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Discussione: Jihad Globale

  1. #11
    SENATORE di POL
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    da www.lastampa.it

    " NUOVA STRAGE NELLA CAPITALE IRACHENA
    Autobomba a Baghdad, 39 morti
    I feriti sono 96, lo scoppio è avvenuto vicino
    a un centro di addestramento di polizia

    14 settembre 2004

    BAGHDAD. Sono 39 i morti, e 96 i feriti dell'esplosione avvenuta stamani a Baghdad, ha detto il ministero della sanità iracheno. L'esplosione - non è ancora definitivamente chiarito se provocata da una o più autobombe o da colpi di mortaio - è avvenuta nei pressi di via Haifa, vicino a un posto di polizia, ma ha centrato un mercato a quell'ora affollatissimo.

    L'area, densa di negozi tra i quali un bar che, nell'ora di punta mattutina era affollato di clienti (l'autobomba è esplosa pochi minuti dopo le dieci ora locale), domenica era stata teatro di violenti scontri tra la guerriglia e militari americani, costati la vita a una ventina di iracheni e a un giornalista di Al-Arabiya, un inviato che in quel momento stava seguendo in diretta televisiva gli avvenimenti.
    "


    Cordiali saluti

  2. #12
    SENATORE di POL
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    da www.avvenire.it

    " L'ipotesi di una regia

    Davanti a un terrorismo assoluto


    Elio Maraone

    A un anno e mezzo dall'inizio della guerra, a quasi quattro mesi dall'insediamento del governo di Iyad Allawi, i fatti in Iraq sono questi: diversi centri non sono più sotto il controllo della coalizione anglo-americana ma neppure sotto le polizie locali; continuano le azioni di guerriglia e di contro-guerriglia, provocando anche la morte di innocenti; i colpi di mortaio (dei rivoltosi) e i missili (americani) non risparmiano nemmeno Baghdad; gruppi di diverso colore ma di eguale pericolosità battono il Paese, praticando il sequestro di ostaggi (è accaduto anche ieri).
    Il primo ministro Allawi ha riconosciuto la gravità della situazione, ma ha poi aggiunto - forse un tantino frettoloso - che le elezioni di gennaio si svolgeranno «anche se una parte della popolazione non sarà in grado di votare» a causa della mancanza di sicurezza.
    Se non si tiene presente la tela di fondo, c'è il rischio di non comprendere del tutto ragioni e andamento del sequestro di Simona Pari e Simona Torretta, le due volontarie delle quali mancano notizie certe da una settimana. C'è chi ha parlato di un sequestro anomalo, in quanto simile a un blitz militare contro donne (intoccabili, secondo l'islam!). Ma qui di veramente anomalo c'è la vaghezza degli ultimatum, ammesso che siano credibili, e la mancanza di foto o video: gli ultimatum, di solito, sono corredati da richieste precise e da prove dell'esistenza in vita degli ostaggi. Queste anomalie non possono che accrescere la preoccupazione, anche perché, come accennato, il sequestro era stato attuato con insolita efficienza.
    Un'altra, raggelante considerazione è che i sequestratori - criminali abietti, anche se appartenessero a un gruppo di ex collaboratori di Saddam Hussein o comunque di nazionalisti - hanno uno scopo netto, che diventa il messaggio: rapiscono chiunque, sicché nessun occidentale, nessuno straniero (tra i rapiti dei quali non si ha più notizia ci sono anche giordani, somali, iraniani...) può dirsi al sicuro, nemmeno nel caso sia amico dell'Iraq. Questo segnale di spietata determinazione era già contenuto nel massacro di dodici lavoratori nepalesi, alla fine di un rapimento senza annunci o richieste.
    Ma il dramma delle due italiane rivela, forse più dei precedenti, come il sequestro sia diventato un sempre più raffinato esercizio del male: l'ostaggio è ormai merce letteralmente senza prezzo, da gestire con una strategia di attese sempre più lunghe e snervanti, eventualmente da passare ad altre bande, da far fruttare - che egli sia vivo oppure morto (è stato ieri il caso del video di un turco sgozzato tempo fa) - in Internet o in qualche televisione. Magari offrendone il rilascio a condizioni inaccettabili, dunque precostituendo la sentenza di morte.
    Chi siano, i criminali in questione, non è dato saperlo con sicurezza. Se si escludono i predoni, appare comunque chiaro che si tratta di diversi gruppi di terroristi, che possono talvolta allearsi e che comunicano tra loro, ma che proliferano nella concorrenza, come sembra dimostrare il moltiplicarsi delle sigle.
    Tutto questo però non allontana l'ombra di al-Qaeda, al contrario. Infatti è molto probabile che la «politica dei sequestri» sia nata e cresciuta negli ambienti più oltranzisti della Jihad irachena, promossa da terroristi sauditi (come lo scomparso Yussef al-Uyeri) e molto vicini all'adesso fantomatico Ossama Benladen. Di qui a dire che in Iraq esista un grande regista del terrore, ce ne corre, anche se non è impossibile. Per adesso è chiaro che dobbiamo fare i conti con un terrorismo assoluto, che si ispira a istinti forti. Ributtanti, antropofagi, ma forti.
    "

