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Discussione: Jihad Globale

  1. #1
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    Predefinito Jihad Globale

    da www.ilfoglio.it

    " Così Basayev ha aperto nel Caucaso un nuovo fronte del Jihad globale
    I servizi russi accusano al Qaida: soldi e uomini. Nel caos ceceno s’inserisce la strategia del terrorismo islamico.
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    Le ambiguità di Maskhadov

    Mosca. Il capo della cellula di terroristi che in Ossezia ha tenuto in ostaggio un migliaio di persone sarebbe Doku Umarov, uno dei comandanti emergenti degli indipendentisti ceceni. Umarov è legato a Shamil Basayev, capo storico della guerriglia, che ha subìto negli ultimi anni una deriva fondamentalista. Secondo l’agenzia di stampa russa, Tass, Basayev sarebbe la mente del sequestro, ma i finanziamenti sarebbero di al Qaida. L’Fbs, il servizio di sicurezza russo, ha detto di aver identificato almeno dieci arabi all’interno del commando ucciso nel blitz di ieri mattina. Fin dalle prime ore del sequestro della scuola di Beslan il presidente dei guerriglieri ceceni Aslan Maskhadov, non riconosciuto da Mosca, ha invece preso le distanze dall’azione terroristica. Almeno a parole, dimostra le fratture all’interno del fronte guerrigliero. I moderati sono contrari ad agire militarmente al di fuori dei confini ceceni, mentre gli estremisti appaiono decisi a scatenare una guerra senza quartiere sul territorio russo.
    Umarov è un ex ingegnere petrolifero, che il presidente Maskhadov nominò per un certo periodo consigliere della Sicurezza nazionale, quando la Cecenia sperimentò un turbolento periodo di indipendenza fra il 1996 e il 1999. Umarov, pur avendo un certo seguito di armati, era il vice del guerrigliero, Magomed Evloev, originario della Repubblica caucasica dell’Inguscezia. Evloev è stato descritto come un fanatico wahabita, pronto a utilizzare l’arma del terrorismo contro i russi. L’attacco alla capitale dell’Inguscezia del giugno scorso è stato organizzato e condotto da questi due comandanti, con la benedizione di Basayev. Secondo fonti di stampa russe, Evloev sarebbe stato ucciso a fine giugno con un’operazione punitiva degli Spetnatz, le unità speciali di Mosca. L’uccisione del capo terrorista non ha fermato il suo numero due, che, per il blitz a Beslan, avrebbe ottenuto l’appoggio di un nucleo del Battaglione dei martiri guidato da Basayev.
    Sul fronte estremista un altro punto di riferimento è Movladi Udugov, ex vicepremier del governo separatista ceceno, in esilio prima in Turchia e ora negli Emirati arabi. Dall’estero guida una specie di ufficio stampa degli indipendentisti: si è scagliato anche contro Amnesty, rea di aver accusato i guerriglieri ceceni di violare i diritti umani, come i russi, torturando i civili. Ma il suo vero compito è quello di raccogliere fondi per la lotta armata negli ambienti radicali arabi.
    Udugov, durante la presa di ostaggi nel teatro Dubrovka di Mosca, era in contatto telefonico con Mosvar Barayev, il capo del commando suicida. Ha annunciato che le azioni kamikaze continueranno: “Nessun paese ha il diritto morale di chiedere ai ceceni di rinunciare a questo o a quel metodo contro l’aggressione russa”. Dopo l’eliminazione in Qatar, da parte di agenti russi, di Zelimkhan Yandarbiyev, che aveva aperto i canali fra la guerriglia cecena e i talebani, Udugov è il leader più in vista degli indipendentisti ospitato dagli arabi.

