Avere a che fare con la mutazione è molto più complicato ma anche più utile che assistere passivamente o legittimamente protestare contro lo status quo.
Segnali a volte vaghi e altre volte potenti indicano che la percezione dell’omosessualità sta subendo cambiamenti epocali nella sostanza, cambiamenti che tutti noi registriamo con difficoltà perché muovendosi sul piano della quotidianità essi ci appaiono ovvi e quasi sempre inutili a dirsi.
Tre esempi:
dagli Stati Uniti Dick Cheney, in una conferenza stampa piuttosto aggressiva, dichiara senza il benché minimo imbarazzo, un paio di cose del tipo: “la gente dovrebbe poter entrare in qualsiasi tipo di relazione che desideri” e poi aggiunge:
“Lynne ed io abbiamo una figlia gay e quindi la questione (dei matrimoni gay) ci è estremamente familiare”.
Stiamo parlando del vicepresidente degli Stati Uniti d’America, un repubblicano commeil-faut e non di uno spregiudicato manager dello show-biz, non di un progressivo padre che di sera si fa le canne perché conciliano il sonno.
Alle Olimpiadi di Atene almeno tre atleti si sono dichiarati apertamente – ma senza clamore – gay: due americani, Robert Dover e Guenter Seidel, e la francese Amélie Mauresmo, nemmeno a dirlo tennista. I primi due si portano a casa due medaglie di bronzo, la terza una d’argento. Un tempo (non molto tempo fa) se uno collegava l’omosessualità allo sport passava per diffamatore e sporcaccione, oggi l’autodefinizione entra nel panorama visivo e uditivo senza far torcere le budella né agli organizzatori né agli allentori né ai colleghi né tanto meno al pubblico. Quel che un tempo (non molto tempo fa) era vissuto come un insulto e in quanto tale perseguito dalla legge, oggi si va trasformando in dato anagrafico e, se sei famoso, in aneddoto della tua storia biografica, spesso declinato dagli stessi soggetti che lo vivono e che con generosità lo raccontano a beneficio di quanti si costringono ancora all’asfissia del silenzio.
A Roma, all’interno del Gay Village, una rassegna di film a tematica gay – Drive Out – organizzata da quattro portenti come Fabio Bo e Mario Mazzarotto, Luca Andreotti e Angelo Acerbi ha proposto commedie e drammi ma grazie al cielo nessuna pedante lezione ideologica e militante. Il pubblico era numeroso e attento, rilassato e letteralmente in visibilio quando è stato proiettato
“Parigi o cara” di Franca Valeri che ha ricevuto applausi di amore e di gioia. Nel film del 1962, un culto per i finocchi di una certa età e forse non proprio comprensibile per quelli più giovani, il fratello della Valeri (un magrolino e stizzosetto Fiorenzo Fiorentini) risulta espatriato nella città delle luci e dei lumi dove evidentemente gli veniva consentito di portare senza ansie una orrenda frezza bionda in cima ai capelli.
Sono passati quarant’anni, quel che si dice un’era geologica.
Lessico familiare
Zia. Termine importato dal francese (tante) e che indica l’omosessuale maschio, di solito invecchiato.
Molto in uso negli anni Cinquanta e Sessanta, faceva evidentemente riferimento alla figura stereotipata della zia zitella, solitaria, un poco isterica nella quale, a volte, gli stessi omosessuali si identificavano con un qualche compiacimento.
Daniele Scalise su il Foglio
saluti




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