Infatti lo sanno tutti che Di Pietro era organico ad una certa cultura progressista...
Infatti lo sanno tutti che Di Pietro era organico ad una certa cultura progressista...


Di Pietro è il primo reazionario populista ad essere stato eletto senatore del Mugello grazie ai post-comunisti [forse gli dovevano qualcosa?] con un vero trionfo, nonostante le candidature di Curzi (neocomunista) e Ferrara (ex-comunista).
PsichiatraFrancescoB.
"sanatore degli insani"


Son tre anni che aspetto che tu faccia i nomi e che porti le prove...In origine postato da Pieffebi
Tu presto sarai un ex.... dovresti ricordare che in questo paese di rossi furbi i politicanti incensurati sono i tangentari che non si sono fatti beccare, o quelli che si è ritenuto di non dover beccare.
Shalom


...su L'Unità
Comitato d'affari di uno solo
di Nando Dalla Chiesa
Un gradino dopo l’altro - altro che lifting! - ha rifatto lo Stato da cima a fondo. La discussione sul «monarca» Berlusconi nata all’indomani delle elezioni rischia di farsi oziosa e perfino un po’ all’acqua di rose rispetto a ciò che sta accadendo. La trasformazione della Repubblica italiana in monarchia costituzionale avrebbe infatti, sulle concrete strutture istituzionali del Paese, un impatto probabilmente inferiore a quello che sta producendo da tre anni in qua il berlusconismo al potere.
Karl Marx, che sapeva rappresentare (e semplificare) con efficacissime immagini la società dei suoi tempi, diceva che lo Stato liberale era, sotto le monarchie ottocentesche, null’altro che «il comitato d’affari della borghesia». Oggi, aggiornando quell’immagine (e quella semplificazione), potremmo dire che in Italia sotto le forme repubblicane lo Stato è diventato invece «il comitato d’affari di uno solo».
Siamo nel più divertente dei paradossi: il nemico epocale del comunismo resuscita e offre convincente dimostrazione di quelle teorie marxiste che gli stessi comunisti giudicavano ormai morte e sepolte.
Eppure assumendo l’interim dell’Economia Silvio Berlusconi non ha compiuto alcuna discontinuità. È semplicemente salito di un altro gradino nella scala dell’indecenza istituzionale su cui sta salendo da quando è entrato in politica, ma soprattutto dal 2001 in qua. Ora è giunto più in alto, e dunque si vede ancora meglio. Ma la scala è sempre la stessa fatta della stessa materia. Il proprietario di un impero economico fa il capo del governo e legifera su materie nelle quali ha interessi vivi e sterminati. Talora (ma proprio talora) non partecipa materialmente alla decisioni del caso. Comunque firma sempre lui le leggi che lo riguardano.
Di più.
Il suo impero ha al centro l’informazione e la comunicazione televisiva. E lui, che è capo del governo e come tale dovrebbe dalla stampa essere giudicato, dà la linea all’informazione che dovrebbe controllarlo, manipolando e censurando le notizie.
Al contempo fa leggi e assume provvedimenti che privilegiano il suo impero privato e danneggiano il polo dell’informazione pubblico, che egli rende non solo più suddito ma anche più povero. Eccetera. Eccetera. Non è necessario rifare l’elenco delle enormità che, beneficiando di un grado di assuefazione impensabile in una democrazia in salute, si sono susseguite sotto i nostri occhi.
Ma non è inutile ricordare, a proposito del comitato d’affari di uno solo, che egli ha usato del suo potere - di governante e di proprietario del maggiore partito di governo - per far fare leggi per sé anche per salvarsi dai processi o per salvarne gli amici con cui ha condiviso ambienti e avventure. Non è inutile ricordare che perfino le competenze dei giudici di pace sono state riviste, per non fare andare troppo speditamente le cause sugli incidenti stradali e non infastidire oltre misura le società di assicurazioni (tra cui si annovera Mediolanum...) accomodate sui tempi infiniti della giustizia civile.
