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Discussione: L'Ipotesi B.

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    Predefinito L'Ipotesi B.

    L’ipotesi B

    La drammatica, ancora non totalmente spiegata transizione italiana. Che cosa c'entra Silvio Berlusconi con le stragi del 1992 (Falcone e Borsellino) e con quelle del 1993 a Firenze, Roma e Milano?


    di Gianni Barbacetto


    È stato il momento più drammatico della storia italiana dal dopoguerra a oggi: negli anni tra il1992 e il 1994 è crollato un mondo politico, si è sgretolato il sistema dei partiti, è scoppiata una serie di bombe che hanno compiuto stragi, eliminato due tra i magistrati più famosi d’Italia, ucciso complessivamente 21 persone, provocato un’ottantina di feriti, messo in pericolo il patrimonio artistico del Paese, tenuto a lungo sotto ricatto le istituzioni. Che cosa è davvero successo in quel passaggio d’epoca? Chi si è attivato? Quali sono stati i protagonisti che si sonomossi nell’ombra? Che ricatti sono scattati? Non sappiamo dare risposte esaurienti: nella ricostruzione storica di quegli anni rimangono ancora molti buchi neri. Nel cuore della nostra storia recente, proprio nel momento in cui si è formato il nuovo sistema politico in cui viviamo, si è consumato un grande intrigo. Ancora per molti aspetti oscuro.


    Giovanni Falcone e Totò Riina

    C’è un punto fermo: per i fatti più gravi che hanno segnato quel periodo – le stragi del 1992 in cui sono morti Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le loro scorte; e le tre stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma – sono stati condannati come esecutori e mandanti gli uomini di Cosa nostra. Ma chi ha indagato per anni sulla transizione del 1992-93 ha formulato un’ipotesi a: Cosa nostra da sola ha progettato e realizzato lestragi; e un’ipotesi b: vi sono altre forze dietro quella strategia, esistono «mandanti a volto coperto» o comunque altre entità che avevanointeressi convergenti con quelli di Cosa nostra. L’ipotesi b, inevitabilmente, preso atto dei racconti arrivati da chi havissuto quella stagione all’interno di Cosa nostra, è diventata ipotesi B: B come Berlusconi. Silvio Berlusconi, con Marcello Dell’Utri, è stato indagato nelle inchieste sui «mandanti a volto coperto» ed è di fatto tuttora indagato (malgrado la sua propaganda dica di no) a Palermo e a Firenze. Ecco dunque la storia di quegli anni, i fatti accertati, le questioni irrisolte. Raccontiamolo come il plot di un grande thriller. Senza certezze, ma con molti fatti inquietanti.
    Nel febbraio 1992 uno sconosciuto magistrato della Procura di Milano, Antonio Di Pietro, avvia una inchiesta sulla corruzione politica, a cuidà il nome di Mani pulite. Dopo qualche mese, è una valanga. Per episodi di corruzione sono posti sotto inchiesta centinaia di politici, amministratori, imprenditori, i maggiori leader dei partiti, una decina di ex ministri della Repubblica, quattro ex presidenti del Consiglio. Il Parlamento è delegittimato da decine di avvisi di garanzia. L’intero sistema dei partiti è scosso. In un paio di anni il volto della politica italiana cambia completamente.

    In Sicilia, intanto, Cosa nostra si sta da tempo agitando.
    L’organizzazione è in attesa della decisione della Corte di cassazione, che deve confermare o annullare la sentenza del maxiprocesso di Palermo. Con la conferma, sui 475 imputati portati a giudizio da Giovanni Falcone e dagli altri magistrati del primo pool antimafia di Palermo si sarebbe abbattuta una montagna di ergastoli capace di seppellire in carcere un paio di generazioni di mafiosi.
    Il capo dei capi, Totò Riina, annusa l’aria e si rende conto che negli ultimi tempi gli «amici importanti» di Cosa nostra a Palermo e a Roma non sono più attenti alle esigenze dell’organizzazione. Il 30 gennaio arriva la conferma ai sospetti di Totò u Curtu: la prima sezione della Cassazione, sottratta all’influenza di Corrado Carnevale, il «giudice ammazzasentenze», conferma le condanne del maxiprocesso. È la fine di un’epoca.
    Riina, che comanda Cosa nostra grazie al potere militare delle famiglie corleonesi, decide che è tempo di tagliare di netto con i vecchialleati. È tempo di iniziare la guerra. Che comincia esattamente 40 giorni dopo la sentenza della Cassazione: il 12 marzo 1992, a Mondello, il mare di Palermo, è ucciso Salvo Lima, l’uomo che rappresenta Giulio Andreotti in Sicilia. Nel settembre successivo è la volta di Ignazio Salvo, andreottiano e uomo di Cosa nostra. Il segnale è chiaro: non avete mantenuto i patti, dunque ora pagate il vostro tradimento. Cosa nostra non ha più bisogno di voi. Recide per sempre i legami di scambio (voti e soldi contro appalti e impunità) con i suoi tradizionali referenti politici. Muore così la Cosa nostra della «prima repubblica», quella che aveva i suoireferenti nei notabili democristiani. Ha il battesimo del fuoco la nuova Cosa nostra, quella che comincia a trattare direttamente con lo Stato.

    Nel frattempo, per quelle perfette sintonie che solo la storia sa costruire, al Nord moriva la «prima repubblica» dei partiti. Il 5 aprile 1992 le elezioni politiche sanciscono il tracollo dei partiti digoverno e il trionfo della Lega di Umberto Bossi, su cui si riversano le proteste contro il sistema della corruzione e molti desideri di cambiamento. Ma intanto, al Sud, Riina prosegue la sua guerra: colpendo il nemico numero uno di Cosa nostra, Giovanni Falcone, l’uomo che negli anni Ottanta aveva dato l’avvio all’avventura che si era conclusa il 30 gennaio 1992 con la sentenza definitiva della Cassazione.
    Il 23 maggio, a Capaci, mentre corre dall’aeroporto di Palermo versola sua città, il magistrato, sua moglie e la scorta sono dilaniati da una carica d’esplosivo che fa saltare in aria l’autostrada. L’Italia è scossa come mai prima.
    La morte di Falcone è pianificata da Cosa nostra proprio nei giorni in cui il Parlamento, dopo le dimissioni di Francesco Cossiga, è riunito per scegliere il nuovo presidente della Repubblica: così da impedire che alla più alta carica dello Stato sia eletto il candidato allora favorito, Andreotti, ormai pesantemente segnato dalle ombre dei suoi rapporti siciliani.