    Shalom

  3. #13
    SENATORE di POL
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    da www.ilfoglio.it

    " Bush su Fallujah
    Strage a Baghdad, triangolo sunnita fuori controllo. Paradossi e debolezze della dottrina americana
    --------------------------------------------------------------------------------
    New York. La dottrina di George W. Bush sul cambio di regime ha fatto emergere un paradosso. Gli Stati Uniti hanno invaso l’Afghanistan e l’Iraq perché, dopo l’attacco subito l’11 settembre, hanno pensato fosse necessario destituire i dittatori degli Stati del mondo arabo e islamico che condividevano il medesimo progetto politico di al Qaida o che aiutavano, finanziavano e ospitavano terroristi. In soli 18 mesi, applicando questa dottrina, Bush ha abbattuto due regimi. Il paradosso è il seguente: caduto Saddam Hussein, l’America di Bush non riesce ad applicare la dottrina buona per l’Afghanistan e per l’Iraq alle città di Fallujah e Samarra. Nel pieno del triangolo sunnita, infatti, si sono insediati terroristi arabi e seguaci di Saddam e i fondamentalisti hanno instaurato un regime talebano governato dalla sharia, la legge islamica. L’esercito americano non è mai entrato nelle due città da dove partono gli attentati contro le truppe, i civili e gli occidentali. Potrebbe farlo, ma non lo fa. Bush cerca una soluzione più cauta, non vuole rischiare di colpire gli abitanti, guida una guerra “sensibile” che ogni tanto mostra i muscoli, ma non troppo. Ora c’è chi comincia a chiedersi se la strategia funzioni, visto che questa sacca di instabilità ha ripercussioni su tutto l’Iraq, come dimostrano gli attentati di ieri: un’autobomba a Baghdad e un commando armato a Baquba (60 morti e un centinaio di feriti) hanno colpito gli sforzi americani di costruire un corpo di polizia iracheno in grado di garantire la stabilità. Bush ieri ha ribadito che l’addestramento delle forze dell’ordine locali continuerà, perché possano difendersi da soli “contro quei pochi che vogliono bloccare le speranze dei molti”. Ma un sondaggio Opinion Dynamics/Fox svela che il 39 per cento degli americani crede che l’Amministrazione Bush “non sia abbastanza aggressiva” contro i terroristi. Il 25 per cento sostiene che Bush stia facendo bene, il 12 non sa rispondere e soltanto il 24 pensa che sia stato troppo aggressivo. Questo spiega probabilmente il recente calo di John Kerry: mentre la maggioranza degli americani critica Bush per non essere sufficientemente duro, il candidato democratico ha sfidato il presidente con gli argomenti del 24 per cento degli americani.
    George Bush sperava che con il trasferimento dei poteri, la formazione del governo provvisorio, il coinvolgimento dell’Onu e la prospettiva elettorale, gli insorgenti sunniti perdessero argomenti per continuare a combattere “l’occupante americano”. Non è successo, anzi gli attacchi sono aumentati perché la cosiddetta resistenza è islamista, non vuole solo cacciare gli stranieri, come qualcuno continua a credere, ma si batte per evitare che l’Iraq diventi uno Stato democratico. Il loro obiettivo è quello di imporre la legge islamica.
    Fallujah e Samarra al momento restano in mano a terroristi e fondamentalisti mentre americani e iracheni hanno scelto una strategia attendista, rotta di tanto in tanto da qualche attacco ai rifugi dei terroristi che però provocano vittime tra i civili.
    Il New York Times ha raccontato che qualsiasi cosa si faccia si rischia comunque di sbagliare e, ovviamente, a 50 giorni dal voto Bush deve cercare di sbagliare il meno possibile. Ma più gli americani attendono più crescono la popolarità dei terroristi e l’odio antiamericano nelle due città. Se, invece, entrassero nelle due città ci sarebbe il rischio concreto di un bagno di sangue.
    David Brooks, ieri sul NYT, ha scritto che oggi il dibattito sull’Iraq non è più tra falchi e colombe, ma tra falchi gradualisti e falchi che vogliono affrontare subito i terroristi. I primi sono quelli tentati dal modello Najaf, i secondi sostengono che attendere complicherebbe le cose. Brooks, che è un neocon moderato, incrocia le dita e punta su una lenta ma salda pressione sugli insorgenti.
    Fareed Zakaria, direttore di Newsweek international, opinionista mai tenero con Bush, mette in guardia sul pericolo di una tale scelta. La “strategia sciita” applicata a Najaf nei confronti di Moqtada al Sadr è difficile che funzioni con i sunniti. Intanto gli sciiti hanno appoggiato l’invasione americana in Iraq, poi a differenza dei sunniti hanno un leader religioso, l’ayatollah al Sistani, e non solo ce l’hanno ma è impegnato a impedire che Sadr rovini il cammino verso le elezioni. Applicarla a Falluja è un’opzione comprensibile ma rischiosa. L’idea è quella di escludere le città del triangolo sunnita dal voto previsto all’inizio del prossimo anno e poi, una volta che sarà in grado, affidare la questione all’esercito iracheno. A questo proposito gli americani hanno deciso di destinare alle forze di sicurezza irachene parte dei soldi inizialmente previsti per la costruzione di acquedotti e infrastrutture.
    Secondo Zakaria escludere i sunniti dal processo elettorale potrebbe causare la guerra civile, quella che fin qui non c’è mai stata, nonostante tutte le pessimistiche previsioni. Curdi e sciiti, cioè la stragrande maggioranza del paese, non hanno mai provato a unirsi con i ribelli saddamiti né con i terroristi. La popolazione sunnita ancora oggi è in buona parte neutrale, ma se si sentisse tagliata fuori dal nuovo Iraq potrebbe affiancare la guerriglia, a quel punto la battaglia che dovrà condurre il nuovo esercito iracheno non sarà più soltanto contro i terroristi, ma etnica. (chr.ro.)

