Quale dev'essere la nostra proposta politica? Quali devono essere le nostre coordinate?
Credo sarebbe interessante poterne discutere.
un saluto


Quale dev'essere la nostra proposta politica? Quali devono essere le nostre coordinate?
Credo sarebbe interessante poterne discutere.
un saluto


La costituzione del movimento “Repubblicani europei” non è solo un atto sacrosanto di rivolta morale, ideale e politica verso l’inconcepibile deriva operata dal PRI verso una destra nei confronti della quale non ripeteremo qui le infinite ragioni di incompatibilità che ci caratterizzano. E’ il tentativo di costruire, in positivo, un punto di riferimento in primo luogo verso le tante diaspore repubblicane di questi anni.
Il dialogo è già ripreso e sicuramente nei prossimi mesi porterà i suoi frutti. Sono migliaia gli amici disseminati in tutta Italia che una gestione dissennata del partito ha condotto a scelte dolorose e che sono disponibili a riprendere il cammino interrotto. Ma vogliamo costituire anche un ponte nei confronti di un’opinione laica e democratica che appare dispersa, indebolita offuscata. Con un processo a prima vista incomprensibile, per cui, mentre la società italiana si laicizza progressivamente nei comportamenti, i valori del laicismo sembrano altrettanto progressivamente perdere mordente, a destra come a sinistra.
Lo spettacolo offerto dalle forze politiche in attesa nell’anticamera del cardinale Sodano ne è conferma eloquente e dobbiamo essere grati a Carlo Azeglio Ciampi per avere richiamato fortemente i partiti italiani alla legittimità repubblicana e costituzionale.
In questo sforzo, difficile e coraggioso, ci assiste una convinzione, condivisa anche da importanti correnti di pensiero sul piano internazionale. Quella che il repubblicanesimo non è un liberalismo un po’ più audace o un socialismo un po’ più attenuato, ma una corrente di pensiero politico, una teorica della libertà - come l’avrebbe definita Carlo Cattaneo - autonoma e dotata di proprie caratteristiche e peculiarità. Convinzione non di oggi, non dell’ultimo momento, ma maturata e consolidata negli anni.
Pochi forse ricordano come, nel pieno dell’ubriacatura per la cosiddetta “Cosa 2”, tentativo fallimentare di omogeneizzazione forzata e di “reductio ad unum” nell’ambito di una sinistra che, al contrario, come quella italiana, si distingue per una accentuata articolazione, Luciana Sbarbati intervenne a ristabilire una profonda verità che noi, oggi, possiamo apprezzare in tutto il suo valore.
Ci riferiamo alla lettera a suo tempo inviata all’allora segretario del PDS, Massimo D’Alema, e pubblicata dall’Unità in cui la nostra amica, dopo avere rivendicato con uno studioso dell’autorità di Quentin Skinner - e vicino a lui possiamo citare Maurizio Viroli, non secondo per autorevolezza e credito scientifico - autonomia e peculiarità al pensiero repubblicano, aggiungeva: <<In Italia, il repubblicanesimo è stato all’origine della prima organizzazione delle classi lavoratrici, anzi - come sottolineava Giovanni Spadolini - rappresenta l’unico caso nel continente europeo di un partito politico che nasce da un’esperienza sindacale “ante litteram”. Ma, a parte origini e fatti remoti, con il movimento repubblicano e con le sue idee ci si deve inevitabilmente confrontare sull’intera gamma delle questioni democratiche che oggi sono all’ordine del giorno nel nostro Paese. In primo luogo l’Europa, che trova nel contesto mazziniano e cattaneano le sue prime intuizioni. Un’Europa che non è sicuramente soltanto il Trattato di Maastricht e la questione, pure fondamentale, della moneta unica, ma che queste tappe necessarie deve inserire in un grande disegno di unificazione a tutti i livelli, con una politica comune, anzitutto di pace, in un continente che ha infiammato per due volte il mondo in questo secolo che stiamo per lasciarci alle spalle. E ancora in via prioritaria con una politica sociale comune, per la promozione civile e per il superamento delle più stridenti disuguaglianze.
