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Discussione: Il dopo....

  1. #21
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    Predefinito Un megaistituto per finanziare...

    ….lo sviluppo. Per tutti e ovunque

    Roma. Iniziamo a dirla da chi vede il bicchiere mezzo pieno.
    Ieri sera, al premier i conti tornavano abbastanza. Diciamo che
    era moderatamente ottimista, per quanto aveva seminato sia sul terreno economico, sia nella maggioranza. Si aspettava che in
    mattinata all’assemblea dell’Abi la relazione del presidente Maurizio Sella a nome dei banchieri italiani fosse “d’attacco”, verso
    il governo, e in effetti lo è stata.
    Critica aspra verso le “misure straordinarie” assunte da Giulio Tremonti, bocciatura dell’abbattimento fiscale “oggi difficilmente
    praticabile”, inno alla “concertazione, confortati da Confindustria”, pagine intere a difesa delle banche sui casi Cirio e Parmalat e difesa ruvida della Banca d’Italia.
    Ma il Cav. ha spiazzato l’uditorio inaugurando un’offensiva del
    sorriso verso le banche ed esprimendo platealmente
    “l’apprezzamento del governo” verso Antonio Fazio.
    Il governatore, al suo fianco, ha sorriso e annuito diverse volte nel corso dell’intervento, e davanti a tutti è capitato che Berlusconi parlando gli posasse la mano affettuosamente sul braccio, e che Fazio non si sottraesse al gesto.
    Lo stesso Fazio ha usato toni assai più moderati che in passato, verso il governo.
    Le consuete critiche “d’ufficio” per le preoccupazioni sulla competitività italiana, l’andamento della spesa corrente e del debito pubblico, non lo hanno però indotto a sparare a zero sul taglio alle imposte. Tutto sommato Fazio ha benignamente socchiuso la porta all’esito del chiarimento di maggioranza che incomincerà domenica.
    Berlusconi ha così potuto annunciare la fiducia sulla riforma delle pensioni e la sua approvazione al più tardi entro l’estate.
    Ha rilanciato sulla riforma fiscale ma l’ha anche “sforbiciata”, ammettendo che le aliquote non saranno due ma almeno tre, e che in ogni caso sarà trovato il compromesso per abbassare del possibile anche l’Irap.
    Ha annunciato per stamane l’adozione in Consiglio dei ministri del decreto correttivo della spesa pubblica annunciato a Bruxelles, e ha ribadito alle banche che la riforma degli incentivi alle imprese sarà per loro “una straordinaria occasione”, per aiutare a distinguere il merito di credito degli imprenditori veri da coloro che invece sin qui si sono candidati a raccogliere gli incentivi della legge 488 magari con progetti esistenti solo sulla carta.
    Ha difeso la stabilità di governo e al mondo del credito ha chiesto comprensione e sostegno. “Me la sono cavata bene”, ha detto rientrando a Palazzo Grazioli. Anche perché nel frattempo le altre due agenzie internazionali di valutazione del debito pubblico, Moody’s e Fitch, hanno confermato che non seguiranno Standard & Poor’s nella decisione di abbassare il giudizio sull’Italia.

    Gli altri downgrading in agguato
    Quanto alla maggioranza, Berlusconi ha rivisto a lungo Gianfranco Fini garantendogli piena apertura sulla rimodulazione delle misure da inserire nel Dpef, collegandola però alla solidarietà di An sul pilastro federalista necessario per tenersi stretta la Lega.
    E il Cav. ha incassato il sostanziale assenso del leader di An su questa linea, “se non ci saranno scherzi”. L’uscita dal governo minacciata dall’Udc non trova consensi, né nella Lega – ma era chiaro sin dal primo momento – né nel partito che più si era spinto avanti nel chiedere la testa di Tremonti.
    Di qui dichiarazioni distensive, nel pomeriggio, del portavoce di An e di esponenti delle diverse correnti del partito, nonché battute salaci all’indirizzo dell’Udc da parte dei vertici leghisti.
    Per far comprendere che riteneva di avere la situazione sotto controllo, il Cav. ha chiesto che fosse il più ex dc dei suoi ministri, il titolare dell’Interno Giuseppe Pisanu, a dichiarare l’avvenuta convergenza di FI, Lega e An, e la comune “più ampia disponibilità a valutare le ragioni degli amici dell’Udc”.

