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Discussione: Uomini e...

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    Predefinito Uomini e...

    ....donne

    Roma. “Ho letto la lettera di Ratzinger ai vescovi e sono molto, molto sorpresa: è una vera svolta nel pensiero della Chiesa cattolica”.
    Luisa Muraro è docente di Filosofia teoretica, oltre che una delle maggiori esponenti del pensiero della differenza sessuale, legata a “Diotima” e alla “Libreria delle donne”.
    Ha esaminato parola per parola il documento “sulla collaborazione
    dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo”, già tacciato dai più distratti di oscurantismo, e spiega al Foglio che “in quel testo è contenuta una novità fortissima, appena smussata e arrotondata da una retorica antica, che è poi quella tipica della
    Chiesa: sorprendentemente Ratzinger assume e fa proprio il femminismo della differenza, prendendo invece di mira quella
    posizione accademica americana che tende a cancellare la disuguaglianza sessuale – il femminismo di genere”.
    Secondo Luisa Muraro non si tratta più semplicemente di
    sforzo di comprensione, o di avvicinamento, perché “la comprensione è già avvenuta, c’è stata una svolta anche nel linguaggio, e a questo punto si può dire che Ratzinger ci sta facendo pubblicità”.

    Difficile immaginare il Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede alle riunioni della “Libreria delle donne”, ma la lettera ai Vescovi dimostra uno studio approfondito e un aggiornamento costante, oltre che una potente “preoccupazione polemica verso l’unisex”, dice la Muraro: “E’ l’appiattimento sul neutro maschile che fa paura alla Chiesa, ed è ciò contro cui da tempo lottiamo noi: la differenza è che le femministe hanno sviluppato questo pensiero in funzione della libertà, mentre nel testo di Ratzinger si possono individuare le limitazioni della libertà, cioè la contrarietà alla fecondazione assistita e al matrimonio omosessuale”.
    Ma ciò che più conta non sono i divieti, che quasi svaporano nel testo: “Il punto essenziale è che la dottrina ufficiale della Chiesa si è impadronita di un pensiero nuovo che le va bene”, spiega la Muraro. Ciò che viene detto nella lettera ai Vescovi, seppure non in modo clamoroso, è più che clamoroso, e fonte di grandi responsabilità: “la filosofia cristiana tradizionale è finita, anzi ha svoltato”.
    Perché il linguaggio che neutralizza le donne, nemico dell’originalità di essere femmina, proveniva dalla filosofia classica: secondo Martin Heidegger “l’essere umano è neutro, sia per quanto riguarda il sesso sia per quanto riguarda la relazione”, ed è la tradizione filosofica a consegnarci questa idea, che anche la filosofia cristiana aveva fatta sua.
    Adesso, dice la Muraro, “l’idea è finita, e questa svolta dovrà essere portata avanti dalla Chiesa: non sarà semplice”.