Conosco la tua sensibilità per questi temi, perciò li richiamo con forza. L’ispirazione riformatrice che può contribuire alla loro soluzione è più che legittimamente presente nella tradizione repubblicana.
Ma con quelle idee ci si deve inevitabilmente confrontare anche su altri piani. L’unica posizione di federalismo democratico - non legato, come quello neo-guelfo al problema della compatibilità di presenza e di equilibrio tra i sovrani e il papa - come articolazione dal basso e come concezione originale dello stesso esercizio della sovranità ci riconduce in Italia al movimento repubblicano, non soltanto per gli iniziali apporti risorgimentali, ma legato a nomi come quelli di Arcangelo Ghisleri - che fu maestro di Turati e Bissolati - di Giovanni Conti, di Oliviero Zuccarini, di Tommaso Perassi, i quali ultimi si batterono alla Costituente per la repubblica delle regioni e dell’autogoverno locale. Un federalismo, infine, assolutamente non conflittuale con l’unità nazionale, ma fondato forse sul tipo più saldo di unità, che è quella che non comprime, ma esprime con il massimo di libertà e valorizza come una grande ricchezza civile le istanze di un Paese che presenta un’estrema varietà come l’Italia.
Elementi del tutto attuali di governo democratico dell’economia e del confronto sociale, dalla concertazione alla politica dei redditi, hanno un’origine e una storia che non credo sia misconoscibile>>.
La lettera continuava: << Permettimi, però, a questo punto, di dubitare della adeguatezza di una tua affermazione, quando dici che “la vera innovazione della sinistra italiana avviene dentro l’Internazionale Socialista”. Senza nulla voler togliere alla tradizione socialista, il problema è probabilmente, almeno per l’Italia, più complesso e difficilmente riconducibile a questi termini esclusivi.
Esiste, senza dubbio, dopo una storia di continue, dolorose scissioni e lacerazioni, il problema di una maggiore unità della sinistra italiana. Ma esso richiede approfondimenti che facciano riferimento a un orizzonte più vasto, se non deve trattarsi - come tu dici giustamente - di “procedere per annessioni successive” e se vogliamo che il processo sia realmente tale da poter riguardare tutte le componenti>>.
Nessuno può quindi dirci che la nostra scelta di essere a sinistra derivi da una opzione acritica e meccanica. Siamo a sinistra perché da sempre, con la storia che abbiamo, siamo stati componente essenziale - la più antica - della sinistra italiana. La componente, come la definiva un altro grande marchigiano, Oliviero Zuccarini, negli anni venti, prendendo le distanze dagli esiti totalitari della rivoluzione sovietica, antiautoritaria e autonomistica. E, coerentemente, siamo oggi nel centrosinistra, verso il quale possiamo nutrire - e nutriamo - forti elementi di insoddisfazione politica, ma che rappresenta, con tutti suoi limiti, lo schieramento riformatore di questo Paese.
Ci battiamo e ci batteremo perché questi limiti siano superati, in primo luogo con la ricostituzione di un’area laica e riformatrice, che non si esaurisce nell’ambito della cosiddetta, affollata “liberal democrazia”, ma che non esita a confrontarsi e a contendere a un socialismo depurato da negativi esiti storici, la vocazione al cambiamento, la tensione verso un ideale di giustizia sociale che da sempre ci appartiene.
Altro che adesione acritica. Noi siamo e restiamo sul terreno di una tradizione alta, che non ha mai disarmato e che non vuole disarmare.
Lo stesso nostro programma discende istintivamente da questa tradizione, vissuta - come deve essere - alla luce dei problemi del mondo contemporaneo e tradotta in termini attuali per affrontare questi problemi.
In primo luogo, il laicismo.
