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  1. #51
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    Predefinito tratto da LA REPUBBLICA 2 maggio 2005

    Secondo l'istituto di statistica, l'aumento su base annua è del 3,5%, +0,2% su febbraio. Nel primo trimestre 2005 +3,6%

    Istat, le retribuzioni a marzo crescono più dell'inflazione

    Sono in attesa di rinnovo contrattuale il 41,9% dei dipendenti
    A gennaio perse per conflitti 148.000 ore, -8,1%

    ROMA - Le retribuzioni contrattuali a marzo crescono più dell'inflazione: secondo le rilevazioni Istat, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, la crescita è del 3,5%, mentre su base mensile l'aumento è pari allo 0,2% (l'inflazione a marzo era all'1,9%). Nel periodo gennaio-marzo 2005, rispetto al corrispondente periodo dell'anno precedente, la crescita - spiega ancora l'istituto di statistica - è del 3,6%.

    L'Istat ricorda inoltre che sono in attesa di rinnovo del contratto il 41,9% dei dipendenti. Nel settore industriale hanno inciso sugli incrementi congiunturale gli aumenti tabellari previsti dai contratti della ceramica e dell'edilizia. A marzo è stato infine ratificato il nuovo contratto per i dipendenti delle case e istituti di cura privati. Inoltre i dipendenti dei trasporti e della Rai hanno percepito importi una tantum a copertura dell'ultimo periodo di vacanza contrattuale.

    Secondo l'Istat, se nell'anno in corso si firmeranno alcuni contratti (sono scaduti da mesi, tra gli altri, i contratti del pubblico impiego e dei lavoratori metalmeccanici) l'indice "sarà superiore al 3%" alla fine del 2005.

    Guardando ai vari settori, in agricoltura l'aumento delle retribuzioni contrattuali è stato in media del 5,9%, mentre nell'industria a fronte di un aumento medio del 3,4% si è registrato un aumento dell'1,4% nel settore metalmeccanico e dello 0,8% nell'energia ma del 5,8% nella gomma e del 4,9% per i tessili.

    Nell'edilizia l'aumento medio delle retribuzioni è stato pari al 7,8% mentre nel commercio, pubblici esercizi ed alberghi è stato del 5,3% (6,2% per il commercio e 2,5% per i pubblici esercizi). Incrementi sostenuti anche per i servizi alle imprese (+4,8%) e per i servizi alle famiglie (+5%) mentre il credito e le assicurazioni hanno registrato un aumento di appena l'1,2% (+0,8% il credito, +5,6% le assicurazioni).

    L'Istat ha infine reso noti i dati sui conflitti di lavoro, aggiornati a gennaio: nel primo mese del 2005 si è registrato un calo delle ore perse per sciopero dell'8,1% (le ore non lavorate per conflitti sono state 148.000; il 65,5% sono dovute a rivendicazioni economico-normative).

  2. #52
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    Predefinito Re: trtato da L'OPINIONE 18 febbraio 2005

    Originally posted by nuvolarossa
    L’Italia rientra nel nucleare



    La sinistra innalza il solito piagnisteo per gli alti tassi d’inquinamento atmosferico e chiede di bloccare la circolazione in tutta Italia. Ma il governo passa dalle parole ai fatti: l’Enel acquista una centrale nucleare in Slovacchia ed in questo modo garantisce al nostro paese una fonte di approvvigionamento di energia pulita in perfetta linea col protocollo di Kyoto.
    Il governo Berlusconi-bis ha poi messo in agenda qualcosa sul nucleare o si trattava forse delle solite pugnette inconcludenti?

  3. #53
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    Predefinito tratto da IL GIORNALE Di Vicenza 6 maggio 2005

    LE PARTI SOCIALI.
    Critiche anche da Ugl e agricoltori Cia
    Confindustria: primo passo I sindacati restano scettici

    ROMA - Incassato il sì del Senato al decreto - il ricorso al voto di fiducia ha fatto piazza pulita dei 1.300 emendamenti - il governo incassa anche l’approvazione della Confindustria, che saluta con soddisfazione il primo passo verso il varo del provvedimento sulla competitività. E mentre il ministro dell’Economia Domenico Siniscalco frena sull’ipotesi caldeggiata dal premier Silvio Berlusconi di anticipare il Dpef e la Finanziaria a giugno, dai sindacati si levano voci critiche.
    Secondo la Cgil, il decreto è addirittura «contro la competitività», e contiene «misure inconsistenti sul piano quantitativo, oltre che inutili e dannose per le vere emergenze del Paese: le sfide competitive, la selettività degli investimenti, il Mezzogiorno, l’occupazione e gli ammortizzatori sociali continuano a essere ferite aperte a rischio perenne di putrefazione». Il segretario della Cisl Savino Pezzotta punta l’indice contro l’insufficienza delle risorse, e Adriano Musi della Uil parla di «un provvedimento sbagliato con fiducia usata male». Insoddisfatta anche l’Ugl, che critica il voto di fiducia: «In una democrazia parlamentare», dice il vicesegretario Renata Polverini, «ci dovrebbe essere spazio per la discussione. Non siamo convinti che tutte le misure vadano nella direzione giusta. D’altra parte, la discussione con il sindacato non è stata esaustiva».
    Per la Confederazione italiana dell’agricoltura, il decreto - spiega il presidente Giuseppe Politi - «non risolve i problemi delle imprese agricole e non è in grado di fornire una decisa spinta per una ripresa dello sviluppo e ridare slancio al “made in Italy” sui mercati mondiali». Così, dice, tutto questo «non fa che alimentare le preoccupazioni degli imprenditori agricoli che già devono fare i conti con redditi in calo, prezzi sempre più stracciati, costi contributivi e indebitamento bancario in costante crescita e con un’allarmante perdita di competitività».
    La Confindustria, invece, promuove il decreto: «È un passaggio positivo», commenta il direttore generale Maurizio Beretta, «che va integrato con una drastica riduzione dell’Irap». Nel testo, dice Beretta, vengono fatte alcune «scelte importanti in direzione di una maggiore competitività al sistema italiano delle imprese». Beretta auspica tuttavia «interventi in profondità sull’Irap, che pesa sui costi, un rafforzamento degli strumenti per le fusioni tra piccole e medie imprese, per creare una realtà che abbia le condizioni per competere sui mercati globali» e sottolinea l’esigenza di «interventi concreti sugli oneri impropri sui costi del lavoro, dando tempi rapidi al tavolo aperto dal ministro Maroni». Positivo anche il giudizio della Coldiretti soprattutto per quanto riguarda la parte relativa alla stabilizzazione del regime speciale dell’Iva.