    E’ finita insieme a quel concetto di “complementarietà” della donna per l’uomo, che a conti fatti rendeva la donna subordinata, e realizzata nella procreazione.
    Invece il richiamo alla “vocazione cristiana alla verginità”, come fa notare la Muraro, è collimante col pensiero dei filosofi della differenza, perché “contesta radicalmente ogni pretesa di rinchiudere le donne in un destino che sarebbe semplicemente biologico”.
    La verginità è un’istituzione nel cristianesimo, non rinvenibile nell’ebraismo e nemmeno nell’islam, che rivela un dato essenziale, e modernissimo: una donna non è tale perché fa figli.
    “Una volta a Marrakech, durante un congresso all’Università, mi trovai a discutere con un dottorando marocchino, che sosteneva:
    ‘guardo la donna e vedo la madre’. Io gli dicevo: ‘se tu guardi la donna, devi vedere la donna’ – racconta la Muraro – e adesso finalmente il femminile è portato all’altezza dell’umano, non è più un complemento di servizio e di dedizione: le donne possono insegnare qualcosa agli uomini, il principio originale delle donne è visto come principio universale di umanizzazione di tutta la società”.
    Il Papa aveva parlato di “genio delle donne”, ma non era arrivato a tanto.
    Ma perché la Chiesa e il femminismo della differenza guardano con tanta preoccupazione alla “virilizzazione” della donna, e al progressivo livellamento delle differenze sessuali?
    “La cancellazione della differenza è un impoverimento dell’umanità: è vero che le costruzioni della civiltà umana sono prevalentemente maschili, ma le civiltà non sono solo costruzione, sono rapporti, sono tradizione del saper cucinare, del saper trattare con l’altro, sono ospitalità. Questa parte della civiltà umana è stata tradizionalmente delle donne, e non per discriminazione o per imposizione: io ci vedo anche una scelta libera, la scelta del dedicarsi”.
    Se invece si perde l’originalità dell’umano femminile, “la civiltà diventa troppo burocratica, troppo organizzata sulla base dei rapporti di forza, anche se regolamentati” dice la Muraro. Grazie quindi al cardinale Ratzinger, che in un impianto in cui ribadisce il no alla procreazione assistita e ai matrimoni omosessuali, oltre che al sacerdozio femminile, ha codificato il pensiero della differenza?
    “Certi divieti non sono condivisibili, e c’è un altro grande limite: è una lettera scritta da un uomo, ma con poca attenzione agli uomini. Non aiuta i suoi simili a capirsi e ad aprirsi meglio alle capacità femminili. Vuole tranquillizzarli: le donne non si metteranno in competizione con voi, ma sono gli uomini a sentire le donne come competitrici, e a reagire male. Sono in difficoltà e ci mettono in difficoltà, imponendoci di stare alle regole del gioco così come loro le hanno concepite”.
    Misoginia, satira feroce contro le donne in carriera, imposizione di schemi durissimi, ed è allora che “il piano inclinato scende pericolosamente verso una virilizzazione costretta, e dannosa”.