    Ora guardiamo invece al bicchiere mezzo vuoto: la visuale di Marco Follini e di chi nell’Udc condivide la sua linea delle “mani
    libere” di fronte a una situazione nella quale è praticamente impossibile vedere segni di rinuncia da parte del Cav. a esercitare
    “poteri monarchici”.
    A Pier Ferdinando Casini il segretario dell’Udc ha spiegato che gli veniva difficile essere ottimista proprio nel giorno in cui in Parlamento saltava l’intesa bipartisan sulla riforma del risparmio,
    altro che blandizie verbali ai banchieri, e mentre la fiducia sulle pensioni rendeva impossibile ogni tentativo di riagganciare
    almeno parte del mondo sindacale.
    Veramente l’approvazione al più presto possibile della riforma previdenziale è assolutamente necessaria proprio per evitare in autunno il downgrading da parte di Moody’s e Fitch.
    Che proprio questo argomento sia stato per mesi illustrato a
    Moody’s e Fitch per indurli a sospendere il giudizio, è arcinoto agli esponenti dell’Udc più addentro alle cose economiche, come Bruno Tabacci. “Ma è anche vero che non è colpa nostra se il governo non ha saputo mettere in cantiere altre misure strutturali”, dice Tabacci.
    Quanto alle seduzioni interne che il richiamo ministeriale esercita su membri dell’Udc e sulla “corrente Trinacria” guidata da Salvatore Cuffaro, il leader del partito non le esclude affatto.
    Ma continua a pensare che accettare “pasticci” sarebbe un errore, non basterebbe a rinverdire la presa dei più moderati dell’alleanza verso quella parte di elettorato che, alle ultime elezioni, non ha votato ancora per l’opposizione, ma o è rimasta a casa oppure la croce su Berlusconi non l’ha messa più.
    “E’ a questo elettorato che dobbiamo pensare, Silvio ha una partita personale e lo capisco, ma quando partita personale e partita politica non passano più per la giusta soluzione a un problema evidente come l’appannamento elettorale, noi abbiamo il dovere di guardare avanti”.
    Questa, ancora ieri sera, la posizione del leader dell’Udc. Condivisa da Tabacci. Sostenuta anche da esponenti dell’Udc che la pensano in tutt’altro modo sulle vicende bancarie, come Ivo Tarolli che dopo l’assemblea dell’Abi sottolineava trionfante “il cambio di linea” di Berlusconi verso la Banca d’Italia.
    Al centro delle ponderazioni del vertice dell’Udc, c’è la prospettiva di un governo istituzionale, in questa legislatura, nella convinzione che il capo dello Stato in caso di crisi della formula che ha vinto le elezioni non scioglierebbe su due piedi la legislatura.
    In effetti, Confindustria Abi e sindacati appaiono – se li si guarda con Follini – sostanzialmente pronti a benedire una simile prospettiva.
    Basta leggere gli editoriali dei giornali della borghesia. La stessa irritazione di Eugenio Scalfari, di fronte a uno sviluppo che imbarazzerebbe i Ds, conferma a Follini che la prospettiva potrebbe assai seriamente passare per “moderata”, creando sviluppi in quella Margherita che ha mostrato coi numeri di voler relegare Romano Prodi nel museo delle cere.
    E’ vero da una parte che Luca di Montezemolo ieri ha dovuto ingranare una mezza marcia indietro, dichiarando fiducia a un governo che sappia tornare a “fare squadra”.
    Ma all’Udc è apparsa solo una correzione tattica, LCdM si era spinto troppo avanti con la sua visita “politica” a Montecitorio di mercoledì.
    Quel che più conta è che ieri, nella relazione di Sella all’Abi, c’era una bomba. Annegata a pagina 25 del testo.
    Per i sostenitori di una svolta moderata post-Berlusconi è l’abracadabra che allude all’“ora x”. Altro che fondo rotativo presso la Cassa depositi e prestiti elaborato da Tremonti e voluto dal Cav.: “Le banche hanno prefigurato un organismo – a cui sarebbero chiamati a partecipare anche assicurazioni e imprese e soggetti pubblici –destinato a integrare, mediante il rilascio di garanzie che tutelino la pubblica amministrazione sulla corretta esecuzione delle opere, la capacità finanziaria delle imprese coinvolte”.
    Una mega KfW alla tedesca per finanziarie lo sviluppo, ma nelle mani delle banche e non del governo.
    E la maggioranza dei banchieri ieri, in effetti, non ha gradito il tono troppo affabulatore del premier.
    Se torna indietro, Follini quei consensi se li sogna, e contano più del subgoverno su cui molti strologano.

    interessante il Tabucci che si lamenta del governo che non "riforma": prima i suoi "frenano" e poi piagnucola per la lentezza del viaggio;
    interessante anche il "dover guardare avanti" detto da Follini che seguita a guardare indietro, verso la sua morta Dc.

    saluti

  2. #22
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    Predefinito Fatti di...