    Falcone aveva più di un nemico. Non tutti erano dentro Cosa nostra. Gli investigatori si pongono la domanda: qualcuno dei suoi nemici può forse essere stato concausa della sua morte – in quel «nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol diregomitolo» che spesso è la realtà, come scriveva Carlo Emilio Gadda? Il pubblico ministero nel processo perla strage di Capaci, Luca Tescaroli, lascia aperta la risposta. Attorno a Falcone vivo si erano agitati ambienti dei servizi segreti, dellamassoneria, della politica e delle imprese. Sul luogo del delitto, a Capaci, è stato ritrovato (o fatto ritrovare?) un bigliettino con un numero di telefono di un funzionario del Sisde (il servizio segreto civile), il cui numero due, Bruno Contrada, poi arrestato e condannato per associazione mafiosa. Quanto alle imprese,scrive Tescaroli nella sua requisitoria: «Le stesse indicazioni delcollaboratore di giustizia Angelo Siino, in ordine all’iniziativa di Bernardo Provenzano per “agganciare Craxi tramite la Fininvest”, e di Salvatore Cancemi, con riferimento all’iniziativa, collocata fra gli anni 1990-1991, per coltivare direttamente i rapporti con i vertici di detta struttura imprenditoriale e al suo tentativo, “tramite Craxi”, di mettersi la Fininvest nelle mani e viceversa, potrebbero non essere avulse dal trasferimento del dottor Falcone» da Palermo a Roma. Di più non dice, aggiungendo che altre indagini sono in corso perapprofondire gli aspetti ancora in ombra del gomitolo delle«causali».

    Racconta però Salvatore Cancemi, il primo collaboratore di giustizia che era stato membro della Commissione (la «cupola») di Cosa nostra:«Quando c’erano le preparazioni per le stragi di Falcone, del dottor Falcone, io ero in macchina con Raffaele Ganci. Stavamo andando là e Ganci Raffaele mi disse, con pochissime parole: U zu’ Totuccio si incontrò con persone importanti». Ganci non gli fa i nomi di quelle «persone importanti», ma per Cancemi è abbastanza chiaro: «Se io devo fare una logica, diciamo,(...) i discorsi sono questi che si facevano in quel periodo». E spiega (nel 1999, al processo per la strage di via D’Amelio):«Se io vado indietro, noi andiamo a trovare un Vittorio Mangano che faceva quello che voleva nella tenuta di Berlusconi di Arcore. Là c’era un covo, un covo di mafiosi che andavano là, organizzavano sequestri di persona, vendevano droga, e io ho fornito pure; che c’è stato un tentativo di un sequestro di persona, che uno di questi che era, mi sembra, se non faccio errore, Pietro Testone, chiamato di... ora che mi viene il nome glielo dico... Pietro Vernengo, (...) quindi là era la base di tutte queste cose. Quindi, dobbiamo cominciare, diciamo, di qua, quindi i vantaggi ci sono... ci sono stati curati da anni indietro a venire in avanti».

    La guerra continua. Il 19 luglio 1992, meno di due mesi dopo la morte di Falcone, in via D’Amelio è ucciso con un’autobomba, insieme alla scorta, Paolo Borsellino, che per Falcone era come un fratello e che dopo la sua morte era diventato l’erede morale el’ideale continuatore della sua opera. L’uccisione di Borsellino, a così breve distanza da quella di Falcone, è controproducente per Cosa nostra: le misure antimafia varate dal governo dopo la prima strage stavano per essere dimenticate nell’afa estiva che aveva investito anche il Parlamento che le doveva rendere legge; ma dopo la bomba di via D’Amelio vengono rapidamente approvate;
    il sostegno ai collaboratori di giustizia e il carcere duro per i boss mafiosi diventano definitivi; la caccia ai latitanti diventa frenetica; la coscienza antimafia diventa sentire comune in tutto il Paese. Perché Cosa nostra ha deciso quell’accelerazione? Chi ha messo fretta a Cosa nostra, che non ha mai fretta?
    Racconta Cancemi: «Mi ricordo (...) di una riunione che il Ganci, proprio questo mi è rimasto impresso, (...) che si appartò, diciamo,sempre nella stessa stanza, nello stesso salottino che c’era là ,con Riina. E io c’ho sentito dire: La responsabilità è mia. Poi, quando ce ne siamo andati con Ganci, Ganci mi disse: Questo ci... ci vuole rovinare a tutti, quindi lacosa era... il riferimento era per il dottor Borsellino. (...) Io ho capito che il Riina aveva una premura, come vi devo dire, una cosa... di una cosa veloce, aveva... io avevo intuito questo, che il Riina questa cosa la doveva... la doveva fare al più presto possibile, come se lui aveva qualche impegno preso, qualche cosa che doveva rispondere a qualcuno. (...) Questa cosa la doveva portare subito a compimento, doveva dare questa... questa risposta a qualcuno,questi accordi che lui aveva preso».

    Aveva davvero preso accordi con qualcuno? E se sì, con chi? Queste due domande non hanno ancora trovato una risposta certa. Ma alcuni importanti capi di Cosa nostra che hanno vissuto dall’interno la preparazione delle stragi riferiscono che era stata aperta una trattativa con soggetti dell’ambiente politico e istituzionale. Riina aveva anche scritto le sue richieste, in quello che gli uomini di Cosa nostra chiamano il papello: revisione del maxiprocesso, azzeramento delle norme che avevano reso possibile il moltiplicarsi dei «pentiti»; fine del carcere duro (articolo 41 bis dell’ordinamento carcerario); chiusura delle supercarceri di Pianosa e dell’Asinara; abolizione dell’ergastolo. Chi tratta con Cosa nostra? Contatti con Vito Ciancimino, ex sindaco dc di Palermo e uomo dei corleonesi, li hanno in quei mesi due carabinieri del Ros (il Raggruppamento operativo speciale), il generale Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno; una sorta di trattativa viene intavolata, ma – dicono i due carabinieri – senza concessioni a Cosa nostra, anzi al solo scopo di stanare Riina.

    Un’altra trattativa, secondo le ipotesi investigative, è stata avviata da uomini Fininvest: Marcello Dell’Utri scende infatti in Sicilia e – sostengono i magistrati che lo hanno portato sotto processo a Palermo – si incontra con uomini della famiglia catanese di Nitto Santapaola; il suo obiettivo, almeno iniziale, sembra sia quello di far cessare gli attentat iincendiari che si erano verificati nei magazzini Standa siciliani. Ma poi da cosa nasce cosa, l’oggetto della trattativa si amplia.

