e soprattutto il progetto politico di formazione
di un governo iracheno in grado di assumere la piena sovranità il 30 giugno.
Non è stata innescata una guerra civile sunnita e sciita (questa è stata una delle tante valutazioni sbagliate che hanno portato
l’Ulivo italiano alla sua richiesta intempestiva di ritiro del contingente italiano) e si è imposta una logica tutta politica, di costruzione di istituzioni rappresentative. Questo non vuol dire naturalmente che sia stata bloccata l’attività terroristica che continua a Baghdad e altrove e che oggi vede incrementarsi
anche gli assassinii mirati di personalità politiche rappresentative. Si è però consolidata una prassi che obbliga tutte le tensioni politiche, etniche e sociali a esprimersi dentro una cornice di confronto politico e questo inizia ad avvenire anche sul territorio. Ieri, ad esempio, si è tenuta una grande manifestazione di alcune
migliaia di persone a Bassora in cui i rappresentanti di varie
forze politiche – l’Iraqi National Accord (il cui leader è il premier Iyyad Allawi), gli Hezbollah e il Dawa – hanno contestato l’amministrazione politica locale controllate da Salim Matshar al Taqi e Hasn al Rashid, espressione delle Brigate Badr, braccio armato del più grande partito sciita, lo Sciri.
Manifestazione tanto combattiva politicamente, quanto pacifica e controllata non solo dal contingente britannico ma anche da 500 poliziotti iracheni.
Tre paesi islamici pronti ad aiutare Baghdad
In realtà, però, le tensioni, che sicuramente aumenteranno nel prossimo periodo, non sono soltanto legate al piano interno, ma soprattutto a quello internazionale, a partire dalle sempre più evidenti ingerenze dell’Iran (che ha già sponsorizzato Moqtada al Sadr), anche se le conseguenze benefiche dell’approvazione dell’ultima risoluzione dell’Onu iniziano a concretizzarsi. L’Organizzazione della conferenza islamica ha infatti riconosciuto di fatto il prossimo governo iracheno e, dato ancora più importante, non ha assolutamente condannato la presenza militare delle forze della Coalizione in Iraq.
In questo contesto, indiscrezioni attendibili indicano che ben tre paesi islamici (Pakistan, Marocco e Tunisia) sarebbero già disposti a inviare loro contingenti militari a Baghdad, segnando quindi una svolta fondamentale, che legittima, di fatto, l’intera forza militare multinazionale.
Non per la prima volta, dall’Iran vengono inviati a Baghdad segnali tutt’altro che confortanti.
Il giornale saudita al Sharq al Awsaat ha rivelato ieri infatti che Teheran sta ammassando sue truppe al confine meridionale tra Iraq e Iran, e che continua l’infiltrazione di agenti segreti iraniani nel sud sciita iracheno, già autorevolmente denunciata un mese fa dallo stesso ayatollah Ali al Sistani, che ha protestato violentemente.
E’ questa una palese provocazione, motivata, secondo fonti ufficiose iraniane, dalla preoccupazione che gli Stati Uniti stiano pianificando un attacco militare contro l’Iran a partire proprio dallo Shatt el Arab (esattamente come fece Saddam Hussein nel 1980). Naturalmente questo incremento della tensione è collegato all’imminente scadenza irachena del passaggio dei poteri del 30 giugno, ma anche, e in maniera palese, con il crescere dell’isolamento internazionale del regime degli ayatollah, conseguente ai controlli che l’Agenzia atomica internazionale, presieduta da Moahmmed ElBaradei, ha effettuato nei siti nucleari iraniani.
Le ispezioni hanno dimostrato come siano leciti i sospetti che gli impianti vengano usati anche per scopi militari, per dotare il paese di una bomba atomica. L’Aiea ha così predisposto una mozione che giudica del tutto inadeguata la collaborazione delle autorità iraniane nel monitoraggio degli effettivi programmi nucleari in cantiere e chiede di rivedere alcuni progetti che possono essere finalizzati anche a scopi militari.
La reazione delle autorità iraniane è stata rabbiosa.
La mozione dell’Aiea è stata seccamente rigettata dal presidente iraniano Mohammed Khatami, che ha accusato Washington di indebite pressioni, e che si è spinto sino a criticare l’Europa, e in particolare proprio Francia, Germania e Gran Bretagna (da sempre favorevoli al dialogo con gli ayatollah, il che è stato occasione di polemiche con Washington) di “violare i diritti dell’Iran”.
saluti




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