    (15/09/2004)
    "


    Shalom

  4. #14
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    da www.israele.net

    " Dove sono le fatwa contro Bin laden?

    “Qualcuno si ricorda di Salman Rushdie?”.
    Se lo domanda il giornalista Sa'd Bin Tefla, già ministro per l’informazione in Kuwait, in un articolo apparso sul quotidiano arabo londinese Al-Sharq Al-Awsat (30.08.04).
    E continua: “Era un autore sconosciuto che nel 1988 vinse un premio per un insulso romanzo, ‘Versetti satanici’… [Da allora] diversi leader religiosi [islamici] uno dopo l’altro diffusero sentenze di condanna del libro, prescrivendo che l’autore venisse ucciso. [Oggi], nonostante il fatto che Osama bin Laden abbia assassinato migliaia di innocenti in nome della religione, nonostante il danno che ha causato ai musulmani in tutto il mondo e soprattutto a innocenti musulmani in occidente, che conducono una vita assai migliore di quella di molti musulmani nelle terre islamiche, finora non è stata emessa una sola fatwa che chieda l’uccisione di Bin Laden… Con questo nostro atteggiamento ambiguo rispetto a Bin Laden noi stessi fin dall’inizio abbia dato al mondo l’impressione che fossimo tutti dei Bin Laden”.