    Paolo Borsellino, dopo la morte di Falcone, era la memoria storica della lotta alla mafia: ricordava bene anche le vecchie vicende di Cosa nostra che aveva impiantato una base al Nord, a Milano, negli anni Settanta. Borsellino attribuisce una grande importanza a quelle vicende, e non le ritiene affatto vecchie: lo dimostra l’intervista televisiva concessa il 21 maggio 1992 al giornalista Fabrizio Calvi, in cui sottolinea i rapporti che Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, a Milano, avrebbero intrattenuto con personaggi delle famiglie palermitane, primo fra tutti Vittorio Mangano, il capo della famiglia di Porta Nuova, inviato da Cosa nostra a Milano, che per qualche tempo ha addirittura abitato nella villa di Arcore insieme a Berlusconi. Borsellino è tanto convinto che la pista Dell’Utri-Berlusconi sia d’attualità, che alla fine dell’intervista, sornione, consegna a Calvi delle carte, tutte attinenti alle indagini svolte in passato a Palermo su Mangano, Dell’Utri e Berlusconi.

    Intanto però in quei mesi frenetici gli avvenimenti si accavallano, si rincorrono. Prosegue la strategia delle stragi ordinata da Riina: «Farela guerra per poi fare la pace». La decisione è di portare massicciamente l’attacco – per la prima volta nella storia di Cosa nostra – fuori dalla Sicilia, a Roma, al Nord. Il 15 gennaio 1993 i carabinieri del Ros arrestano a Palermo Riina (non senza qualche mistero: come viene individuata la casa del boss? perché non viene mai perquisita o almeno tenuta sotto controllo?). Ma la strategia già decisa non si ferma. La continuano Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Graviano...

    L’Italia vive una tumultuosa, confusa transizione. Il 21 aprile 1993 Giuliano Amato si dimette da presidente del Consiglio. Il 26 aprile Carlo Azeglio Ciampi riceve l’incarico di formare il nuovo governo. Il 28 presenta la lista dei ministri, in cui sono inseriti, per la prima volta in Italia, esponenti del Pds, l’ex partito comunista. Il 7 maggio la Camera vota la fiducia al governo Ciampi. Il 12 è la volta del Senato. Il 13 maggio il Senato concede l’autorizzazione a procedere nei confronti di Giulio Andreotti, che imagistrati palermitani vogliono processare a Palermo per mafia.
    Il 14 maggio prende avvio la seconda parte della campagna stragista di Cosa nostra: a Roma, un’autobomba scoppia in via Fauro, ferendo 21 persone ma mancando l’obiettivo prefissato, il giornalista televisivo Maurizio Costanzo. Il 27 maggio, a Firenze, scoppia una bomba in via dei Georgofili: cinque morti, 29 feriti. Danneggiati la Galleria degli Uffizi, la Torre del Pulci, Palazzo Vecchio, la chiesa dei Santi Stefano e Cecilia, il museo della Scienza e della tecnica. Distrutte o danneggiate opere di Giotto, Tiziano,Vasari, Bernini, Rubens, Reni, Sebastiano del Piombo, Gaddi, Van Der Weyden.

    Il 2 giugno davanti a Palazzo Chigi, sede del governo, viene individuata una Fiat 500 imbottita d’esplosivo. Il 23 luglio a M ilano muore (poi l’inchiesta decreterà: è suicidio) Raul Gardini, ex numero unodella Ferruzzi. Il 26 luglio la Democrazia cristiana, ininterrottamente partito di governo dal dopoguerra, decide il suo formale scioglimento. Intanto le associazioni degli autotrasportatori avevano minacciato uno sciopero a oltranza e la mattina del 27 le prefetture informano il presidente del Consiglio che le agitazioni rischiano di bloccare i rifornimenti di prodotti alimentari e di carburante, proprio alla vigilia dell’esodo estivo. In questa situazione cilena, nella notte tra il 27 e il 28 luglio scoppiano quasi contemporaneamente tre autobombe.
    La prima, a Milano, esplode in via Palestro (cinque morti e una decina di feriti) e distrugge il Padiglione di arte contemporanea. La seconda, a Roma, danneggia la basilica di San Giovanni in Laterano e il Palazzo Lateranense (14 feriti). La terza, ancora a Roma, procura gravi danni alla basilica di San Giorgio al Velabro (treferiti)
    . Palazzo Chigi, sede del governo, resta per tre ore misteriosamente isolato e senza possibilità di comunicare con l’esterno. Il 5 novembre alla Borsa di Londra crollano i titoli italiani e la lira. Rimbalzo negativo anche alla Borsa di Milano. Tutto è originato dal diffondersi di una voce, falsa, sulle imminenti dimissioni del presidente della Repubblica. Si sospetta una speculazione internazionale.

    Un contrappunto drammatico Nord-Sud. Stragi mafiose e convulsioni politiche. Crollo del sistema tradizionale dei partiti e bombe-messaggio, fatte scoppiare per far capire che le istituzioni dovevano scendere a patti, dovevano chiudere una trattativa con Cosa nostra. Riina aveva chiare le cose da chiedere in cambio della sospensione degli attentati, erano quelle scritte nel suo papello. Ma gli obiettivi scelti per gli attentati sono molto raffinati: la galleria dei Georgofili a Firenze, il Padiglione d’arte contemporanea a Milano, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma. Tutti luoghi, secondo lo storico dei servizi segreti Giuseppe De Lutiis, con possibili evocazioni massoniche. Possibile che Riina abbia fatto tutto da solo? Non c’è stato nessuno che ha fornito un’indicazione, che ha dato un «aiutino»?
    «Monumenti, opere d’arte, tesori inestimabili del patrimonio storico e artistico del nostro Paese», dichiara l’allora procuratore di Firenze Piero Luigi Vigna, sono «obiettivi sicuramente non consoni a quelli tante volte attinti da Cosa nostra ed estranei alla sua storica strategia criminale». Con altre parole, Cancemi aveva espresso lo stesso concetto: « Cosa nostra non ha la mente fina per mettere un’autobomba come quella di Firenze», quelli «sono obiettivi suggeriti». Chi sono, allora, le «menti fine» che hanno fatto da suggeritore a Cosa nostra? E chi aveva dato garanzie che le richieste del papello sarebbero state alfine accettate?

