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Discussione: Guerre dimenticate

  1. #1
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    Predefinito Guerre dimenticate

    Di questi tempi i telegiornali fanno un gran parlare di guerre:
    guerra al terrorismo
    conflitto tra israeliani e palestinesi
    situazione irachena...

    e poi?

    a volte si parla della cecenia...
    ogni tanto qualcuno si ricorda che in afghanistan la pace non è stata ancora raggiunta del tutto...
    ancora più raramente saltano fuori i nomi di posti come l'uganda o il kashmir, senza tra l'altro chiarire bene la situazione di questi paesi...

    e poi?

    ogni tanto salta fuori qualcuno che dice che in un posto dal nome esotico è in atto una strage...

    ma poi parte il servizio sul gattino gettato nel fiume o sul calciomercato e tutto viene dimenticato, del povero gattino invece si parlerà per almeno un paio di giorni


    In questo spazio ho deciso di postare informazioni sulle guerre, i crimini e le stragi di cui nessuno vuole parlare...

  2. #2
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    Iniziamo con Aceh

    Non si tratta di una marca di candeggina, ma una provincia autonoma dell'Indonesia, situata nell'estremità settentrionale dell'isola di Sumatra:




    In questa provincia i ribelli del Movimento Aceh Libero (GAM) combattono contro l'esercito indonesiano dal 1976, cioè da 28 anni.
    Si tratta del conflitto più vecchio e ignorato del globo.
    Tutto ciò può avvenire anche in virtù del totale disinteresse della comunità internazionale alle vicende di Aceh, considerate quasi unanimemente, come affari interni della repubblica di Indonesia.

    Guarda caso la regione è ricca di petrolio e gas naturale e a quanto pare la Mobil Oil (che per chi non lo sapesse è una delle più grandi compaagnie petrolifere statunitensi) è coinvolta nella faccenda. (Quando si dice il caso)

  3. #3
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    Ma andiamo con ordine.

    In epoca precoloniale Aceh era un regno musulmano indipendente.
    Poi arrivano gli europei.
    Nel 1949 L'Indonesia ottiene l'indipendenza dagli olandesi, in quello stesso anno la popolazione di Aceh, già irrequieta ai tempi degli olandesi, inizia a ribellarsi al governo di Jakarta. Dieci anni dopo Aceh ottiene l'autonomia nel campo religioso, in quello del diritto consuetudinario e in quello dell'istruzione.
    Con il golpe di Suharto del 1965 le cose cambiano: la regione diventa oggetto di uno sfruttamento massiccio delle sue risorse, sfruttamento dal quale gli abitanti non traggono alcun beneficio e che anzi riduce in miseria la regione nel giro di pochi anni.
    Aceh contribuisce per circa l'11% al budget nazionale ma riceve meno del 2% in cambio. La maggior parte dei posti di lavoro va ai lavoratori "qualificati" immigrati da Giava, con conseguenti eclatanti ingiustizie sociali e culturali fra i lavoratori immigrati delle grandi industrie e la popolazione locale. Con l'aumento del controllo centralizzato sull'arcipelago deciso negli anni '70, lo status speciale di Aceh viene privato di ogni significato.
    Così nel 1976 il GAM proclama l'indipendenza della regione e dà inizio al conflitto.