  4. #54
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    Predefinito tratto da L'OPINIONE 7 maggio 2005

    Il governo e l’eredità dei debiti del passato

    di Giancarlo Colombo

    La situazione italiana ha due paletti, non solo severi formalmente: le valutazioni dell’Ue e della Corte dei Conti che si è appena pronunciata con le sue riserve di prospettiva, se non interverranno cambiamenti. L’Italia ha due pesi ereditati dal passato: il debito pubblico e il vincolo del rapporto Pil/ debito pubblico. Con interventi una tantum il vincolo del 3% bon gré, mal grè è stato rispettato ed è un grosso atout nelle mani del Ministro dell’economia. In mancanza di congiuntura favorevole, l’Italia “deve” ridurre il debito e non volendo la maggioranza aumentare le imposte da devolvere alla diminuzione del debito, ricorre al mercato con la cessione di immobili pubblici da riconvertire al mercato come pure di pacchetti azionari di Eni ed Enel aziende molto appetibili per gli utili che stanno producendo. Diventò palese che il rapporto tra debito pubblico e immobili a vario titolo dello Stato era del 20/25% quindi il debito era garantito da 4 a 5 volte. Lo Stato aveva contratto un mutuo con se stesso. Nel frattempo il valore del debito pubblico è sceso da 126% a circa il 105% del Pil. Un 20% in meno dalla cifra massima raggiunta del 126% e gli immobili dello Stato continuano ad avere valore in linea con l’inflazione effettiva. Se la maggioranza riesce ad esprimere una finanziaria che proietti le sue linee strategiche nei prossimi tre anni, meglio a medio termine, è fatta nel senso che scendiamo finalmente sotto il valore del 100% e puntiamo sul massimale del 60% dove sono attestati i parametri di Maastricht. Le preoccupazioni della Corte dei Conti e dell’Ue più che legittime riguardano il fatto che non si debba attraverso lo sforamento del rapporto 3% far risalire il debito. La rivalutazione degli immobili, la loro trasformazione per fini reddituali creano nuovi parametri di ricchezza introducendo meccanismi virtuosi al posto di quelli assistenziali tradizionali. Ci sarebbe un’altra misura per la rimessa in moto dell’economia: la valvola delle assicurazioni per malattia e infortuni. L’allungamento delle speranze di vita per e persone dovrebbe consentire di sforare il limite dei 75 anni oltre il quale nessuno viene assicurato. Lo stesso dicasi per i mutui immobiliari che si fermano come parametro ai 75 anni. L’allungamento delle concessioni su terreno demaniale – proposta Tremonti –faciliterebbe le banche a concedere crediti a coloro che ristrutturano – nel rispetto delle leggi – le attività turistiche. E poi evitare la rigidità delle ferie ad agosto, cercando tutte le vie per distribuire le ferie nell’arco dei 365 giorni. Se questo concetto fosse accettato le aziende avrebbero un dipendente in più per ogni dodici dipendenti, pari all’8% in più perché un dipendente su tredici sarebbe sempre in ferie. Utopie? Il recupero del debito pubblico e il rispetto sostanziale e non formale di Maastricht impone misure innovative e pluriennali come è stata pluriennale la formazione del debito pubblico. Se si consente al calcio distribuire i debiti con il fisco nell’arco trentennale, in modo che il fisco possa cartolarizzarne i crediti perché non cartolarizzare anche tanti altri debiti di altre aziende produttive?

  5. #55
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    Governabilità e crisi/Una situazione che ha la sua origine anche nei più diversi protezionismi

    Corporazioni, uno dei mali storici di questa Italia

    di Giovanni Pizzo

    Superata la fase acuta della crisi di Governo, credo sia opportuno fare una riflessione a "freddo" sulle ragioni della crisi di governabilità del Paese. Essa ha origini ben più complesse di quanto non sia apparso in queste settimane; la batosta elettorale di aprile è stata il catalizzatore che ha fatto scaricare una tensione latente sulla coalizione di Governo. Le ragioni della crisi vanno ricercate nel nuovo "dualismo" economico che sta spaccando sempre più il Paese e crea pericolose contrapposizioni territoriali e sociali. Noi lo abbiamo descritto con l'immagine dello "tsunami" (la globalizzazione e l'euro forte) che investe chi sta sulla costa (le imprese sottoposte alla concorrenza) e che vi deve far fronte con sacrifici, distruzioni ed arretramenti, mentre su, in collina, si mantengono lussi e privilegi al riparo dei protezionismi e dei corporativismi, approfittando dei guai altrui.

    L'economista e sociologo Mancur Olson, in un libro del 1982, ha sviluppato una interessante tesi sulle ragioni per le quali Paesi, che hanno avuto performance economiche notevoli, da un certo momento in poi, entrano in una spirale di stagnazione e decadenza. E' una sindrome che colpisce i paesi che hanno goduto per decenni di pace e continuità dell'assetto politico – istituzionale; questa continuità, però, fa prosperare quelle che Olson chiama "coalizioni distributive", gruppi di pressione potenti interessati non allo sviluppo ed all'ampliamento delle risorse disponibili, ma all'accaparramento ed alla distribuzione delle risorse esistenti. Questi gruppi, col tempo, diventano più forti e acquisiscono maggiore capacità di condizionamento della politica, fino a bloccare lo sviluppo. Non è difficile adattare la tesi di Olson al caso italiano. Per oltre un sessantennio la pace e la continuità istituzionale hanno fatto crescere e consolidare corporazioni potenti a vario livello (banche, medici, farmacisti, notai, commercianti, università, tassisti, pubblico impiego, ecc.) interessate solo a "consumare" anziché produrre. Il fenomeno "Berlusconi" sembrò rappresentare quella "discontinuità" che avrebbe potuto sconfiggere l'Italia corporativa. Di fronte agli evidenti disastri che lo tsunami stava producendo, il progetto di Berlusconi, sia pure in modo confuso, contraddittorio e senza un chiaro ed organico disegno strategico, ha comunque individuato l'unica strada possibile per mantenere il Paese nel novero di quelli più avanzati: liberare tutte le energie, slegare i lacci e laccioli dell'imponente apparato pubblico, farlo dimagrire e lasciare ai cittadini più iniziativa in campo economico. Le scorciatoie di tipo protezionistico per la difesa dell'attuale assetto produttivo potranno (forse) far vincere qualche elezione, ma, per la ferrea legge dei vasi comunicanti, porterebbero, prima o poi, i salari italiani al livello di quelli dei paesi emergenti e concorrenti.

