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Discussione: Il dopo....

  1. #31
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    Predefinito L'interim del....

    …Cav.

    Roma. Ieri il Consiglio dei ministri, oltre a prorogare a dicembre il condono edilizio semiaffondato dalla Corte costituzionale, ha
    varato la manovra correttiva sui conti pubblici.
    L’effetto è di contenere l’indebitamento dello 0,45 per cento del pil quest’anno, e del doppio l’anno prossimo. E’ rimasta la parte
    “forte” dell’impianto che Giulio Tremonti aveva lasciato in eredità, sia sul versante delle minori uscite – tra tagli ai ministeri e agli incentivi a imprese pubbliche e private – sia delle maggiori entrate – dove il grosso è rappresentato da un aggravio del
    prelievo su fondazioni bancarie, banche e assicurazioni.
    Che hanno protestato, insieme a opposizione e sindacati.
    Mentre l’Unione europea si è complimentata. E questa è realtà, non bambocciate.
    Non conoscerà lo stesso destino, la bozza di Dpef che l’ex ministro aveva consegnato a Berlusconi da settimane.
    Ai tavoli di maggioranza che si aprono domenica sera, con la possibilità di continuare in teoria fino a martedì notte visto che l’indomani il Cav. si presenta in Parlamento, l’intesa più facile da
    trovare potrebbe essere quella sulla riforma della Costituzione, visto che dietro formule generiche di garanzia alla Lega sul federalismo e all’Udc sul proporzionale si rinvierebbe tutto al confronto sui singoli emendamenti.
    Il tavolo economico dovrà lavorare ben più alacremente.
    La consulta economica di An, infatti, si sta preparando da una settimana, sulla base di un’incisiva riscrittura dei documenti lasciati da Tremonti.
    Quanto all’Udc, in realtà le sue proposte concrete di “riequilibrio” del Dpef hanno iniziato a prendere forma solo ieri pomeriggio.
    Ma ancora per capitoli generali: no ai tagli di spesa sociale, no ai tagli alle imprese, sì alla massima estensione del “quoziente
    familiare” nelle deduzioni d’imposta.
    E’ dalla rimodulazione delle proiezioni di crescita triennale del Dpef che deriva l’ipotesi dell’ulteriore spesa pubblica da correggere.
    Cui si somma l’eventuale sostituzione di poste straordinarie e cartolarizzazioni, se va presa sul serio la critica dei riottosi del Polo a Tremonti. Ma lo scontro non sarà su questo. C’è da scommettere che al direttore generale del Tesoro, Domenico Siniscalco, in questa situazione insostituibile, se non promosso – sarà confermato il via libera a tutte le operazioni già predisposte
    e immaginate, quanto a messa a reddito del patrimonio pubblico, compreso il progetto “cedi e affitta” nato l’anno scorso dalla fantasia di Paolo Cirino Pomicino e rilanciato da Gianni De Michelis.
    Ma l’importo sarà parecchio più contenuto dei 25 miliardi di euro, perché non si venderà certo il Viminale come scriveva Geronimo.
    E’ invece sulla riforma fiscale tanto cara al Cav. e sin qui ribadita come unico impegno inderogabile, che si appuntano i guai.
    L’ammissione di Berlusconi all’Abi che le aliquote Irpef non saranno più 2 ma almeno 3 appare lungi dal soddisfare An.
    Il rischio è che di aliquote ne restino 5, di cui la più alta travestita da “fondo etico”. E’ ovvio che in quel modo non vi sarebbe che una scarsissima convenienza ad attivare l’abbattimento
    dell’aliquota più alta devolvendo al fondo etico immaginato da Tremonti, la convenienza a far emergere reddito sarebbe molto attenuata se le aliquote sottostanti restassero quasi invariate.

    Il vero scontro sulla Cassa depositi e prestiti
    Quanto a Irap e rivoluzione degli incentivi alle imprese, ieri Luca di Montezemolo ha ribadito il suo altolà. Passi per la detassazione
    alle università, ricerca e alle operazioni di concentrazioni tra imprese, ma gli sgravi generali sull’Irap devono essere almeno il doppio di quelli tremontiani.
    E quanto al fondo rotativo intestato per 5 miliardi di euro alla Cassa depositi e prestiti, in sostituzione di gran parte delle diverse attuali leggi d’incentivo, la battaglia sarà aspra. Confindustria e Abi hanno un patto di ferro per impedire che sia la Cassa e cioè il ministero dell’Economia, a effettuare le istruttorie. Le banche hanno inviato riservati ambasciatori ad An e Udc, e
    anche al Cav., per spiegare che “devono” essere loro a svolgere questa funzione, “senza” rispondere alla Cassa delle risorse pubbliche impegnate, visto che metterebbero anche del loro.
    Fini pensa che bisognerebbe demandare al Cipe il coordinamento della partita, oltre che la regia degli aiuti al Mezzogiorno, e il Cipe attribuirlo al Bilancio da rivendicare ad An.
    Se si aggiunge che l’offerta della vicepresidenza italiana del Ppe a Follini a ieri sera non aveva smosso le sue obiezioni politiche
    generali, che è irrisolto con il Quirinale il problema di un rimpasto tanto ampio quale quello chiesto dai riottosi se mai si trovasse
    l’accordo su politica ed economia, che resterebbe poi da compiere l’intero periplo degli incontri con le parti sociali riservandosi di
    offrire loro qualcosa, che con ogni probabilità si va allo stralcio della riforma sul risparmio salvando Bankitalia, si comprende che il problema, ieri sera, era il solito.
    Il Cav. stava pensando cosa inventarsi, per uscirne senza troppi cerotti.

    da il Foglio del 10 luglio

    saluti

  2. #32
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    Predefinito L'interim di...