    ...casa Follini

    Roma. Poiché, a quel che pare, le sorti del governo, di più, della legislatura, di più del sistema politico, insomma dell’Italia, dipendono da Marco Follini, può essere di una qualche utilità cercare di capire non quel che vuole, che è troppo per chiunque, ma come la pensa.
    Per farlo può essere utile andare a guardarsi due saggi, scritti da Follini per il Mulino, in anni ormai abbastanza lontani.
    Il primo, del 1989, è intitolato “Dorotei, le ragioni della crisi. Trent’anni dopo la Domus Mariae”.
    Ai dorotei, nati per una scissione della corrente fanfaniana di Iniziativa democratica nel 1959, Follini fa molte critiche.
    Ma riconosce loro una funzione essenziale, quella di avere sancito, sconfiggendo Amintore Fanfani, il principio della separazione tra la guida del partito e quella del governo. La “congiura” della Domus Mariae, in cui, insieme ad Aldo Moro, i dorotei compirono quell’operazione è descritta come una sorta di affermazione dello spirito repubblicano nella Dc, contro i rischi
    “monarchici” insiti nell’attivismo e nel centralismo fanfaniani. Naturalmente in una democrazia bloccata, in cui non era prevista né prevedibile un’alternanza del principale partito di governo, decisa dagli elettori, questo poteva essere un problema reale, accentuato dalla grande abilità di Fanfani nell’assicurarsi il controllo di centri di potere decisivi, dalle Partecipazioni statali alla Rai.
    Forse Follini trascura un po’ la profonda modificazione del sistema politico italiano introdotta dal bipolarismo e dalla possibilità
    concreta di alternanza, quando sembra riproporre gli argomenti della detronazione di Fanfani contro la “monarchia” di Silvio
    Berlusconi.
    E’ anche per questo che, nonostante le sue ripetute affermazioni di fedeltà allo schema bipolare, molti leggono nella sua agitazione di questi giorni il disegno di far saltare quel sistema.
    Dubbio giustificato dall’insistenza con cui è stato proposto il ritorno a un sistema proporzionale senza collegamento tra i partiti, che rinvierebbe di fatto a dopo le elezioni la scelta delle alleanze di governo.
    Un altro saggio di Follini, questo del 1997, ha un titolo che sembra collegarsi ancora di più alla vicenda politica attuale:
    “L’impossibilità di essere anormale. Sulla metamorfosi di Berlusconi”. Scritto nella fase di opposizione del centrodestra ai governi dell’Ulivo, prende atto della capacità di Berlusconi di utilizzare, seppure a suo modo, gli strumenti tradizionali della lotta e della propaganda politica. In questo Follini legge una “normalizzazione”, nel senso di una adesione ai criteri della politica tradizionale del leader del centrodestra, che in questo modo si sarebbe, almeno parzialmente, emendato dal suo peccato originale di antipolitico.
    Forse la delusione di oggi nasce da quell’illusione di ieri, dalla sopravvalutazione di un cambiamento di stile che era dettato dalle circostanze e non da una metamorfosi.
    Forse partendo da queste premesse si può capire meglio il senso della battaglia attuale dell’Udc, che in sostanza chiede a Berlusconi di non essere più se stesso, di realizzare quella mutazione genetica che Follini aveva intravisto sette anni fa, e che ora crede di poter esigere.
    Se questi sono i presupposti culturali e storici, è difficile che Follini possa ritrovare una sintonia profonda con gli altri leader della Casa delle libertà, ognuno dei quali, nel suo partito, è assai più autocratico di quanto non sia mai stato Fanfani, e soprattutto con Berlusconi.
    Un accordo è possibile, un’intesa vera, probabilmente no.

    saluti

  3. #23
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    Predefinito Milano/Trieste