    Ma l'Italia corporativa è molto potente. Sin dall'inizio della legislatura sono partiti i "tarli" che hanno cominciato a lavorare sulle parti più "molli" della quercia berlusconiana. Si è lasciato dissipare l'irruenza iniziale contro provvedimenti che forse erano più "centrali" per il Premier ma che non intaccavano gli interessi concreti delle corporazioni; quando si è passati a questi, le cose sono cambiate. Dal provvedimento sul risparmio, con le connesse vicende che hanno portato al siluramento del Ministro Tremonti, al progetto di riordino delle professioni (da una riforma liberale si è approdati ad una contro riforma), alle norme sui servizi pubblici locali, passando per le varie leggi finanziarie è stato un crescendo di dimostrazione della vigile presenza delle corporazioni. I repubblicani, che hanno sempre avuto come riferimento le sorti del Paese e dei suoi giovani, e non effimeri consensi elettorali o sostegni da questa o quella corporazione, hanno sostenuto lealmente il progetto di liberalizzazione proposto dalla CdL, considerandolo l'unica strada possibile. Nei pochi mesi che restano della legislatura, la CdL dovrà affrontare un drammatico dilemma: proseguire l'attuazione di quel progetto, isolando le parti consumate dai "tarli" o rassegnarsi al progressivo autologoramento, consegnando l'Italia al centrosinistra che molto difficilmente vorrà continuare nel processo di liberazione dell'economia dal quale dipendono le speranze dei nostri figli di avere lo stesso tenore di vita che abbiamo avuto in passato. I repubblicani, comunque proseguiranno nel solco tracciato e si batteranno per una economia liberale ma non "liberista", regolata ma non "pianificata", per restare nel gruppo delle moderne democrazie occidentali.

  6. #56
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    Predefinito tratto da L'OPINIONE 17 settembre 2005

    Istat, aumentano le esportazioni del 6,3 per cento

    di Massimiliano Fazzino

    L’economia italiana comincia a manifestare qualche segnale di ripresa. Cenni troppo blandi per essere considerati la prova dell’inversione di tendenza del trend di recessione degli ultimi mesi, ma sufficienti a motivare un cauto ottimismo. Secondo una recente pubblicazione dell’Istat, nel primo semestre del 2005 le esportazioni sarebbero infatti aumentate del 6,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un incremento che, nello specifico, è stato pari al 5,6% verso i Paesi europei ed al 7,4% verso l’area extra-Ue. E che ha interessato tutte le ripartizioni territoriali con una sorpresa; sono le isole maggiori a fare la parte del leone nell’aumento delle vendite. Il più 45,1 per cento della Sardegna, è dovuto soprattutto alle vendite dei prodotti petroliferi raffinati, dei prodotti chimici e dei metalli e prodotti in metallo. Mentre il 21,7 per cento della Sicilia è dipeso dalla vendita dei prodotti petroliferi raffinati, da quelli chimici e le fibre sintetiche ed artificiali. In generale, le variazioni più positive con l’estero si sono registrate verso la Russia, i paesi Efta e del Mercosur. Mentre all’aumento delle vendite del made in Italy nell’area dell’Unione Europea hanno contribuito soprattutto gli scambi con Francia e Spagna. In leggera diminuzione le vendite verso la Cina ed, in percentuale minore, verso gli Usa. E proprio per rilanciare il “Made in Italy” anche negli Stati Uniti, a partire dal 20 settembre la produzione italiana sarò in vetrina nei magazzini Saks, negli Stati Uniti. Un’iniziativa promossa dal ministero delle Attività produttive e dall’Istituto per il commercio estero che si concluderà a Natale. E che, secondo il viceministro Adolfo Urso, permetterà di “chiudere l’anno con un rialzo tra il 13% e il 15%” delle esportazioni anche verso gli Usa.

  7. #57
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    Intervista a Giorgio La Malfa/L'emergere di nuovi mercati e la stagnazione europea

    Quel nodo che lega sviluppo e benessere sociale

    Questa intervista al presidente del Pri Giorgio La Malfa, a cura di Sergio Valzania, è andata in onda sul gr1 per la rubrica "La città degli uomini" il 24 settembre scorso.

    La tradizione vuole che la politica estera prevalga su quella interna. La politica estera è quella importante. Ci domandiamo: è ancora vero? E se la risposta è sì, quali sono le grandi questioni che agitano il mondo, quelle con le quali i nostri politici debbono misurarsi?

    Certamente la prima terribile questione è il terrorismo, che è un tipico fenomeno internazionale. Siamo abituati a considerare il terrorismo come una faccenda interna di ogni singolo Paese, come le Brigate rosse per l'Italia o il terrorismo nero degli anni ‘70. O per gli altri Paesi: come l'Irlanda, l'Inghilterra, la Spagna con i Paesi Baschi. Oggi il terrorismo è un fenomeno che si intreccia profondamente con la politica estera. Ci si deve interrogare se ci siano soluzioni non militari al terrorismo, se ci siano soluzioni politiche al problema israelo-palestinese che possano influire, se l'esportazione della democrazia nei Paesi arabi possa essere una via per combattere il terrorismo. Certamente la prima grande questione internazionale è quella.

    Il terrorismo è un sintomo o è un problema in sé?

    Personalmente credo che questa sia una questione aperta ed è anche uno dei discrimini politici aperti nel dibattito del nostro Paese. Penso che il terrorismo non dipenda dalla povertà nel mondo o dalla mancata soluzione al problema israelo-palestinese, bensì dal terrorismo stesso, dal fatto che ci sono dei gruppi che vogliono destabilizzare il mondo. Così come le Brigate rosse non dipendevano dall'ingiustizia dello Stato, ma dal fatto che pensavano di poter sovvertire l'ordine politico. Volevano determinare una rivoluzione nel Paese e lo facevano per una ragione ideologica. Così il terrorismo islamico è un terrorismo che punta a creare un diverso equilibrio nel mondo, a cominciare dai Paesi arabi stessi. Così come le Brigate rosse puntavano a cambiare il Partito comunista prima ancora dello stato borghese, così in un certo senso il terrorismo islamico pensa che il problema sia il regime arabo-saudita, il regime egiziano, che sono considerati troppo vicini all'Occidente. Ho visto la marcia della pace ad Assisi… chi può essere contrario alla pace? Si pensa che la politica estera possa essere risolta con il dialogo. Certo il dialogo è importante, ma molto spesso serve anche la fermezza.

    E la fermezza che cosa significa? Cosa richiede all'Italia?