    Un leader enigmatico
    L’ala più morbida della guerriglia, disponibile a una trattativa con Mosca, è rappresentata dall’enigmatico Maskhadov. Ex ufficiale di artiglieria dell’esercito sovietico si è fatto le ossa come capo di Stato maggiore del leader storico dell’indipendentismo ceceno, Dzhokhar Dudayev, eliminato da un missile russo. Un giorno Maskhadov si fa fotografare con Basayev in tenuta mimetica e il giorno dopo prende le distanze dalla fazione estremista. Il suo braccio destro è Akhmed Zakayev, uno dei comandanti che hanno dato più filo da torcere ai russi nella battaglia di Grozny nel 2000. Zoppica vistosamente per una ferita in combattimento e lo scorso anno è diventato celebre per un lungo braccio di ferro fra la Danimarca, l’Inghilterra e la Russia, che ne aveva chiesto l’estradizione. I giudici inglesi l’hanno respinta e Zakayev ha aperto un ufficio a Mosca, con l’aiuto dell’attrice Vanessa Redgrave, pasionaria della causa cecena. Zakayev, condannando il blitz in Ossezia, ha rilanciato il coinvolgimento dell’Onu nella crisi cecena.
    Il piano della fazione moderata prevede una smilitarizzazione della repubblica ribelle, con l’invio di un contingente di caschi blu, che trasformi la Cecenia in un protettorato come il Kosovo. L’autore materiale della proposta è il ministro degli Esteri della guerriglia, Ilyas Akhmadov, che a lungo ha trovato asilo negli Stati Uniti. Mashkadov può contare anche su un nutrito gruppo di “ambasciatori” ceceni, anche se non riconosciuti ufficialmente, in paesi minori come Polonia, Ungheria, Lituania e Azerbaigian.
    "

    Shalom

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  2. #2
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    Come lei finge di non sapere il presidente George Bush jr. dopo l'11 settembre 2001, ha subito parlato di una guerra DURATURA al terrorismo, valutando la sua durata in non meno di un DECENNIO. L'affermazione che attribuisce a Bush l'intenzione di chiudere la partita con il terrorismo con l'abbattimento del regime nazistoide di Saddam in Irak è quindi destituita di fondamento.
    Riguardo alle ragioni dell'intervento in Irak ho sempre respinto analisi semplicistiche [sia pro che contro] come risulta dal mio lungo 3d sulla guerra preventiva e l'Impero Democratico.

    Shalom

  3. #3
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    da www.israele.net

