...Italia
Berlino. La querelle italo-tedesca sulla riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu tocca nuove vette, con il rilancio fatto dal
cancelliere Gerhard Schröder, sfidando (pacatamente) Roma alla conta dei voti in Assemblea generale.
Sì, perché l’eventuale riforma richiede soltanto una robusta maggioranza qualificata, che non è impossibile da ottenere una volta che la domanda principale dell’Assemblea – un’adeguata rappresentanza per Asia, Africa e America Latina - sia accolta.
Qui l’ambizione di Berlino di conquistare – con Giappone e, presumibilmente, Brasile, India e Nigeria (o Sudafrica) - un seggio permanente entra in conflitto col comprensibile “interesse nazionale” italiano a non farsi declassare.
Nella disputa di questi giorni c’è molto di déjà vu.
La richiesta tedesca era stata formulata una prima volta una decina di anni fa, diventando anzi la bandiera dell’allora ministro degli Esteri Klaus Kinkel, al crepuscolo dell’era Kohl. Già allora aveva innescato una fiera resistenza da parte italiana, impersonata dall’ambasciatore all’Onu, Francesco Paolo Fulci, e dalle sue spregiudicate battaglie contro quello che allora fu chiamato il “quick fix”, apparentemente appoggiato dal presidente americano Bill Clinton.
In realtà, il consenso sull’allargamento del “club” dei membri con diritto di veto non era particolarmente esteso, tanto che – dopo le elezioni tedesche del settembre 1998 – l’intera questione passò in secondo piano. Il nuovo ministro degli Esteri, Joschka Fischer, dichiarò anzi che la richiesta non era più una “priorità” per Berlino, e per la verità anche adesso il ministro, a differenza del cancelliere, non sembra troppo interessato a combattere questa battaglia.
Per Schröder, l’attivismo in politica estera serve a bilanciare le difficoltà in politica interna: riformare il Consiglio di sicurezza porta più consensi che riformare lo Stato sociale tedesco.
L’Italia però non è isolata nella sua partita: Madrid, ad esempio, è con Roma su questo tema (come sulle questioni legate all’uso della lingua tedesca negli affari comunitari), anche se ha poi altre ragioni per tenere un profilo più basso.
In generale, l’ipotesi di creare solo una nuova categoria di membri semipermanenti, che si alternano ogni quattro anni in un Consiglio che salirebbe da 15 a 24 componenti, senza nuovi seggi permanenti sembra incontrare i maggiori consensi anche al di fuori dell’Unione. E’ anzi probabile che sia fra le proposte che avanzerà il “gruppo di personalità di alto livello” incaricato nel novembre scorso da Kofi Annan di valutare come riformare l’Onu.
Al di là dei proclami di questi giorni, tuttavia, spiccano contraddizioni, tattiche e strategiche, da entrambe le parti. Germania e Italia sono sempre state in prima fila nella richiesta di una qualche forma di rappresentanza per l’Ue in Consiglio di sicurezza, ben sapendo che i seggi permanenti di Gran Bretagna e Francia sono un ostacolo per la politica estera comune europea.
Ma in questa vicenda sono apparse perseguire anche altri obiettivi, indebolendo così quello comune e di interesse generale.
Fischer, poi, si è battuto personalmente per la creazione del posto di “ministro degli Esteri” dell’Ue, il cui ruolo risulterebbe però nettamente sminuito se anche Berlino dovesse entrare nel club dei Big Ten (ora solo Five). Ma anche Roma è apparsa talvolta incerta fra bloccare la Germania o piuttosto imitarla, fra una battaglia semplicemente contro e una per: ma per l’Europa, o solo per l’Italia? E con quali chances di vittoria? A che prezzo?
saluti




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