La società italiana in questi anni ha subito e sta subendo enormi trasformazioni - sottolineate, come sempre accade di fronte alle novità - anche dall’insorgere di pulsioni di tipo razzistico e xenofobo, di retroguardia, nell’ambito della destra. Il nostro Paese, storicamente terra classica di emigrazione, è divenuto luogo di immigrazione, al pari di tutto il continente europeo. Questi processi non si affrontano con la testa rivolta all’indietro, ma facendo delle nostre istituzioni il punto di riferimento in cui possano convivere, nel rispetto rigoroso delle leggi, convinzioni religiose, politiche e ideali diverse. Perché allora persistono, per via concordataria, posizioni di privilegio per una sola confessione religiosa?
Noi vogliamo che tutte le confessioni possano vivere ed operare - ripetiamo, nel rispetto rigoroso della legge comune, senza lassismi di sorta - contribuendo ad arricchire tutti noi in un confronto aperto e paritario, che in primo luogo è di affinamento culturale.
Chiediamo quindi che siano superati i concordati, strumenti ormai obsoleti ed anacronistici, e che si arrivi alla separazione tra la sfera statuale, che è di tutti, e nella quale tutti dobbiamo riconoscerci, nel rispetto reciproco, e la sfera delle convinzioni individuali, intime, tutte legittime.
Su questo stesso terreno si colloca la nostra posizione sulla scuola. Il problema della società italiana non è quello di affidarsi a una serie di scuole ideologiche o religiose. E’ quello di realizzare, nella scuola di tutti, un salutare equilibrio che rispetti, su un piano paritario, tutte le istanze e tutte le aspirazioni. Quindi, difesa della scuola pubblica, che è e resta compito primario di uno Stato democratico. Poi, ben vengano le altre scuole, purché accettino di operare in condizioni di parità sul piano della legge comune. Questa posizione non nega in radice la possibilità di interventi di sostegno da parte pubblica, ne respinge però, in aderenza alla Costituzione, l’obbligo e sottolinea la necessità, che è un’esigenza democratica di fondo, che tutti siano posti sullo stesso piano, senza favoritismi o ammiccamenti ingiustificabili.
Sul piano economico restiamo fautori della concertazione tra le parti sociali, metodo democratico che si sta affermando in tutta Europa, e della politica dei redditi, in modo che nelle scelte siano assicurate le compatibilità con l’interesse generale. E - consapevoli di dire una cosa del tutto contro corrente - riteniamo che ai fini di una concertazione effettiva sia necessaria la ricostituzione dell’unità sindacale, obiettivo che riteniamo vada perseguito.
L’economia italiana in questa legislatura è stata largamente risanata ed appare veramente incomprensibile una polemica astiosa sulle cifre rese note anche di recente da un organo tecnico e indipendente come l’ISTAT.
Possiamo prevedere per il futuro immediato, con il rallentamento dell’economia americana e l’apprezzamento dell’Euro, qualche problema di competitività per le nostre aziende sul piano internazionale. Questa può essere considerata un’emergenza da affrontare con misure mirate, che tengano però sempre conto delle compatibilità fissate a livello europeo. Necessità, quindi, che siano accelerati gli investimenti, peraltro già in aumento negli ultimi anni, perché il mercato interno sia posto in condizioni di supplire ad eventuali minori capacità di competizione internazionale.
Ma non è questa l’unica emergenza con cui il nostro Paese deve confrontarsi. L’Italia dedica risorse molto più magre degli altri Paesi alla politica sociale. Questo capitolo di spesa deve aumentare per portarci alla pari con i partner europei e, al momento della tanto invocata verifica della spesa previdenziale, andrà tenuto conto di un’altra emergenza. Quella - indegna di un Paese civile - per cui centinaia di migliaia e forse milioni di italiani debbano vivere ai limiti della sopravvivenza con pensioni inferiori al milione. Si tratterà, quindi, non soltanto di “tagliare”, come si chiede a destra, ma anche di operare interventi di riequilibrio che sono in primo luogo un’esigenza di civiltà.
