…Cav.
Roma. Ieri il Consiglio dei ministri, oltre a prorogare a dicembre il condono edilizio semiaffondato dalla Corte costituzionale, ha
varato la manovra correttiva sui conti pubblici.
L’effetto è di contenere l’indebitamento dello 0,45 per cento del pil quest’anno, e del doppio l’anno prossimo. E’ rimasta la parte
“forte” dell’impianto che Giulio Tremonti aveva lasciato in eredità, sia sul versante delle minori uscite – tra tagli ai ministeri e agli incentivi a imprese pubbliche e private – sia delle maggiori entrate – dove il grosso è rappresentato da un aggravio del
prelievo su fondazioni bancarie, banche e assicurazioni.
Che hanno protestato, insieme a opposizione e sindacati.
Mentre l’Unione europea si è complimentata. E questa è realtà, non bambocciate.
Non conoscerà lo stesso destino, la bozza di Dpef che l’ex ministro aveva consegnato a Berlusconi da settimane.
Ai tavoli di maggioranza che si aprono domenica sera, con la possibilità di continuare in teoria fino a martedì notte visto che l’indomani il Cav. si presenta in Parlamento, l’intesa più facile da
trovare potrebbe essere quella sulla riforma della Costituzione, visto che dietro formule generiche di garanzia alla Lega sul federalismo e all’Udc sul proporzionale si rinvierebbe tutto al confronto sui singoli emendamenti.
Il tavolo economico dovrà lavorare ben più alacremente.
La consulta economica di An, infatti, si sta preparando da una settimana, sulla base di un’incisiva riscrittura dei documenti lasciati da Tremonti.
Quanto all’Udc, in realtà le sue proposte concrete di “riequilibrio” del Dpef hanno iniziato a prendere forma solo ieri pomeriggio.
Ma ancora per capitoli generali: no ai tagli di spesa sociale, no ai tagli alle imprese, sì alla massima estensione del “quoziente
familiare” nelle deduzioni d’imposta.
E’ dalla rimodulazione delle proiezioni di crescita triennale del Dpef che deriva l’ipotesi dell’ulteriore spesa pubblica da correggere.
Cui si somma l’eventuale sostituzione di poste straordinarie e cartolarizzazioni, se va presa sul serio la critica dei riottosi del Polo a Tremonti. Ma lo scontro non sarà su questo. C’è da scommettere che al direttore generale del Tesoro, Domenico Siniscalco, in questa situazione insostituibile, se non promosso – sarà confermato il via libera a tutte le operazioni già predisposte
e immaginate, quanto a messa a reddito del patrimonio pubblico, compreso il progetto “cedi e affitta” nato l’anno scorso dalla fantasia di Paolo Cirino Pomicino e rilanciato da Gianni De Michelis.
Ma l’importo sarà parecchio più contenuto dei 25 miliardi di euro, perché non si venderà certo il Viminale come scriveva Geronimo.
E’ invece sulla riforma fiscale tanto cara al Cav. e sin qui ribadita come unico impegno inderogabile, che si appuntano i guai.
L’ammissione di Berlusconi all’Abi che le aliquote Irpef non saranno più 2 ma almeno 3 appare lungi dal soddisfare An.
Il rischio è che di aliquote ne restino 5, di cui la più alta travestita da “fondo etico”. E’ ovvio che in quel modo non vi sarebbe che una scarsissima convenienza ad attivare l’abbattimento
dell’aliquota più alta devolvendo al fondo etico immaginato da Tremonti, la convenienza a far emergere reddito sarebbe molto attenuata se le aliquote sottostanti restassero quasi invariate.
Il vero scontro sulla Cassa depositi e prestiti
Quanto a Irap e rivoluzione degli incentivi alle imprese, ieri Luca di Montezemolo ha ribadito il suo altolà. Passi per la detassazione
alle università, ricerca e alle operazioni di concentrazioni tra imprese, ma gli sgravi generali sull’Irap devono essere almeno il doppio di quelli tremontiani.
E quanto al fondo rotativo intestato per 5 miliardi di euro alla Cassa depositi e prestiti, in sostituzione di gran parte delle diverse attuali leggi d’incentivo, la battaglia sarà aspra. Confindustria e Abi hanno un patto di ferro per impedire che sia la Cassa e cioè il ministero dell’Economia, a effettuare le istruttorie. Le banche hanno inviato riservati ambasciatori ad An e Udc, e
anche al Cav., per spiegare che “devono” essere loro a svolgere questa funzione, “senza” rispondere alla Cassa delle risorse pubbliche impegnate, visto che metterebbero anche del loro.
Fini pensa che bisognerebbe demandare al Cipe il coordinamento della partita, oltre che la regia degli aiuti al Mezzogiorno, e il Cipe attribuirlo al Bilancio da rivendicare ad An.
Se si aggiunge che l’offerta della vicepresidenza italiana del Ppe a Follini a ieri sera non aveva smosso le sue obiezioni politiche
generali, che è irrisolto con il Quirinale il problema di un rimpasto tanto ampio quale quello chiesto dai riottosi se mai si trovasse
l’accordo su politica ed economia, che resterebbe poi da compiere l’intero periplo degli incontri con le parti sociali riservandosi di
offrire loro qualcosa, che con ogni probabilità si va allo stralcio della riforma sul risparmio salvando Bankitalia, si comprende che il problema, ieri sera, era il solito.
Il Cav. stava pensando cosa inventarsi, per uscirne senza troppi cerotti.
da il Foglio del 10 luglio
saluti




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