    Come è noto, io ho condiviso la decisione americana di tentare l'esportazione democratica in Iraq. Sono convinto che in fondo i Paesi democratici non fanno la guerra. E' molto più difficile portare un Paese democratico a fare la guerra ed è certamente difficilissimo fare una guerra di aggressione. Quindi, se uno dice che cambiando il regime iracheno c'è la speranza di un mutamento, secondo me fa un'affermazione che ha un fondamento. Vedo delle conferme a questo: dopo la guerra dell'Iraq sono cambiate molte cose in Medioriente, in Nordafrica, in Libia, l'atteggiamento della Siria, le elezioni in Egitto, che sono un primo formidabile passo. Lo stesso ritiro di Israele da Gaza, che è un fatto di importanza storica dopo 38 anni di occupazione, a mio avviso avviene per due ragioni: da un lato la fermezza con la quale Israele ha combattuto il terrorismo, il muro, la volontà di non cedere davanti al terrorismo; e dall'altro le condizioni internazionali: non avere in Iraq possibili basi di attacco nei confronti di Israele li ha un po' rassicurati. Spero che un giorno anche la situazione iraniana possa cambiare in questo stesso senso.

    Esistono concezioni o visioni diverse del mondo nella sua globalità. Adesso c'è chi parla di conflitto di civiltà e chi rifiuta questa formula. Lei dove si situa?

    Non amo il conflitto di civiltà. I libri di Oriana Fallaci sono per certi aspetti interessanti, ma non li condivido fino in fondo. Insomma, l'Occidente non può sentirsi in guerra e dichiarare una guerra. E' certamente attaccato, ma non dalla civiltà islamica. E' attaccato, secondo me, da minoranze, come sono questi gruppi terroristici, ma anche da gruppi di integralisti islamici. Però non lo considererei un conflitto inevitabile, quello tra l'Islam e l'Occidente. Considero inevitabile che l'Occidente si difenda dal terrorismo islamico.

    Che quindi considera molto diverso da…

    Che secondo me si cura con la democrazia islamica, fino al giorno in cui in molti Paesi arabi ci sarà una vita democratica e uno sviluppo economico degni di questo nome. In realtà sono Paesi che prevalentemente non si sviluppano. Se ci fosse lo stesso sviluppo in Iraq o in Algeria o in altri Paesi, lo steso sviluppo cui si assiste in India o in Cina, probabilmente anche il fenomeno terroristico si ridurrebbe.

    Vorrei chiedere all'onorevole La Malfa, visto che ha aperto lui il fronte cinese e quello indiano, quanto sono un pericolo per il nostro sistema di vita questi nuovi orizzonti dell'Asia, questo nuovo sviluppo frenetico dell'economia asiatica mentre noi siamo piuttosto sul "fermino".

    Da un certo punto di vista, l'Occidente sta restituendo quello che ha preso con il colonialismo. Noi ci illudiamo che la ricchezza dell'Occidente sia soltanto dovuta al lavoro dell'Occidente. E' dovuta anche alle grandi ricchezze portate ad esempio dalla colonizzazione dell'India da parte dell'Inghilterra. O dall'occupazione della Cina. Se uno va a Shanghai vede il quartiere delle Legazioni che sembra ancora un pezzo di Germania o di Europa occidentale costruita dal dominio delle potenze. Quindi, da un certo punto di vista, quello che sta avvenendo è una giustizia, per come la vedo io da economista; dall'altro è un fenomeno transitorio, nel senso che lo sviluppo economico dei Paesi in via di sviluppo, come è stata l'Italia 50 anni, fa comincia con le esportazioni e continua con i consumi interni. Noi 50 anni fa abbiamo invaso l'Europa dei nostri frigoriferi, delle nostre scarpe, delle nostre automobili. Poi ad un certo punto il miracolo produttivo italiano degli anni ‘50 è diventato il miglioramento del tenore di vita dei lavoratori e dei ceti medi italiani; e a quel punto è finito l'avanzo della bilancia dei pagamenti. La Cina comincia oggi come grande Paese esportatore e continuerà nei prossimi 30 anni come grande paese consumatore. E a quel Paese consumatore forniranno prodotti non solo la Cina e le imprese cinesi, ma probabilmente anche quelle europee o italiane. Quindi, io sono molto fiducioso sul fatto che questi problemi non siano destinati a portare impoverimento. Per fortuna la ricchezza complessiva del mondo, o di un paese, non è una nozione statica: cioè non ce n'è una quantità che, o la prende uno, o la prende un altro.

    Può crescere?

    Può crescere, e cresce, e quindi c'è spazio per tutti e due. L'aggiustamento, però, sarà doloroso e molto concentrato nel tempo, perché la Cina è un enorme Paese che cresce al 7-8%. Finché a crescere del 7% era l'Italia - che ha 58 milioni di abitanti - è una cosa; quando ci fu la crescita del Giappone - che ne ha 100 milioni - in America se ne accorsero negli anni ‘70, e dunque si parlò dell'invasione giapponese. Oggi questa non c'è più e la Cina ha un miliardo di persone, quindi l'invasione è un'invasione più consistente, però si riequilibrerà con il tempo.

    L'aggiustamento sarà concentrato e doloroso?

    Concentrato e doloroso .

    Siamo in grado di sopportarlo questo dolore?

    Dovremmo. Ho capito che sarà doloroso per noi mentre per loro andrà bene. Non c'è dubbio, sarà doloroso perché dobbiamo restituire una parte di quello sviluppo che abbiamo realizzato per effetto del commercio internazionale o per effetto del prezzo delle materie prime. Il prezzo sarà più alto se l'Italia non si saprà muovere su un'altra frontiera. Se noi pensiamo di poter continuare ad esportare le scarpe o i prodotti tessili, sarà molto difficile. Se però incorporiamo dentro ai nostri prodotti delle caratteristiche di innovazione, allora la prospettiva è diversa. Insomma, qui ci si deve muovere in fretta: e l'Italia, invece, non si muove.

    Come mai non si muove?

    L'Italia non si muove perché non ha capito per tempo quello che stava succedendo. L'Italia politica ha un ritardo culturale che fa paura. Questi problemi di oggi non sono i veri problemi. Non è il problema cinese che ormai ha dieci anni, mentre il problema della fine del miracolo economico italiano è vecchio di 40 anni. Si vedeva alla fine degli anni ‘60, quando finì la parità del dollaro e aumentò il valore del petrolio per la prima volta: in quell'epoca l'Italia doveva capire che bisognava spostarsi più avanti.

    Le faccio un esempio: l'Italia ha deciso di uscire dall'energia nucleare nel momento in cui il petrolio aumentava di prezzo. Vale a dire, proprio nel momento in cui era indispensabile sostituire il petrolio per mettere in condizione l'industria italiana di competere con costi emergenti. In quel momento uscimmo, per delle ragioni che possiamo spiegare: la paura di Chernobil, un certo spirito per cui il nucleare si identifica con la guerra. L'Italia è un Paese pacifista, impregnato di una cultura che è la somma di quella cattolica e di quella comunista, che ne ha fatto un Paese che non ha senso nazionale, secondo me. Questo lo dico, anche se è una affermazione molto pesante. L'Italia paga il prezzo dell'incontro tra la cultura cattolica con quella comunista che l'ha caratterizzata per 50 anni. Oggi avrebbe bisogno di una cultura liberale e non sa chi ne sia portatore.