    (Da: www.memri.org, 10.09.04 - Al-Sharq Al-Awsat, 30.08.04)
    "

    Saluti liberali

  5. #15
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    da www.israele.net

    " 17-09-2004
    Lezioni di genocidio alla tv palestinese

    Per due volte in tre giorni due esponenti religiosi legati all’Autorità Palestinese hanno invocato il genocidio degli ebrei. Trasmessi dalla televisione ufficiale dell’Autorità Palestinese, entrambi hanno invitato all’assassinio di ebrei fino all’annientamento del popolo ebraico. Entrambi hanno presentato l’uccisione di ebrei non solo come una volontà di Dio, ma anche come una fase storica necessaria che deve essere attuata ora. A sostegno dell’obbligatorietà di tali uccisioni entrambi hanno citato lo stesso “hadith” (tradizione islamica attribuita al profeta Maometto) secondo il quale è volontà di Dio che i musulmani uccidano gli ebrei prima dell’ora della resurrezione (“L’ora della resurrezione non avrà luogo finché i musulmani non combatteranno e uccideranno gli ebrei, e gli ebrei si nasconderanno dietro la roccia e dietro l’albero, e la roccia e l’albero diranno: oh musulmano, oh servo di Dio, ecco un ebreo dietro di me, vieni e uccidilo”).
    Molte volte, negli ultimi anni, accademici e personalità religiose e palestinesi hanno insegnato pubblicamente che questo specifico “hadith” è valido ancora oggi, indicando l’uccisione di ebrei come un dovere religioso legato al divino, indipendentemente da qualunque conflitto territoriale o di confine.
    Nel sermone di uno dei due religiosi si fa anche riferimento alla definizione degli ebrei come “fratelli di scimmie e maiali”. Diversi esponenti religiosi legati all’Autorità Palestinese, basandosi su un episodio del Corano, insegnano che gli ebrei vennero maledetti da Dio e trasformati in scimmie e maiali.

    Seguono brani trasmessi dalla televisione dell’Autorità Palestinese

    Dal sermone del venerdì dello sceicco Ibrahim Madiras:
    “Ha detto il Profeta: La resurrezione non avrà luogo finché i musulmani non combatteranno gli ebrei e finché i musulmani non li uccideranno. I musulmani uccideranno gli ebrei, se ne rallegreranno, si rallegreranno per la vittoria di Dio. Ha detto il Profeta: gli ebrei si nasconderanno dietro la roccia e dietro l’albero, e la roccia e l’albero diranno: oh servo di dio, oh musulmano, ecco un ebreo dietro di me, vieni e uccidilo. Perché tanto accanimento? Perché non c’è nessuno sulla faccia della terra che ami gli ebrei: non un uomo, non una roccia, e non un albero, tutti li odiano. Essi distruggono ogni cosa, distruggono gli alberi e distruggono le case. Tutti vogliono vendicarsi degli ebrei, questi maiali sulla faccia della terra, e il giorno della nostra vittoria, a Dio piacendo, arriverà”.
    (trasmesso dalla tv dell’Autorità Palestinese il 10.09.04)

    Dalla trasmissione televisiva settimanale del dott. Muhammad Ibrahim Maadi:
    “Muoviamo questa crudele guerra contro i fratelli delle scimmie e dei maiali, gli ebrei e i figli di Sion. Gli ebrei vi combatteranno e voi li soggiogherete. Fino a quando gli ebrei staranno dietro l’albero e la roccia. E l’albero e la roccia diranno: oh musulmano, oh servo di Dio, c’è un ebreo dietro di me, vieni a ucciderlo”.
    (trasmesso dalla tv dell’Autorità Palestinese il 12.09.04)

    (Da: Palestinian Media Watch Bulletin, 14.09.04)
    "

    Shalom

  6. #16
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    da www.ilfoglio.it

