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Discussione: Terrorismo

  1. #21
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    Predefinito Il costo del tempo....

    ....perduto

    Tutto il peggio sta succedendo a Najaf.
    Il capo dei banditi, al Sadr, prende in ostaggio un immenso cimitero e un immenso santuario, in un accesso di blasfemia. Incerto tra un accordo e la battaglia fino all’ultimo sangue, dallo scorso aprile Moqtada ha visto con soddisfazione crescere su se stesse, per effetto della sfida prolungata nel tempo della tregua, le sue forze.
    La rivolta generalizzata degli sciiti è la sua speranza e la sua minaccia, lui stesso è la speranza e la minaccia dei suoi complici e mandanti iraniani.
    Ora le forze agli ordini del generale Casey, pressate dal governo ad interim e benedetto dall’Onu di Iyyad Allawi, che non può tollerare la propria impotenza, si fanno sotto e colpiscono duramente.
    Ma nel frattempo il bandito si è fatto governatore di vasti territori, ha portato il suo fuoco distruttivo dentro Baghdad e in alcune città del sud, e l’insorgenza richiede prezzi elevati per essere domata.
    Devastante è poi l’intreccio tra la guerra sul campo e la campagna presidenziale americana.
    Kerry accusa l’Amministrazione di non saper condurre una guerra “sensitive”, sensibile, delicata; Cheney lo rimbecca duramente, lo accusa di stolta demagogia, e ribatte che nessun presidente americano ha mai pensato di usare maniere delicate in guerra, né Lincoln né Roosevelt.
    I critici di Bush gli domandano come mai Fallujah è ancora sotto il dominio delle bande sunnite e wahabite, perché l’ex baathista Allawi, sciita di famiglia ma sunnita per carriera, riesce ora a disporre della forza americana e del sistema giurisdizionale messo in piedi da Paul Bremer per attaccare solo e soltanto gli amici dell’Iran, i Moqtada e i Chalabi, chiudendo un occhio sugli amici dei Saud.
    La confusione politica di cui si nutre la sacrosanta guerra per la stabilità e la democrazia in Iraq non potrebbe essere più inquietante.

    Il tempo perduto nell’illusione che fosse possibile una guerra delicata, leggera, disattenta all’unico elemento che decide in una guerra, il controllo del territorio, è difficile da recuperare.

    Di sicuro c’è solo che la costituzione di un organismo rappresentativo iracheno, la tenuta delle elezioni benedette dall’Onu, la transizione verso un potere forte, stabile e pacifico che abbia una base costituzionale adeguata, cioè la più grande rivoluzione in medio oriente dalla nascita dello Stato di Israele (1948), richiede la sconfitta radicale sul campo delle bande di al Sadr, oggi, e di quelle sunnite e wahabite di Fallujah e Samarra, domani.

    Ferrara su il Foglio del 13 agosto

    saluti

  2. #22
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    Predefinito Le richieste di Sadr si riducono