  4. #4
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    L'unica speranza legata ad una soluzione negoziale del conflitto, arriva dalle trattative portate avanti per 2 anni dal Centro Henry Dunant per il Dialogo Umanitario. Non un governo, ma un'organizzazione non governativa collegata alla Croce Rossa Internazionale.
    Le trattative culminano, nel dicembre del 2002, con la firma di un accordo di cessate il fuoco tra il governo e i separatisti e l'impegno ad intavolare trattative per raggiungere un trattato di pace vero e proprio.
    La tregua però, nel totale disinteresse dell'Onu e dei vari governi nazionali, collassa dopo circa 5 mesi, il 19 maggio 2003, quando l'esercito indonesiano ha riaperto le ostilità e lanciato una ampia offensiva contro i ribelli del GAM.
    Il governo indonesiano, infatti, dopo la ripresa delle ostilità, il 19 maggio 2003 , ha instaurato la legge marziale in tutta la provincia e proibito l'accesso ai giornalisti ed agli operatori umanitari stranieri. Ufficialmente per motivi di sicurezza, in realtà, dicono molti osservatori, per non avere a che fare con testimoni scomodi che possano riferire all'esterno l'operato dei militari.
    Un giornalista free-lance americano, però, William Nessen, è riuscito comunque a raggiungere la zona e ad aggregarsi ai ribelli del GAM, per circa un mese, fino a quando non è stato catturato dalle truppe indonesiane ed espulso dal Paese.
    Il racconto di Nessen, confermato almeno in parte da altre fonti indipendenti, dà un quadro poco rassicurante della situazione dei diritti umani nella provincia. Il cibo viene razionato, poichè le autorità governative hanno paura che i civili possano dare una parte del proprio riso ai ribelli. Inoltre, per muoversi da un villaggio all'altro, anche per soli 2 o 3 chilomentri, si deve ottenere un permesso dal capo villaggio, che a sua volta deve comunicare all'esercito i nomi di tutti coloro che si spostano da un villaggio ad un altro.
    Ma non è questo il peggio. Nessen racconta di come migliaia di abitanti siano stati letteralmente deportati in campi di raccolta. Al fine di svuotare le piccole comunità rurali che possono supportare la guerriglia. Inoltre, dozzine di villaggi sono stati accorpati, con lo scopo di poter controllare in maniera più efficace le attività degli abitanti del luogo.
    Tra le cose più desolanti di questa guerra, però, insieme ai lutti, le sofferenze, i rapimenti, gli sfollati e gli abusi contro la popolazione civile, c'è una peculiarità o, per meglio dire, un vero proprio primato, molto poco invidiabile: l'incendio sistematico e indistinto di centinaia di scuole.
    In poche settimane, tra maggio e giugno 2003, sono state dati alle fiamme quasi 500 edifici scolastici, sedi di scuole di ogni ordine e grado, sia istituti statali che islamici.
    Nessuno riesce a capire l'utilità di un'azione così sconsiderata e la logica che ha portato a considerare degli edifici scolastici come 'obbiettivi militari'. Buio fitto pure sui responsabili. Il governo di Jakarta accusa i ribelli che a loro volta respingono le accuse al mittente. A pagare le conseguenze, alla fine, sono solo i 50mila bambini e ragazzi costretti a seguire le lezioni all'aperto, con tutti i disagi che ciò comporta.
    I responsabili, come si è detto, non sono noti, ma si sa per certo che gli ufficiali del TNI, la sigla che indica le forze armate indonesiane, che dirigono le operazioni in Aceh, sono in buona parte gli stessi che operarono anche a Timor Est, rendendosi responsabili della spaventosa orgia di sangue e di violenza che si abbattè sugli abitanti del piccolo territorio nel 1999.



    IN MEZZO A TUTTO QUESTO LA MOBIL OIL SGUAZZA NEL PETROLIO.

    Secondo una dichiarazione dei media rivelata da un'organizzazione non governativa il 10 ottobre del 1998, la sede del Post 13, fornita dalla Mobil Oil, era usata per gli interrogatori della popolazione locale. La dichiarazione aggiunge che gli addetti agli scavi della compagnia petrolifera venivano usati per scavare tombe di massa sulle colline di Sentang e Tengkorak, e che le sue strade venivano usate per trasportare le vittime nelle fosse comuni. Giornalisti di "Business Week" (25 dicembre), hanno scovato più di dodici testimoni.
    Finora, 12 tombe di massa sono state identificate. Una si trova nei terreni di proprietà della compagnia petrolifera indonesiana, Pertamina, a meno di quattro km. da una postazione per l'estrazione del gas della Mobil; altre tombe vicino ad attività della Mobil, come a Rancong, risultano sospette, non sono state ancora state oggetto di indagini.
    Il responsabile delle pubbliche relazioni della Pertamina, A. Sidick Nitikusuma, ha dichiarato che "Incidenti connessi a violazioni dei diritti umani erano al di là dell'autorità e della conoscenza della Pertamina e della Mobil Oil". Il dirigente capo della Mobil, L. A. Noto, a novembre, ha dichiarato al "Giacarta Post" che la compagnia non dovrebbe essere accusata di complicità negli abusi.
    Ma abitanti locali intervistati da "Business Week" hanno sostenuto che l'operazione militare era troppo grande e le voci di uccisioni troppo diffuse perché la compagnia non ne fosse a conoscenza. "Non c'era una sola persona ad Aceh che non sapesse che i massacri avevano luogo", ha detto H. Sayed Mudhahar, un ex addetto alle relazioni pubbliche della PT Arun.


    fonti:
    www.warnews.it
    www.losfoglio.it
    www.ecn.org/reds/etnica/aceh/aceh.html

  5. #5
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    Naturalmente gli Usa non hanno mai ritenuto necessario portare ad Aceh la pace e la democrazia, visto che il petrolio se lo succhiano già senza alcun problema.