    " 06-09-2004
    Tanti terrorismi, una sola jihad

    E’ nella natura stessa del terrorismo farci pensare ogni volta che i terroristi abbiano raggiunto il limite della bassezza di cui sono capaci, ed essere ogni volta smentiti. Con la presa in ostaggio e la strage degli scolari di Beslan, i terroristi ceceni sono riusciti a toccare un fondo che non si era più visto da quando terroristi palestinesi presero in ostaggi e fecero strage di scolari israeliani a Ma’alot nel 1974.
    Noi israeliani, che da quattro anni a questa parte dobbiamo sorvegliare ogni nostra scuola, dagli asili all’università, abbiamo assistito agli eventi in Nord Ossezia con orrore ed empatia. I metodi usati dai russi contro la Cecenia non cancellano in ogni caso la necessità di schiacciare questo terrorismo, che non è isolato come talvolta viene fatto sembrare.
    Come ha notato Michael Radu, uno studioso che opera negli Stati Uniti, “si può discutere quanto gli errori e le brutalità dei russi abbiano spinto molti ceceni all’estremismo, così come si può discutere l’assai esagerata pretesa di Mosca che tutta la resistenza cecena sia wahhabita e attribuibile a mercenari non ceceni. Ciò che invece è fuori discussione è il fatto che gli elementi ceceni più efficaci, più violenti e meglio addestrati sono davvero jihadisti islamismi, parte integrante della nebulosa Al Qaeda, i cui metodi sono stati importanti dal Medio Oriente”.
    E’ stato ampiamente riportaato che diversi terroristi nella scuola di Beslan erano arabi, arrivati da fuori la Cecenia. Un gruppo affiliato ad Al Qaeda chiamato Brigate Islambouli (dal nome dell’assassino del presidente egiziano Anwar Sadat, ucciso nel 1981 per aver firmato la pace con Israele) ha rivendicato la responsabilità per gli attentati agli aerei e alla metropolitana russi dei giorni scorsi. Il fratello di Islambouli, sottolinea Radu, è un operativo di Al Qaeda nonché membro dei quel Gruppo Islamico Egiziano che fu guidato da Ayman al-Zawahiri prima che diventasse il braccio destro di Osama bin Laden.
    Tutto questo non significa che ciò che la Russia fa oggi in Cecenia abbia il sigillo della libertà e della democrazia, né che una Cecenia indipendente sia destinata necessariamente a diventare un satellite di Al Qaeda come l’Afghanistan sotto i talebani. Ciò che emerge tuttavia è che la lotta globale contro l’islamismo jihadista non conosce confini e che sbaglia chi pretende che i fronti siano completamente separati fra loro.
    Il conflitto arabo-israeliano, ad esempio, ancora oggi viene generalmente considerato come un caso a se stante rispetto alla generale guerra contro la jihad islamica. Tutt’al più, l’unico nesso che viene talvolta stabilito fra i due fenomeni consiste nell’incolpare gli Stati Uniti di appoggiare troppo Israele, scatenando la furia islamica. La verità, come ammettono ogni tanto anche gli arabi, è proprio il contrario.
    In un suo recente lavoro su Commentary, Norman Podhoretz cita l’editorialista egiziano Ab'd Al-Mun'im Murad che, poco prima dell’11 settembre, scrisse su Al-Akhbar: “Il conflitto che chiamiamo arabo-israeliano è, in realtà, un conflitto arabo contro l’occidente, e in particolare contro il colonialismo americano”.
    Per gli estremisti islamismi, americani israeliani e russi sono tutti infedeli da combattere. A tal fine, può accadere che in alcuni luoghi cavalchino conflitti o torti di carattere locale. Ma, nel perseguire la loro guerra, gli estremisti islamismi mostrano una notevole capacità di trascendere i confini geografici e persino religiosi. I mullah iraniani sono sciiti, Osama bin Laden è sunnita, Saddam Hussein si presentava per lo più come un laico, eppure si considerano tutti, e dovrebbero essere considerati tutti parte della stessa jihad.
    La domanda che si pone è se l’occidente saprà mostrare un minimo di solidarietà nel difendersi. Far notare che Israele, da almeno quattro anni sotto un l’attacco di una delle più feroci aggressioni islamiste, non abbia esattamente goduto della piena solidarietà dell’occidente è un evidente eufemismo. Ma lo stesso si può dire degli Stati Uniti, una volta dissolta l’iniziale solidarietà subito dopo l’11 settembre.
    Cosa impedisce a Stati Uniti, Francia (che in queste ore si batte per la liberazione dei suoi due ostaggi in Iraq) e Russia di usare la loro forza al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per imporre misure severe all’Iran?
    Si può e si deve continuare a combattere il terrorismo islamista pezzo a pezzo, ma non si può sperare di vincere la guerra nel suo complesso se, come paesi occidentali, non affrontiamo quello che è il più esplicito simbolo nazionale dell’estremismo islamista, la mullahcrazia in Iran. Cosa che va fatta in primo luogo usando gli ampi strumenti economici e diplomatici di cui l’occidente dispone, con l’obiettivo dichiarato di costringere l’Iran ad abbandonare in modo verificabile il suo programma nucleare e il suo sostegno al terrorismo, come ha fatto la Libia. Il rifiuto finora dell’Europa di imporre sanzioni economiche sta rapidamente spingendo verso una scelta obbligata tra inaccettabile atomica iraniana e odiose opzioni militari.