    In quei giorni, Francesco Paolo Fulci, direttore del Cesis (l’organismo di coordinamento dei servizi segreti), consegna al capo della pol izia e al comandante dei carabinieri una lista di 16 agenti del Sismi: per «meri fini di riscontro» in merito agli attentati. Nei mesi che seguono l’estate delle bombe, alle stragi si aggiunge lo scandalo Sisde, una storia italiana di agenti segreti che invece di servire lo Stato lo derubavano, intascandosi miliardi di lire. Lo scandalo minaccia di coinvolgere anche il presidente della Repubblica Scalfaro, ex ministro dell’Interno e dunque per un periodo responsabile anche dell’operato del Sisde.

    Faticosa, drammatica, confusa, la transizione italiana. In questo clima incerto e teso, molti soggetti, molti poteri devono aver avuto la tentazione d’inserirsi, per tentare di governarla. Massonerie, settori dei servizi segreti, uomini politici, settori imprenditoriali, « menti raffinatissime»... A dar retta agli uomini di Cosa nostra che, compiuto il salto di campo, hanno cominciato a collaborare con lo Stato, la Fininvest era tra questi soggetti. Aveva da lungo tempo un rapporto con Cosa nostra: dagli anni in cui Vittorio Mangano si era installato ad Arcore, a casa di Berlusconi. La Fininvest dava regolarmente dei soldi a Cosa nostra, forse per la «protezione» delle antenne televisive in Sicilia: una cifra attorno ai 200 milioni all’anno, secondo quanto racconta Cancemi.
    Ma tra il 1990 e il 1991, quando Cosa nostra decide di «cambiare pelle», Riina ordina a Cancemi di comunicare a Mangano che deve farsi da parte: di Berlusconi vuole occuparsi personalmente. Cancemi esegue: «Incontrando a Vittorio Mangano ci dissi: (...) Vittorio, senti qua, tu mi devi fare una cortesia, senza che mi fai nessuna domanda, mi devi fare una cortesia: tu questi persone, Berlusconi, Dell’Utri, li devi lasciare stare, che Salvatore Riina se l’ha messo nelle mani lui, perchémi disse che è un bene per tutta Cosa nostra, quindi non mi fare altre domande, non mi dire niente. E il Vittorio Mangano con me, siccome lui lo sapeva che io lo volevo bene e lui mi voleva bene pure a me, si... diciamo, si è allargato un pochettino, nel senso... nel senso che mi disse: Ma Totuccio, io è una vita, tu lo sai, è una vita che io... ce l’ho nelle mani io, che ci sono vicino io, tu lo sai, ora tutto assieme io mi devo mettere da parte? E io: Vittorio, fammi questa cortesia, non mi fare altre domande, perché quando quello mi dice che è un bene per tutta Cosa nostra, io non ci posso dire niente».

    Nello stesso periodo, la Fininvest era interessata a fare affari nel centro storico di Palermo. Racconta Cancemi: «Riina mi ha mandato a chiamare e mi disse che c’era la Fininvest, appunto di Berlusconi, Dell’Utri, che era interessata a comprare tutta la zona vecchia di Palermo. Ioc’ho detto: Va bene».
    Dagli affari è facile passare alla politica: «Quindi, io vi posso dire queste cose che io ho vissuto direttamente; vi posso dire che il Riina Salvatore a me mi diceva che lui si incontrava, si... con queste persone. Questo, diciamo, quello che... quello che ho capito io e quello che ho vissuto io direttamente, che Riina, diciamo, aveva queste persone nelle mani (...).Lui parlava sempre di queste cose. ’Nfino un qualche quindici giorni prima di... che l’arrestassero. (...) L’obiettivi erano di fare, appunto, modificare delle leggi e di fare cambiare questa legge sui pentiti (...) C’erano altre cose pure di... il 41 bis. Insomma, si parlava di tutte queste cose, diciamo, che lui stava portando avanti. (...) Quando si andava nell’argomento di cambiare queste cose, queste regole, specialmente sui pentiti, sul 41 bis e tutte queste cose, lui tirava in mezzo queste persone, diceva: Noi queste persone li dobbiamo garantire, queste persone ci dobbiamo stare vicino, che questi sono quelli che a noi ci devono portare del bene».

    Dell’Utri, intanto, sta già pensando alla nascita di un nuovo partito. Lo racconta Ezio Cartotto, politico democristiano che a metà degli anni Ottanta teneva corsi di formazione per i manager di Publitalia, l’azienda che raccoglieva pubblicità per le reti Fininvest: «Nel maggio-giugno 1992 sono stato contattato da Marcello Dell’Utri perché lo stesso voleva coinvolgermi in un progetto da lui caldeggiato. In particolare Dell’Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo degli ordinari referenti politici del gruppo Fininvest, il gruppo stesso entrasse in politica per evitare che una affermazione delle sinistre potesse portare prima a un ostracismo e poi a gravi difficoltà per il gruppo Berlusconi».
    Forza Italia uscirà allo scoperto solo nel 1994, ma Dell’Utri era al lavoro, sotterraneamente, già dalla primavera 1992, per vincere prima di tutto l’opposizione al progetto-partito interna alla Fininvest (tra gli oppositori, Maurizio Costanzo).

    Anche in Sicilia, negli stessi mesi, stanno cercando nuovi referenti politici. Maurizio Avola, uomo d’onore catanese, racconta che Riina nel 1992 intendeva «creare un nuovo partito politico» nel quale inserire uomini di Cosa nostra sconosciuti, puliti, pronti aportare direttamente gli interessi dell’organizzazione nelle istituzioni dello Stato. Riina aveva ipotizzato anche il nome: Cosa nuova. Ma si era subito reso conto che forse era preferibile puntare su qualcosa di più neutro, come Lega sud.
    Comunque tutto era pronto per l’operazione, tanto che Riina aveva chiesto a Santapaola di indicargli persone adatte all’impresa, cioè «uomini nuovi» da poter inserire nel movimento e lanciare verso una brillante carriera politica. Santapaola non si era tirato indietro. Il suo braccio destro, Aldo Ercolano, tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992 incontra Dell’Utri, stando a quel che raccontano i collaboratori di giustizia, in una località del messinese. Nel 1992 sono ben 34 i viaggi dei fratelli Marcello e Alberto Dell’Utri a Catania. All’incontro partecipa forse anche Santapaola in persona, per scambiare qualche idea sul futuro della politica italiana. «So che dell’Utri aveva amicizie a Palermo», racconta Avola, «e in quel periodo si parlava già del partito nuovo che stava a cuore a Totò Riina».