    Io tornerei sul discorso di che cosa può esportare l'Italia, perché alcuni sostengono che questo dovrebbe essere un momento fortunato per le esportazioni italiane, che hanno la tradizione di basarsi sulla capacità di aggiungere valore piuttosto che sulla materia prima. Cioè è un periodo nel quale l'esportazione di prodotti basati sulla materia prima non fa più parte delle economie più avanzate, mentre invece si esporta know-how. L'Italia però non sembra assolutamente in grado di approfittare di questo momento nel quale si producono cose che hanno meno bisogno di materie prime.

    La ragione è il ritardo nella ricerca scientifica e la scomparsa delle grandi imprese industriali, perché la ricerca nell'impresa richiede delle opportune dimensioni. Una grande impresa può permettersi ricerca. Uno dei dati dei confronti internazionali dell'Ocse e dell'Unione Europea, mostra che l'Italia ha più o meno la spesa pubblica che hanno gli altri Paesi in rapporto al reddito nazionale: così l'1 e qualcosa per cento, spendiamo noi, e spendono gli altri. Dove è fortissimo il divario è nella spesa delle imprese in ricerca scientifica, che in Italia è la metà o poco meno della metà degli altri grandi paesi dell'Ocse. Perché? Una delle spiegazioni è che la struttura industriale italiana è fatta di piccole e piccolissime imprese (la media delle imprese di Confindustria non arriva a 15 dipendenti). In quel tipo di imprese è molto difficile fare ricerca scientifica perché non ci sono le risorse. Magari ci sono alti profitti unitari, però così facendo non puoi guardare troppo al domani. Quindi la crisi italiana è questa, ed è anche legata alla crisi e alla debolezza dell'università. La società dovrebbe avere un cambiamento culturale molto profondo. L'Italia ha bisogno di una rivoluzione culturale vera, che deve portarla ad abbandonare alcune delle grandi idee storiche di questo Paese che sono basate verso una certa antipatia verso il mercato, verso il capitalismo, una visione per cui lo Stato è meglio dell'impresa privata, il profitto è un male. Ricordo ancora quando papa Wojtyla diceva che il profitto va condannato. Insomma, lei immetta in un mondo, che è altamente competitivo, dosi di una filosofia anticapitalistica così forte come quella che ha caratterizzato l'Italia per 40 anni: ed ecco che abbiamo un Paese che si trascina dietro le conseguenze di tale visione.

    Ecco, io vorrei fare (sono qui apposta) un'obiezione radicale a questa tesi così disegnata dall'onorevole La Malfa. In fondo, se noi dobbiamo fare la concorrenza ai cinesi, immaginando di leggerla sul piano industriale, non ce la possiamo fare: un cinese è pronto a lavorare per un centesimo di quanto guadagna un italiano. Se il gioco è questo, lo perderemo per forza.

    Qui torno al concetto che ho già detto: il cinese lavorerà per un centesimo di quanto guadagna un italiano, ma per 5, 6 o 7 anni. Poi avranno i sindacati, avranno quella pressione per cui, quando una impresa guadagna molto, avrà anche la possibilità di pagare meglio i suoi lavoratori. Il sistema politico cinese si articolerà. Arriveranno dei partiti politici che chiederanno ad un certo punto il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, un miglioramento delle condizioni ambientali, di sicurezza. Metteranno delle leggi sulla salute. Lì ci sono degli opifici che sembrano quelli della rivoluzione industriale inglese della fine del ‘700.

    Ci sono orari da 12-14 ore al giorno…

    A un certo punto questo cambierà. Bisogna arrivare a quel momento senza essersi rotti le ossa prima. Occorre che l'Italia non entri in una crisi profonda prima di questa fase di riequilibrio. Una fase insita nel ciclo economico: perché il sistema economico tende a riequilibri che consentono di convivere.

    Però il quadro che emerge da quello che stiamo dicendo è molto inquietante, perché da una parte c'è questa necessità di resistere, di aspettare. Saranno 5 anni… 7, 8…

    No, di più

    10-15…

    Sì.

    Resistere 15 anni e sapere che siamo più deboli, che perderemo tutta una serie di ambiti nei quali prima la nostra economia funzionava e, in più, che nello stesso periodo abbiamo bisogno di investire su ricerca, tecnologia. Ma queste risorse, da dove le possiamo tirare fuori?

    Occorre che i consumi crescano poco e crescano gli investimenti. Questo naturalmente richiede sicurezza e richiederebbe anche un clima condiviso europeo. Noi abbiamo oggi delle grandi aree come sono la Cina, l'India, gli Stati Uniti; dall'altra parte abbiamo 25 Paesi europei con un debolissimo coordinamento economico, che hanno coordinato soltanto le politiche monetarie in senso restrittivo. Paradosso dell'Unione monetaria europea è che noi abbiamo creato una grande area…

    Una macchina col freno senza acceleratore.

    Esattamente questa è un'immagine che ho usato diverse volte. Gli Stati Uniti usano la politica fiscale, usano la politica monetaria. L'Europa non usa le politiche monetarie e vieta l'uso delle politiche fiscali. Che cosa rimane? Io penso che, proprio perché le cose stanno così, la conclusione allora è che bisogna liberalizzare tutto, fare un investimento nella concorrenza, ma fortissimo. Io ho studiato in Inghilterra negli anni in cui la microeconomia non contava. Contava la macroeconomia, cioè le politiche fiscali e monetarie. Quindi sono stato formato in questo clima, che era il clima generato da Keynes. Oggi sono arrivato alla conclusione che quelle politiche monetarie e fiscali, che secondo noi avrebbero dato la piena occupazione, non possono più essere utilizzate: e quindi occorre usare le politiche della concorrenza. E ne seguono delle conseguenze sulle banche e sul sistema bancario. Dobbiamo accettare la concorrenza, rifiutare i campioni nazionali: e per molti di noi è difficile. Se è difficile per me, immagini come può esserlo per un esponente di sinistra o per uno che viene dal Partito comunista. Per me significa fare un passo indietro rispetto a Keynes, per loro significa farne due rispetto a Marx.

    Però, immaginare di ridurre i consumi è un progetto molto arduo.