    (ab) naturalmente su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Chiesa e...

    ...femminismo

    Per il filosofo americano Harvey Mansfield sull’amore e il peccato la
    Chiesa ne sa più del femminismo

    Cambridge, Mass. Harvey Mansfield è entusiasta della lettera del cardinale Joseph Ratzinger che vuole portare la pace nella guerra tra i sessi. Non ha niente dell’integralista americano, però.
    Allievo di Leo Strauss, è un conservatore, convinto come lo era il suo maestro che negli scritti di Platone e di Aristotele ci sia molto più da imparare che nelle scienze più recenti, come la biologia e la psicologia sociale.
    Professore a Harvard, ha scritto vari libri su Machiavelli e Tocqueville. Ne sta finendo uno per Yale University Press che ha per tema “The Manliness”, termine intraducibile con “virilità”, perché indica l’idea che fa di un uomo un uomo, idea non limitabile alla virilità, che equivale invece per Mansfield alla “sicurezza nella fede del rischio”.
    “Ho letto la lettera del cardinale Ratzinger ai vescovi della Chiesa cattolica”, dice il professore dal suo ufficio dell’Harvard University. “Non sono cattolico, ma posso dire di essere rimasto molto impressionato dall’antropologia biblica che contiene. Mi sembra che sui tre punti principali, e cioè l’amore, la collaborazione e il peccato, l’insegnamento della Chiesa di Roma sia preferibile a quello che si può trovare nel femminismo contemporaneo. Lo stesso vale per la teoria biologica dell’evoluzione umana. Non sono un cattolico, ma mi trovo in forte accordo con le affermazioni di Ratzinger”.
    Del femminismo radicale, diffuso nel secolo scorso da Simone de Beauvoir, mossa dal desiderio di trascendere la differenza sessuale, Mansfield pensa che sia in declino, perlomeno negli Stati Uniti, dove la maggior parte delle donne ormai si rifiuta di dichiararsi femminista e i “gender student” a Harvard sono solo 12 su 6.500. Ma se si chiede a Mansfield se sia opportuno ancorare la collaborazione tra uomo e donna alla metafisica, risponde:
    “Non bisogna aver paura della religione. La metafisica, in fondo, è utile. E voi europei, che avete sofferto i due totalitarismi, dovreste ricordare bene cosa si rischia a volerla negare. Le femministe negano che ci sia un’essenza delle donne, perché vogliono l’autodeterminazione. Ma questo significa un esercizio illimitato della volontà umana. Ora gli esseri umani hanno bisogno di una guida, e la trovano in Dio o nei principi”.
    Prima della metafisica, però, per Mansfield viene la realtà dei fatti, che abbiamo davanti agli occhi, come ricorda la Lettera di Ratzinger:
    “E la realtà è che sull’amore il femminismo non ha niente da dire”.