    Dell’Utri, naturalmente, smentisce. Di certo c’è che qualcosa effettivamente si muove, al Sud. In quel periodo, spesso sottol’ala di ambienti massonici, in molte regioni nascono nuovi movimenti politici. «Sorsero piccole“leghe”, dislocate in diverse parti del territorio nazionale», spiega Piero Luigi Vigna, che le ha incontrate nel corso delle indagini sulle stragi del 1993. Le enumera con cura: Lega pugliese, Lega marchigiana, Lega molisana, Lega meridionale, Lega degli italiani, Lega sarda, Lega calabrese. E ancora: Lega italiana,Lega delle leghe, Lega sud della Calabria, Lega toscana, Lega laziale, Lega nazional popolare, movimento Sicilia libera...

    A una manifestazione della Lega meridionale è presente don Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo condannato per mafia. Sicilia libera è invece direttamente creata da uomini di Cosa nostra: la promuove Tullio Cannella, in stretto contatto con Leoluca Bagarella. Vi partecipano i fratelli Graviano e il costruttore palermitano Gianni Ienna. Ha come scopo dichiarato far diventare la Sicilia una nazione autonoma, nel quadro di una Italia federale. Si presenta anche alle elezioni nell’isola, senza grandi successi.
    Ma nel corso del 1993 Cosa nostra abbandona l’idea di fare politica in proprio. Nell’organizzazione circola la voce che i tempi duri stanno per finire, che sono stati trovati nuovi alleati. Malgrado gli arresti dei suoi capi – Riina, Santapaola, Bagarella – in Cosa nostra torna l’ottimismo. Alla fine del 1993 è Bernardo Provenzano in persona, lapiù alta autorità dell’organizzazione rimasta libera e attiva,a far sapere alle famiglie: «State tranquilli, ho trovato qualcosa, il vento sta per cambiare».

    A Milano, intanto, Dell’Utri è riuscito a vincere le resistenzeinterne alla Fininveste a convincere Silvio Berlusconi a «scendere incampo». Forza Italia, dopo pochi mesi di vita ufficiale, si appresta avincere le elezioni del 1994.
    Oggi, sette anni dopo, nessuna certezza è uscita dallo «gnommero», dal gomitolo del 1992-93.


    Sono state registrate molte dichiarazioni di collaboratori di giustizia, sono state rilevate molte concordanze di date e di fatti. Ma è ancora troppo poco per formulare accuse precise. Tanto più nei confronti di personaggi potentissimi, e in tempi in cui martellanti campagne di stampa hanno gettato discredito sui «pentiti» e delegittimazione sui magistrati. Così, arrivati al termine della scadenza naturale delle indagini, ènecessario chiedere l’archiviazione. Poiché però i reati di strage non si prescrivono mai e gli indizi restano pesanti sul tappeto, archiviata un’indagine è possibile e doveroso aprirne subito un’altra, a carico di ignoti, e inserire le vecchie carte nei nuovi faldoni.

    Forse la prova certa non si troverà mai. Ma di sicuro, in questa come in altre gravi vicende italiane, è utile non accontentarsi delle risultanze processuali: chi in politica chiede di sventolare sentenze o altrimenti di restare zitti, mostra, paradossalmente, di essere «giustizialista», di ridurre il mondo intero a una grande aula di giustizia
    . In politica conta invece anche l’opportunità dei comportamenti. Dai politici non si deve pretendere qualcosa di più che la fedina penale pulita? Negli Stati Uniti e in altri Paesi civili c’è chi ha avuto la carriera politica rovinata per aver scelto male la baby sitter, o la colf, o l’amante. E chi ha assunto e tenuto in casa uno «stalliere» che era in realtà un boss mafioso? E chi ha avuto come braccio destro nel business e nella politica un uomo come Marcello Dell’Utri, le cui agende dimostrano che è rimasto sempre in contatto con gli ambienti mafiosi palermitani? E chi ha attraversato con mille ambiguità (nel migliore dei casi) la stagione delle stragi del 1992-93?

    C’è comunque una domanda che resta senza risposta: perché mai tanti uomini provenienti da Cosa nostra raccontano di contatti tra i boss e gli ambienti Fininvest nel 1992-93? Le risposte possibili, razionalmente, sono tre:
    1. È tutta una montatura dei magistrati «comunisti» che hanno indottrinato decine di «pentiti»: è una spiegazione più dietrologica e complottista dell’ipotesi B, che pure è accusata di essere dietrologica e complottista.
    2. È tutto un equivoco: la convinzione di essere sostenuti da Berlusconi si è davvero diffusa dentro Cosa nostra, ma è l’autoconvincimento di boss e gregari impegnati in una guerra contro lo Stato che ha portato alla disfatta dell’ala corleonese dell’organizzazione.
    3. È vero, i contatti tra gli ambienti Fininvest e Cosa nostra ci sono stati.
    In attesa di approdare a qualche certezza in proposito, l’Italia, strano Paese europeo, va con questi dubbi verso l’appuntamento elettorale.

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  2. #2
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    A questo andrebbero aggiunte le deposizioni di Giuffrè ed altri al processo Dell'Utri di Palermo.

  3. #3
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    In Origine Postato da MrBojangles
    A questo andrebbero aggiunte le deposizioni di Giuffrè ed altri al processo Dell'Utri di Palermo.
    questa forse va bene lo stesso

    LA DISSOCIAZIONE. Domanda: Aglieri è in grado di scrivere da solo la lettera che ha firmato? La risposta è no. Domanda successiva: ma allora chi ha scritto quella lettera? Chi è il regista dell'"operazione trattativa"? "Non l'ho scritta io", risponde sorridendo, ancor prima di aver ricevuto la domanda, Rosalba Di Gregorio, avvocato di Aglieri, ma anche molto vicina alla famiglia di Vittorio Mangano e a Marcello Dell'Utri. Certo la lettera è arrivata al momento giusto, per tentare di riaprire un dibattito sulla "dissociazione" che ha già una lunga storia. Eccola. Nella primavera del 2000 Vigna, dopo aver avviato una serie di colloqui investigativi con capi mafiosi in carcere, scrive al ministro della Giustizia (allora Piero Fassino) che quattro detenuti rinchiusi a Rebibbia (Aglieri, Salvatore Buscemi, Giuseppe Piddu Madonia, Giuseppe Farinella) chiedono di poter incontrare altri quattro detenuti (Nitto Santapaola, Salvuccio Madonia, Carlo Greco, Pippo Calò) per decidere la dissociazione da Cosa nostra. Il ministro Fassino investe della questione il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), diretto in quel momento da Gian Carlo Caselli, che blocca l'operazione, d'accordo con Alfonso Sabella, già magistrato a Palermo con Caselli e poi da lui chiamato a dirigere l'ufficio centrale ispettivo del Dap.