    ....Prodi

    Roma. La Margherita di Francesco Rutelli scarta verso il centro, riabilita il “trattino” che la distanzia dalla sinistra e occhieggia ai dirimpettai dell’Udc. Insomma fa “la mossa” perché, come scrive Ida Dominijanni sul Manifesto, “meglio farsi integrare da Follini che disintegrare da D’Alema”.
    I Ds cominciano a temere che l’indigestione di voti moderati alla lunga non porta nulla di buono.
    Il correntone vuole in tempi brevi una convenzione programmatica del centrosinistra. Più a sinistra ancora l’eventuale affollamento al centro è l’occasione per costruire una gauche a trazione radicale.
    Nel mezzo c’è Romano Prodi, leader ad interim dell’Ulivo multicentrico che inciampa nei fili invisibili su cui scorre il difficile negoziato tra le anime del Listone.
    L’ultimo capitombolo è la storia della email inviata da Bruxelles con cui il professore, vista “la discontinuità tra il prima e il dopo passaggio dei poteri in Iraq”, dà indicazioni positive per il voto in aula (la settimana prossima) sul rifinanziamento della missione italiana.
    Messaggio ignorato dal trio Boselli-Rutelli-Fassino, una volta tanto d’accordo ma per disattendere la consegna del capo.
    Ora è tutto un minimizzare di facciata ma l’impressione è che in vista delle politiche del 2006, se non prima, qualcuno abbia azionato il timer che scandisce l’implosione della leadership prodiana.
    Avverte il pericolo ma al dopo-Prodi non vuole nemmeno pensarci, Giuseppe Caldarola dei Ds: “Nel caso del messaggio non so dire se sia un prodotto dello staff o l’abbia scritto Prodi. Nel merito non sono d’accordo, però ribadisco che mettere in discussione l’unico minimo comun denominatore che abbiamo ci precipiterebbe in una guerra dei Roses”. Avanti con la federazione, dunque, unica strada tracciabile. Ma con più comprensione per la contenibile spinta identitaria della Margherita, e senza timori per una “deriva lobbistica di un centro che non c’è, almeno finché resiste l’attuale legge elettorale” e il bipolarismo rimane fuori discussione. “Continuo a credere che esistano più affinità tra Fini e Follini che tra Follini e Rutelli”, conclude Caldarola.
    Emanuele Macaluso vincola invece la “sopravvivenza” del ruolo di Prodi a due variabili.
    Punto primo, “la questione è sistemica” e legata al futuro di Silvio Berlusconi: “Vuoi o non vuoi il decennio bipolare è caratterizzato dalla figura di Berlusconi, se crolla lui va giù il sistema e nella scomposizione dei poli Prodi affonda inevitabilmente”.
    Forse non ce ne sarà bisogno, se è vero che Rutelli, al di là delle apparenze, “ha imboccato una via assurda e perdente che lo porterà a correre da solo”.
    Il risultato è che “quella federazione immaginaria a cui si lavora, già di suo lontana dall’asse riformista che ancora non c’è, subirà uno slittamento radicale a sinistra e seppellirà un progetto ancora bisognoso di regole e organi con poteri decisionali”.

    Alleanza stile Biancaneve e i sette nani
    “La verità è che Prodi non è più un totem per nessuno”, ammette dietro le quinte un deputato dei Ds, “l’ipocrisia con cui si difende
    la sua leadership nasconde la convinzione che il Listone sia come la nazionale di calcio, i cui giocatori appartengono a club che pensano ai propri interessi”.
    E in prospettiva l’interesse, pur sempre legato alla vittoria della coalizione, forse coincide sempre meno con il nome di Prodi.
    Nel Listone si mescolano analisi e stati d’animo differenti, ma la diagnosi è grosso modo la stessa. L’ennesima sconfessione del leader viene giudicata “sospetta e dolorosa”.
    C’è chi sostiene che Rutelli imputi la sconfitta elettorale della Margherita a un patto di ferro tra Prodi, D’Alema e Fassino; e che vada inevitabilmente verso un’alleanza competitiva con il resto dell’Ulivo.
    La diaspora in più gruppi dei deputati eletti a Strasburgo testimonia il parziale fallimento dell’iniziativa unitaria.
    Né la Margherita può pensare di andare a eventuali elezioni anticipate dentro una federazione in cui, sulla trattativa per le candidature, peserebbero i magri risultati delle europee.
    Il ragionamento induce a credere che i primi a essere spaventati dall’idea di una coalizione cannibalizzata dai Ds siano proprio i Ds. Spaventati dall’idea che il centrosinistra perda i voti dei moderati ex Dc e anticomunisti poco disposti a premiare una coalizione divisa ma egemonizzata dalla Quercia.
    “I fassiniani non lo dicono, ma sanno che alle europee la lista Prodi non ha vinto, e che non si vincerà mai se prevale un’alleanza stile Biancaneve e i sette nani”, sussurrano nell’Ulivo. Oggi la Margherita “ribelle” può invocare a sua scusante la legittima difesa, mentre gli alleati rimproverano a Prodi di non aver fatto come Berlusconi: mettere la propria faccia a rischio in campagna elettorale.
    Se a scombinare i giochi non sarà un governo istituzionale gradito ai centristi di entrambi gli schieramenti, è plausibile che a sinistra qualcuno stia lavorando pazientemente per laicizzare il mito di Prodi e calamitare l’opposizione attorno a un programma post-federativo in più punti.
    Un po’ come il contratto con gli italiani proposto dalla Cdl.

    su il Foglio del 10 luglio

    saluti

 

 
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