Sullo stesso piano di pone il capitolo delle cosiddette “nuove povertà”, che si vanno diffondendo in tutta Europa e che vanno affrontate con la stessa determinazione e nella stessa ottica.
Il centrosinistra ha operato coraggiosamente anche sul piano delle privatizzazioni, spesso indispensabili per far arretrare lo Stato da compiti imprenditoriali che non gli sono propri, e a svolgere i quali si presenta incapace e inadeguato.
Tuttavia, su questo terreno è necessaria anche molta cautela. Non tutto può essere privatizzato, se non vogliamo ridurre tutto alla giungla del profitto e se non vogliamo fare aumentare le divaricazioni tra ceti sociali. In particolare, la cautela è necessaria sul fronte di servizi che, per i loro costi e per le loro necessità strutturali, difficilmente possono essere gestiti in condizioni di reale concorrenza.
Ci riferiamo, in particolare, alla ventilata liberalizzazione del settore elettrico. Qui non sarà male fare un passo indietro e ricordare le ragioni che - a suo tempo - ispirarono anche liberisti al di sopra di ogni sospetto, come Luigi Einaudi, a farsi fautori della nazionalizzazione. Nel primo dopoguerra, in Francia e in Gran Bretagna, dove l’energia elettrica era pubblica, i prezzi al consumo erano aumentati di pochissimo rispetto all’anteguerra. In Italia, dove la produzione dell’energia era affidata ai privati, il prezzo era lievitato di sei/sette volte.
Sarà quindi necessaria molta meditazione, prima di imboccare strade potenzialmente pericolose.
Ma, soprattutto, sarà indispensabile imprimere un nuovo e deciso ritmo di accelerazione alla produzione di energie alternative, in un quadro di grande attenzione alle esigenze di salvaguardia dell’ambiente, patrimonio prezioso di tutti.
Sul piano istituzionale, le possibilità di andare a una nuova legge elettorale di impianto proporzionale vanno collegate a misure innovative tendenti a rafforzare la stabilità di governo. Non tanto con la propensione a svolte presidenzialistiche, sulle quali, peraltro, non ci pare esista un grado di maturazione sufficiente tra le forze politiche nel cui ambito si prospettano le soluzioni più disparate, che vanno da un presidenzialismo all’americana (ed anche in quel Paese molteplici sono i problemi soprattutto a livello dei rapporti, piuttosto sconnessi, tra esecutivo e legislativo) all’elezione diretta del premier adottata da Israele (che non sembra dare prove esaltanti), quanto con l’adozione di altri modelli, assimilabili a uno schema di cancellierato con la garanzia della sfiducia costruttiva.
L’incipiente federalismo - e qui non si capisce proprio questa vocazione della destra italiana a rovesciare continuamente il tavole della trattativa e dell’approfondimento - va completato anche con l’uscita dal cosiddetto “bicameralismo perfetto” e la trasformazione della seconda camera, la quale oggi ha compiti ripetitivi che appesantiscono il processo legislativo, in assemblea delle regioni e delle autonomie locali.
Ma noi riteniamo, in linea con la nostra tradizione autonomistica, che sia indispensabile avviare una profonda riforma dal basso, da quel comune che è la prima istanza di contatto e di riconoscimento della democrazia da parte dei cittadini.
Va bene rafforzare l’istituto regionale, con il vincolo insuperabile della salvaguardia dell’unità nazionale. Ma riflettiamo sulla nostra struttura amministrativa di base. L’Italia, Paese ormai unico in Europa, ha circa 8 mila comuni, 6 mila 500 dei quali al di sotto dei cinquemila abitanti. In questo dopoguerra la Gran Bretagna, patria storica dell’autogoverno locale, ha ridotto il numero dei comuni da 1.400 a 369. Oggi mediamente i comuni inglesi hanno 130 mila abitanti. La Danimarca è passata da 1.278 a 275; la Svezia da 1.037 a 279. E così via la Germania, e gli altri Paesi.