    Milano. Tutto per un codicillo.
    Mesi, settimane, nottate attorno a quello che una volta era il salotto buono della borghesia milanese, un po’ lo specchio di una stanza di compensazione degli umori delle grandi imprese, dei loro rapporti con le banche e il Palazzo. E oggi invece assomiglia a una sorta di transatlantico della finanza, mandato al varo con il manuale Cencelli applicato non alle poltrone di partito o politiche ma alle partecipazioni azionarie della Rcs.
    Dietro questa sigla, vale la pena ricordarlo, c’è stato un capolavoro di marketing o, se si vuole, del gioco delle tre carte: la società che controlla il Corriere della Sera ha cambiato nome almeno quattro volte negli ultimi cinque anni (Hp, Hpi, Hdp, Rcs Media- Group), il tutto per far scomparire la radice Rizzoli-Corriere della Sera dal più importante quotidiano italiano e allontanare il
    più possibile l’ombra degli anni Ottanta, della P2 e di quant’altro. Ma la sede della società, guarda caso, è proprio in via Rizzoli a Milano.
    Scherzi della toponomastica a parte, la vicenda del Corriere e soprattutto il suo epilogo, l’altra sera, apre (o riapre) la partita
    su Mediobanca, la Galassia del Nord, il baricentro dei Poteri
    Forti, la cassaforte dov’è custodito l’eterno oggetto del desiderio di tutte le forze in campo: le Assicurazioni Generali.
    Quel “codicillo n. 18” aggiunto l’altra sera al patto di sindacato di Rcs, con il quale è stato sancito l’ingresso dei Ligresti, dei Della Valle, dei Merloni e della Capitalia di Cesare Geronzi nei piani alti del Corriere, con il rafforzamento della Banca Intesa di Giovanni Bazoli, dei Tronchetti Provera e dei Pesenti, rappresenta il punto di partenza per un nuovo braccio di ferro sulla banca d’affari fondata da Enrico Cuccia e tolta al suo delfino Vincenzo Maranghi appena un anno e mezzo fa con l’assalto lanciato dalla stessa Capitalia e dall’Unicredito di Alessandro Profumo e con la benedizione “tricolore” del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio.
    La questione Rcs è stata la lente d’ingrandimento del problema Mediobanca: giorni e giorni per litigarsi –anche questo è sembrato un assurdo – le quote azionarie che i Romiti avevano in Rcs e che gli altri soci strapagavano (in tutto 277 milioni di euro, a un prezzo superiore del 20 per cento rispetto a quanto chiunque di loro avrebbe potuto comprare in Borsa senza scomodarsi più di tanto) e alla fine la punta dell’iceberg è emersa con le dimissioni di Profumo dal cda del Corriere.
    “Per rimarcare le differenze tra noi e Capitalia, perché non ci piacciono questi giochi di potere”, avrebbe detto il banchiere milanese riferendosi ai suoi colleghi romani, rispetto ai quali già in Mediobanca aveva preso le distanze uscendo dal comitato esecutivo mentre Matteo Arpe, il giovane manager di Capitalia, entrava.

    Non solo ripicche tra banchieri
    Solo ripicche tra banchieri? Se all’epoca di Maranghi poteva sembrarlo, oggi la lettura risulta più chiara utilizzando anche il caleidoscopio della politica. E i protagonisti del girotondo del Corriere sono gli stessi di quelli che ballano attorno a Piazzetta Cuccia: c’è uno schieramento “amico” del premier Silvio Berlusconi (dai Ligresti ai francesi di Tarak Ben Ammar e Vincent Bolloré, al patron di Mediolanum Ennio Doris), ce n’è uno “vicino” (molto più vicino dopo l’allontanamento del ministro del Tesoro Giulio Tremonti, l’arcinemico sconfitto di Antonio Fazio) che si raccoglie attorno a Geronzi, ci sono i “new comers” Montezemolo, Della Valle e Merloni, che godono dell’appoggio importante (ma non di una cambiale in bianco) di Marco Tronchetti Provera, ci sono i banchieri “non proprio amici” Bazoli e Profumo. Ci sono, poi, le Fondazioni bancarie, quasi tutte occupate da “non proprio amici” che però con un Tremonti in meno potrebbero trasformarsi in tanti alleati in più. E sui tavoli di Mediobanca, del Tesoro e della Banca d’Italia ci sono alcuni dossier che aspettano di essere riproposti, sdoganati, rimasticati: si va dal cosiddetto progetto San Marco, che avrebbe dovuto far confluire Mediolanum nelle Generali, proprio con il sostegno di quelle Fondazioni; alle nozze tra il SanPaolo Imi di Torino e l’Unicredito; all’unione tra Capitalia e la banca padovana Antonveneta (entrambe hanno come primo azionista il colosso finanziario olandese Abn Amro); alla risistemazione della Bnl (oggi in mano a Generali, Della Valle e agli spagnoli del Banco Bilbao) e del Monte dei Paschi (roccaforte della sinistra) dopo un loro lungo fidanzamento a vuoto.
    Ma soprattutto c’è il capitolo Mediobanca-Generali. La ragnatela edificata da Cuccia è orfana del suo ragno ma è sempre in piedi: ha avvolto, controllato e anche salvato il sistema capitalistico italiano intrecciandolo con partecipazioni incrociate e blindandolo con patti di sindacato. E per tessere la tela dorata ha usato a piene mani le Generali, una cassa unica in Europa, un forziere da 50 miliardi di euro. Oggi quel salotto si è trasformato in transatlantico, i capitani sono più di uno, litigano fra di loro, ma la rotta è sempre la stessa: Trieste.

    su il Foglio del 9 luglio

    saluti

  4. #24
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    Predefinito Milano/Palermo