    In quelle settimane del 2000, però, l'avvocato Taormina dice al Giornale che lo Stato deve accettare la dissociazione da Cosa nostra. E cominciano a circolare voci sulla trattativa avviata a Rebibbia attraverso Vigna. Ne parla, per esempio, l'avvocato Di Gregorio. La possibilità della dissociazione comincia così a entrare nel circuito dei media. E Giovanni Tinebra, allora procuratore di Caltanissetta, concede un'intervista a Felice Cavallaro sul Corriere della Sera titolata così: "Dissociazione? Ero contrario, ora non più". Nel febbraio 2001 il quotidiano la Repubblica dà la notizia che Salvatore Biondino sarebbe stato incaricato dai boss di trattare la resa dei carcerati. Sarebbe una grande novità, perché Biondino vuol dire Riina, di cui è stato braccio destro e autista fino al giorno dell'arresto. Nel novembre successivo Sabella viene a conoscenza che proprio Biondino avrebbe fatto richiesta di diventare "scopino", per potersi muoversi più liberamente nel carcere di Rebibbia e avere contatti con gli altri boss di Cosa nostra.

    Il 29 novembre Sabella scrive una lettera in cui informa del fatto Tinebra, che nel frattempo ha sostituito Caselli al vertice del Dap. Tinebra legge la lettera il 3 dicembre 2001 e commenta: "Ma questo Sabella come l'ha saputa 'sta notizia?". Invece di premiare l'efficienza del suo funzionario, il giorno 5 dicembre sopprime l'ufficio centrale ispettivo diretto da Sabella. Ritenendo di essere stato punito per aver bloccato la trattativa sulla dissociazione, Sabella scrive al nuovo ministro della Giustizia, Roberto Castelli, che gli risponde di tornare a fare il magistrato. Poi scrive anche al Consiglio superiore della magistratura, che lo assegna alla Procura di Firenze. Il 16 febbraio 2002, dopo una lettera di Tinebra al prefetto di Firenze Achille Serra, a Sabella (che a Palermo ha fatto arrestare Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Carlo Greco e il figlio di Riina) viene tolta la scorta. E pensare che gli era stata riconfermata solo pochi giorni prima, il 29 gennaio 2002, quando sulla base della circolare del ministro Claudio Scajola le scorte erano state tolte a decine di magistrati in tutta Italia.

    IL DILUVIO UNIVERSALE. Il procuratore di Palermo Piero Grasso è uomo dai toni pacati. Mai una parola sopra le righe. Tanto che qualcuno dei suoi magistrati, rimpiangendo il suo predecessore Caselli, gli rimprovera di essere perfino troppo morbido. Ma questa volta Grasso non ha potuto evitare di alzare la voce. A un convegno organizzato all'inizio d'aprile dai magistrati di Spoleto ha lanciato un grido d'allarme pesantissimo: "Non può passare il principio per il quale una maggioranza decida di sovvertire le regole della Costituzione. Non c'è bisogno della sfera di cristallo per prevedere che anni di successi nella lotta contro Cosa nostra saranno presto azzerati. Dobbiamo salvare il salvabile prima del diluvio universale". Ha raccontato: "Un boss mafioso, benché avesse collezionato già diversi ergastoli, parlava del suo futuro come se fosse imminente il suo ritorno in libertà. Lo avevamo preso per pazzo, invece i fatti gli stanno dando ragione".

    I "fatti" sono una serie di leggi che in silenzio stanno sottraendo ai magistrati gli strumenti d'indagine e stanno imponendo ai giudici soglie più alte di prova per arrivare a una sentenza di condanna. È diventato – ricorda Grasso – sempre più difficile celebrare i processi. E sarà sempre più arduo condannare gli imputati, specie se sono colletti bianchi, specie se sono vicini alla politica. Ma anche chi è già condannato ora spera di trovare una via d'uscita: la revisione del processo. Dopo l'approvazione delle regole del cosiddetto "giusto processo", infatti, i mafiosi in carcere con centinaia d'ergastoli erogati con le regole processuali precedenti, "vecchie e barbare", cominciano a chiedere un nuovo giudizio. In Parlamento è stata depositata una proposta di legge che concede il ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo a chi è stato condannato prima dell'approvazione del "giusto processo". È una proposta bipartisan: firmata da Mario Pepe, Michele Saponara e altri nove deputati di Forza Italia, due dell'Udc, uno di An, uno della Lega, ma anche da deputati del centrosinistra, Giovanni Russo Spena ed Elettra Deiana di Rifondazione comunista, Franco Grillini e Franco Angioni dei Ds, Andrea Colasio della Margherita.

    "Se questa legge passasse", commenta Grasso, "andrebbero a revisione anche i processi sulle stragi Falcone e Borsellino e addirittura il maxiprocesso di Palermo. Finirà che i boss chiederanno e otterranno il risarcimento per essere stati in cella". Non è la sola proposta di legge che preoccupa Grasso e i magistrati antimafia. La nuova disciplina del falso in bilancio rende più opache le società e più difficile indagare anche sull'area grigia della finanza, quella che ha contatti con i soldi mafiosi. Una legge proposta da Nino Mormino (di Forza Italia) vorrebbe togliere ai magistrati del pubblico ministero la guida della polizia giudiziaria, dunque delle indagini. Un'altra, proposta da Gian Franco Anedda (di An), prevede l'estensione dell'obbligo di concedere le attenuanti e dunque potrebbe finire per impedire che scattino le condanne all'ergastolo per i boss ancora incensurati; e poi regalerebbe ai mafiosi due armi formidabili: la possibilità di spostare i processi (Palermo è per definizione sede troppo "calda") e di ricusare i giudici (sarà sufficiente che abbiano parlato di "lotta alla mafia" in qualche scuola o, chissà, addirittura che tengano sulla scrivania la foto di Falcone e Borsellino). In Parlamento, dunque, la trattativa con Cosa nostra è già a buon punto.

    Diario, 26 aprile 2002

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    e anche questo...
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    C’è un contatto diretto, nel 1994, tra Silvio Berlusconi
    e un uomo al lavoro per costruire il «partito di Cosa nostra».
    È emerso al processo palermitano per mafia contro Dell’Utri

    di Gianni Barbacetto





    C’è stato un contatto telefonico diretto, nel 1994, agli albori di Forza Italia, tra Silvio Berlusconi e un uomo allora impegnato a costruire «il partito di Cosa nostra». Lo ha raccontato un consulente della procura di Palermo, Gioacchino Genchi, in una delle udienze del processo in corso nella città siciliana con imputato Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. A telefonare ad Arcore, al numero riservato di Berlusconi, alle ore 18.43 del 4 febbraio 1994, è il principe Domenico Napoleone Orsini.