In Italia, almeno dal 1967 si parla di una necessaria aggregazione di comuni, ma nulla si è fatto. Qualche anno fa, uno dei maggiori esperti della materia, Ettore Rotelli, diceva del nostro Paese: <<E’ l’unica grande democrazia europea che alla metà degli anni ottanta si presenta poco forte a livello regionale, l’opposto della Germania. Frammentata a livello comunale, all’opposto della Gran Bretagna. Territorialmente e istituzionalmente incoerente a livello provinciale, all’opposto della Francia>>. E aggiungeva: <<Dovremmo prendere lezioni anche da democrazie minori, come Svizzera e Austria, a struttura federale. O da quelle nordiche che hanno ridotto drasticamente e quindi rafforzato le unità di base del governo locale (Norvegia, Danimarca e Svezia). Infine, incredibile, persino dalla Spagna entrata pochi anni fa nella famiglia democratica>>.
Ora, con il rafforzamento delle regioni, quale autorevolezza e capacità di contrattazione avranno, stretti appunto tra Stato centrale e regioni, i nostri comunelli di poche anime? Va aggiunto che il rafforzamento del comune era sostenuto, con grande intuizione, persino da Giuseppe Mazzini a metà dell’Ottocento, come strumento per contrastare quella che egli definiva la “locale mendicità”. Noi vogliamo comuni forti e autorevoli, non mendicanti, perché il confronto tra le istanze fondamentali della democrazia non sia a senso unico e scontato.
Un altro tema caldo della situazione istituzionale italiana è rappresentato dal cosiddetto conflitto di interessi che, colpevolmente, destra e sinistra hanno lasciato irrisolto. Noi non abbiamo fobie antiberlusconiane da affermare. Diciamo soltanto che nella società contemporanea la teoria democratica classica della divisione dei poteri deve subire una evoluzione. Oggi i poteri, infatti, non sono più soltanto tre, legislativo, esecutivo e giurisdizionale, ma almeno cinque. Perché vanno aggiunti il potere economico e quello mediatico, che forse non hanno rilevanza costituzionale, ma che è indubbio incidano in modo determinante sulla politica del Paese.
Né vendette né improvvisazioni, ma un discorso di rigore e di rispetto delle regole fondamentali della democrazia.
da: www.movimentorepubblicanieuropei.org


Un altro spunto può venire dai 10 punti programmatici dell'ALDE, enunciati ieri da Graham Watson.
da: http://eld.europarl.eu.int/content/default.asp?
10 points for the Group of the Alliance of Liberals and Democrats for Europe
There are times in history when peoples' destinies hang in the balance and they face decisive choices. For Europeans, the beginning of the 21st Century is just such a time. It is our duty and our privilege to respond to the great changes that are transforming Europe and the world and posing new challenges.
Individually the countries of Europe are too small to guarantee their peoples' security and welfare. The choice they face is to try and hold out in defence of a scale of things that no longer matches the times, or to pool their resources within the larger, stronger, more competitive entity that is the European Union. For the EU Member States there can be no future without Europe and no future outside Europe. Only by joining forces can we defend and uphold our values, both within the Union and beyond its boundaries, furthering our common and more specific interests and taking up the global challenges together – proactively, not reactively.
Europe must be built not only as a Union of States based on diplomacy, but also by a democratic community of peoples.
We are committed to unlocking the potential of our Union, by building on the fundamental principles of freedom, democracy, solidarity, the rule of law, respect for human rights, free enterprise and equal opportunities.
First, by promoting peace, through a Union in the federal tradition that respects our diverse cultural, local and linguistic identities, and is open to all European States which comply with the criteria for membership.
A Union that can finally vote with a qualified majority system in order to fully exercise the European sovereignty in compliance with the principle of subsidiarity.
The ratification and entry into force of the European Constitution is in this respect essential.