    anche questa su il Foglio del 3 agosto

    saluti









    E l’amore non ha niente di romantico per questo esperto del liberale inglese Edmund Burke, studioso delle ambivalenze del potere esecutivo, grande conoscitore della centralità di Machiavelli nella Costituzione americana e fine osservatore dei cambiamenti degli ultimi cinquant’anni nei rapporti sessuali tra studenti universitari, tanto da farne oggetto di conversazioni informali con i suoi stessi allievi. Per Mansfield l’amore è una forza della natura che plasma i rapporti umani sino a permeare anche quelli politici: “L’amore infatti ci dice che la vita umana non è autonoma, ci insegna che la nostra felicità dipende dalla felicità di un altro. Il femminismo non ha niente da dire sul mondo in cui gli esseri umani, uomini e donne, vivono insieme. Tutti noi viviamo da egoisti, cerchiamo di renderci il più indipendenti possibile. Poi però tutti noi abbiamo bisogno l’uno dell’altro. I due sessi lavorano insieme nella vita umana. Quanto al senso del peccato, ognuno di noi sa che nel sesso c’è una differenza tra giusto e sbagliato. Un modo di pensare che cerca di evitare il problema resta semplicemente senza presa sulla vita umana per come noi la conosciamo”. Se poi si insiste sul femminismo radicale, citando l’italiana Emma Bonino che ha paragonato la lettera del cardinale Ratzinger al pronunciamento di un imam del Cairo, per stigmatizzarne l’oscurantismo presunto, e rifiutare la subordinazione della donna, l’americano non si scompone. “L’avrà letta male. Il suo è un giudizio fuorviante, che non sta in piedi. La lettera di Ratzinger non ha nulla di reazionario. Garantisce in modo esplicito il diritto delle donne di avere una carriera autonoma e di non vivere solo come donne di casa. E tiene conto del desiderio che oggi la donna mostra – in pratica, non in teoria – di avere tutto, di trovare un modo per conciliare il suo ruolo nel mondo del lavoro e la sua femminilità. Non mi sembra un testo reazionario, che predica la sottomissione delle donne, relegandole nella sfera domestica”.
    Lo sforzo da parte della gerarchia ecclesiastica di ristabilire un orizzonte comune dei nostri valori non è solo la prova della crisi del progressismo. Forse è anche un’impresa disperata per ripristinarli, impresa dettata dalla minaccia fondamentalista. “Le due cose per me sono collegate” dice Mansfield. “L’attacco del fondamentalismo contro l’occidente porta a tener conto del fatto che dobbiamo difenderci. Il multiculturalismo va riconsiderato. Al tempo stesso, nello sviluppo delle nostre società, stiamo assistendo a una crisi che nasce dal male inferto alla famiglia, dall’infelicità delle donne, dalla confusione degli uomini. Ed è un bene che la Chiesa ci aiuti a ripensare i nostri valori, cercando di farci riscoprire un femminismo nuovo che protegga di diritti delle donne, dando loro la vita che desiderano”.

  3. #3
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    Predefinito E' così che ha senso il.....