    Esponente dell’aristocrazia nera romana, massone, Orsini è in contatto con il capo della P2 Licio Gelli, che va anche a incontrare a villa Wanda, ad Arezzo. Dopo una gioventù nell’estrema destra neofascista, nei primi anni Novanta Orsini si scopre leghista. Nel novembre 1993 accoglie Umberto Bossi che scende nella Roma ladrona per incontrare i suoi sostenitori nella capitale: si riuniscono nella villa di Trastevere di Gaia Suspisio per una cena e brindisi con Veuve Cliquot, costo politico centomila lire, a cui partecipano, tra gli altri, il giornalista Fabrizio Del Noce, la vedova del fondatore del Tempo Maria Angiolillo e Maria Pia Dell’Utri, moglie di Marcello. Mentre viene servita la crostata di frutta, Bossi si avventura in un comizio di tre quarti d’ora, che si conclude solo quando la brigata si trasferisce al Piper, storica discoteca romana.Orsini si impegna nella Lega Italia federale, articolazione romana della Lega nord. Ma, forte dei contatti con Gelli, lavora per un progetto più ampio: riunire tutti i movimenti «separatisti», tutte le «leghe» nate in quei mesi nel Sud del Paese. Sono per lo più uomini della massoneria a fondare in molte regioni del Sud, dalla Calabria alla Lucania, dalla Puglia alla Sicilia, piccoli gruppi che si ispirano alla Lega di Bossi. I partiti storici, Dc in testa, sono allo sbando, anche per effetto delle inchieste di Mani pulite. Molti lavorano sotto traccia per riempire quel vuoto politico, mentre le stragi del ’92, in cui muoiono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e del’93, a Firenze, Roma e Milano, destabilizzano il Paese.

    Il principe Orsini è tra i più attivi in quei mesi: contatta i notabili che hanno fondato le «leghe del Sud», li riunisce, si offre come loro candidato unico alle elezioni, proponendo la costituzione di un’unica, grande «Lega meridionale», in rapporti ambivalenti con la Lega di Bossi: contrapposizione polemica, dichiarata riscossa del Sud contro il Nord, ma sostanziale alleanza e convergenza d’intenti, nel comune progetto di spezzare e frantumare l’Italia. Nello stesso periodo, qualcun altro era molto attivo negli stessi ambienti. Lo racconta Tullio Cannella, uomo molto vicino al capo militare di Cosa nostra, Leoluca Bagarella, impegnato nelle stragi: «Sin dal 1990-91 c’era un interesse di Cosa nostra a creare movimenti separatisti; erano sorti in tutto il Sud movimenti con varie denominazioni, ma tutti con ispirazioni e finalità separatiste. Questi movimenti avevano una contrapposizione “di facciata” con la Lega nord, ma nella sostanza ne condividevano gli obiettivi. Successivamente, sorgono a Catania il movimento Sicilia libera e in altri luoghi del Sud movimenti analoghi. Tutte queste iniziative nascevano dalla volontà di Cosa nostra di “punire i politici una volta amici”, preparando il terreno a movimenti politici che prevedessero il coinvolgimento diretto di uomini della criminalità organizzata o, meglio, legati alla criminalità, ma “presentabili”». È la mafia che si fa partito: dopo aver constatato l’inutilizzabilità della Democrazia cristiana, che aveva lasciato diventare definitive le condanne al maxiprocesso di Palermo, Totò Riina e i suoi cercano figure «presentabili» per varare in proprio una nuova forza politica.

    «Nell’ottobre 1993», continua Cannella, «su incarico di Bagarella costituii a Palermo il movimento Sicilia libera», che apre una sede in via Nicolò Gallo e ha tra i suoi animatori, oltre allo stesso Cannella, anche Vincenzo La Bua. A Catania era nata la Lega Sicilia libera, controllata da Nando Platania e Nino Strano. Programma: la separazione dall’Italia della Sicilia, che doveva diventare «la Singapore del Mediterraneo», con conseguente possibilità di varare leggi più favorevoli a Cosa nostra, bloccare i «pentiti», annullare l’articolo 41 bis dell’ordinamento carcerario che aveva introdotto il carcere duro per i mafiosi, formare in Sicilia una autonoma Corte di cassazione...

    I fondatori di «cosa nuova»

    Agli uomini di Cosa nostra non sfugge fin dall’inizio che questo progetto è ambizioso e di difficile realizzazione. Per questo si lasciano aperta un’altra possibilità: cercare rapporti e offrire sostegno a nuove forze politiche nazionali che stanno nascendo sulle rovine del vecchio sistema dei partiti. «Le due strategie già coesistevano», racconta Cannella, «e lo stesso Bagarella sapeva della prossima “discesa in campo” di Silvio Berlusconi».

    È Forza Italia, dunque, la carta di riserva di Cosa nostra. I suoi uomini sono informati in anticipo, attraverso canali privilegiati, dei programmi di Forza Italia. Li conoscono addirittura prima che il nome Forza Italia sia lanciato da Berlusconi sul mercato della politica. Prosegue infatti Cannella: «Bagarella, tuttavia, non intendeva rinunciare al programma separatista, perché non voleva ripetere “l’errore” di suo cognato (Riina, ndr), cioè dare troppa fiducia ai politici, e voleva, quindi, conservarsi la carta di un movimento politico in cui Cosa nostra fosse presente in prima persona. Inoltre, va detto che vi era un’ampia convergenza tra i progetti, per come si andavano delineando, del nuovo movimento politico capeggiato da Berlusconi e quelli dei movimenti separatisti. Si pensi Si pensi al progetto di fare della Sicilia un porto franco, che era un impegno dei movimenti separatisti e un impegno dei siciliani aderenti a Forza Italia. Si pensi ancora che, all’inizio del 1994, da esponenti della Lega nord (Tempesta, Marchioni e il principe Orsini), con i quali avevo avuto diretti contatti, ero stato notiziato dell’esistenza di trattative fra Bossi e Berlusconi per un apparentamento elettorale e per un futuro accordo di governo che prevedeva, fra l’altro, il federalismo tra gli obiettivi primari da perseguire. Marchioni mi aveva riferito che un parlamentare della Lega nord, questore del Senato, aveva confermato che il futuro movimento, che avrebbe poi preso il nome di Forza Italia, aveva sposato in pieno la tesi federalista».