    ….a una: la resa con onore

    Roma. Una continua successione di fatti di sangue e di sceneggiate: lo scarso o nullo spessore religioso di Moqtada al Sadr – è soltanto un mullah – e la sua lunga attività di mercato nero, contrabbando e traffico di valuta sotto il regime di Saddam, risaltano con evidenza anche nel momento della sconfitta.
    Le sue milizie sono finite nel cul de sac del mausoleo di Ali, scacciate da tutte le basi nel dedalo di vicoli della città e del cimitero, riparate dalla cattura soltanto dall’inviolabilità di un luogo santo che hanno profanato con le loro armi.
    Dopo nove giorni di battaglia che ha fatto centinaia di vittime, ieri mattina, Moqtada manda il suo portavoce, Ahmed al Shibani, a dichiarare alla stampa di essere ferito al torace e alle gambe. Notizia drammatica che però è subito smentita dal ministro dell’Interno iracheno, Falah Hassan al Naqib, che spiega che Moqtada sta bene, che è barricato in armi dentro il mausoleo e che sta trattando proprio con lui.
    Perché allora la notizia del ferimento? Tattica negoziale.
    Moqtada ha perso sul campo: soltanto un ferimento può coprire in maniera dignitosa una sua fuga o addirittura un suo esilio.
    Si tratterebbe di un ferimento “diplomatico” insomma, in piena sintonia con le continue, roboanti dichiarazioni di cui Moqtada ha riempito le televisioni arabe negli ultimi mesi.
    Chiarito l’equivoco, si passa al trattato di resa; anche questo è maneggiato con sapiente cura mediatica e si trasforma nelle
    “dieci condizioni di Moqtada”.
    Se le si legge, si comprende che non sono condizioni dettate, ma condizioni subite: una resa con l’onore delle armi.
    Moqtada infatti accetta – sempre con il condizionale che dall’inizio della sua avventura è d’obbligo – di abbandonare Najaf con tutti i suoi miliziani.
    Lascia quindi il suo ridotto, da cui ricatta da aprile il governo iracheno, con la minaccia continua di portare battaglia dentro il mausoleo di Ali.
    Abbandonerebbe anche le sue armi, perché accetterebbe - di nuovo con il condizionale – che lui e i suoi miliziani escano dalla città soltanto con quelle per la difesa personale: l’intero arsenale di razzi Rpg, bazooka, mortai e mitra di cui dispone sarebbe lasciato alle forze regolari irachene.
    Moqtada paga per intero anche il prezzo della sconfitta politica, dichiara infatti anche di “rispettare i principi della Costituzione irachena”, ma proprio dal rigetto della Carta – e quindi delle istituzioni che essa prevede, a partire dal governo provvisorio – Sadr aveva iniziato la sua rivolta ad aprile.
    Infine Moqtada accetta, pare, quella trasformazione del suo movimento in gruppo politico che sempre ha rifiutato, anche quando gli è stata autorevolmente richiesta dal grande ayatollah Ali al Sistani.
    Le dieci “condizioni” di Moqtada, in cambio di questa resa, si riducono in realtà a una: il rilascio dei suoi miliziani imprigionati in questi giorni di battaglia.
    L’altra è in fondo una condizione da sempre posta dal governo iracheno agli Stati Uniti: che la città di Najaf passi sotto il pieno controllo della Marjia, il vertice collegiale della gerarchia sciita, com’è ovvio che sia.
    Non stupisce quindi che il ministro dell’Interno iracheno abbia giudicato “una buona base di discussione” queste “condizioni” e che ora la trattativa si sposti sul terreno, sempre difficile, della concretezza operativa del ritiro degli insorti dalla città.

    Rapito e poi liberato un giornalista inglese
    Liberato in giornata anche James Brandon, il giornalista del Sunday Times che una banda di Moqtada – da lui sconfessata – aveva preso in ostaggio; resta il fiato sospeso per l’esito finale della vicenda, ma le premesse paiono poste. Se lo sgombero di Najaf avverrà in tempi rapidi, il governo di Iyyad Allawi avrà conseguito un grande risultato, per essere riuscito a imporre con determinazione al mullah la scelta della strada del confronto politico.
    Quel che è certo è che rapidamente rientrerà a Najaf da Londra l’ayatollah al Sistani, che ha dato a Moqtada una lezione di raffinata “Taquieh”, nicodemismo, dissimulazione, arte della bugia a fin di bene, tipica dell’Islam sciita.
    E’ bastato un giorno di esami clinici londinesi per stabilire che il suo stato di salute è eccellente, che è sufficiente una cura di cardiotonici per sistemare quelle che pure erano definite “gravi cardiopatie”, grazie alle quali al Sistani ha “dovuto” assentarsi da Najaf, con urgenza, proprio e soltanto nei giorni dei combattimenti.
    Ora può tornare, quale capo della Marjia, per riprendere il pieno controllo della situazione e dei luoghi sacri profanati da Moqtada.

    Su il Foglio del 14 agosto

    saluti

  3. #23
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    Predefinito Sull'interesse dell'Iran...