Second, by making the EU a global player bridging the gap between its economic and political dimension: Europe must speak with one voice in world affairs.
This is why we fully support a Common Foreign and Security Policy which aims to promote a new era of peace, democracy and security, notably in the Mediterranean area.
To this end, the perspective of a hard core in defence policy should be supported within an effective multilateral framework.
Finally, the EU’s leverage in international trade and financial frameworks should be extended.
Third, by opening up, democratising, making more accountable and strengthening the institutions of the European Union, also by identifying forms of participation and dialogue able to bring into the European debate those who at the moment feel excluded.
To this end, media pluralism is crucial. Furthermore, to foster common European experiences and the sense of belonging to a single continent-wide community, language training and exchange among students, trainees and volunteers should be stimulated.
Fourth, since Europe is a union of minorities, by guaranteeing the fundamental rights of all European citizens and removing all forms of discrimination.
In our common fight against international crime and terrorism, we will always remain vigilant against any erosion of personal freedom. A Europe of security and justice for all is also a Europe that extends these rights to those who justly seek asylum or a new life here. To that effect, the Union needs to strengthen protection of the common external borders and to harmonise asylum policy. Europe has to develop a common strategy to manage legal immigration and coordinate action against illegal immigration, and to firmly combat any form of racism and xenophobia within Europe. The protection of minorities is the essence of democracy.
The Area of Freedom, Security and Justice should be deepened.
Intercultural dialogue should be promoted and deepened further.
Fifth, believing that the aim of society must be the self-fulfilment of each individual, by promoting education at all levels.
Support for scientists and researchers, technology transfer, investments in information, eco-friendly technologies and R&D networks on a European basis are essential.
Sixth, by strengthening economic governance after the introduction of the Euro.
A common economic policy must aim to create prosperity, competitiveness and jobs, and keep the European social model viable, by modernising the European economy and fostering an innovative society. In this framework, we must reform Europe's economy to secure a stable and competitive climate for businesses to invest in innovation and create jobs, to facilitate labour mobility, and to achieve a real single and liberalised market.
An effective single market implies also the reduction of the bureaucratic impact of its implementation.
Seventh, by ensuring value for money for taxpayers, rooting out fraud wherever it is found, tackling unnecessary bureaucracy; by reforming the system of own resources to make it more transparent, progressive and fair.
Eighth, by making Europe the world leader in environmental protection.
This means seeking common solutions to our common environmental, public health problems, consumers protection and food safety. Europe must commit to cleaner, safer forms of energy and embrace renewable resource use. The Union should work for the achievement of the targets set out in the Kyoto Protocol for reductions in greenhouse gas emissions and for the launch of a follow-up to Kyoto.
Environmental and security policies should lay at the core of the Union’s cooperation with its neighbours.
Ninth, by making globalisation work for everyone.
We recognise that globalisation has had together with positive effects also some negative ones. To overcome the negative effects, Europe must promote sustainable development through a more generous and targeted aid policy, and must give through the multilateral trading system the world's poorest nations access to our markets to escape the poverty trap.
Tenth, by ensuring a full recognition and enhancement of the role of Europe’s regions, particularly those with legislative powers, and by building a structural policy which develops the potential of Europe's most needy regions.
EU resources should be used to mobilise additional investments, and cohesion funds should be focused on the poorest regions. The Union cannot afford that any of its region lags behind.
For a balanced development at home and abroad, it is necessary to rethink and reform the Union's Common Agricultural Policy.
The European Union's achievements to date are impressive - half a century of peace, prosperity and stability; instead of fighting each other, Europe's nations harness their collective genius and goodwill to a common enterprise and provide opportunity for our citizens. After the Second World War, the founding fathers wrote the European project of the twentieth century; right now we should rewrite together the project to cope with the challenges of the third millennium.
United, our alliance of Liberals and Democrats is committed to realizing the dream of a political and democratic Union for our unified continent.