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Improvvisamente, la campagna elettorale per le presidenziali americane si è trasformata in un dibattito sulle azioni condotte dal giovane John Kerry in Vietnam.
Prima, Kerry ha fatto del suo servizio militare il tema centrale della convention democratica.
Ora, alcuni veterani anti Kerry hanno pubblicato un libro e sponsorizzato messaggi televisivi per contestare il suo tanto sfoggiato valore militare.
La strategia di Kerry non era difficile da capire. In tempo di pace, l’asso nella manica dei democratici, ossia la politica interna, controbilancia il vantaggio dei repubblicani sulle questioni della sicurezza nazionale.
Ma con la nazione in guerra la sicurezza nazionale sale al primo posto. Perciò Kerry ha promesso una “guerra più efficace contro il terrorismo” e si è dato molto da fare per dimostrare, come ha scritto E. J. Dionne, di essere “più determinato e coriaceo di Bush”.
I detrattori di Kerry potrebbero fare il suo gioco concentrandosi su ciò che ha fatto o non ha fatto 35 anni fa sul Mekong.
Ma nulla di ciò che ha fatto da quel momento in poi conferma la sua pretesa di essere un leader più capace di affrontare la guerra che dobbiamo combattere oggi (…).

La guerra fredda rappresenta il miglior termometro per misurare che tipo di comandante in capo potrebbe essere Kerry: nel corso di quel conflitto gli istinti di Kerry sono sempre stati ambigui. Se il paese avesse ascoltato i suoi consigli, avremmo anche potuto perdere.
Molti presidenti hanno avuto un ruolo nella vittoria della guerra fredda, ma i contributi dati da Ronald Reagan sono stati di eccezionale importanza, e Kerry si è opposto a ognuno di essi.
Il riarmo difensivo avviato da Reagan ha tolto ai sovietici ogni speranza di riuscire a superare gli Stati Uniti.
Kerry derise queste spese militari, definendole “gonfiate” e
“senza rilevanza per la minaccia da affrontare”.
In particolare, il piano di Reagan per lo sviluppo di un sistema difensivo contro i missili intercontinentali sovietici e la decisione della Nato di dislocare i missili Cruise in Europa occidentale per controbilanciare la minaccia sovietica resero del tutto inutili i costosi investimenti del Cremlino per ottenere la supremazia nucleare.
Kerry sosteneva invece il “congelamento nucleare” unilaterale. Reagan dimostrò poi ai sovietici che la storia non stava necessariamente dalla loro parte, rovesciando l’instabile regime comunista di Grenada e fornendo armi alla guerriglia anticomunista che combatteva gli oligarchi di sinistra del Nicaragua.
Kerry condannò l’intervento a Grenada definendola “la prova di forza di un bullo”, e si oppose all’appoggio della guerriglia in Nicaragua recandosi a Managua per cercare di fare un accordo con il capo sandinista Daniel Ortega al fine di ostacolare la politica di Reagan.
Ma le parole più dure di Kerry furono rivolte al nostro paese, che accusò di “crimini commessi su base quotidiana con la piena consapevolezza degli ufficiali a tutti i livelli di comando”.
Non soltanto nella guerra fredda ma anche in altri eventi che preannunciavano le sfide di oggi, Kerry si è sempre schierato dalla parte sbagliata.
Nel 1986 Reagan bombardò la residenza di Gheddafi dopo essere stato informato dai servizi segreti che dietro all’attentato terroristico contro un nightclub tedesco pieno di soldati americani c’era il dittatore libico.
Kerry denunciò la ritorsione statunitense definendola “non proporzionata”.
E quando Saddam Hussein invase il Kuwait nel 1990, Kerry si oppose all’uso della forza per ricacciarlo indietro e sostenne il ricorso alle sanzioni economiche.
Nel corso dei suoi vent’anni come senatore, Kerry risulta essere uno dei cinque membri più pacifisti sulle questioni di politica estera, se si fa il totale dei voti chiave selezionati dal gruppo di supporto liberal, gli Americans for Democratic Action.

C’è forse da stupirsi se Kerry stia cercando di concentrare l’attenzione degli elettori sul suo coraggio di eroe di guerra anziché sulla sua capacità di giudizio come leader politico?
Dal 1972, quando George McGovern rinnegò la tradizione di Harry Truman, John Kennedy e Lyndon Johnson e rese i democratici il partito delle colombe, soltanto due democratici hanno conquistato la Casa Bianca: Jimmy Carter e Bill Clinton.
Durante le loro campagne elettorali, sembravano più falchi dei loro avversari repubblicani.
Nel 1976, Carter attaccò la politica di distensione promossa da Gerald Ford.
Nel 1992, Clinton criticò il rifiuto di Bush padre di difendere la Bosnia.
Entrambi hanno poi adottato una politica estera più morbida di quella del repubblicano che avevano sconfitto.
Il fatto che Kerry venga dal Massachusetts (il solo Stato che nel 1972 aveva votato per McGovern) rende più difficile vendere questa sua immagine di falco.
I veterani di cui si è circondato durante la convention, e le varie memorie dell’onore con cui ha servito gli Stati Uniti, danno maggiore sostanza a questa pretesa immagine.
Almeno fino a quando non si osservi la sua carriera politica.

Joshua Muravchik su il Foglio del 12 agosto
© Los Angeles Times (traduzione di Aldo Piccato)

saluti