    " Sbloccare il fronte sunnita
    Stati Uniti e governo iracheno concordano l’offensiva su Fallujah
    Gli americani bombardano i covi di al Zarkawi: una sessantina i morti. Tredici vittime in un attentato nella capitale
    --------------------------------------------------------------------------------
    Roma. “I bombardamenti su Fallujah sono stati concordati con il governo iracheno”. In queste poche parole del comando militare americano c’è la grande novità dell’offensiva che è in corso da giorni nella città più ribelle del “triangolo sunnita” e che soltanto nella giornata di ieri ha provocato una sessantina di morti. Gli elicotteri americani sparano sui covi degli uomini di Musab al Zarkawi i quali, come sempre fanno i terroristi arabi, anche in Palestina, hanno buona cura di collocarsi in mezzo alla popolazione civile (a Nassiriyah spararono sul contingente italiano, per una notte, arroccati in un ospedale), oppure in moschee, spesso circondate da abitazioni. Anche vittime innocenti dunque, ma, secondo i bollettini americani, sono stati molti gli obiettivi militari colpiti.
    Nel giorno in cui la Iraqi Airways annuncia la ripresa, dopo 14 anni, dei suoi voli civili regolari da Baghdad ad Amman e a Damasco, e l’ennesimo attentato fa 13 vittime – unicamente e volutamente civili – nella centrale Avenue al Rashid, si consolida dunque la netta escalation militare americana non soltanto su Fallujah, ma anche su Ramadi e nella zona di Haifa Street, sempre a Baghdad. Non è ancora evidente se questo crescendo porterà a uno scenario come quello che si è già visto il mese scorso a Najaf, ma molti indizi fanno pensare a un esito simile per sbloccare un fronte sunnita in cui gli Stati Uniti sono sempre più in palese difficoltà. Ad aprile Paul Bremer e la Coalition Provisional Authority avevano preso contemporaneamente l’iniziativa sia contro gli sciiti di Moqtada Sadr sia contro i sunniti di Fallujah (dove i “resistenti” avevano linciato quattro civili americani). Si erano così aperti due fronti: quello sciita aveva visto Moqtada “arroccarsi” a Kufa e a Najaf, ma vedeva un sostanziale appoggio all’azione americana non soltanto del Consiglio nazionale iracheno, ma anche, e con sempre più netta evidenza, delle autorità religiose sciite dell’ayatollah Ali al Sistani. Questi lasciò che gli americani e le forze militari irachene facessero il “lavoro pesante”, se ne andò diplomaticamente a Londra e tornò, con eccezionale tempismo, giusto in tempo per farsi consegnare da Moqtada la dichiarazione di resa. Oggi il fronte sciita è relativamente calmo e Moqtada si prepara a quelle elezioni che aveva sempre irriso.

    Tre scenari inquietanti
    Invece, in campo sunnita, gli Stati Uniti verificarono subito di non poter contare né sull’appoggio del Consiglio nazionale iracheno né su quello di alcuna autorità religiosa. Adnan Pachachi, loro candidato alla presidenza dell’Iraq e Ghazi al Yawar, che divenne poi presidente, si scagliarono contro il generale Ricardo Sanchez e i suoi uomini. Frontale, naturalmente, lo scontro con il comitato degli ulema sunniti e con i loro portavoce, già imam del regime baathista, Abdel Salam Kubaisi, ambiguo mediatore d’ostaggi. Si creò così nel microcosmo di Fallujah quella classica situazione “vietnamita” che caratterizza spesso l’azione militare americana: consistente uso della forza, non sostenuto però dal controllo del quadro politico a cui segue una mezza ritirata che lascia una situazione sul campo peggiore a quella di partenza. Il 30 aprile, constatata la debolezza politica delle operazioni, Paul Bremer fece infatti sospendere i bombardamenti e cessò l’assedio, affidando al generale di Saddam Hussein, Jasim Mohamed Saleh, la città. Una volta verificato che questi si era posto a capo della ribellione, lo sostituì, il 5 maggio, con Mohammed Latif, ex capo dei servizi del rais, i cui soldati iracheni, in quattro mesi, non hanno fatto che vendere armi ai ribelli, quando non si sono uniti a loro. Una nuova, tragica “vietnamizzazione” fallita che costringe oggi gli americani a prendere atto che lo stallo su cui si sono attestati nel “triangolo sunnita” ha fatto soltanto il gioco dei terroristi.
    Il contagio di Fallujah si è addirittura riversato su Baghdad e negli ultimi mesi la situazione nella capitale è nettamente peggiorata. E’ in questo contesto che il National Intelligence Estimate ha delineato tre scenari futuri inquietanti, il più grave dei quali parla esplicitamente di “guerra civile”. A 40 anni esatti di distanza, il documento, in certe sue parti, pare copiato frase per frase da quelli che la Cia e vari organismi inviavano da Saigon nel ’64 a Lyndon Johnson, Dean Rusk e Robert McNamara. Oggi come allora gli Stati Uniti devono decidere se impegnarsi sul serio o continuare a traccheggiare. L’enorme differenza rispetto alla situazione di Saigon è che a Baghdad tutte le forze politiche nazionali sono al fianco degli americani.