    ...pensiero della differenza

    Roma. “Il grande valore della donna è un’invenzione della cristianità” dice Massimo Cacciari al Foglio “e il femminismo non sempre l’ha capito, scambiando la straordinarietà per sconfitta, e facendo retorica inutile”.
    Ratzinger ha colto l’essenziale: “la straordinarietà del ruolo” della donna, ma non ha osato spingersi oltre, “non ha discusso la tradizione teologica e non ha tratto conseguenze politiche”.
    Ecco perché secondo Cacciari “non c’è nulla di eclatante nella lettera ai Vescovi: si tratta di posizioni stranote e straribadite in tutti i documenti della Chiesa”.
    Cacciari non è stupito, ma nemmeno un po’ colpito, e contesta la “svolta epocale” attribuita dalla filosofa Luisa Muraro alle trentadue pagine di Ratzinger su uomini e donne.
    “Il discorso sulla differenza tra uomo e donna è tutto fuorché una novità da un punto di vista teologico, anche all’interno della stessa riflessione filosofica cristiana”, dice Cacciari.
    E spiega che la polemica con il femminismo di genere riguarda fenomeni talmente limitati della cultura femminista americana da non meritare nemmeno attenzione.
    “Basta leggere, inoltre, le cose della stragrande maggioranza dei teologi che fanno scuola oggi in Italia e in Europa per capire che il documento di Ratzinger arriva buonissimo ultimo”.
    La cultura della differenza sta diventando un “assoluto luogo comune”, dice Cacciari, anche sul piano della riflessione filosofica tout court:
    “Chi oggi, sul piano del principio, può non dirsi d’accordo con questo assunto? E’ come per la democrazia, parola ormai svuotata di significato: cento anni fa voleva dire qualcosa dirsi democratici, oggi non significa nulla. Cento anni fa sarebbe stata rivoluzionaria una lettera simile ai vescovi, oggi nessuno si sognerebbe di mettere in discussione la nobiltà e la pari dignità della donna, salvo poi discriminarla praticamente e politicamente”.
    Sarebbe meglio, per Cacciari, interrogarsi sul rapporto tra differenze e identità, più che continuare a ribadire “aria fritta”, “perché il problema vero, evidenziato anche da Ratzinger, è come far sì che il valore della distinzione emerga: l’organizzazione sociale, soprattutto in Italia, tutta improntata ancora al più bieco maschilismo, pone la donna in una posizione di assoluta minorità. Si dà per scontata la correttezza e ci si comporta scorrettamente”.
    Cacciari individua il colpevole, e gli dà un nome: “Questo solito politically correct”, che avrebbe annacquato anche il documento di Ratzinger.

    Il sacerdozio è troppo poco per la donna
    Ma il ribadire contrarietà al matrimonio omosessuale, alla fecondazione artificiale, e ancora una volta al sacerdozio femminile non pare, per la verità, granché politically correct.
    “Sono quelle le questioni teologicamente ancora rilevanti: la distinzione da operare tra quello che è il dato della tradizione, che conta, eccome, in tutte le religioni, e il dato dogmatico. Sulla questione del sacerdozio delle donne continuamente si propone il mantenimento di questo divieto, continuando a confondere la dimensione tradizionale con la dimensione dei principi: sul piano dei principi però nulla porta a questo divieto, che non ha alcuna base dogmatica ma ha invece un senso preciso”.
    “La donna ha una funzione escatologica in tutta la grande teologia delle origini, che l’uomo neanche si sogna di avere: è la perfetta fedele, colei che non tradisce mai Gesù, colei che crede per prima al risorto, colei che lo accompagna fino al sacrificio”. Secondo Cacciari “si potrebbe affermare, e sarebbe intelligente da parte della Chiesa farlo, se volesse difendere con efficacia la propria tradizione, che la donna non può accedere al sacerdozio perché il sacerdozio è troppo poco per lei: lei che ha funzione di mediazione con le cose ultime, come Maria, mentre il sacerdote deve tenere a bada il gregge, e fa parte ancora di questo secolo”.
    Quindi anche la verginità va letta in questa dimensione di superiorità, e non come una sconfitta. “Certo, perché la donna non è in alcun modo riducibile a una figura di questo evo, e quindi nemmeno alla dimensione del procreare, quella per cui questo secolo continua a esistere”.
    Se è così radicato nel cuore della tradizione teologica cristiana il grande valore della donna, “allora da qui bisognerebbe partire per trarne tutte le conseguenze pratiche e politiche, cosa che la Chiesa non ha mai fatto”.
    E che nemmeno il femminismo ha osato, “fermandosi a una retorica universale su cui tutti sono d’accordo e da cui non si produce niente”.
    Superare l’inerzia per cui la nostra cultura è dominata da una concezione che pone la donna al più come aiuto alla missione dell’uomo: “perché la complementarietà – dice Cacciari – è un discorso molto peloso: se si parla di differenza bisogna intenderla in modo radicale, e allora la donna non è obbligata a essere complementare all’uomo, la donna può anche fare guerra all’uomo”. Per di più, spiega, un grande commentatore della Genesi, il rabbino medievale Rashi, disse che quel versetto andava inteso diversamente: “Dio, creando la donna, fece un aiuto contro l’uomo”.
    “E’ così – dice Cacciari – che ha senso il pensiero della differenza.