    Mi scusi, non si parla mai di ridurre i consumi, ma di ridurre la dinamica. Si tratta di dire questo: partendo dal livello del reddito di una famiglia di oggi, è meglio un aumento del reddito individuale o è meglio una scuola che funzioni meglio? Questa è una domanda che non è stata mai posta agli italiani: ma se voi aveste la possibilità…

    Ma no, è stata posta. Negli anni del boom significava scegliere la spesa privata a fronte della spesa pubblica. Lì la scelta fu fatta.

    Alla fine del boom, a metà degli anni '60, quando nacque il centrosinistra, esso nacque su questa cosa. Però poi la risposta non ci fu perché il sindacato disse: "Noi preferiamo i consumi individuali, spingere più avanti il salario; il problema della spesa pubblica viene dopo". Quindi tale scelta l'Italia (tra quella che Galbraith chiamava "lo squallore pubblico e la ricchezza privata") non l'ha mai voluta fare, e finirà per non avere la ricchezza privata - perché oggi è messa in pericolo - e continuerà ad avere lo squallore pubblico. Se ad una famiglia si dice con chiarezza: "ma tu preferisci un aumento del tuo potere d'acquisto o una scuola migliore per i tuoi figli?", secondo me il 90% degli italiani risponde la seconda cosa. Naturalmente non si fida, tant'è che direbbe: "non è che non mi dai oggi questo, e non mi darai domani neanche la scuola?". La gente è abituata da molti decenni, o da molte centinaia di anni, ad essere governata. Ma se gli uomini politici non pongono i termini dei problemi nel modo in cui essi sono realmente, non fanno un servizio al loro Paese.

    Vorrei chiedere all'onorevole La Malfa: ma questo è un programma estremamente di sinistra, quello di trasferire le risorse dai consumi privati ai consumi sociali.

    Sì, però presuppone in Italia un governo di centrodestra, perché la sinistra una cosa di questo genere non è in grado di pensarla. Questo programma presuppone una grande fiducia nel capitalismo, perché per avere le risorse per gli investimenti pubblici bisogna che ci sia una ricchezza da utilizzare. E la ricchezza viene dal sistema privato. L'Italia paga un'ostilità ideologica nei confronti dell'impresa privata. Tale avversione è nata, le ripeto, dall'incontro della concezione cattolica e della concezione comunista, che è molto difficile da superare. E' un pregiudizio, non è un giudizio, e rende tutto molto difficile.

    Si legge una piccola contraddizione fra dire: bisogna liberalizzare molto e dall'altra parte bisogna offrire molti servizi pubblici. Sono due cose molto difficili da fare contemporaneamente. Sembrano in contrasto.

    Nel suo bellissimo discorso che ha fatto al Parlamento europeo per l'inaugurazione del semestre inglese, Blair, che è veramente un uomo politico di notevole interesse - molto più dei suoi pari grado europei - ha detto: " veniamo accusati - noi inglesi - di non avere una politica sociale, ma noi spendiamo per la disoccupazione dei disoccupati molto di più di voi. Il fatto è che noi abbiamo una disoccupazione al 4% e voi avete 20 milioni di disoccupati". Questo "voi" erano le economie continentali: la Francia, la Germania…

    Quindi si fa un discorso pro-capite… al disoccupato.

    Lui diceva: "siccome noi cresciamo molto e sappiamo far funzionare bene il sistema produttivo, ci sono anche le risorse per le spese pubbliche produttive. Voi queste spese pubbliche le tirate fuori a scapito della crescita". E' questo il vero problema. Quale delle coalizioni italiane può garantire la crescita? Dentro la crescita ci sono le risorse per le politiche pubbliche. Il prius non sono le politiche pubbliche, è la crescita. E' la crescita, che è lo strumento attraverso il quale si finanziano le politiche pubbliche. Nel dibattito fra il centrodestra e il centrosinistra, quest'ultimo oggi dice: "le politiche pubbliche sono indispensabili. Noi ve le daremo. Come ve le daremo? Facendo pagare le tasse, lottando l'evasione, e così via". Il rischio che corrono è che il sistema economico non produca. Il rischio che il centrodestra corre è quello di non riuscire forse a sviluppare l'economia e forse di non occuparsi di questi investimenti sociali. Ma io considero nel centrodestra una possibilità di sviluppo per questo Paese più forte di quella del centrosinistra. Prendo, per esempio, le osservazioni che ha fatto un uomo di grande intelligenza come Mario Monti quando ha detto: "io sono deluso dal centrodestra e non ho speranze nel centrosinistra". Mi paiono critiche che investono in modo più radicale la sinistra, che è più lontana dal considerare ciò che è necessario.

    Io vorrei fare un passo indietro. Ministro La Malfa, prima lei citava il rapporto con la scuola, con i giovani… uno dei problemi considerati fra i più grossi del nostro Paese è la denatalità, e il problema di tutta l'Europa è l'immigrazione. Come si inserisce questa tematica in un rapporto fra l'Italia, l'Europa e il resto del mondo?

    Questa è una domanda molto difficile. Io sono convinto che l'Italia è troppo popolata. Quando ho visto scendere i tassi di natalità ho detto: "beh, meno male, arriveremo alla piena occupazione". Naturalmente c'è un problema di invecchiamento con tutte le conseguenze che questo ha, però un'Italia di 40 milioni di abitanti si gestisce meglio da ogni punto di vista. La dissipazione del patrimonio culturale del nostro Paese è anche dovuto a questo. Un Paese di 60 milioni di abitanti costruisce dappertutto: abbiamo costruito nei posti più belli, sulle coste. Un Paese di 40 milioni di abitanti pesa un po' meno su questo patrimonio artistico immenso che noi abbiamo. E' come se ci fosse troppa gente seduta dentro il Colosseo. Quindi non mi dispiace affatto che l'Italia sia un Paese a bassa natalità. E penso anche al resto del mondo. La tragedia di New Orleans è anche perché la popolazione del mondo è troppo alta. Sono luoghi costruiti per popolazioni sparse. Se uno mette a vivere sulle coste dell'Atlantico, dove ci sono i tifoni, milioni di persone, allora per scaldarle o raffreddarle brucia una quantità infinita di petrolio e con questo accelera il fenomeno degli uragani, finché ad un certo punto la natura si incaricherà di rimettere l'equilibrio ammazzando un po' di noi. A mio avviso questo è uno dei grandi problemi.

    Questo è uno dei grandi problemi del mondo.