    ....sul nuovo Iraq

    Da Najaf continuano a susseguirsi notizie di trattative, di rotture, di rodomontate di Moqtada Sadr, di combattimenti, che si estendono anche a Sadr City di Baghdad, mentre da Teheran Yadallah Jawani, generale dei pasdaran, chiarisce che in realtà il mullah ribelle si muove all’interno di una strategia iraniana complessiva, con un campo d’azione più largo di quello dell’Iraq. Jawani è uno dei generali delle milizie islamiche iraniane che da mesi finanziano, armano e dirigono Moqtada e la sua “rivolta sciita” e ora spiega in quale prospettiva si colloca questo supporto:
    “Il collaudo del missile Shihab 3 è riuscito e ora possiamo colpire anche le basi nucleari presenti in Israele”.
    Non è una novità che lo Shihab 3, che ha una gittata di 1.300 chilometri e che è operativo dal 20 luglio 2003, possa colpire Israele, ma sinora nessun dirigente iraniano l’aveva detto con tanta provocatoria durezza.
    Solo la guida della Rivoluzione, l’ayatollah Khemenei, aveva annunciato che questo successo iraniano “poteva essere utile anche ai palestinesi”, ma si era mantenuto in una vaghezza non casuale.
    Ora invece proprio chi più s’impegna in Iraq a fianco di Moqtada, chi manda i suoi combattenti iraniani a Najaf indica l’obiettivo finale.
    Come spiega il comandante dell’aviazione israeliana, il generale Eliezer Shkedi, questo annuncio si inserisce per di più in una strategia di armamento iraniano in cui, i missili terra-terra in fase di sviluppo in Iran (Shihab 4 e 5) minacceranno in un prossimo futuro “non solo Israele, ma tutto il mondo occidentale”.
    E’ questa una delle tante prove che il filo per comprendere gli avvenimenti ormai ripetitivi e scontati della “rivolta sciita” non sta a Najaf, ma a Teheran.
    L’operato di Moqtada e della sua milizia, i tempi delle sue
    “insurrezioni” che falliscono una dopo l’altra si comprendono solo
    con la volontà dell’Iran, suo mandante, di applicare in Iraq il massimo possibile di “strategia della tensione”.
    Una strategia che Moqtada sviluppa con perizia e con una notevole dose di cinismo: manda i suoi uomini a farsi massacrare in uno scontro in cui non hanno nessuna possibilità di vittoria militare (nelle ultime due settimane ne sono caduti non meno di 700) e in cui si restringono sempre più quelli di vittoria politica e di mobilitazione popolare.
    E’ bastato che il governo iracheno decidesse di andare a vedere il bluff delle milizie del Mahdi, scatenando il duro contrasto militare di questi giorni, con copertura della più forte organizzazione politica sciita (lo Sciri) e degli ayatollah della Marjia (che continua infatti a tacere da dieci giorni, nonostante il mare di fuoco che corre nella città santa), perché si scoprisse quanto Moqtada sia debole e isolato.
    Sul piano militare sopravvive perché usa l’inviolabilità del mausoleo d’Alì, in cui è arroccato, per non esporsi al fuoco nemico e per non farsi arrestare.
    Sul piano politico, il suo isolamento si è misurato in pieno domenica, quando, su 1.300 partecipanti alla Conferenza nazionale (che Sadr voleva boicottare con l’ennesima
    “insurrezione” calibrata a questo scopo) solo 100, neanche il 10 per cento, dei delegati e dei rappresentanti di tribù, etnie e organizzazioni politiche si è allontanato dai lavori per protestare contro “l’ingerenza statunitense a Najaf”, salvo poi tornare in aula per chiedere – naturalmente ottenendola – una delegazione che vada a trattare con Moqtada.
    Le condizioni che i “padrini” di Moqtada nella Conferenza hanno avanzato – peraltro si tratta di suoi parenti stretti – sono quelle di una resa. Quel che è importante è che la strategia iraniana – per interposte milizie del Mahdi – non è riuscita a disturbare più di tanto i lavori della Conferenza irachena, che si è svolta regolarmente e che esprimerà gli 81 “parlamentari” che si affiancheranno ai 19 membri del Consiglio nazionale nel formare la prima Assemblea organo di riferimento e di controllo del governo sino alle elezioni del 2005.

    saluti

  4. #24
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    Predefinito In medio-oriente mica...