    (Da: Jerusalem Post, editoriale, 4.09.04)
    "


    Shalom

  4. #4
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  5. #5
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    dal quotidiano LIBERO di ieri

    " «Adesso tutto il mondo è come Gerusalemme» di CATERINA MANIACI
    ROMA - «Nel 1968, quando si manifestò per la prima volta, il fenomeno del terrorismo palestinese non è stato preso seriamente da molti, perché si trattava di un problema solo di Israele, si diceva. Il tempo ha dimostrato che invece si tratta di un pericolo per tutti, in Occidente, e non solo». L?ambasciatore di Israele in Italia, Ehud Gol, spiega a Libero che il terrorismo fondamentalista sia una minaccia planetaria che non è stata presa seriamente in considerazione. Complice anche l?idea, sostenuta dall?Europa prodiana e dalla sinistra mondiale, che la chiave di risoluzione sia il dialogo. L?Occidente è sotto attacco. Possiamo sentirci tutti come a Gerusalemme, costantemente nel mirino dei terroristi... «Sì, ed è una cosa davvero preoccupante. In pochi anni, il terrorismo fondamentalista si è radicalizzato. Riguarda tutti, non più solo Israele. Non ha limiti». Dall?11 settembre in poi.. «Abbiamo vissuto l?11 settembre, poi c?è stato l?attacco a Bali contro i turisti australiani, a Madrid, ma non solo, negli stessi Paesi arabi, in Marocco, in Arabia Saudita, in Kenya, in Pakistan. Questo dimostra anche che non è possibile avere cedimenti di fronte a questo dilagare della violenza, non si possono fare dei distinguo tra terroristi e terroristi. Non esiste un ?terrorismo buono? e uno ?cattivo?. Il terrorismo è terrorismo. Punto e basta». L?Europa guidata da Prodi, la sinistra europea e italiana continuano a dire che il modo per risolvere il problema è il dialogo. Cosa ne pensa? «Dialogare con il terrorismo è un sintomo di debolezza, è sbagliato. Non possiamo metterci al livello dei terroristi, le loro logiche non sono le nostre, non ragionano secondo le categorie della democrazia, del confronto. Il loro intento è distruggere queste categorie e il nostro mondo; reagire con forza è la sola risposta possibile; cercare a tutti costi il dialogo significa dare loro nuove ragioni per altro terrore, per altro sangue, per altra violenza. Si discute con chi discute, non con chi uccide bambini. Con questi ultimi bisogna essere fermi, senza tentennamenti, senza ipocrisie, senza inutili distinguo ». Niente dialogo, allora? «Ripeto, è un errore trattare con i terroristi. Che garanzie possono dare? Hamas, lo stesso giorno che rivendicava l?attentato di Beersheba mandava un appello di pace verso i terroristi iracheni, chiedendo loro di liberare i due cittadini francesi. E poi, pensiamo solo a quel che è successo nel ventesimo secolo, in cui si sono manifestati gli orrori del nazismo prima e del comunismo poi. Milioni di morti, causati da ideologie che non sono state adeguatamente affrontate. Il dialogo avrebbe dissuaso Hitler o Stalin dal fare quel che hanno fatto? L?unica possibilità per l?Europa poteva essere una risposta unica e ferma. L?unica che ci vorrebbe anche oggi». Ci attende una replica, nel ventunesimo secolo? «Appena entrati nel ventunesimo secolo, ci troviano ad affrontare un?altra terribile minaccia per la democrazia, il fondamentalismo islamico, appunto, che negli ultimi anni si è radicalizzato, riorganizzato, pronto a colpire ovunque». È sbagliato parlare di scontro tra civiltà? «È bene fare chiarezza su un punto centrale: non stiamo parlando di guerre di religione. Non si tratta di contrapporre il cristianesimo all?Islam o all?ebraismo. Il rispetto per la fede altrui deve essere fuori discussione. Parliamo invece di gente che non rispetta niente e nessuno, in nome della religione uccidono, rapiscono, distruggono. Per loro, tutto ciò che noi abbiamo di più sacro non vale niente». Il pensiero corre a quel che è successo a Beslan... «Infatti. Centinaia di bambini per il primo giorno di scuola, quello più bello, un giorno di festa, tutti insieme, con i genitori, i familiari... Poi arrivano trenta persone, che in nome della loro fede trasformano quel giorno in un mare di sangue. Perché? È una logica folle». Come giudica i pesanti attacchi contro l?intervento militare in Iraq? «La gente ha la memoria corta. Non ricorda ciò che era l?Iraq di Saddam Hussein e chi era Saddam, non ricorda la ferocia di quel regime, il pericolo che rappresentava. Gli Stati Uniti, l?Italia, la Gran Bretagna e tutti coloro che hanno mandato truppe in Iraq sono al servizio della sicurezza del mondo e del popolo iracheno, la loro è una grande missione». Quali sono le connessioni tra Al Qaeda e Al Fatah, il gruppo terrorista palestinese? «La strategia del terrore è comune. Al Qaeda ha colpito leTwin Towers e migliaia di innocenti, Al Fatah colpisce i bar, i tram, le strade di Israele. Chi pensava che il dialogo con Arafat fosse la soluzione per il Medio Oriente ha sbagliato: non è la soluzione, è il problema» E che cosa resta da fare all?Occidente? «Essere unito e non fare sconti ai terroristi. Nessuno sconto, mai».
    "