    Roma. Le strade di Milano straripano di gerani, ma alla Procura annusano ben altri odori – gli odori della politica – e inviano un “avviso di garanzia” ai figli di Silvio Berlusconi, Marina e Piersilvio, per una vecchia storia di diritti cinematografici. L’inchiesta si trascina da anni e gli eredi dell’imperatore potevano essere convocati mesi prima o mesi dopo.
    Ma l’orologio di palazzo di giustizia ha stabilito che il tempo adatto per divulgare la notizia e far sentire il rumore delle catene è quello che si alza adesso. Con questo vento.
    E poi c’è Palermo. Le strade sono invase dai gelsomini, ma i procuratori che vogliono riscrivere la storia d’Italia avvertono odori antichi. L’altro ieri hanno rovistato tra gli scampoli delle loro inchieste e hanno tirato fuori delle cartuzze che, come tutte le cose di Sicilia, possono significare tutto e il contrario di tutto; ma intanto danno la possibilità al Corriere della Sera di scrivere che, in tema di mafia, “l’ipotesi stragista è sempre attuale” e che dietro ai massacri del ’93 “ci sono segreti mai svelati che, se venissero alla luce, susciterebbero non pochi problemi e imbarazzi”.
    Ovviamente a lui, a Berlusconi, fonte di tutte le trame che si aggirano come fantasmi per l’Italia, e che la procura palermitana, ai tempi di Gian Carlo Caselli, ha tentato più volte di afferrare e ingabbiare: ora con l’inchiesta sui “sistemi criminali”; ora con le indagini sui mandanti occulti delle stragi.
    Nonostante gli sforzi di Caselli e la mobilitazione, a tempo pieno, di una carrettata di pentiti, Berlusconi nella rete non c’è finito.
    Ma la paranza approntata per la grande caccia è sempre lì.
    E ieri si è riprodotta sulle pagine del Corriere.
    Dove è comparsa una decodificazione tutta particolare di alcune lettere sequestrate, nel 2002, dalla polizia penitenziaria a tre detenuti eccellenti: Totò Riina, Leoluca Bagarella e Cristoforo Cannella.
    A un certo punto, per esempio, Totò “u curtu”, scrivendo al cognato Leoluca, commenta la vittoria del Milan e i trionfi della Ferrari in Formula Uno.
    Il dettaglio non sfugge alla magistratura. Che solo ora però, sull’onda del vento che arriva dai palazzi romani, fornisce la sua interpretazione.
    Quelli di Riina – si legge sul Corriere della Sera – non sono innocenti commenti su altrettanto innocenti avvenimenti sportivi. No, quelli sono “messaggi in codice sui politici”.
    Anzi, su un politico: sempre lui, Berlusconi. Perché il Milan - spiega il giornale – non può che portare al Cav. e la Formula Uno, se
    scritta in sigla, F1, non può che somigliare a FI, cioè a Forza Italia.
    Gli avvocati di Berlusconi, ieri, ci hanno riso sopra per tutta la giornata. “Se mai saremo chiamati a Palermo – ripetevano - sosterremo che, trattandosi di Ferrari e di Formula Uno, il riferimento più ovvio è a Luca di Montezemolo, non al presidente del consiglio”.
    Ma la ricostruzione del Corriere non lascia scampo.
    E riporta un’altra lettera nella quale Bagarella, parlando di un romanzo e dei monumenti citati in quelle pagine, scrive:
    “Io voto le Piramidi e la Cappella vaticana”.
    Semplice amore per l’arte? Macché. “Se la si collega con gli attentati di Roma, Milano e Firenze” e con la “ripresa della strategia eversiva” di Cosa Nostra, quella è una frase
    “inquietante”.

    Un colpo di frusta alla procura di Grasso
    Inquietante? Nelle alte balconate di Palermo sgocciolano le zagare ma in questi giorni il vento diffonde l’odore asprigno e affilato di una intervista concessa da Luciano Violante, padre e regista di tutta la sinistra giudiziaria, alla redazione siciliana di Repubblica.
    Il capogruppo dei Ds è sceso a Palermo per festeggiare il successo personale alle europee di Claudio Fava, uno dei suoi discepoli più fedeli e promettenti.
    Ma l’occasione è stata utilizzata soprattutto per lanciare un monito – e che monito – al presidente della Regione, Totò Cuffaro, che proprio in questi giorni, dall’alto del 14 per cento conquistato dall’Udc in Sicilia, cerca di sanare la frattura che si è determinata tra Marco Follini e Silvio Berlusconi.
    “La Regione siciliana non esiste”, ha sentenziato Violante. “E’ un danno. Se venisse eliminata, le cose andrebbero meglio. Parlo non della Regione in assoluto, ma di quella governata da Cuffaro”.
    Chi dovrà provvedere all’eliminazione? Gli elettori? Il presidente della Regione, si sa, è impigliato in una inchiesta per mafia – concorso esterno – i cui contorni non sono stati ancora definiti.
    La conclusione è prevista per la fine di questo mese, termine entro il quale i magistrati dovranno decidere se archiviare o chiedere il rinvio a giudizio. La procura, diretta da Pietro Grasso, ha abbandonato da tempo i metodi praticati da Caselli. E agli occhi di Violante, probabilmente, la cautela adottata fin qui nei confronti di Cuffaro può anche apparire eccessiva. Una colpetto di frusta, servito per giunta sull’onda di un venticello che sembra cambiare, non può che fare bene alla causa.
    Perché non darlo?

    da il Foglio del 9 luglio

    saluti

  5. #25
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: C'è un'eco interessante....