    ...si sta a guardare

    Per gli israeliani l’Egitto nei panni di mediatore è più affidabile delle Nazioni Unite e dell’Unione europea.
    Lo dice un sondaggio di Peace Measure: il 60 per cento degli intervistati si dice favorevole al piano di ritiro unilaterale di Ariel Sharon dalla Striscia di Gaza e all’intervento del Cairo nel dopo disimpegno.
    L’Egitto sembra esserne consapevole.
    I contatti tra i suoi servizi segreti e Israele si sono moltiplicati
    dopo l’offerta di Gerusalemme al Cairo di ricoprire un ruolo nell’addestramento della polizia palestinese che dovrà garantire la
    sicurezza nei territori che l’esercito israeliano abbandonerà.
    I mediatori egiziani, guidati dal capo dell’intelligence, Omar Suleiman, hanno continuato a incontrare esponenti dell’Amministrazione palestinese e delle fazioni e dei gruppi armati. Pochi giorni fa al Cairo si sono conclusi gli accordi speciali con Hamas e Jihad islamico, per garantire la sicurezza nella Striscia dopo il ritiro.
    Ma secondo quanto scrive Jihad Khazen sul quotidiano arabo al Hayat, l’Egitto sarebbe coinvolto anche in un più complesso accordo trilaterale, che prevederebbe uno scambio di territori, un dare e ricevere articolato tra tre attori: Autorità nazionale palestinese, Israele ed Egitto.
    Al Hayat rivela che il piano in quetione è in via di discussione tra “potenti figure israeliane”, sarebbe stato proposto ai vertici palestinesi e arabi, sarebbe passato sulla scrivania di Sharon.
    Si tratterebbe di un accordo su confini in grado di garantire la continuità territoriale allo Stato palestinese e quella tra paesi arabi e una profondità geografica che permetta all’Anp di assorbire i rifugiati. Obiettivi raggiungibili grazie al coinvolgimento delle frontiere egiziane.
    Il piano, rivela il New York Times Magazine, sarebbe stato studiato dagli uomini dei servizi di sicurezza, ma non sarebbe stato sottoscritto dal governo Sharon.
    Nello specifico, il Cairo dovrebbe lasciare ai palestinesi una fascia di terra di circa 1000 metri quadrati che unirà la Striscia di Gaza alla Cisgiorndania e circa 30-40 chilometri quadrati lungo la costa tra Rafah e al Arish. Riceverà in cambio da Israele la zona vicino al confine occidentale del Negev e uno stretto corridoio, largo tra i 100 e i 150 metri, che permetterà di garantire la continuità territoriale e le connessioni tra il mondo arabo.
    I palestinesi dovrebbero permettere a Israele correzioni delle linee di confine del 1949, in modo che Gerusalemme possa unire i due maggiori gruppi di insediamenti di Giudea e Samaria.
    Inoltre il piano prevederebbe un finanziamento all’Egitto da parte di Arabia Saudita, Giappone, Stati Uniti, forse Unione europea. Bisognerebbe capire, a questo punto, da chi realmente è promosso e chi vuole che, attraverso la fuga di notizie, esso sia reso noto.
    Benché non si abbia la certezza che si tratti di un progetto con qualche fondatezza, è certo che il Cairo vi giochi un ruolo di primo piano.
    Sembra infatti che a beneficiare maggiormente del negoziato, aiuti economici a parte, sarebbe, da un punto di vista politico, proprio l’Egitto, interessato a vedere la fine di un conflitto che rafforza le tendenze fondamentaliste anche all’interno dei suoi confini.
    Nello svolgere un ruolo centrale nella negoziazione il governo di Hosni Mubarak ritroverebbe inoltre in medio oriente quel posto che aveva perso dopo la morte di Anwar al Sadat.
    Agli scambi territoriali previsti da questo progetto sembrano fare eco le parole del capo di Stato maggiore israeliano Moshe Yaalon, che ha detto al quotidiano Yediot Aharanot che, da un punto di vista strategico e militare, Gerusalemme potrebbe rinunciare alle alture del Golan, territorio cruciale per la sicurezza e l’approvigionamento idrico di Israele, restituendole alla Siria, nell’ambito di un compromesso di pace.
    Damasco e Gerusalemme hanno interrotto i rapporti nel 2000.
    E’ la prima volta che un militare israeliano azzarda una dichiarazione di tale portata.

    da il Foglio del 17 agosto

    saluti

  5. #25
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    Predefinito Il suk di...

