Roma. Ma, alla luce degli ultimi avvenimenti, quale sarà il futuro del federalismo sul quale tanto insiste la Lega?
Il passaggio più delicato per la maggioranza sarà la discussione
della riforma costituzionale che introduce la devoluzione.
Il testo che uscirà dal Parlamento all’inizio dell’autunno, infatti,
non sarà più emendabile nelle successive tre letture, perché una riforma costituzionale deve essere approvata nell’identico testo due volte da ambedue i rami a distanza di almeno tre mesi.
Poi, visto che è escluso che possa ottenere una maggioranza qualificata dei due terzi, sarà sottoposta a referendum
confermativo, altro passaggio assai delicato perché, non essendo richiesto, per questo tipo di consultazione, il quorum di
partecipazione al voto, la modifica costituzionale diventerà
effettiva solo se otterrà la maggioranza dei votanti.
La Lega, naturalmente, insiste perché si proceda all’approvazione nei tempi concordati, perché altrimenti non ci sarebbe il tempo per tutti gli adempimenti previsti nel corso della legislatura.
L’Udc ha chiesto un “miglioramento” sostanziale del testo licenziato dal Senato, e su questo si accende lo scontro politico.
A vedere bene i testi degli emendamenti presentati in commissione dall’Udc (14 dei quali sono peraltro già stati ritirati), si scopre che i temi più controversi non sono quelli della devoluzione, cioè del potere esclusivo delle regioni su sanità, organizzazione scolastica e polizia locale.
Nel merito delle attribuzioni regionali le richieste dell’Udc non riguardano questi tre argomenti, ma altri, che la riforma del titolo V approvata dal centrosinistra agli sgoccioli della passata legislatura ha lasciato nella “terra di nessuno”.
Si tratta soprattutto della rete energetica e di quelle di trasporto di rilevanza nazionale.
Che la materia sia mal regolata è stato reso evidente da decisioni di alcune regioni meridionali che hanno preteso delle royalties per il passaggio sul loro territorio di elettodotti e metanodotti, o dalle difficoltà a realizzare la legge obiettivo sulle grandi opere, a causa delle obiezioni di regioni soprattutto dell’Italia centrale alla definizione dei percorsi autostradali o ferroviari.
Non si tratta di argomenti che dovrebbero infastidire più di tanto la Lega e che, se trattati con uno spirito politico costruttivo, potrebbero essere risolti senza scontri eccessivi.
In realtà i temi su cui l’Udc sollecita modifiche sostanziali non sono quelli della devoluzione, ma al contrario il sistema dei
“contrappesi” che è stato approvato al Senato, su richiesta soprattutto di Alleanza nazionale e di Forza Italia.
Si tratta del “premierato forte”, che Alleanza nazionale ha ottenuto come premio di consolazione per la rinuncia al suo disegno originario di Repubblica presidenziale, e del cosiddetto Senato delle Regioni, istituito per creare una camera di compensazione tra i diversi livelli di potere dello Stato, che però nel testo del Senato è diventato una specie di organismo di controllo sul governo che, come aveva già osservato Marcello Pera, rischia di rendere ingovernabili le istituzioni.
Le norme sul premierato contengono un clausola “antiribaltone” che rende praticamente impossibile sostituire il presidente del consiglio, la cui elezione avviene attraverso un’esplicita indicazione dell’elettorato, senza ricorrere allo scioglimento delle Camere.
Questo problema, che è stato posto da An e Forza Italia e non dalla Lega, può risultare il più difficile da risolvere.
E’ questa anche l’opinione del capogruppo dell’Udc al Senato, Francesco D’Onofrio, che ha lavorato alla riforma istituzionale. ‘’Se debbo essere sincero - ha dichiarato al Mattino di Napoli - ritengo più problematica l’intesa nella Cdl sul premierato, ora che abbiamo chiesto di limitare i poteri del premier e di ampliare i casi in cui il Parlamento può sostituirlo”.
Un Senato con troppi poteri
La questione si lega al meccanismo elettorale, che l’Udc ha chiesto di ripristinare in forma proporzionale, ottenendo un assenso condizionato da Silvio Berlusconi.
Alleanza nazionale, che invece è per il mantenimento del maggioritario, non ha posto un veto alle aperture del premier, ma si appresta a difendere il “premierato” e potrebbe farlo in modo da togliere al proporzionalismo promesso ogni efficacia effettiva, magari dando poi alla Lega la responsabilità per un eventuale fallimento dell’intesa sulle correzioni alla legge.
Sull’altro problema aperto, quello dell’eccesso di vincoli che il Senato delle regioni può porre all’attività del governo (che nella formulazione attuale sono superiori a quelli del Bundesrat tedesco), nelle riunioni “tecniche” che si sono svolte durante la verifica pare si siano trovate soluzioni soddisfacenti.
In sostanza non è il federalismo in sé a creare le divisioni più profonde, ma l’insieme delle norme che l’accompagnano.
Quindi in realtà non è la Lega a creare le maggiori difficoltà, quanto chi cerca di usarla per fini propri.
saluti




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