    In origine postato da mustang
    --------------------
    Cioè ha spiegato le cappellate che ha preso "giudicando" Parmalat e Enrom?
    E perchè, bamboccetti carissimi, altre valide agenzie di rating hanno valutato diversamente i conti italiani?
    Se è così, avete ragione voi.
    Le cappellate le ha prese in quanto i bilanci di Parmalat ed Enron erano FALSI.

    Solo che negli USA hanno inasprito le pene portandole a 25 anni con assoluta certezza di pena.
    Qua da noi, i TUOI, l'hanno depenalizzato.

  6. #26
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    Predefinito In casa...

    …An

    Roma. Sciogliere le correnti o rassegnarsi alla resa dei conti? E’ solo un assaggio del conflitto che animerà An nei prossimi giorni, quello visto ieri al convegno organizzato a Roma da Nuova alleanza (Adolfo Urso, Altero Matteoli) e Destra sociale (Gianni Alemanno, Francesco Storace).
    Perché da mesi nel partito covano segnali che annunciano rivolgimenti e nuovi equilibri.
    Gli ultimi, dopo le europee, certificano l’avvicinamento tra le componenti di Alemanno e Urso: rafforzate dal voto ma sottorappresentate nella struttura, si preparano a rivoluzionare il paesaggio interno.
    A farne le spese, mentre Gianfranco Fini osserva silente,
    dovrebbe essere la componente di Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri (Destra protagonista), anima terza di derivazione tatarelliana, egemone ma indebolita elettoralmente e ora stretta dalla manovra di sociali e liberalconservatori.
    Un’alleanza che può avere la sua consacrazione già domani o domenica, durante l’annuale convention degli alemanniani patrocinata dal mensile di riferimento, Area.
    All’Ergife ieri è apparso anche La Russa e ha ribadito la necessità di “superare le logiche correntizie”.
    Un appello che non nasconde l’intenzione di proporre lo scioglimento del tripartito nel partito, accolto però con ironia affilata da Alemanno (“chi fa questi appelli o non ha niente da dire o sta per battezzare una nuova componente”) e Storace (“vuole rimproverarci i voti che abbiamo preso?”).
    E dire che negli ultimi giorni il richiamo del coordinatore aveva ricevuto il sostegno di alcuni non allineati di peso all’interno di An: il portavoce Mario Landolfi, Andrea Ronchi (fidatissimo collaboratore di Fini), il direttore del Secolo d’Italia Gennaro Malgieri (“serve un segnale contro le divisioni esasperanti” ripete al Foglio), Mario Baldassarri, qualche seguace di Matteoli e il capogruppo alla Camera, Gian Franco Anedda.
    Ambienti vicini al ministro delle Comunicazioni evidenziano che l’unità d’intenti è “trasversale e autorevole”. Gasparri, interpellato dal Foglio, aggiunge che intende “superare una cristallizzazione inaccettabile”.
    Non sarà una contromossa per parare i colpi degli alemanniani?
    “Tutt’altro. Io rappresento l’area più cospicua del partito e credo che sia giunto il momento di ritrovarsi a discutere su temi urgenti per An e la Cdl. A luglio ci sarà un incontro di teste pensanti che hanno a cuore l’unità del partito e le sorti della coalizione. Nell’occasione lancerò un segnale di convergenza che guarda a un centrodestra capace di sopravvivere ai suoi leader, così come è accaduto nella Francia dei Pompidou, de Gaulle, Giscard e Chirac. Un progetto duraturo, proiettato nella difesa della produzione europea sui mercati internazionali e fermo nel chiedere la revisione del Patto di stabilità”.
    Insomma un incontro pubblico non solo a uso interno:
    “Ci saranno coloro che davvero tengono ad An e alla sua identità”.
    Tra gli alemanniani c’è chi assicura che quella di La Russa e Gasparri è l’ultima versione di un programma caro a Tatarella: “Bocciare le correnti come semplici cordate di potere e scioglierle a beneficio dell’apparato oligarchico”. “L’aritmetica non si discute”, commenta Marcello De Angelis, direttore di Area e padrone di casa all’appuntamento “sociale” di Orvieto. “Gli elettori hanno disegnato una realtà diversa da quella rispecchiata nell’attuale struttura di An, i tempi per un cambiamento sono maturi. Tanto più che nell’incontro delle correnti di Urso e Alemanno le diverse sensibilità del partito trovano una rappresentanza unitaria”. Un congresso straordinario in vista? “Non serve, a Fini bastano gli elementi a disposizione”. Ma se Alemanno si dice disposto a sostituire La Russa nel ruolo di coordinatore, chi è convinto che sia già in grado di capovolgere i rapporti di forza, secondo fonti informate, potrebbe ricredersi. “Sa che il buon risultato alle europee dipende per due terzi dal lavoro svolto come ministro e non è sovrapponibile ai numeri reali della sua corrente, soprattutto al nord. E Urso e Matteoli non gli portano granché in dote. A meno che non voglia fare il Cirino Pomicino di An, punterà su un processo graduale da gestire nel ruolo di superministro dell’Alimentazione”.

    saluti

  7. #27
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    Predefinito Ministri....