  6. #6
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    In Origine Postato da davide82
    Naturalmente gli Usa non hanno mai ritenuto necessario portare ad Aceh la pace e la democrazia, visto che il petrolio se lo succhiano già senza alcun problema.
    Beh, ma ma pace e la democrazia bisogna portarle solo dove cìè il petrolio da prendersi eccheccavolo.

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  8. #8
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    Uganda: scheda

    Scritto da Fulvio Poglio





    Il Presidente Yoweri Museveni festeggia in questo periodo il diciottesimo compleanno del suo Governo. Il Presidentissimo, ha definito il Governo dell'Uganda "una forma alternativa di democrazia" nella quale fino al 2000 non potevano esistere altri partiti politici oltre il suo NRM (Movimento di resistenza nazionale), braccio politico della NRA (Armata di resistenza nazionale) con la quale Museveni si impadronì del potere nel 1988.
    Ma nonostante il lunghissimo periodo al potere ed i successi millantati, Museveni continua a dover affrontare i gravi problemi di una guerra civile logorante che dura da quasi 20 anni e che ha provocato una grave crisi economica.
    L'LRA (Armata di resistenza del signore) è la forza ribelle che terrorizza le province del nord dell'Uganda fin dal 1987, abitate dagli Acholi, ai confini con il Sudan. Ed è proprio in Sudan che gli Olum ("erba" così vengono chiamati in lingua Acholi) hanno le loro basi e da lì partono molti dei loro attacchi.
    Si calcola che fin'ora razzie e scontri abbiano causato 100.000 vittime ed 1.200.000 sfollati, senza contare il dramma dei bambini rapiti: i maschi vengono addestrati come piccoli soldati mentre le femmine divengono schiave sessuali dei ribelli.
    La LRA è stata fondata dall'oggi quarantenne Joseph Kony di etnia Acholi, regione nel nord dell'Uganda ai confini con il Sudan, alla fine degli anni '80. Egli dichiara di essere il successore spirituale di una sua zia, Alice Lakwena pretessa vudù di grande carisma ("lakwena" significa messaggero in Acholi) che aveva condotto gli Acholi in guerra contro la giunta militare del Presidente Museveni durante le rivolte tribali avvenute tra il 1987 ed il 1988.
    L'"Armata del santo Spirito" così era chiamato l'esercito composto da guerrieri Acholi che arrivarono fino a Kampala, la capitale, armati di lance e pietre. Morirono a migliaia sotto il fuoco dell'artiglieria dei militari.
    Joseph Kony radunò i resti della Armata e con essi fondò l'Armata di resistenza del Signore con l'obbiettivo di vendicare i torti e le atrocità subite dagli Acholi da parte dell'esercito. L'armata iniziò le proprie operazioni di guerriglia nel 1989.
    Ma ben presto da oppressi gli Olum si trasformarono in oppressori iniziando ad uccidere e depredare la popolazione ed a rapirne i bambini per addestrarli come piccoli soldati. Consuetudine già praticata dall'Armata del santo spirito di zia Lakwena. L'UNICEF calcola che siano più di ventimila i bambini rapiti dalla fine degli anni '80 ad oggi.
    Gli obbiettivi dichiarati della LRA sono quelli di instaurare in Uganda un regime basato sull'applicazione letterale dei dieci comandamenti biblici. Kony stesso afferma di essere un profeta e di essere posseduto da uno spirito-guida divino. I bambini rapiti vengono indottrinati alle visioni di Kony: egli crede nell'avvento di un giorno in cui tutte le armi da fuoco del mondo smetterano di funzionare (il giorno del "mondo silenzioso" ) e solo coloro in grado di usare le armi bianche potranno sconfiggere i nemici e prendere il potere.
    La religione di Kony, un misto di concetti cristiani, animismo e magia africani, ha recentemente aggiunto un undicesimo comandamento ai dieci della Bibbia: "non dovrai mai guidare una bicicletta"; i soldati della LRA puniscono i contadini trovati a bordo di un biciclo mutilando loro le natiche con il machete. In un crescendo di follia, recentemente è stata lanciata una campagna contro i proprietari di polli bianchi e i maiali che vengono uccisi in tutto l'Acholi, quando scoperti. I motivi? Questi sono i comandamenti che Kony riceve dal suo spirito e dagli angeli, che consigliano anche i metodi di addestramento e guidano i ribelli in battaglia.
    I metodi di addestramento sono brutali: i bambini, spesso drogati, sono costretti a mutilare ed uccidere con il machete, per non incorrere i punizioni gravissime o addirittura essere uccisi a loro volta. In battaglia portano una pietra in tasca che dovrebbe, in caso di pericolo, innalzare una montagna di fronte a loro come protezione dal nemico ed una bottiglia d'acqua con un bastoncino che, versata, dovrebbe creare un fiume che disperda le pallottole degli avversari. Mai ritirarsi di fronte alla battaglia dice la dottrina di Kony che, comunque, rimane ben al riparo nelle retrovie a compiere le sue divinazioni.
    Le principali basi della LRA sono nel sud del Sudan che per anni ha fornito ai ribelli armi e supporto logistico, nonostante il differente credo religioso: il Sudan è governato da un regime musulmani. Le motivazioni risiedono nei contrasti tra Sudan e Uganda, che a sua volta ha sempre finanziato i ribelli dello SPLA (Sudan People's Liberation Army) che da vent'anni lotta per il potere nel sud del Sudan.
    Nel gennaio 2002 la guerra per procura sembrava essere finita, dopo la stipula di un accordo tra i due paesi e l'impegno reciproco a non finanziare più i gruppi ribelli, ma gli scambi di accuse tra i due Paesi sono proseguite; nuova speranza potrebbe derivare dalle trattative in corso tra Khartoum e ribelli dello SPLA che potrebbero portare la pace nel sud del Sudan e di conseguenza disinnescare l'intervento ed il sostegno dell'Uganda a questa forza ribelle.