    Shalom

  6. #6
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    da www.israele.net

    " 09-09-2004
    Shalom: “Arafat terrorista, Abu Ala istigatore”

    Yasser Arafat è un terrorista e Israele persevererà nella sua politica di mantenerlo isolato nel suo quartiere generale della Muqata, a Ramallah.
    Lo ha dichiarato mercoledì il ministro degli esteri israeliano Silvan Shalom. “Arafat non ha posto tra noi – ha detto il ministro israeliano – Verrà il giorno in cui lo rimuoveremo da questo territorio verso un altro territorio, e quel giorno è più vicino che mai. Arafat è un terrorista, non è una persona con cui si possa dialogare”.
    Shalom ha anche denunciato le dichiarazioni del primo ministro palestinese Ahmed Qureia (Abu Ala), spiegando che con quelle parole egli si è già reso responsabile del prossimo attentato anti-israeliano. “Abu Ala – ha detto il ministro degli esteri di Gerusalemme – afferma che le operazioni delle Forze di Difesa israeliane contro i terroristi di Hamas ‘giustificano’ qualunque azione di vendetta. E questo sarebbe l’uomo con cui noi dovremmo negoziare? Non solo non fa nulla per riformare l’Autorità Palestinese e non muove un dito per contrastare il terrorismo, ma incoraggia e giustifica il terrorismo. Questa è istigazione istituzionalizzata – ha concluso Shalom – Se, Dio non voglia, verrà realizzato in futuro un attentato terroristico, porterà la firma di Abu Ala, che ha invocato lo spargimento di sangue con le sue agghiaccianti dichiarazioni di martedì scorso”.

    (Da: Jerusalem Post, 9.09.04)
    "


    Cordiali saluti

  7. #7
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    da www.ilfoglio.it