    dove se non su il Foglio

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Ferrara risponde...

    ...a Merlo

    Caro Francesco, sei persona sottile e sofisticato banditore della lingua italiana, ma l’ideologia laica ti ha tradito.
    Si può conoscere una donna, già impresa difficile; si può avere un’idea presuntiva della tua donna, della donna d’altri, delle loro, delle vostre, delle nostre donne, e anche qui siamo spesso nei pasticci; si possono incontrare, guardare, toccare come tu dici, molte donne in spiaggia (e magari anche ai monti).
    Di tutto questo femminile determinato la Chiesa gerarchica può recare testimonianza anche dalla cattedra del celibato e del voto di castità: possiede alcune informazioni mondane di peso attraverso le confessioni, si sporge tra mondo e no attraverso le estasi delle sante e la meditazione virginale delle sue donne, insomma ha diritto di studio e di parola anche se sono rari i preti che guardano le ragazze a Cesenatico.
    Quanto a “la donna”, che è una eminente creazione delle Scritture, se proprio non vogliamo dare a Dio quel che è di Dio e alla natura un suo diritto di precedenza, il Cardinale la conosce meglio di chiunque altro, meglio persino di Vitaliano Brancati. Capisco il tuo fastidio, sono sempre all’erta per cogliere e apprezzare il minimo sintomo di intolleranza intellettuale, di insofferenza psicologica, e non sono iscritto all’albo dei femministi della differenza né a quello dei teologi giampaolini.
    Ma lasciati servire, caro amico: Ratzinger ha detto una cosa molto più banale di quelle che gli attribuisci, ma infinitamente più vera, non ha scritto che la donna deve stare al posto suo, ha bensì ricordato, solo ricordato, che ha un posto e unico nella natura, nella legge di ragione con essa collimante (almeno in parte), nel senso comune, nella storia che è anche storia dell’idea di Dio attraverso il Patriarca e la sua arca, per la via di Abramo e dei Profeti, su su fino all’avvento di Cristo e magari nella testimonianza dei Quraysh dell’Avvallamento e dello Stato teocratico monoteista fondato da questa tribù attraverso Maometto e il libro a lui dettato.
    Scusa, ma la tua donna da cartellone estivo, compresa la storia romantica di Eva (dico Eva) Catizone, deve fare i conti con quell’altra Signora e con una infinita teoria di mariologi che di lei sa qualcosa.
    Il Cardinale è un Cardinale, non un avvocato matrimonialista né un giudice incaricato di applicare il diritto di famiglia: se dice
    “sponsale” parla come Michelangelo quando definiva Santa Maria Novella “la mia Sposa”, non come Anna Maria Bernardini De Pace quando istruisce le pratiche di divorzio.
    La tua donna è facile da toccare, forse, ma la donna di Ratzinger è difficile da pensare, bisogna fare un piccolo sforzo competitivo, andare oltre la normalità per ritrovare la normalità, oltre le idee ricevute per ritrovare le idee trascritte e tramandate, naturalmente senza spocchia per la vicina di ombrellone e per Tina Brown.
    Il Cardinale conosce il mondo anche lui.
    Qui in America, per esempio, succedono strane cose.
    In Ontario, Canada, il multiculturalismo disperatamente e liricamente oltraggiato da quell’ubriacone di Barney produce uno sforzo legale ultra-corretto per incorporare nel diritto di famiglia di quella provincia le regole della Sharia, per adesso cogenti verso una comunità di seicentomila musulmani.
    Nel Missouri votano in massa (oltre il 70 per cento, con partecipazione al voto doppia rispetto ad altre analoghe consultazioni) contro il matrimonio omosessuale, e di qui a novembre i pollster democratici prevedono una funesta ondata di simili pronunciamenti costituzionali, particolarmente dolorosi per loro negli Stati elettoralmente in bilico nella corsa presidenziale.
    La donna e il suo corpo, cioè la differenza femminile come base della famiglia tradizionale (Ratzinger fa una concessione che non mi piace al modernismo linguistico: la chiama famiglia bi-parentale), è quindi al centro della lotta politica, della tensione religiosa, e anche di una nota guerra internazionale fatta di bombe e profezia e di eserciti invasori che brandiscono le armi della libertà civile, di leggi contro il velo islamico e di legittimazioni legali della subordinazione muliebre in nome della correttezza ideologica.
    Non è una questione di costume, quella che la lettera del prefetto ai Vescovi pone con il consueto garbo di una teologia d’acciaio: è una questione politica e di guerra, di potere e d’amore, di natura e di ragione, come sempre temi sensibili nella vita della Chiesa e delle religioni.
    Per l’amabile ma rischiosa coazione ironica che divora la nostra capacità di prenderci sul serio anche nelle materie irriducibili, caro Francesco, ridicolizzi il richiamo di Ratzinger a non insignorirci anche della biologia, a considerare la differenza che genera l’amore fecondo di specie e lo distingue da altri amori e passioni e peccati, a non disperdere l’originario senza farne un pretesto fanatico e simbolico che umilia la donna e la condizione umana, unica anche per Ratzinger.
    Sei un mangiapreti, lo so, e hai paura che l’Italia ridiventi un principato ecclesiastico, se mai fu altra cosa: intanto però quello che Ratzinger chiama il potere regale della donna, scusa se te lo rammento, è più eccitante e più erotico delle ragazze che si fanno il bagno ad agosto.