    …spendaccioni

    Nella maggioranza che ci governa non mancano i riottosi che si oppongono ai tagli alle tasse invocando da una parte opportuni
    tagli alla spesa e dall’altra rivendicano che i tagli devono riguardare altri che il proprio ministero o la propria lobby bancaria
    o industriale.
    E’ quindi esercizio molto utile leggere i bilanci consuntivi dei ministeri con portafoglio, perché i fatti spesso non seguono le parole, e il contenimento delle spese è sovente presente più in dichiarazioni pubbliche che in atti ufficiali.
    Prendiamo per esempio due dei principali capitoli che compongono le uscite dei ministeri: le spese per il personale e le spese di gestione.
    Nel primo caso soltanto in 5 dicasteri su 14 si sono registrate riduzioni rispetto al 2002. A far calare il costo del personale,
    che è composto da tre voci (retribuzioni, missioni e altri costi del personale), spiccano il Welfare di Roberto Maroni (meno 24 per cento), l’Ambiente di Altero Matteoli (meno 6 per cento), l’Educazione di Letizia Moratti, e a seguire con percentuali
    minori la Difesa di Antonio Martino e l’Interno di Beppe Pisanu.
    In tutti gli altri ministeri le spese per i dipendenti sono cresciute, a volte anche con tassi a due cifre.
    E il primato sapete a chi spetta? Proprio al dicastero delle Politiche agricole guidato dall’instancabile “invocatore di
    svolte” Gianni Alemanno, che nel consun tivo 2003 rispetto all’anno precedente ha fatto segnare un incremento mica male, ben il 56 per cento in più: la spesa finale è infatti passata da 214 milioni di euro a 335.
    In seconda posizione, col 40 per cento di aumento, c’è il ministero dei Beni culturali di Giuliano Urbani.
    A seguire Infrastrutture e Giustizia. Ora si capisce bene che infrastrutture e giustizia siano priorità nazionali da potenziare, e che puntare a una maggior tutela del patrimonio artistico e ambientale sia una scommessa per la bilancia estera e del turismo, ma insomma, con tutto il dovuto rispetto per il traino dei prodotti di qualità dell’enogastronomia italiana, l’aumento se non sospetto resta eccessivo.
    Il capitolo “costo del personale” non è dipoco conto, anzi ha un’incidenza percentuale dell’86 per cento sul totale dei costi delle amministrazioni centrali, facendo superare nel complesso alla spesa la più che temibile quota di ben 60 miliardi di euro.
    Le giustificazioni non mancano.
    Per esempio il dicastero delle Politiche agricole sottolinea che la crescita rispetto al budget dei costi per missioni è “da attribuire principalmente al centro di costo della Direzione generale per le politiche agroalimentari, ed è giustificata dalla partecipazione alla presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea, che ha svolto le sue attività soprattutto nel secondo semestre dell’anno”.
    Ma gli altri ministeri non hanno anch’essi dovuto reggere l’impegno del semestre di presidenza europea del Consiglio dei ministri dei relativi settori? E come mai hanno saputo farlo senza sforamenti paragonabili?
    Al ministero dell’Educazione nazionale e della Ricerca, che ha fatto segnare un più 43 per cento degli “altri costi del personale”
    (incarichi, gettoni di presenza e buoni pasto) dicono che “gli scostamenti sono dovuti essenzialmente al recepimento in contabilità economica di variazioni di bilancio intervenute con atti amministrativi”.

    Se poi si esamina un altro capitolo delle uscite, i costi di gestione, il trend non è dissimile.
    In questo caso, scendono a 4 i dicasteri che sono riusciti a tagliare gli oneri che comprendono acquisti di beni di consumo,
    prestazioni di servizi da terzi e altri costi di gestione.
    In discesa risultano quelli dell’Interno, della Difesa, l’Educazione
    e le Politiche agricole. In tutti gli altri casi c’è stato un aumento.
    Il record negativo spetta questa volta alle Attività produttive,
    con una crescita del 49 per cento: nel 2002 si spendevano per beni e servizi 28 milioni di euro, nel 2003 sono saliti a 41.
    A difesa di Antonio Marzano vale però il fatto che l’incremento
    è avvenuto comunque facendo registrare una riduzione di spese per il capitolo, rispetto alle previsione del 2003.
    Dopo le Attività produttive, sono gli Affari esteri affidati a Franco Frattini a far registrare la crescita dei costi di gestione più elevata, col 45 per cento.
    Ma anche qui la spiegazione c’è, vista la crescente proiezione internazionale dell’Italia e l’accrescimento delle funzioni attribuite alla diplomazia dalla riforma voluta dal premier.
    In ogni caso, a fronte di costi delle amministrazioni centrali
    superiori ai 70 miliardi di euro, il taglio di dotazione di 2,6 miliardi ai ministeri compreso nel decreto all’esame del Consiglio dei ministri odierno è persino troppo ridotto, altro che esagerato.

    saluti

  8. #28
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    Predefinito In casa degli....