    " Autobomba a Giacarta
    In un solo colpo, il jihad irrompe e insanguina due campagne elettorali
    Obiettivo l’ambasciata australiana, morti indonesiani. La polizia accusa un gruppo vicino ad al Qaida. Parla Sukarnoputri
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    Giacarta. Sono le dieci e un quarto quando il boato inghiotte tutti i rumori del quartiere di Kunang a Giacarta. Sopra l’ambasciata australiana si alza una nube di fumo. Sotto, nell’ammasso di macerie e lamiere accartocciate, ci sono almeno undici morti (secondo fonti del governo australiano) e 170 feriti. Come da copione, l’esplosione ha scosso, devastato, ucciso. Ma ha anche mancato il suo obiettivo. La sede diplomatica australiana è uscita quasi indenne dall’attentato. Le vittime identificate sono quasi tutte indonesiane e l’esplosione ha squarciato l’atmosfera ovattata della campagna elettorale. Ma l’attentato ha un significato politico preciso anche per l’Australia, che andrà a votare il 9 ottobre prossimo e che ha partecipato con un contingente alla guerra in Iraq. Il primo ministro, John Howard, è stato di recente al centro di un’inchiesta sulla partecipazione alla campagna irachena che si è conclusa, come negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, con un’accusa di superficialità per i servizi segreti, ma non per il governo.
    Precipitosamente di ritorno dal Brunei, il presidente indonesiano, Megawati Sukarnoputri, ha parlato alla nazione invitando i cittadini a non farsi prendere dal panico. Il crescente rischio di attentati contro obiettivi occidentali era stato segnalato dall’intelligence australiana, tanto che il ministro dell’Interno di Giacarta, Hari Sabarno, proprio in questi giorni, si era sentito in dovere di minimizzare: il sereno svolgimento della maratona elettorale giustificava l’ottimismo.
    Jemaah Islamiyah (Ji) – l’organizzazione che Sabarno e il suo presidente preferiscono non chiamare troppo in causa – li ha smentiti tutti. E’ di questo gruppo affiliato ad al Qaida e che insegue il sogno di un grande califfato islamico in tutto il sud-est asiatico la firma dell’attentato. “E’ la stessa mano che ha già colpito a Kuta Beach (a Bali nell’ottobre 2002) e contro l’hotel Marriot (a Giacarta nell’agosto 2003), lo stesso modus operandi”, dice il capo della polizia Da’i Bachtiar. I testimoni raccontano di aver visto un camioncino davanti all’ambasciata a pochi minuti dalla deflagrazione, il che avvalora l’ipotesi di un attacco suicida. Canberra ha inviato un team investigativo. E’ in viaggio anche il ministro degli Esteri australiano, Alexander Downer. Howard dice che gli australiani non si faranno intimidire.

    Gli arresti del passato, le teorie del complotto
    Un’organizzazione islamica indonesiana, Hizb ut Tahir, ha condannato l’attentato: “La sharia vieta esplicitamente l’omicidio indiscriminato”. Gli indonesiani sotto shock sentono parlare di unità nazionale e di lotta al terrorismo, ma il radicalismo islamico nella più popolosa nazione musulmana è un cancro difficile da diagnosticare. Giacarta non ha ignorato le passate pressioni statunitensi e australiane e la polizia ha arrestato l’ideologo di Ji, Abu Bakar Bashir, oltre ai probabili esecutori materiali degli attacchi e a numerosi fiancheggiatori. In Thailandia è stato catturato il temibile Hanbali, ponte tra Ji e al Qaida. Eppure è palpabile la sensazione che la caccia ai militanti di Ji abbia rallentato in corrispondenza dell’avvicinarsi delle scadenze elettorali. Nessuna notizia dei super ricercati Azari Husin, Nurdin Mohammed e Joko Pitano, ma soprattutto silenzio e ancora silenzio sull’esplodere della violenza a Sulawesi e nelle Molucche. Secondo la polizia, negli scontri tra cristiani e musulmani, i militanti di Ji soffiano sul fuoco e sono sempre loro a pilotare vaste e violente dimostrazioni popolari ad Ambon contro l’arresto di Bashir. “Il capo della polizia li arresta – spiega un analista indonesiano – ma poi le accuse sono deboli e loro escono in fretta. La polizia è quasi impotente”.
    A Giacarta fioccano le teorie di cospirazione: c’è chi punta ai contatti tra il Golkar erede del Nuovo ordine di Suharto e le frange estremiste. Voci, supposizioni, accuse inquietanti macchiano un partito che ha già superato il 20 per cento dei consensi e si candida ancora a grande burattinaio della politica indonesiana. Nelle presidenziali sia l’indebolita Sukarnoputri sia il generale Susilo Banbang Yudhono hanno fatto di tutto per assicurarsi dei candidati vicepresidente graditi ai partiti e ai movimenti islamici: il 90 per cento degli indonesiani abbraccia un islamismo moderato, eppure alcune delle formazioni con cui flirtano i candidati alla presidenza auspicano l’applicazione della sharia. Sukarnoputri sta pagando il prezzo delle promiscue alleanze elettorali, ma in molti rassicurano che il radicalismo islamico non può attecchire. Ma, tra i silenzi dei potenti di Giacarta, si annida un convitato di pietra che vuole macchiare di sangue la transizione dalla dittatura alla democrazia.