    Dall'indipendenza ad oggi una terribile storia di dittature

    L'Uganda conquista la sua indipendenza dagli Inglesi nel 1962 e Primo Ministro viene eletto Milton Obote che poco dopo abolisce Costituzione e diritti e governerà con un duro regime dittatoriale per una decina d'anni, sostenuto inizialmente dagli Acholi e dai Langi dei distretti del nord.
    Ad inizio 1971 il potere viene conquistato, con un colpo di stato, da un suo ex-fedele generale: Idi Amin. Obote che è costretto a fuggire all'estero.
    Il regime di Amin è caratterizzato da spaventosi massacri di oppositori politici e della popolazione Acholi e Langi, accusata di aver appoggiato il regime precedente: in otto anni si calcola che Amin abbia mandato a morte almeno 300.000 persone. La politica estera di Amin, inoltre, precipita il Paese in una spaventosa crisi economica.
    La sua dittatura termina nel 1979 quando, dopo aver ingaggiato una guerra con la Tanzania accusata di sostenere ed ospitare gli oppositori del suo regime, è costretto dai suoi oppositori interni e dall'esercito tanzaniano che invade Kampala a fuggire in aereo prima in Libia e quindi in Arabia Saudita dove morirà tra lussi ed agi nell'estate del 2003.
    Al regime del poco rimpianto Amin succedono altri 5 anni sanguinosi: fuggito il nemico, Milton Obote può nuovamente rientrare in Uganda ed impadronirsi del potere, dopo un breve periodo nel quale viene tentata una transizione democratica. Ma Obote trova subito una forte opposizione da parte della NRA (Armata di resistenza nazionale) guidata da Roweri Museveni; ne segue una sanguinosa guerra civile che durerà fino al 1985.
    Nel 1985 il generale Basilio Olara-Okello, a capo di un'armata composta principalmente di Acholi, sconfigge Obote che fugge in Zambia e si insedia al potere. Vengono aperti dei negoziati con la NRA di Museveni, nel tentativo di fermare i due decenni di spaventosi massacri e sistematiche violazioni dei diritti umani e dare un po' di pace al prostrato Paese, ma nelle campagne intorno a Kampala si continua a combattere e a morire.
    A dispetto dei negoziati in atto infine la NRA riesce a conquistare Kampala, Okello fugge in Sudan e Museveni si insedia come Presidente, sedia sulla quale è saldamente assiso ancora oggi.