    La demografia è una delle questioni della chiesa Cattolica. La chiesa cattolica ha detto di combattere la fame nel mondo. Combattiamo le nascite allora, dato che sono all'origine del problema. Ci sono Paesi che si sono impoveriti attraverso le nascite. Lei mi domanda dell'immigrazione. Io ho sempre detto che l'immigrazione non può essere considerata una variabile indipendente, nel senso cioè che chi vuol venire, venga pure. Ho sempre detto: "bisogna contenerla al massimo". Naturalmente contenerla al massimo non vuol dire ributtare al mare le barche di quei disperati che arrivano, vuol dire però cercare accordi con quei Paesi dai quali arrivano e cercare di limitare gli arrivi il più possibile, cercare di scegliere. Cioè: se vengono dei giovani a studiare, se vengono degli ingegneri, bene, prendiamoli. Ma se deve essere una manodopera che si precipita in maniera disperata, questo crea ogni sorta di problemi. Oggi c'è un minimo di equilibrio. Dalla legge Turco-Napolitano alla legge Bossi-Fini non ci sono grandi differenze. Su questo il centrodestra e il centrosinistra hanno dichiarato di avere delle posizioni molto distanti. Ma di fatto la linea è questa: si fa entrare ogni anno un certo numero di persone, si cerca di espellere quelli che entrano clandestinamente e non si può non accogliere quelli che arrivano sulle nostre coste, perché, bene o male, questo è un Paese civile che deve dare ai più poveri. Quindi, tutto sommato, la questione dell'immigrazione la vedo meno drammatica oggi come elemento di divisione politica di quanto non fosse dieci anni fa.

    Ministro per le Politiche Comunitarie, che speranze ci dà l'Europa? Che timori dobbiamo avere?

    La sconfitta della Costituzione è destinata a chiudere il capitolo Costituzione…

    Ma la sconfitta della Costituzione, mi permetto un inciso, dove è stata? Nel modo in cui è stata fatta la Costituzione o nel risultato elettorale?

    Il presidente della Commissione, Barroso, ha usato un'espressione che trovo molto efficace. Ha detto: "il problema non era il testo, ma il contesto". Il contenuto della Costituzione, né dai francesi, né dalla maggior parte degli europei, non era stato letto neanche nei suoi principi.

    Era un volume…

    Era il contesto, era la disperazione per la disoccupazione, secondo me, o in Olanda era il timore per l'immigrazione. Questo referendum a mio avviso è stato fatto con una certa leggerezza. Io non avrei messo tutta l'enfasi sulla parola "Costituzione", l'enfasi che è stata messa da Giscard, da Giuliano Amato: essi hanno dato un valore simbolico a uno dei tanti trattati europei. Se l'avessero presentato come Maastricht 2 o Amsterdam 3, non ci sarebbe stata tanta enfasi. Hanno voluto fare una vera Costituzione e non ci sono riusciti.

    Questo è uno dei veri problemi, perché forse di fronte ad una vera Costituzione avrebbero anche…

    Io sono convinto da molti anni che l'idea, chiamiamola di Spinelli, dell'Europa, non si realizzerà in tempo breve, perché quando è nata questa idea gli Stati europei uscivano dalla guerra. Erano Stati debolissimi, minacciati dall'Unione Sovietica e, quindi, stavano insieme. E stando insieme hanno avuto questo straordinario sviluppo economico e questa sicurezza. Il successo di queste politiche ha rafforzato gli Stati nazionali. Per quale ragione gli Stati nazionali, che oggi hanno un prestigio che non avevano nel '48-'47, dovrebbero rinunziare anche alla politica estera? Chi minaccia l'Europa? Perché in fondo la federazione Americana nacque a causa di una guerra, la guerra d'indipendenza rispetto all'Inghilterra. Chi minaccia l'Europa oggi? Questa Europa non ha interesse a diventare uno stato unico. Esistono poi tante differenze economiche, le lingue… Per cui io sono arrivato alla conclusione che aveva visto bene Benedetto Croce nella "Storia d'Europa" che uscì nel '31 nel pieno del regime totalitario del fascismo. Croce scrisse una pagina straordinaria in cui diceva: "ma guardate che poi arriverà l'Unione europea (e lo vedeva nel 1931!), ma non arriverà in un giorno. Avverrà un certo giorno che i francesi, i tedeschi, gli italiani scopriranno di essere europei, così come gli abitanti del Regno di Sardegna o delle Due Sicilie, scopersero un giorno di essere italiani e senza per questo cessare di essere piemontesi, campani o siciliani. Quel giorno si fece l'unità d'Italia. Quel giorno si sarà fatta l'unità europea". Nei giovani questo c'è già. Nei giovani che vanno a studiare con il programma Erasmus, che tornano da Barcellona, da Parigi o da dove vanno a studiare. Tornano essendo europei.

    Però borse Erasmus ce ne sono sempre meno.

    E lo so, però questi ragazzi che poi viaggiano, che lavorano o trovano altri modi per andare, sono già europei.

    Si faranno prima gli europei e poi l'Europa…

    Pensi, io ho visto Berlino senza il muro, poi Berlino con il muro e poi nuovamente senza. Se uno dice a mio figlio, che ha trent'anni, che c'è stato il muro di Berlino, probabilmente lo sa dai libri di storia, ma l'idea che dentro l'Europa ci fosse un muro… Questa è una cosa che per i giovani di oggi fa parte di un passato lontanissimo.

    Sicuramente l'idea che ci si dovesse fermare al confine francese e che ci fosse qualcuno che apriva l'automobile ci è del tutto estranea.

    Lei pensi che una delle cose più belle che io ho sentito al Parlamento europeo fu nel 1995. Venne a parlare Mitterrand, che lasciava la presidenza francese: fece un discorso di commiato al Parlamento europeo. Era visibilmente malato e morì dopo poche settimane. Disse: "io sono cresciuto (per dire cosa è stata l'Europa) in una famiglia della borghesia umanistica francese (doveva essere una famiglia di professionisti) e sono stato allevato nel gusto di tre cose tedesche: la musica tedesca, la filosofia tedesca, la poesia tedesca e nella la sicurezza che sarei andato in guerra contro i giovani tedeschi". E lo diceva davanti a noi, davanti ai deputati francesi e a quelli tedeschi. Questa era l'Europa. L'Europa che aveva un'identità culturale certamente, ma che aveva anche la certezza della guerra. Questo risultato, che ci sia la Costituzione o non ci sia la Costituzione, è acquisito. Vale a dire che questa Europa alla guerra non ci va più, e questi confini sono caduti per sempre. Poi, che non ci sia il presidente che dura due anni o che cambia ogni sei mesi… queste sono cose che possono colpire molto i giuristi, ma nella realtà la costruzione europea ha fatto progressi. Siamo molto più vicini a quell'idea che descriveva Croce di quanto non siamo a quella realtà che ricordava Mitterrand.