    (10/09/2004)
    "


    Saluti liberali

  8. #8
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    " Domenica 12 Settembre 2004

    Per la prima volta il fondamentalismo colpisce una famiglia veronese anche se in Indonesia, a migliaia di chilometri di distanza. Il ricovero in ospedale a Singapore

    Bimba ferita nell’attentato a Giakarta

    Ha 5 anni ed è figlia di una guardia giurata de La Vigile. La madre uccisa nell’esplosione dell’autobomba Stavano andando all’ambasciata australiana presa di mira dai kamikaze. La piccola trafitta da sette schegge



    di Luigi Grimaldi
    G iovedì scorso, Giakarta. Alle 10 del mattino, nella capitale dell’Indonesia, a migliaia di chilometri di distanza, il terrorismo colpisce una famiglia veronese. Una bambina di cinque anni, Elisabeth Manuela Musu, figlia di Manuel, guardia giurata che vive in città, nel condominio di via Muro Padri 37, è rimasta ferita dalle schegge della bomba esplosa su un camioncino davanti all’ambasciata australiana nel quartiere di Rasuna Siad. Sua madre, Maria Eva Kumalawati, 27 anni, moglie del veronese, è morta accanto a lei.
    Ora Elisabeth sta lottando per sopravvivere. È stata sottoposta a un intervento chirurgico nell’ospedale di Singapore dove è stata trasferita da Giakarta. E ieri mattina, nel capoluogo colpito dall’attentato di un gruppo terroristico legato ad al-Qaida, sono stati celebrati i funerali di sua madre che viveva con il marito a Verona da cinque anni. Alla cerimonia c’erano la guardia giurata e suo padre Enrico Musu, partiti da Verona subito dopo aver saputo che nella piazza di Giakarta alle loro care era accaduto qualcosa di tremendo.
    Maria Eva Kumalawati era partita per l’Indonesia per trascorrere un periodo con la sua famiglia d’origine. Doveva andare all’ambasciata australiana per una pratica burocratica e aveva salutato le sue sorelle verso le nove. Quando era arrivata all’ingresso della sede diplomatica dell’Australia, il camioncino dei terroristi era già fermo vicino a una sbarra che impedisce l’entrata non autorizzata ai garage dell’ambasciata. La polizia sospetta che a bordo ci fossero tre kamikaze. Senz’altro c’era un’impressionante quantità di esplosivo, più potente dell’ordigno fatto esplodere davanti alla discoteca dell’isola di Bali nel 2002 e che provocò 202 morti.
    Come dimostra un filmato ripreso dalle telecamere fisse del palazzo devastato, in un attimo dal camioncino si era sprigionato un lampo. Poi era saltato in aria, le schegge avevano distrutto tutto ciò che era a centinaia di metri di distanza dal palazzo, compresa la telecamera che aveva interrotto la registrazione pochi secondi dopo l’esplosione.
    Madre e figlia erano state investite dallo spostamento d’aria e dalle schegge che le avevano scaraventate a terra.
    Maria Eva Kumalawati era morta subito, insieme ad altre otto persone che si trovavano nella zona. Elisabeth era rimasta in vita, ma in condizioni critiche. Aveva perduto conoscenza perché colpita da cinque schegge alla testa e altre due alla schiena.
    Nella prima fase dei soccorsi, tra le sirene delle ambulanze e delle auto della polizia, era stata data per dispersa. Invece era stata già soccorsa e trasferita nell’ospedale di Giakarta. Ma al pronto soccorso avevano potuto fare poco per lei. I medici erano subito accorti che le sue condizioni richiedevano un intervento chirurgico d’urgenza e l’avevano fatta trasferire in un ospedale di Singapore.
    Le prime notizie sulla bambina veronese e sulla fine di sua madre erano arrivate già giovedì all’ambasciata italiana a Singapore che aveva immediatamente incaricato un funzionario, la dottoressa Laura Siano, di seguire il caso. La diplomatica si era preoccupata di verificare le condizioni di salute della bambina e di assicurare il sostegno dell’ambasciata al padre e al nonno giunti venerdì da Verona a Singapore con un volo della Lufthansa.
    La situazione adesso è seguita anche da funzionari del ministero degli Esteri a Roma.
    "