    .....Sadr

    Roma. Jacques Chirac, Gerard Schröder e l’Ulivo italiano, che chiedevano che le operazioni militari in Iraq fossero dirette dagli iracheni, dovrebbero essere soddisfatti: la responsabilità politica dell’assedio di Najaf è assunta dal governo Allawi (che è stato costituito dall’inviato di Kofi Annan, Lakhdar Brahimi, non da Paul Bremer), e che questa svolta segna la differenza sul campo, ben più delle risoluzioni dell’Onu.
    Moqtada Sadr continua nel suo gioco di rilanci, ma ieri ha dovuto prendere atto che i suoi spazi sono ormai ridotti al minimo.
    La successione degli avvenimenti è illuminante.
    Martedì sera il segretario alla Difesa americano, Donald Rumsfeld, ha formalizzato quel che era chiaro da giorni: le forze di sicurezza irachene stanno preparandosi alla parte risolutiva dello scontro di Najaf. “E’ improbabile che siano le truppe americane a occupare i luoghi santi. E’ una cosa che non desideriamo fare. Saranno piuttosto le forze irachene che dovranno assumersi que sto compito, perché si tratta di luoghi molto importanti dal punto di vista religioso”.
    La svolta ha una genesi più politica che militare: a Najaf il più grande partito sciita, lo Sciri, si è assunto il compito di liberare la città da Moqtada e persegue l’obiettivo attraverso il governatore, Adnan Zorfi, che comanda truppe irachene, composte anche da milizie del partito (le “Brigate Bagher”) e sviluppa l’operazione con il pieno, ma tacito, assenso della Marjia, la gerarchia sciita che da tre settimane si è chiusa in un silenzio “diplomatico”.
    A riprova del ruolo degli iracheni, ieri è maturata una svolta – perlomeno a parole – soltanto dopo che il ministro della Difesa di Baghdad, Hazem Shaalan, ha emesso un ultimatum annunciando alla tv al Arabyia:
    “Mercoledì ci sarà la battaglia decisiva contro i sostenitori di Moqtada Sadr, per eliminare l’esercito del Mahdi, per cacciarli dalla città di Najaf. Sarà compito delle forze irachene condurre l’operazione”.
    A queste parole è seguito un atto formale che ingiunge la consegna delle armi e la resa, poche ore dopo l’ennesimo trucco di Moqtada che, con la scusa di difficoltà operative, si è rifiutato di ricevere la delegazione della Conferenza nazionale irachena (un sunnita, sette sciiti, tra cui due donne, particolare non irrilevante in una situazione di guerra) per chiedergli di deporre le armi e di partecipare al processo politico.
    Scattato l’ultimatum, Moqtada pare aver compreso di essere andato oltre il limite e ha mandato il suo portavoce Ahmed Schaibani ad al Jazeera:
    “Siamo sconvolti per le dichiarazioni e le minacce del ministro della Difesa, perché abbiamo dato il nostro più totale consenso all’iniziativa della delegazione della Conferenza nazionale”.
    Una conferma viene anche dalla stessa delegazione: una donna, Safieh al Suheil, di ritorno da Najaf, ha letto all’Assemblea un messaggio di Moqtada di accettazione delle condizioni.
    Nella serata di ieri Sadr ha chiesto un cessate il fuoco per lasciare Najaf, proprio mentre la conferenza nazionale irachena eleggeva gli 81 membri dell’Assemblea nazionale provvisoria, il nuovo Parlamento di Baghdad fino alle elezioni previste per il 2005.
    Le “aperture al dialogo” fatte dal mullah ribelle negli ultimi mesi spingono a dare poco credito a una promessa ogni volta sconfessata al momento della consegna delle armi e comunque sempre fatta con la postilla di dover però negoziare i termini per mettere in atto l’accordo.
    E’ comunque certo che questa volta il suo isolamento tra gli sciiti iracheni è crescente, perché i suoi padrini iraniani lo hanno spinto troppo oltre nel ricatto dell’insurrezione armata (contro il governo Allawi), sbocco attraente soltanto per poche centinaia di aspiranti martiri arabi e iraniani, non certo per la massa dei fedeli.
    Né va dimenticato che il suo più grande errore è stato quello di “scomunicare” due mesi fa il grande ayatollah Ali al Sistani, che oggi è il più interessato alla sua scomparsa dalla scena.

