Giù le mani dalle città
di Walter Veltroni
Cominciamo dai fatti. La decisione del governo di imporre ai Comuni una riduzione del 10% sulla spesa per i cosiddetti «consumi intermedi» è non solo brutale, ma anche immotivata. Basta leggere i dati dell’Istat, cosa che apparentemente i ministri dell’Economia (veri o a interim) non si sono neppure curati di fare. Fra il 2001 e il 2003 le uscite di tutti i Comuni italiani per i consumi intermedi sono rimaste sostanzialmente stazionarie, da 19.156 a 19.240 milioni di euro(+0,4%). Nel medesimo periodo invece nel complesso della Pubblica Amministrazione le stesse spese sono cresciute da 62.338 a 69.022 milioni (+10,7%).
Inoltre: la spesa per il personale che, come è noto è la voce più importante tra quelle correnti, è aumentata del 9.6% nel complesso della Pubblica Amministrazione, mentre nei Comuni è cresciuta solo del 4.4%. L’unico settore in cui i governi delle città hanno effettivamente aumentato le uscite è quello degli investimenti (da 14.637 a 16.447 milioni di euro). Ma questo, francamente, non mi pare proprio un difetto.
Già questi semplici dati dimostrano come i Comuni, e con loro le Regioni e le Province, abbiano agito con un grande senso di responsabilità. Chi sostiene che è colpa loro se la spesa pubblica è cresciuta, dice una grossa stupidaggine. Ed è grave che la dica. Gli aumenti di spesa sono stati tutti dalla parte dello Stato. E i tagli invece rischiano di soffocare chi da un lato non ha colpe e dall’altro ha più necessità.
Ecco spiegate nel modo più semplice le ragioni per cui ieri noi sindaci di tutta Italia, sia di centrosinistra che di centrodestra, abbiamo compiuto il gesto clamoroso di manifestare davanti a Palazzo Chigi e di consegnare simbolicamente le chiavi delle nostre città.
Si è trattato di una protesta dura e politicamente chiara, espressione di un disagio profondo cui si è aggiunto lo sconcerto per l’ultima prepotenza: la delegazione dei sindaci è stata ricevuta quando era già chiuso il termine ultimo per la presentazione degli emendamenti e mentre eravamo in Commissione Bilancio è giunta la notizia che il governo avrebbe intenzione di mettere la fiducia sulla manovra. Bel modo di confrontarsi con i rappresentanti delle realtà locali da parte di una maggioranza e di un esecutivo che dicono di volere il federalismo...
E continuiamo con i fatti. C’è stato qualcuno, nei giorni scorsi, il quale ha sostenuto che i tagli sui consumi intermedi sarebbero quasi «indolori» per i Comuni come lo sono per l’Amministrazione centrale dello Stato, ministeri ed enti statali. È un’altra sciocchezza. I ministeri non erogano servizi direttamente ai cittadini, i loro consumi intermedi riguardano essenzialmente il loro stesso funzionamento; i Comuni invece con questo tipo di consumi acquistano più che altro beni e servizi che vanno immediatamente a beneficio dei cittadini: trasporto pubblico, illuminazione, pulizia delle strade, mense scolastiche, manutenzioni, servizi sociali e quant’altro. Tagliare qui significa tagliare sulla carne viva delle città, significa togliere pezzi di vita alle comunità, far star peggio tutti e soprattutto chi ha meno. E il governo non solo ha tagliato, ma lo ha fatto - ed è la prima volta che accade - non su bilanci futuri ma su quelli correnti, su programmi già in atto.
A Roma, nonostante questo ennesimo colpo, che segue definanziamenti già decretati e l’ostinato rifiuto a tener conto delle spese che la nostra città sostiene in quanto capitale d’Italia, siamo riusciti a chiudere una manovra di assestamento che sostanzialmente ha evitato tagli alle erogazioni sociali, alla scuola, alle manutenzioni. Per fare questo abbiamo dovuto utilizzare risorse che avevamo risparmiato con una buona disciplina di bilancio, con il recupero dell’evasione fiscale, con la riduzione degli interessi sul debito, con il taglio delle spese di rappresentanza, con l’efficientamento delle aziende. Si tratta di risorse che avremmo potuto destinare a espandere quantità e qualità dei servizi e che invece sono finite nel buco nero di una manovra governativa ingiusta, inefficiente, sbagliata e perfino dubbia sotto il profilo costituzionale. Tutti i Comuni italiani stanno vivendo in queste ore le stesse difficoltà: si debbono tagliare servizi ai cittadini o, nel migliore dei casi, non si può far fronte alle necessità crescenti che la crisi economica generale sta facendo pagare ai ceti meno protetti.
Si tratta di una grave ingiustizia sociale, ma anche di un problema che riguarda il principio di rappresentanza e il rispetto della volontà dei cittadini. I sindaci sono stati votati direttamente dagli elettori sulla base di programmi che hanno sostanza e base economica nei bilanci e guidano governi che rispondono senza mediazioni ai bisogni delle comunità. Interferire in modo autoritario in questo rapporto e, come è stato fatto, senza alcuna consultazione, è un colpo all’assetto dello Stato, all’insieme dei rapporti tra le istituzioni. Uno dei tanti segni della crisi, ogni ora più profonda, che attraversa questo nostro Paese.
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