    Su questa riflessione, io ringrazio Giorgio La Malfa, Ministro per le Politiche Comunitarie, di essere stato questa sera con noi e lo ringrazio di questa conversazione e lo saluto.

    Grazie. Grazie a tutti gli ascoltatori.

  8. #58
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    Predefinito tratto da IL SOLE 24 ORE 8 ottobre 2005

    Piano Lisbona e "liberalizzazioni"
    di Nicoletta Cottone

    Il via libera all’approvazione del Piano italiano per la crescita e lo sviluppo legato all’Agenda di Lisbona è stato rinviato al Consiglio dei ministri di venerdì 14 ottobre.


    (Giorgio La Malfa)

    Una data limite per rispettare la scadenza Ue del 15 ottobre, imposta dall’Agenda di Lisbona. La prossima settimana il Comitato tecnico metterà a punto il documento, dopo un confronto con la Conferenza Stato-Regioni previsto mercoledì 12 ottobre. Poi, di nuovo in Consiglio dei ministri per l’approvazione definitiva del piano. Gli obiettivi della strategia di Lisbona sono ambiziosi e mirano a raggiungere una crescita media annua del Pil dell'Unione europea pari al 3%, la piena occupazione e una spesa in ricerca e sviluppo pari al 3% del Pil europeo.
    «In Consiglio dei ministri - dice Giorgio La Malfa, ministro per le Politiche comunitarie - c’è stata una discussione politica rilevante sulle liberalizzazioni che riguardano la filosofia di questa coalizione». Il piano messo a punto da Giorgio La Malfa, è diviso in due parti: da un lato i progetti per portare avanti l’innovazione, che sono attualmente 70, tutti a valenza tecnologica, dall’altra la parte normativa con 36 indirizzi legislativi, che non comportano spese e contengono orientamenti per una maggiore liberalizzazione.
    Oltre al delicato tema della concreta disponibilità di mezzi finanziari per realizzare il piano, sono proprio alcune liberalizzazioni a far discutere. In particolare quelle nel campo dei servizi, dell’energia e delle telecomunicazioni. Le liberalizzazioni, che rappresentano la prima delle cinque linee guida del piano italiano (le altre sono innovazione, sviluppo del capitale umano, delle infrastrutture e tutela ambientale), fanno tremare il Governo in periodo pre elettorale. Sono in tutto una trentina, servizi in testa. «È giusto che il Governo rifletta - dice La Malfa - sul grado di liberalizzazione dei vari settori».
    Niente da dire sul sostegno alle strategie di crescita della Pubblica amministrazione, sulla “better regulation”, politica di miglioramento della normativa, con decreti taglia leggi per spazzare via provvedimenti inutili. Anche il miglioramento dell’efficienza nella pubblica amministrazione, la semplificazione della burocrazia sono pacifiche, con una serie di provvedimenti a costo zero, perché già finanziati. Molto da dire, invece, per esempio, sulla proposta di direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi, all’esame dell’Europarlamento, proposta dall’ex commissario Ue Frits Bolkestein al mercato interno: in pratica il fornitore di un servizio che operi in un Paese dell’Unione potrà offrire la sua attività, senza obblighi aggiuntivi, anche in un altro Stato Ue. Su questo fronte si prepara per il 15 ottobre una grande manifestazione anti-Bolkestein indetta dai sindacati europei a Bruxelles e nelle varie capitali Ue, Roma compresa. Tensioni forti anche sul fronte della completa liberalizzazione dei mercati, recependo le indicazioni delle Autorità garanti, sul fronte energia e telecomunicazioni.
    I fondi
    Problemi anche sul fronte dei finanziamenti: per il piano occorrono quattordici miliardi di euro. La manovra finanziaria per il prossimo anno stanzia i primi tre miliardi di euro per il 2006, da reperire dalle dismissioni. Dovrebbero seguirne quattro nel 2007 e sette nel 2008, con un peso finanziario pari all’1% del Pil in un triennio.
    La Finanziaria, all’articolo 50, ha istituito il Fondo innovazione, destinato a finanziare i progetti individuati dal Piano per l’innovazione, la crescita e l’occupazione nel quadro della strategia di Lisbona. Ma l’arrivo dei primi tre miliardi di euro è subordinato alle dismissioni. «Nemmeno gli obiettivi di Lisbona - dice La Malfa - per quanto importanti, possono giustificare uno sfondamento della finanza pubblica. Man mano che arriveranno i fondi si inizieranno a realizzare i progetti, in base alla lista delle priorità».

  9. #59
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    Predefinito tratto da TGFin 11 ottobre 2005

    Fisco: La Malfa, sulle rendite e' difficile distinguere i titoli di Stato

    Radiocor - Roma, 11 ott - Sul tema della tassazione delle rendite finanziarie "c'e' stata preoccupazione perche' bisogna stare molto attenti a distinguere i titoli di Stato". Lo ribadisce il ministro delle Politiche comunitarie, Giorgio La Malfa. "Come fai - ha chiesto durante una trasmissione televisiva a Enrico Letta, responsabile economico della Margherita - a distinguere quali sono i delinquenti e quali no?". (...) Letta ha sottolineato la necessita' di escludere i titoli di Stato.

  10. #60
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    Predefinito Ascoltato questa mattina con le mie orecchie

    Enrico Letta ha testualmente detto di tassare le plusvalenze realizzate dagli scalatori bancari di questa estate.
    Giorgio ha fatto finta di non capire e ha tirato in ballo, definendo qualunquiste le tesi di Letta, le rendite finanziarie dei poveri cristi di pensionati che hanno investito i loro 100 milioni di lire in Bot e Cct (che con le plusvalenze c'entrano come un cavolo a merenda e certe affermazioni servono solo a fare aumentare i rendimenti o a spostare in altri titoli obbligazionari gli investimenti): stessa risposta, caso strano, di Berlusconi e Tremonti quando si oppongono a rivedere questa norma......
    Giorgio ha poi definito delinquenti gli scalatori di quest'estate (rischiando evidentemente, se ascoltato, una querela.....) inserendoci le cooperative (tanto per dare una botta a sinistra).
    Vorrei soltanto ricordare a Giorgio, che purtroppo mi sembra stia perdendo colpi, che la non tassabilità delle plusvalenze in capo a quei cosiddetti (da lui) delinquenti, deriva da una normativa varata da Tremonti sulla non tassabilità di queste plusvalenze se provenienti da società estere (comunemente lussemburghesi....); si direbbe quasi che Tremonti abbia un firte interesse a non modificare questa normativa.
    Chissà perchè poi?
    Nella parte di Lisbona Giorgio è sembrato più convincente anche se non sono convinti molti della maggioranza.
    Tex Willer

 

 
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