    saluti

  6. #26
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    Predefinito

    Roma. “Questo è l’ultimo appello lanciato alle milizie del Mahdi affinché procedano al disarmo e lascino il mausoleo d’Alì”, così Iyyad Allawi ha chiuso la sua conferenza stampa di ieri, palesemente spazientito per il balletto poco serio di aperture, smentite, minacce, invocazioni al martirio, con cui Moqtada Sadr dipinge di tinte di tragica farsa le ultime gesta della sua avventura di Najaf.
    Sabah Kazem, portavoce del governo, era stato poco prima altrettanto esplicito: “Non ci faremo imbrogliare stavolta; se Moqtada ha detto che se ne va dal mausoleo di Alì, allora se ne vada. I fatti parlano più chiaramente delle sue parole. La nostra posizione è molto chiara: deve lasciare immediatamente il mausoleo e sciogliere le sue milizie. Ma fino a questo momento non è successo niente”.
    La verifica immediata sul campo è stata d’altronde inequivocabile: a Baghdad il ridotto di Moqtada, Sadr City, è stato rastrellato alle truppe americane, come non mai fino a ora, tanto che alcune fonti giornalistiche lo danno per definitivamente espugnato;
    a Najaf, le truppe americane e irachene sonoattestate a 200 metri dal mausoleo d’Alì, sviluppano feroci combattimenti nel grande cimitero della città, mentre gli iracheni sono già pronti a partire all’attacco finale del mausoleo.
    Il tutto mentre non uno, uno solo, degli ayatollah iracheni protesta contro la presenza statunitense dentro la città sacra. Evidente, consolidato segno di un totale avallo alla cacciata, anche cruenta, di Moqtada da Najaf.
    La durezza di Allawi è direttamente proporzionale alla certezza dell’isolamento in cui le milizie del Mahdi si sono cacciate, nonostante il fuoco di fila di dichiarazioni roboanti, seguite da disponibilità al ribasso alla resa, che Moqtada e i suoi luogotenenti sparano ai giornalisti (ieri, mentre il suo portavoce, Ali al Sudeisi, dichiarava che la trattativa continua, l’altro suo portavoce Aws al Khafaji, annunciava che è partito l’ordine di incendiare i pozzi di petrolio).
    Il fatto è che anche i media internazionali, che sinora hanno accreditato Moqtada quale leader religioso (Repubblica tra questi), sono costretti a prendere atto (e anche Repubblica, finalmente, lo fa) che si tratta essenzialmente di un bandito da strada, particolarmente efferato, a capo di una armata in cui la struttura è costituita da banditi e la truppa da fanatici musulmani (in parte mandati dall’Iran).
    I racconti di occhi cavati ai poliziotti iracheni dentro il mausoleo di Alì, di teste mozzate, di mogli e bambini presi in ostaggio per obbligare esponenti politici a dichiarazioni di solidarietà, di barbarie feroci quanto gratuite, non stupiscono chi ha sempre scritto che Moqtada nasce come contrabbandiere e trafficante di traffici oscuri nella Baghdad di Saddam.
    Ma questo “stile” allontana da Moqtada ogni proselitismo.
    La sua sirena, il suo “messaggio” sono solo ascoltati da chi ne sente da lontano le gesta.
    Chi l’ha visto all’opera a Najaf sa bene che non è né un leader spirituale né un bandito-gentiluomo, ma che semmai ricorda le vicende del separatista Salvatore Giuliano, nella Sicilia del dopoguerra.
    Moqtada Sadr apprezzerebbe il resoconto di Portella delle Ginestre, perché quella feroce strage di popolo di Giuliano, corrisponde alla sua tattica.
    La reazione forte dei militari iracheni contro di lui si basa ora proprio sulla richiesta di spazzarlo via dalla città espressa da mesi dai commercianti e da quant’altri vivono sul mausoleo.
    Richiesta fatta propria dal più grande partito sciita, lo Sciri, supporter del governo Allawi nell’operazione.

    saluti

    sentite come si indebolisce l'appoggio degli aspiranti talebani nostrani al bandito mediorientale?

  7. #27
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    Predefinito Il destino di un ....