    (www.warnews.it)

  9. #9
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    L'emergenza AIDS in Uganda

    La guerra civile in Uganda continua incessantemente e tutti, in questo piccolo angolo di Africa Orientale ne sono ben consapevoli. Ottantamila persone che fuggono disperatamente dalla città di Gulu, nel nord dell'Uganda e molti altri che entrano illegalmente dalla vicina Repubblica Democratica del Congo. Centinaia di bambini che muoiono di epidemie come la diarrea, il tifo ed il colera.
    La lotta senza quartiere tra i soldati governativi ugandesi del presidente Yoweri Museveni contro i ribelli del LRA di Joseph Kony ha gia' lasciato sul terreno centinaia di morti. Ma in questa terra, di color argilla, ora più che mai macchiata dal sangue, c'e' una guerra ancora piu' difficile da combattere: quella contro l'Aids.
    Migliaia di persone gia' morte e molte altre che dovranno morire o soffrire. I numeri danno la certezza che l’Uganda sta combattendo la sua difficile guerra contro la malattia del millennio: la sindrome dell'HIV.
    Dal piccolo aereo Cesna Caravan, che mi porta da Kampala a Luweero, per gli ugandesi la piccola “citta' fantasma” - cosi' chiamata poiche' piu' della meta' della popolazione e' affetta dalla sindrome maledetta - ad ottanta chilometri dalla capitale, riesco a scorgere i resti di quella che una volta veniva chiamata la Svizzera dell'Africa Orientale. Quello che un tempo era il Terzo Mondo, si e' trasformato nel quinto, sesto o settimo mondo, dove i corpi delle vittime dell'AIDS sono lasciati per strada, a causa di una antica credenza africana, che “proibisce” una degna sepoltura per quelli che in Uganda sono chiamati "Quelli dell'HIV".
    Una commissione di esperti di varie organizzazioni internazionali ha rimarcato il concetto secondo il quale, se non si interverra' con urgenza per fermare l'epidemia maledetta, l'Uganda si convertira' in un inferno in terra e sarà piu’ difficile contare i morti che le persone che rimarranno vive.
    Camminando per le stradine di Luweero e nei villaggi vicini, l'odore acre dei morti di aids ed alcuni corpi mutilati ulteriormente dai cani non lascia altro che pensare alla morte. Si vedono morti anche nel dispensario delle suore cattoliche dell'ordine di "Mary Mother of the Church", che senza alcun aiuto ufficiale e noncuranti se le vittime siano cristiane, indu' o musulmane, si incaricano di ricevere bambini, giovani ed anziani nell'unica struttura sanitaria della zona.
    La suora cattolica Ernestina Akullu, una energica donna acholi che ha studiato in Italia come infermiera professionale, e' uno degli angeli di questo dispensario-ospedale, che assomiglia ad un inferno. Ernestina e le sue consorelle, Gabriella e Lucia, con pochi altri infermieri e due soli medici, un ugandese ed un eritreo, meriterebbero, senza dubbio alcuno, il Premio Nobel per il coraggio: camminano senza sosta tra i sieropositivi all'HIV e ai morti di Aids, senza pensare ai rischi a cui si sottopongono. E sono consapevoli, che solo loro stessi, lavorando fortemente, possono tentare di arrestare questo massacro umanitario, dimenticato da quello che definiamo il mondo civile, il Primo Mondo dei paesi del G8.
    Molti credono che solo un intervento rapido dell'ONU e la liberalizzazione delle medicine retrovirali, possa divenire l'unico freno all'avanzata dell'AIDS.
    Ed il governo ugandese non fa mistero che, se le nazioni del G8, riunite in Georgia nel mese di giugno, non inizieranno a porre come problema centrale l'espandersi della terribile malattia in Africa, allora diventera' davvero difficile anche solo pensare di riuscire a sconfiggere il mostro del millennio.

    Piero Pomponi, fotoreporter

    (www.warnews.it)

 

 

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