    (18/09/2004)
    "

    Shalom

  7. #17
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  8. #18
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    Predefinito L'ansia di....

    ….Israele

    Gerusalemme. “Tov lamud be ad artzenu”, com’è bello morire per la nostra terra, dicevano i primi pionieri mentre cadevano durante la battaglia di Tel Hai, simbolo dell’eroismo israeliano.
    Sulla strada per Hebron da Gerusalemme, Gabi, uno dei fondatori dei “settlements” di Gush Etzion, spiega al Foglio che “quando nel 1967 sono nati i primi insediamenti, essi avevano un chiaro scopo difensivo.
    Immagina Gerusalemme senza Gilo o Har Homa, ci sarebbe soltanto un’ampia boscaglia da dove poter lanciare liberamente missili katiuscia da Beit Jalla o da Betlemme”. Gabi si ferma con la macchina a Kfar Etzion, lungo il percorso ci sono alti muri per difendere le automobili dai proiettili dei gruppi palestinesi e dal check point, dove sei mesi fa sono stati uccisi due militari dell’esercito, si controllano le facce dei guidatori. “Gush Etzion è la chiave per capire gli insediamenti – dice Gabi – nel 1948, durante un attacco giordano, 240 persone sono morte per impedire all’esercito nemico di invadere Gerusalemme alla vigilia della dichiarazione di indipendenza dello Stato di Israele. Senza ‘settlements’ le nostre città sarebbero facili bersagli del terrorismo palestinese”.
    Secondo Max Singer, ricercatore del Jerusalem Center for Public Affairs, se Israele è pronto a sacrificare vite umane per la propria difesa, nel caso fosse utile, dovrebbe anche essere pronto a sacrificare la distruzione degli insediamenti. “E’ chiaro – dice Singer – che se un migliaio di famiglie potessero dare un serio contributo alla sicurezza dello Stato di Israele, spostandosi in nuove case, lo farebbero di loro iniziativa”. “La questione – continua Singer – è se il ritiro unilaterale migliorerà o peggiorerà la situazione. Gli Stati Uniti, che stanno dall’altra parte dell’oceano, credono di non riuscire a proteggere la propria popolazione se i terroristi hanno un rifugio sicuro in paesi lontani come l’Iraq e l’Afghanistan. Israele dovrebbe quindi sentirsi sicuro nel lasciare Gaza?
    La separazione dai territori è certamente desiderabile, ma la domanda fondamentale è se sia fattibile da un punto di vista strategico”. Alcuni giornali israeliani avanzano il timore (e il dubbio) che i gruppi armati palestinesi vogliano far passare il piano di ritiro dai territori voluto dal premier Ariel Sharon per un secondo Libano: nel maggio del 2000 Ehud Barak, allora premier laburista, decise il ritiro unilaterale di tutte le forze israeliane dal Libano del Sud, senza ottenere contropartite diplomatiche né più sicurezza sul confine; quella decisione ebbe poi l’effetto di rafforzare le illusioni di parte palestinese di poter piegare con la forza la resistenza di Gerusalemme nei confronti del terrorismo, fino allo scoppio della seconda Intifada.