Berlusconi al Tesoro, alle Finanze, al Bilancio, al Mezzogiorno, alle Partecipazioni statali, Berlusconi che taglia spese ad altri ministeri, che controlla attraverso il Tesoro, Poste, Rai, Ferrovie e poi calcio e cinema e tutto il resto, il Berlusconi dell’azzardo bulimico di questi giorni, insomma, non fa dunque molto più scandalo di prima. Perché, vien da chiedere, era davvero così estraneo alla Rai il premier che governava l’Economia (e il Tesoro) attraverso il fidatissimo Tremonti o faceva fare la legge che gli serviva dal ministro Gasparri? Non era forse lui che comandava ferreamente anche prima? E dov’era allora la decenza istituzionale? Sì, è vero, ora li ha assunti direttamente lui i poteri del superministero, a dimostrare che non vi è limite superiore alla sua scala; che non c’è davvero - nella sua cultura - il gradino che non si può salire.
E vi è qualche profonda e irresistibile ironia della Storia nel fatto che egli assuma tali nuovi poteri esattamente nella stessa settimana in cui l’aula di Montecitorio esamina in terza lettura la blindatissima legge sul conflitto di interessi, passata dalla Camera al Senato senza cambiare di una virgola. O meglio, cambiando (da qui la terza lettura) solo l’indicazione dell’anno di decorrenza della spesa; e ciò per il semplice fatto che essa è stata bloccata per un tempo infinito per dare la precedenza alla Gasparri, ed evitare a quest’ultima il rischio solo teorico di potere finire nelle maglie del più ridicolo «conflitto di interessi» mai concepito da democrazia liberale.
Il comitato d’affari di un uomo solo. Ma certo.
Perché anche la Costituzione è stata rifatta a partire dai suoi problemi personali. Mette una certa tenerezza vedere fior di accademici che profondono scienza e impegno teorico nell’analizzare i modelli incongruenti, nell’inquadrare nel diritto costituzionale comparato i princìpi appena introdotti nella Carta come incisioni vandaliche su un albero di antico lignaggio. Fa tenerezza perché quelle novità seguono, a ben vedere, una sola traccia logica: la biografia politica del Capo che cerca di risolvere di imperio, dal governo, i suoi problemi; e che ogni tanto inciampa in ostacoli imprevisti e sconosciuti.
Ha visto che una legge lui la può sì comandare ai suoi parlamentari ma poi occorre la controfirma del presidente della Repubblica? Benissimo, si toglie la controfirma al presidente. Ha visto che c’è una Corte costituzionale che può dichiarare incostituzionale una legge da lui fortissimamente voluta? Benissimo si cambia la composizione della Corte, dentro a manetta i giudici nominati dai partiti. Ha visto che una legge può essere disattesa dalla magistratura in omaggio ai trattati internazionali? Benissimo, si interviene sul Consiglio superiore della magistratura e sulla nomina del suo vicepresidente (mentre con legge ordinaria si sconvolge l’ordinamento giudiziario). Ha visto che il bicameralismo rallenta i lavori parlamentari, che complica l’idea di fare in tre giorni le leggi che gli servono? Benissimo, pronto un colpo al bicameralismo.
Questa è la riforma costituzionale vera.
Più la mercanzia di scambio, a partire dalla devolution. Così un «moderato», anzi, il leader dei «moderati», sconvolge la Costituzione dentro le forme repubblicane. Un re non ci proverebbe.
Che oggi l’interim all’Economia faccia scandalo, è comprensibile. Indica che egli considera sua proprietà o creatura tutta la coalizione, non solo il suo partito; e che nulla di ciò che è «suo» egli intende assoggettare a valutazioni collettive. Dimostra che pure oggi che è diventato minoranza non solo nel Paese ma anche «nel governo», egli pretende di riassumere il potere intero nella sua persona. Se tutto questo però (periodo ipotetico del terzo tipo ossia dell’impossibilità) non fosse accaduto dopo la batosta elettorale, dubito che avrebbe scandalizzato nella stessa misura.
Se qualcuno oggi nota tanto il salto di qualità, ossia il gradino decisivo in più, certo è perché alla fine, per tornare ai classici «la quantità diventa qualità». Ma è anche perché il cammino della sconfitta è ormai avviato. Eversivo e vincente si sopporta. Eversivo e perdente no. Ma più perderà, più sarà eversivo.
Lo avevamo già scritto.
Se ne andrà, ma quando se ne andrà saranno giorni inquieti per tutti.