    Giovanni Marchioni, un imprenditore vicino alla Lega Italia federale, l’articolazione romana della Lega nord, ha confermato che i promotori delle «leghe del Sud» si sono riuniti a Lamezia Terme. Erano presenti, tra gli altri, La Bua e Strano per Sicilia libera, oltre ai rappresentanti di Calabria libera, Lucania libera e Campania libera. In questa occasione il principe Orsini si propone come candidato unico del futuro raggruppamento di tutte quelle organizzazioni. Orsini conferma tutto ai magistrati palermitani e ammette «di avere chiaramente intuito il tipo di interessi che Sicilia libera intendeva tutelare», scrivono i magistrati di Palermo, «specialmente dopo che Cannella gli disse esplicitamente che “occorreva tenere un discorso all’Ucciardone per poi perorare la causa del noto 41 bis dell’ordinamento penitenziario”».

    Già verso la fine del 1993, comunque, un boss di Cosa nostra impegnato in prima persona nella strategia delle stragi avverte Cannella che quella del movimento separatista non è l’unica via: «Nel corso di un incontro con Filippo Graviano, questi, facendo riferimento al movimento Sicilia libera di cui ero notoriamente promotore, mi disse testualmente: “Ti sei messo in politica, ma perché non lasci stare, visto che c’è chi si cura i politici... Ci sono io che ho rapporti ad alti livelli e ben presto verranno risolti i problemi che ci danno i pentiti». Graviano e, nell’ombra, Bernardo Provenzano, nei mesi seguenti constatano che la strada separatista non è percorribile. È in questo clima che si intrecciano rapporti frenetici tra esponenti delle «leghe» e uomini di Forza Italia.

    Gioacchino Genchi è un poliziotto esperto in analisi dei traffici telefonici. Da tempo è in aspettativa dalla Polizia e dal suo ufficio di Palermo pieno di computer svolge il ruolo di consulente per diverse procure italiane. Per quella di Palermo ha analizzato, con i suoi programmi e i suoi data base, i flussi telefonici dei protagonisti della stagione di Sicilia libera. Scoprendo nei tabulati della Telecom e degli altri gestori telefonici una serie di contatti insospettabili.

    Quel 4 febbraio 1994

    Il giorno chiave è il 4 febbraio 1994. Il principe Orsini alle 10.50 telefona a Stefano Tempesta, esponente leghista vicino a Sicilia libera. Nel primo pomeriggio, alle 15.55, raggiunge al telefono Cannella, l’inviato di Bagarella nella politica. Subito dopo, alle 16.14, chiama la sede di Sicilia libera a Palermo. Alle 18.43 chiama Arcore: il numero è quello riservato a cui risponde Silvio Berlusconi. Immediatamente dopo chiama Marcello Dell’Utri. Alle 19.01 telefona di nuovo a Tempesta, che raggiunge ancora alle 19.20. Nei giorni successivi i contatti di Orsini continuano. Il 7 febbraio 1994, alle 17.34, chiama Sicilia libera. Il giorno dopo parla due volte con Dell’Utri. Il 10 febbraio alle 13.26 telefona a Cesare Previti. Il 14 febbraio contatta ancora Dell’Utri e, alle 16.04, Vittorio Sgarbi.

    L’analisi al computer dei tabulati di migliaia di telefonate, naturalmente, non può far conoscere i contenuti dei contatti. Ma rivela i rapporti, le connessioni. Un deputato regionale siciliano dell’Udc, Salvatore Cintola, per esempio, nel periodo tra il 9 ottobre 1993 e il 10 febbraio 1994 chiama 96 volte il cellulare di Tullio Cannella, l’uomo di Sicilia libera. In quei mesi cruciali a cavallo tra il ’93 e il ’94 sono molti i contatti tra la sede di Sicilia libera e i numeri della Lega nord, a Roma, a Verona, a Belluno. Poi, quando l’opzione «leghista» tramonta, crescono i rapporti telefonici con uomini di Forza Italia. Gianfranco Micciché, Gaspare Giudice, Pippo Fallica, Salvatore La Porta. E Giovanni Lalia, che di Forza Italia siciliana è uno dei fondatori. È lui che dà vita al club forzista di Misilmeri, che anima il gruppo che si riunisce all’Hotel San Paolo di Palermo, formalmente posseduto dal costruttore Gianni Ienna, ma considerato dagli investigatori proprietà dei Graviano e per questo confiscato. È sempre lui, Lalia, che cede il suo cellulare a mafiosi di Misilmeri, il giro di Giovanni Tubato (poi ucciso) e Stefano Benigno (cugino di Lalia, in seguito condannato per le stragi del ’93).

    Le analisi dei traffici telefonici mettono in risalto anche gli intensi rapporti tra Marcello Dell’Utri e un gruppo di imprenditori siciliani attivi a Milano nel settore delle pulizie, capitanati da Natale Sartori e Antonino Currò, arrestati poi nel 1998 a Milano. Il gruppo di Sartori e Currò era a sua volta in strettissimi rapporti con il mafioso Vittorio Mangano, un tempo «stalliere» nella villa di Berlusconi ad Arcore. Un capomafia del peso di Giovanni Brusca ha testimoniato a Palermo che il tramite tra Berlusconi e Cosa nostra, a Milano, sarebbe proprio «un imprenditore nel settore delle pulizie». Chissà, si sono chiesti gli investigatori del caso Sartori-Currò, se ha a che fare con i nostri eroi. Ma per ora quell’imprenditore – ammesso che esista – è rimasto senza volto e senza nome.
    Restano soltanto i fili sottili dei rapporti intrecciati, nel momento forse più drammatico della storia italiana del dopoguerra, tra gli uomini di Cosa nostra, i promotori delle leghe, i fondatori di Forza Italia. Che questi contatti ci siano stati è ormai certo. Che cosa si siano detti, quali trattative, quali eventuali promesse si siano fatti non è invece ancora dato di sapere con certezza. Il momento fondativo della cosiddetta Seconda Repubblica resta avvolto nel mistero.

    Diario, 21 marzo 2003

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    Certo; e puoi leggere tutto su questo libro

    "In questo volume l'autore unisce le vicende biografiche di Silvio Berlusconi a tutti i documenti processuali

    Sto leggendo le ultime pagine proprio in questi giorni.

  6. #6
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