    L’altra preoccupazione israeliana è che, una volta avvenuto il ritiro, si rafforzi il potere di Hamas e del Jihad islamico nei territori. Dopo tutto, c’è chi ricorda che la stessa al Qaida iniziò a essere quello che è ora nel 1988 proprio quando l’Unione Sovietica si ritirò dall’Afghanistan. “Quella che in occidente può essere vista come un’intelligente mossa strategica – dice Singer – in oriente può essere percepita come una debolezza”.
    Le zone di sicurezza
    “La cosa più importante per Israele –spiega al Foglio Dore Gold, ex ambasciatore di Gerusalemme all’Onu – è avere alcune zone di sicurezza, come nella Cisgiordania, per proteggere la nostra popolazione contro eventuali attacchi armati da parte degli Stati arabi e per impedire l’infiltrazione di gruppi terroristici palestinesi all’interno di Israele”. “La vera questione sui settlements – continua Gold – è capire se Israele ha diritto a stare nei territori”. Quando nel 1967 Israele entrò nella Cisgiordania e nella striscia di Gaza non esisteva alcuna sovranità legittima. Gaza era stata occupata illegalmente dall’Egitto come la Cisgiordania era stata occupata illegalmente dalla Giordania, violando la risoluzione dell’Onu del 1947. Quindi non si può parlare di territori occupati, ma di territori contesi. “La presenza di Israele a Gaza, Samaria e Giudea è conforme al diritto internazionale – dice Gold – la risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza dell’Onu dà il diritto allo Stato di Israele di amministrare Gaza e la Cisgiordania, fino a quando non sia raggiunto un accordo di pace tra le due parti”.
    Il futuro dello sgombero degli insediamenti sembra essere ancora incerto, anche se Sharon pare determinato ad andare avanti con il suo piano. Se il progetto di disimpegno sarà sottoposto a un referendum nazionale, come propone il ministro delle Finanze Benjamin Netanyahu, i settlers potrebbero mobilitare una buona parte della popolazione e impedire il ritiro da Gaza. Allo stesso tempo, il Partito nazionalreligioso (NRP) ha deciso di rimanere nella coalizione per ostacolare, con i propri voti, qualsiasi passo avanti nel processo di disimpegno, rendendo la vita difficile al premier, che, nonostante le minacce di morte, dichiara di non aver paura. Sharon comprende la rabbia dei settlers, ma crede che il suo piano possa portare benefici politici, un maggior appoggio internazionale a Israele, e più sicurezza. Il 28 settembre saranno quattro anni che Israele vive l’Intifada; ieri tre palestinesi hanno attaccato l’insediamento Morag, nella parte meridionale di Gaza, uccidendo tre soldati di Gerusalemme, prima di essere a loro volta uccisi; sempre ieri e sempre da Gaza sono stati lanciati due missili Qassam sulla città di Sderot (un israeliano ferito); la domanda che tormenta gli israeliani è se il ritiro dai territori possa davvero dare più sicurezza alla propria nazione.