    ....mullah bandito

    Roma. “Lasceremo a Moqtada Sadr soltanto l’onore e la libertà personale”, aveva detto Iyyad Allawi ad aprile, a nome del Consiglio nazionale iracheno, dopo che era fallito l’appello all’insurrezione generale sciita e al jihad che il mullah bandito aveva appena lanciato.
    Allawi, diventato premier, è stato di parola e già questo fa di lui un leader arabo di tipo nuovo: nella ridda di notizie e bollettini
    contraddittori che giungono dalla città sacra degli sciiti s’intravede infatti nettamente un bilancio politico tutto negativo per Moqtada (cui restano appunto poco più che la libertà personale, un
    “onore”pesantemente intaccato da una sconfitta stupida perché
    cercata) e un bilancio politico positivo per il governo Allawi.
    Mentre il grande ayatollah, al Sistani, si conferma leader religioso incontrastato nel paese e riferimento politico saggio e indispensabile alla stabilità del nuovo Iraq.
    I suoi uomini, ieri, hanno ricevuto indicazione di prendere possesso della moschea di Ali a Najaf, una volta abbandonata dai miliziani di Sadr; per un portavoce dell’ayatollah, le chiavi del mausoleo sono già state consegnate.

    Ripercorrendo le tappe di questa vicenda, che nel suo dramma fatto di vite umane perse ha spesso avuto anche tratti da pochade o da suk, si comprende bene il suo epilogo.
    Il 6 aprile, a seguito di una provocazione a freddo del Consiglio nazionale iracheno e di Paul Bremer, Moqtada riceve due colpi decisivi al suo prestigio di leader: un magistrato iracheno emette contro di lui e il suo vice (arrestato) un mandato di cattura per l’assassinio, nell’aprile 2003 a Najaf, dell’ayatollah al Khoei, un moderato, appena tornato dall’esilio inglese (era amico di Tony Blair); Bremer ordina la chiusura del suo giornale, al Haa.
    Lo scopo delle due iniziative è quello di far venire allo scoperto l’unico leader iracheno con un certo seguito di massa (a Sadr City e nei settori più marginali della società sciita) che rifiuta di partecipare al processo democratico.
    Moqtada risponde non seguendo logiche politiche irachene, ma per quel che è: una pedina in un pesante gioco di destabilizzazione portato avanti dai settori più oltranzisti di Teheran.
    Di concerto con l’ambasciatore iraniano a Baghdad (un ex generale dei pasdaran subito espulso dall’Iraq), reagisce così all’attacco con un “eccesso di difesa”.
    Per giorni manda i suoi uomini al massacro in tutto il sud sciita, in nome di una “guerra santa” cui chiama tutte le masse popolari, ma viene subito e pesantemente sconfessato dal grande ayatollah Ali al Sistani che delegittima, alla radio, ogni suo appello al jihad; soltanto dall’Iran gli fanno eco Hashemi Rafsanjani e Ali Khamenei, guida della rivoluzione.

    La prima volta delle truppe di Baghdad
    Subiti rovesci disastrosi sia a Sadr City sia a Najaf, Kufa, Bassora e Nassiriyah (dove tenta sortite terroristiche contro il contingente
    italiano, tutte respinte con gravi perdite per la milizia del Mahdi), Moqtada si arrocca nella mosche di Kufa e nella vicina Najaf. Qui continua a emettere proclami, a ricevere armi e militanti dall’Iran, minaccia personalmente l’ayatollah al Sistani, s’infiltra nei pressi e poi dentro il mausoleo d’Ali con i suoi presidi armati, compie insomma il suo più grande errore.
    Invece di giocare la carta della rivolta politica e morale contro i
    partiti sciiti (Sciri di al Hakim, Dawa di Ibrahim al Jafari, Iraqi National Congress di Ahmed Chalabi e Iraqi National Accord di
    Allawi) che collaborano con gli Stati Uniti, invece di combattere sul terreno dell’intransigenza contro l’ayatollah al Sistani che, sostanzialmente, collabora – sia pure criticamente - con gli occupanti, si butta in una battaglia soltanto militare.
    Così facendo si mette contro tutti gli abitanti di Najaf, “bottegai” in testa, e tutti i grandi ayatollah della Marjia, che ben sanno che è lui il mandante dei molti tentativi di assassinio che subiscono.
    A inizio agosto, dopo mesi di arroccamento, Moqtada tenta una nuova sortita, inasprendo gli scontri militari con un assalto notturno di decine di suoi armati contro una stazione di polizia.
    Il risultato è la saldatura definitiva del cerchio politico che da lì in poi lo stringerà.
    Gli Stati Uniti, infatti, trovano sempre più alleati nella loro determinazione a eliminare l’intollerabile e blasfemo suo ricatto costituito dall’occupazione militare del mausoleo d’Ali; al Sistani dà il suo beneplacito all’assedio iraco-americano a Moqtada (e se ne va a Londra, molto opportunamente, a farsi operare), tutti gli ayatollah iracheni lo appoggiano (protestano soltanto i più
    “rivoluzionari”) e il governo Allawi tiene sulla linea dell’intransigenza politica, ma anche militare, perché truppe irachene combattono, per la prima volta, a fianco degli americani.