    su il Foglio del 6 agosto

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Idoli che....

    ...avvelenano

    Quando viene pubblicato un documento magisteriale della Chiesa cattolica, in primo luogo “fa notizia”, cioè, se ne è ritenuto degno, viene “coperto” ed esposto sul mercato mediatico.
    Quindi, eventualmente sviscerato, cioè ne vengono esposti i contenuti.
    Ma raramente, se non mai, si tenta di rispondere a quesiti come: quale ne è la “qualità”? Perché tale documento adesso e non in altra occasione, dal momento che i documenti magisteriali non sono prodotti di routine, ma, appunto, storici?
    Applico la tesi alla “Lettera ai Vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo”, firmata dal cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, con l’approvazione esplicita di Papa Giovanni Paolo II.
    Si tratta di un documento dottrinale che – prescindendo da quanto in esso riguarda la struttura della Chiesa e il sacerdozio ministeriale — costituisce punto d’interserzione fra un filone documentale costituito dalle pontificie lettera apostolica “Mulieris dignitatem” del 1988 e “Lettera alle donne” del 1995, e un filone relativamente nuovo delle espressioni del Magistero della Chiesa stessa.
    La data di nascita di quest’ultimo filone, a espressione ritmica (un testo all’anno) coincide provvidenzialmente – altri direbbe casualmente –con una data fatale nella storia, nella vita, della civiltà occidentale e cristiana: il 1968, data emblematica a indicare la trascrizione di massa della rivoluzione culturale d’élite iniziata nel Rinascimento e alla quale non è disagevole collegare almeno vagiti di femminismo.
    Si tratta dei Messaggi per la Giornata mondiale della pace, dei quali Giovanni Paolo II ha proposto una chiave di lettura (considerata la fonte, una vera e propria “interpretatio authentica”) nel Messaggio del primo gennaio 2004.
    In quel testo, il Pontefice qualifica i diversi testi come “i vari capitoli di una vera e propria ‘scienza della pace’”, nella quale sono progressivamente tracciate “le coordinate del cammino da compiere per raggiungere l’ideale della pace”: “E’ nata così una sintesi di dottrina sulla pace, quasi un sillabario su questo fondamentale argomento”.
    Ebbene, la lettera pubblicata dalla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo mi pare cada, benché “extra ordinem” (infatti non è di diretta emanazione pontificia e ha carattere più dottrinale che esortatorio), nella categoria descritta.
    Quindi costituisca una sorta di maiuscola nel sillabario evocato. Cioè, si ponga accanto a esortazioni alla pace relativamente a vari rapporti sociali, intesa al ricupero della pace nella relazione fondativa di ogni altra relazione sociale, quella fra l’uomo e la donna.
    Allo scopo, “occorre che tale relazione sia vissuta nella pace e nella felicità dell’amore condiviso”. “Solamente così può emergere in ogni uomo e in ogni donna, in ciascuno secondo la sua grazia propria, quella ‘immagine di Dio’ che è l’effigie santa con cui sono contrassegnati (cfr Gn 1,27). Solamente così può essere ritrovata la strada della pace e della meraviglia di cui è testimone la tradizione biblica attraverso i versetti del Cantico dei Cantici in cui corpi e cuori celebrano lo stesso giubilo”. “La Chiesa certamente conosce la forza del peccato che opera negli individui e nelle società e che talvolta porterebbe a far disperare della bontà della coppia. Ma per la sua fede nel Cristo crocifisso e risorto, essa conosce ancor più la forza del perdono e del dono di sé malgrado ogni ferita e ogni ingiustizia. La pace e la meraviglia che essa indica con fiducia agli uomini e alle donne di oggi sono la pace e la meraviglia del giardino della risurrezione, che ha illuminato il nostro mondo e tutta la sua storia con la rivelazione che “Dio è amore” (1 Gv 4,8.16)”.
    Basilare nella riconciliazione fra l’uomo e la donna, fondativo di ogni riconciliazione sociale – e nella Chiesa stessa – si rivela il riconoscimento della loro differenza, non espressione di una ideologia, ma espressa dalla fisicità del fatto, com’è contemplato dalla Scrittura. E – come scrive Gustav Thibon – “[…] la Natura è così indebolita, così avvelenata, così delusa dai suoi idoli che non può più essere salvata che dal Dio dei cristiani”.
    Anche attraverso la “Chiesa dei cristiani” e il suo Magistero.