    Anna Barducci

    saluti

  9. #19
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    Predefinito La "bomba"

    Roma. Il ministro degli Esteri israeliano, Silvan Shalom, ieri ha detto: “La comunità internazionale si rende conto che l’Iran non rappresenta una minaccia solo per Israele, ma per il mondo intero”, perché Teheran “ha sostituito Saddam come primo esportatore mondiale di terrore, odio e instabilità”. “Israele deve essere spazzato via dalla carta geografica”, era invece scritto su un missile Shahab-2 da 700 km di gittata che martedì ha sfilato nella capitale iraniana, nella parata annuale di fronte al mausoleo di Khomeini, in ricordo della guerra contro l’Iraq.
    “Israele ha molte, molte capacità – diceva l’estate scorsa l’ex capo del Mossad Danny Yatom – In passato ha gestito operazioni a largo raggio, come quando abbiamo bombardato l’apparato nucleare iracheno. Da allora si può immaginare che abbiamo migliorato le nostre capacità”.
    Gli avvertimenti sono di solito poi ammorbiditi.
    “In nessun caso cercheremmo di fabbricare un’atomica, poiché è contrario alla nostra religione e alla nostra cultura”, ha spiegato il presidente iraniano Mohammed Khatami.
    “Dobbiamo rafforzare i nostri scudi difensivi contro un possibile attacco iraniano, ma non abbiamo piani per attaccare l’Iran”, ha risposto il deputato laburista Ephraim Sneh, ex viceministro della Difesa.
    Come Sneh sta all’opposizione, però, anche Khatami è sempre più esautorato. In concreto, è venuto da Reza Aghazadeh, presidente dell’Organizzazione per l’energia atomica dell’Iran, un annuncio ufficiale che la Repubblica islamica ha iniziato la produzione di esafluoruro di uranio (UF6): il gas necessario per arricchire l’uranio, facendone la materia prima per la costruzione delle atomiche.
    Lo stesso giorno Israele ha subito risposto di essere in procinto di acquistare dagli Stati Uniti 500 bombe d’aereo del tipo Blu-109. Sono ordigni “bunker-buster”: possono perforare uno strato di oltre 200 metri di calcestruzzo, mandando in briciole le postazioni dei missili atomici iraniani. Già il 1° settembre l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea) aveva avvertito che, in barba alle assicurazioni date a Regno Unito, Germania e Francia, l’Iran aveva prodotto 37 tonnellate metriche di “pasta gialla”, com’è chiamato l’UF6. E, d’altra parte, secondo il quotidiano israeliano Haaretz, le bombe sfasciabunker dovrebbero arrivare a novembre: non solo dopo il voto americano, ma anche dopo lo spirare dell’ultimatum dell’Aiea al governo di Teheran per chiarire la sua posizione, prima di riferire all’Onu.
    Il gioco delle contrapposizioni tra Israele e Iran è complicato. L’Iran, che ha ratificato il Trattato di non proliferazione (Tnp),
    rinunciò, dopo la rivoluzione khomeinista, ai programmi nucleari iniziati al tempo dello Scià, per riprenderli nel ’92. L’Iran ricorda
    dunque di non avere bombe atomiche e di non avere neanche terminato le sue due centrali nucleari civili in costruzione,
    mentre Israele non aderisce al Tnp, non fa sapere nulla di ufficiale sul proprio arsenale, e si vede attribuire dagli esperti tra le
    100 e le 300 atomiche.
    Dunque, secondo gran parte dell’opinione pubblica islamica dotarsi di arsenali nucleari per le potenze musulmane sarebbe un diritto e un dovere. La Lega araba, attraverso il suo segretario generale Amr Moussa, ha ieri ribadito che la sua organizzazione si oppone ai “doppi standard” e chiede un medio oriente totalmente libero dalle armi di distruzione di massa.

    La sospetta insistenza di Khatami
    Israele, però, insiste sulla sua necessità di avere difese adeguate, fino a quando tutti gli Stati dell’area non avranno riconosciuto il suo diritto all’esistenza in maniera inequivocabile. Per gli israeliani, è sospetta l’insistenza di Khatami nell’affermare che le ispezioni potranno riprendere solo quando la comunità internazionale avrà riconosciuto “il diritto naturale dell’Iran ad accedere alla tecnologia nucleare civile”. A che serve il nucleare civile, obiettano, a un paese con una tale quantità di greggio?
    La guerra sul nucleare tra Iran e Israele non è virtuale, ma ha già provocato vittime. Il 17 marzo ’92 un’autobomba esplose davanti all’ambasciata israeliana a Buenos Aires, provocando 29 morti, e il 18 luglio ’94 un’altra bomba fece saltare in aria la sede dell’Associazione mutualistica israelita Argentina (86 morti e oltre 300 feriti). In base alle successive indagini, la pista più accreditata resta quella di una connessione tra Hezbollah e il Vevak, il servizio segreto iraniano, per una rappresaglia, dopo il rifiuto del governo argentino di vendere all’Iran tecnologia nucleare, attribuito alle pressioni della grande comunità ebraica locale.

    Anna Barducci su il Foglio del 24 settembre

    saluti

  10. #20
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    Predefinito

    In Iran il presidente riformista è messo sempre più in un angolo, è evidente che le aperture degli anni scorsi vengono rimangiate ad una ad una, giorno dopo giorno. Non solo le aperture verso il mondo esterno e verso l'Occidente, ma soprattutto le aperture verso i bisogni e le richieste che provongono dalla stessa società civile persiana, in cui il peso del clericalismo integralista sciita diventa anno dopo anno sempre più insopportabile, soprattutto per le nuove generazioni urbane, soprattutto per le donne.
    Il ruolo dell'IRAN nell'organizzazione e finanziamento del terrorismo internazionale islamista e di gran parte di quello arabo-palestinese costituisce un problema dal quale ne'l'occidente nel suo complesso, ne' lo Stato di Israele potranno prescindere.....

    Shalom

 

 
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