    come se dietro al bandito iracheno si nascondessero, segreti consiglieri politici, i tanti aspiranti talebani italici.

    saluti

  8. #28
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    Predefinito

    Da "oscar" gli interventi "autografi" (extra copia-incolla) dell'equino.

    (robb de matt)

  9. #29
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    Predefinito

    In origine postato da MrBojangles
    Da "oscar" gli interventi "autografi" (extra copia-incolla) dell'equino.

    (robb de matt)
    E' agghiacciante la stolidità con cui segue le sue Bibbie. Più che mustang pare un cavallo da tiro. Per esempio, nota come gongola mentre gli USA ammazzano la gente che fino a ieri aveva lottato contro Saddam, a costo si beccarsi in testa i gas tossici (sciiti nel 1991).

  10. #30
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    Predefinito Il suk e....

    ….l’inventario

    Moqtada al Sadr, il più prestigioso leader del più consistente gruppo della “resistenza” irachena contro l’occupazione yankee, è in realtà un misto tra un capopolo e un brigante da strada.
    E’ un leader politico-fanatico-malavitoso che ha freddamente organizzato la presa del Mausoleo di Najaf per impadronirsi, anche, di parti del suo immenso tesoro.
    Questa non è la verità dei generali americani o del governo iracheno, ma è la denuncia senza mezzi termini del portavoce dell’ayatollah al Sistani:
    “Riteniamo che questa crisi sia stata pianificata da tempo da parte di Moqtada al Sadr per impadronirsi del tesoro del mausoleo di Ali”.
    La prova? Ad aprile, nel momento stesso in cui lanciava quella che sui giornali di mezzo mondo era definita “l’insurrezione sciita contro gli Stati Uniti”, Moqtada – denuncia oggi la Marjia, massima autorità religiosa sciita – mandava a rapire il custode del Mausoleo e si faceva consegnare le chiavi del Tesoro.
    L’ayatollah al Sistani oggi non vuole indietro quelle chiavi, senza inventario, proprio perché è certo che furti sacrileghi siano già stati effettuati.
    E’ la versione sciita del “furto di San Gennaro” e non fa ridere, per le centinaia di morti che lascia sul terreno e per l’incredibile fraintendimento sulle cose irachene che ha ingenerato.

    Da mesi, la stampa politicamente corretta, ogni volta che cita Iyyad Allawi, premier iracheno, aggiunge un maligno “già agente della Cia”, e con questo inciso ottiene il risultato:
    un vero partigiano, che ha organizzato attentati contro Saddam, appoggiandosi ai servizi americani (come fecero i partigiani italiani e i maquisards francesi) è screditato, è un Noriega qualsiasi.
    Ogni volta che parla di Moqtada al Sadr, invece, la stampa perbene spiega in lungo e in largo che la sua è “la rivolta degli sciiti”, che “l’esercito del Mahdi” è il braccio di un’intricata disputa politico-teologica giocata al più alto livello nelle università coraniche, che, insomma, è della stessa pasta di Camilo Torres, il prete armato latinoamericano.
    Ora, invece, il vero leader degli sciiti iracheni, il grande ayatollah al Sistani, dice una verità che già era palese a chi sapesse e volesse interpretare il perché del suo lungo, silente, appoggio alle operazioni americane a Najaf: Moqtada al Sadr, bandito mullah, è un sacrilego.
    Una colpa spregevole, definitiva anche agli occhi dei laici.

    saluti

 

 
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