    Shalom

  9. #9
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  10. #10
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    " Domenica 12 Settembre 2004 Chiudi

    L’INTERVISTA
    «Per i terroristi siamo tutti bersagli»

    Barbara Contini: non fanno differenza tra persone, ruoli, nazionalità, sesso

    dal nostro inviato

    MARIO AJELLO


    GUBBIO «Premetto: sono qui al convegno di Forza Italia soltanto perché mi hanno invitata. Non c’entro nulla con il partito berlusconiano». Così dice Barbara Contini ex governatrice di Nassiriya, in Iraq.
    Che cosa pensa del rapimento e della sorte delle due ragazze italiane?
    «Credo che, per la loro sicurezza, sarebbe meglio osservare il silenzio e far lavorare tranquillamente le forze che si occupano della loro liberazione».
    Ma i terroristi si battono con il silenzio?
    «Più parliamo e più loro si convincono della propria forza e alzano il prezzo».
    Perché è toccato alle due Simone?
    «Perché i terroristi non fanno differenze tra persone, ruoli, nazionalità, sesso. Un occidentale vale l’altro, nella logica omicida dei fondamentalisti. Vogliono cacciarci tutti e fare l’Iraq prigioniero».
    E’ uno scontro di civiltà?
    «E’ la quarta guerra mondiale. Le democrazie devono allearsi, per vincerla, usando le armi giuste: la conoscenza, la forza e gli investimenti nei Paesi poveri».
    Lei crede nel governo iracheno?
    «Allawi è una persona in gamba. E va aiutato. Guai a ritirarsi dall’Iraq».
    Anche se ci stanno massacrando?
    «Quando i terroristi ci attaccano, noi li dobbiamo attaccare due volte. Quelli lì conoscono soltanto il linguaggio della forza e quindi non bisogna avere paura».
    Lei non sarà una forzista, però è una forzuta.
    «Secondo me, si può dialogare con i settori più moderati del fondamentalismo, ma non si deve mai, assolutamente mai, negoziare con i rapitori e con gli stragisti».
    In Iraq l’escalation è irrefrenabile?
    «C’è un vuoto di potere. Le bombe di questi giorni servono ai vari gruppi per premere su Allawi per farsi dare fette di potere territoriale e ministeriale».
    Normalizzazione impossibile?
    «Dopo le elezioni del 2005, la situazione comincerà a migliorare».
    Come?
    «Gli iracheni sono stanchi. Vogliono la pace. E vogliono modernizzarsi. Sono un popolo eccezionale e intelligentissimo. Se riusciamo ad essere nei loro confronti rispettosi e umili, in quel pezzo di mondo ci sarà democrazia. Però, deve essere una democrazia cucita con la loro stoffa e con la foggia che si scelgono loro stessi».
    Ma allora bisogna andar via da lì.
    «Niente affatto. Se l’Occidente si ritira, l’Iraq diventa ancora di più una macelleria. Dopo la guerra del Golfo, dieci anni fa, fu un gravissimo errore lasciare soli gli iracheni e tornarsene a casa. Il terrore saddamita ebbe campo libero».
    In questa fase lei è pessimista?
    «No, sono ottimista. Bisogna rispondere colpo su colpo ai terroristi, che ormai sono organizzati in una rete globale, ma contemporaneamente lavorare ovunque a favore della crescita di una società democratica. E’ ciò che vuole la gran parte dei popoli arabi».
    Ma la cooperazione non è diventata impraticabile, come dimostra il caso terribile delle due Simone?
    «Questa è la cosa più triste. Il culmine del delirio».
    "
    da
    http://ilmessaggero.caltanet.it


    Shalom

 

 
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