    ....spiazzati

    Forse è perché, nel corso dell’ultimo triennio, non è passata quasi settimana in cui l’opposizione non abbia chiesto le dimissioni del governo, che le intimazioni di questi giorni a Silvio Berlusconi perché “formalizzi” la crisi sembrano più che altro un atto dovuto, dal sapore burocratico.
    Si applaude molto Marco Follini, ma con il timore che, in questo modo, sottolineando la sua autonomia, si corra il pericolo di fargli aumentare la presa sull’elettorato incerto, in caso di elezioni. Francesco Rutelli, che ha detto esplicitamente quello che pensano anche gli altri soci dell’Ulivo, si è preso qualche reprimenda, per la verità più da Arturo Parisi che dai Ds.
    Insomma di fronte a una maggioranza in evidente difficoltà, l’opposizione, e soprattutto la sua formazione maggiore, i Ds, appare spiazzata.
    Teme soprattutto che alla fine, per evitare una rottura in extremis con l’Udc, Berlusconi e Fini concedano qualcosa di sostanziale sulla riforma della legge elettorale in senso proporzionale.
    Hanno sostenuto che le leggi elettorali non si cambiano a maggioranza, ma sanno bene che nell’opposizione tutti gli altri partiti, Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi, Sdi e una parte forse prevalente della Margherita voterebbero a favore della proposta di Follini.
    L’egemonismo dei Ds, infatti, nel centrosinistra fa lo stesso effetto della “monarchia” di Berlusconi nel centrodestra.
    L’unica mossa politica significativa di Piero Fassino è stata la denuncia dei “pericoli del neocentrismo”, che nella Margherita non ha avuto però un grande effetto, tant’è vero che il giorno dopo Rutelli ha ottenuto l’unanimità su un testo assai ambiguo in cui l’unica cosa chiara è che la Margherita non ripeterà l’esperienza del listone nelle elezioni regionali dell’anno prossimo.

    Intanto Romano Prodi continua a tacere, suscitando il sarcasmo di Ciriaco De Mita, che ricorda come i profeti siano invece abituati a gridare, anche nel deserto.
    La federazione dell’Ulivo, lo strumento per ottenere una gerarchizzazione dell’opposizione, sotto l’egida di Prodi ma con il ruolo guida dei Ds, si sta scolorendo in una specie di innocuo patto di consultazione.
    Finì così anche con il Fronte popolare tra Pci e Psi, diventato unità d’azione dopo che nel ’48 la lista unica aveva penalizzato i socialisti, per poi svanire dopo i fatti d’Ungheria del ’56.
    Forse per questo i Ds non hanno alcuna iniziativa politica
    proprio quando se ne aprono gli spazi.

    Ferrara su il Foglio del 9 luglio

    saluti

  9. #29
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: C'è un'eco interessante....

    In origine postato da mustang
    --------------------
    E perchè, bamboccetti carissimi, altre valide agenzie di rating hanno valutato diversamente i conti italiani?
    Se è così, avete ragione voi.
    «In una nota, Moody’s spiega che “un fattore importante a sostegno del rating è stato il calo del debito pubblico, sceso al 106,2% del Pil nel 2003 dal 123,2% del 1995”». Campiamo (o ciampiamo?) ancora (per poco) sul risanamento effettuato dai governi dell’Ulivo.
    Per il presente ed il futuro, la Standard&Poor’s dice invece che il debito pubblico «resterà bloccato al 105% del Pil per la maggior parte del decennio corrente».

  10. #30
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: C'è un'eco interessante....

    In origine postato da leo
    «In una nota, Moody’s spiega che “un fattore importante a sostegno del rating è stato il calo del debito pubblico, sceso al 106,2% del Pil nel 2003 dal 123,2% del 1995”». Campiamo (o ciampiamo?) ancora (per poco) sul risanamento effettuato dai governi dell’Ulivo.
    Per il presente ed il futuro, la Standard&Poor’s dice invece che il debito pubblico «resterà bloccato al 105% del Pil per la maggior parte del decennio corrente».
    ------------------------------
    Hai dimostrato molto chiaramente quello che sostengo: Moody's ed altri basano il "giudizio" sui numeri.
    S&P sulla "palla di cristallo" nella quale leggono il futuro.

 

 
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