    Giovanni Cantoni
    Reggente nazionale di Alleanza Cattolica su il Foglio

    saluti

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    Ogni testo che si rispetti ha un sottotesto che evoca un contesto. La Lettera ai vescovi firmata da Joseph Ratzinger ha come sottotesto la conoscenza approfondita della mai risolta diatriba femminista tra “uguaglianza e differenza”, cui è seguita una scelta netta a favore dell’antropologia, della filosofia, della politica (chiamiamola come ci pare) della differenza sessuale in chiave conciliativa del rapporto tra i sessi.
    Il contesto evocato è quello segnato dalla perdita di autorità del pater familias, dall’avvento della tecnologizzazione della nascita, dall’atomizzazione reciproca di uomini e donne, che sembrano incamminarsi atomizzati lungo il viale del tramonto della civiltà occidentale.
    “Da qui – ha scritto Vittorio Messori sul Corriere della Sera – l’intervento di una Chiesa che si propone un ruolo non moralistico, ma profetico. La posta in gioco è, nientemeno, che la distinzione dell’umanità tra maschile e femminile: distinzione ontologica e non manipolabile, se non provocando rovine”.
    Che la Lettera sia profetica non c’è dubbio, profetica di sventure, nel senso del mito da Cassandra in poi.
    E però – nel senso della religione cristiana da Gesù in poi – la profezia non viene lasciata a se stessa ma rovesciata in possibilità di salvezza terrena.
    Il testo soddisfa una platea di varia umanità ambosex.
    Gli orfani delle grandi narrazioni progressiste del Novecento che hanno assistito al fallimento delle ideologie che per rimettersi in piedi hanno bisogno di una qualche stampella di fede; i catastrofisti del presente, che colgono in ogni segno dell’attualità in rottura con il recente passato il marchio della disumanizzazione.
    I critici della pervasività dello Stato in tutti i gangli del privato attraverso la superfetazione dei diritti all’uguaglianza, i più o meno consapevoli restauratori di un moderatismo da Ancién régime, che patiscono l’indebolimento del legame tra uomini e la scomparsa del gineceo domestico, binomio su cui hanno investito per sopravvivere, per espandere la creatività, per mantenere la presa sul mondo e per sentirsi vicino a un dio, nel senso della potenza e dell’arbitrio sul bene e sul male.
    In tutto questo si inserisce un interesse femminista quasi giubilante nei confronti della Lettera.
    Capisco che, soprattutto per quelle femministe memori di aver operato una rivoluzione simbolica di grande portata in occidente, senza armi e senza potere ma con la forza dei legami tra donne e della parola sulla differenza, il riconoscimento incassato appaia un sorta di imprimatur.
    Sia perché bypassa la necessità di fare i conti con gli esiti di quella rivoluzione, sia perché proviene da una fonte che di rivoluzione simbolica se ne intende da duemila anni.
    Fu Gesù il primo rivoluzionario di questa genìa, e non a caso contava più sulle donne che lo appoggiavano che sugli stessi discepoli.
    La Chiesa, con la Lettera, tenta di ripetere un’analoga impresa, offrendo alle ex rivoluzionarie, alle ancora rivoluzionarie, alle revisioniste attive della “differenza”, prescelte nella pletora dei femminismi e dei neo femminismi tardivi, una collaborazione di tipo nuovo, funzionale alla missione salvifica che si prefigge. Detta, però, la Chiesa, i canoni femminili da incoraggiare e quelli da censurare.
    No alle donne competitive con gli uomini, sì a quelle che lavorano senza sacrificare la pace della coppia.
    No alle zitelle senza aggettivi, sì a quelle che uniscono (simbolicamente, per carità!) zitellaggio e verginità.
    Sì, quindi, alla maternità come compimento di destino procreativo ad alta sublimazione, sì anche alla non maternità, a patto che venga sublimata in un altrove ad alta intensità pedagogica.
    In pratica: se una sceglie di non essere madre sottraendosi e basta, non va.
    Ma se lo fa per rappresentare coscientemente la figura della neoemancipata con compito di cura nei confronti del prossimo, va benissimo. E’ un ventaglio di chances prescrittivo e riduttivo rispetto a ciò che offre la realtà e che connota le scelte femminili reali.
    E non sono convinta che l’esaltazione del “di più femminile” serva a ripristinare la collaborazione tra i sessi.
    La ingloba semmai in una nuova modellistica, oserei dire antimaschile, pretenziosa nell’affermazione della magnificazione di un “principio femminile” migliore di quello maschile.
    Ma è proprio questa supposizione idealizzata e non provata, che manda gli uomini ai matti quando si trovano ad amare o a odiare, a sopportare o a guerreggiare con le donne concrete.

    Dopo che avrà “sistemato” le donne nel suo progetto, la Chiesa dovrebbe di conseguenza rivolgersi agli uomini, l’altro corno della diade ontologica con tanta assolutezza affermata.
    Dovrebbe modellare un idealtipo anche per loro, collaborativo evidentemente, ma non si sa su che piano.
    Forse lo farà, forse no, forse ci sta già pensando.
    Aspettiamo l’evento, o il non-evento, che dovrebbe accadere. Con interesse.
    Roberta Tatafiore

    perchè aspettare? Provi lei, la signora Tatafiore, a "modellare un idealtipo" anche per noi, poveri maschietti in attesa della "parola" che ci eviti di andare ai matti.

    saluti

 

 

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