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Discussione: Risorgi-Mento

  1. #101
    Erwann
    Ospite

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    In Origine Postato da Manuel
    Contro di voi padanogeni antitaliani siamo totalmente uniti
    Guarda, più anti-italiano di te che vorresti "edificare" 56 milioni di persone a tua immagine e somiglianza...

    Eri tu quello che auspicava che si facesse cantare l'inno di Mameli ai bambini delle elementari prima delle lezioni, no?

  2. #102
    a mia insaputa
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    In Origine Postato da Biordo
    sarò sintetico. Cmq negare tutte le tue vaccate mi sembra intellettualmente doveroso.

    Gli eserciti regolari che seguono il loro re (per lo stipendio regolarmente versato) invece del loro paese non mi appassionano particolarmente, soprattutto se in numeri così esigui. Cmq se ci vuoi illuminare..



    Pronti, o Biordo, intellettualone col senso del dovere.
    Purtroppo il tuo difetto di sintesi cronica ti porta stupidamente a sparare nel mucchio coll'inutile speranza di colpire qualcosa alla cieca. Ed il commento di cui sopra è solo uno dei tanti esempi.


    Va cosa non ti trovo in rete...
    Studia, Biordo, studia........



    La Brigata Estense
    I “fedelissimi” nella sventura
    di Alina Mestriner Benassi


    La Storia trasmetterà alle generazionifuture questo esempio così raro di fedeltà e di onore; e qualunque esser possa la sorte individuale di questi prodi: ciascuno di essi potrà andare fiero di aver appartenuto alle truppe ducali;poiché anche le persone che professano differente opinione politica, onorano quelle virtù che sono indipendenti dall’esito dei fatti e dei vantaggi personali …”.
    Supremo Comando Truppe Imperiali, Ordine del giorno - Settembre 1863.

    Ci sono degli eventi, in tutte le epoche, sotto qualunque regime, che la storiografia ufficiale ha sistematicamente manipolato o, addirittura occultato, per il semplice motivo che non potevano essere inquadrati in una sorta di rigida vulgata di comodo, intesa a cancellare troppe realtà
    che avrebbero potuto mettere in discussione l’esistenza stessa di uno Stato. Così anche in Padania, “Storia, radici, cultura e identità sono state manomesse, negate e lordate da decenni di propaganda ipnotica che hanno cercato di far credere alla nostra gente di essere qualcosa di diverso da quello che effettivamente è”.
    Oggi, più che mai, costatata l’innegabile crisi dello stato nazionale, ci appare pressante la necessità di riscrivere la nostra Storia. Dare risalto a tanti episodi, sepolti nella dimenticanza da una tartufesca storiografia, equivale a reagire allo sradicamento culturale, cui siamo sottoposti da secoli, favorendo al contempo il riemergere di sensibilità peculiari all’anima padana: “ Perché è nel passato che si collocano e sicomprendono le radici del presente”.
    In questa chiave di lettura va ricordato il caso di quel contingente di 3.500 uomini che seguirono, in volontario esilio, l’ultimo Duca d’Este, loro legittimo sovrano. Soldati coraggiosi, rigorosamente fedeli al loro principe, anche se caduto in disgrazia, questi modenesi seppero affrontare volontariamente un incerto futuro: “Furono le modenesi le sole milizie in Italia a seguire il sovrano nell’avversa sorte, lasciando i beni e la famiglia, senza la benché minima costrizione…” rimanendo quattro anni con il loro Duca,
    senza una sicura garanzia di una, se pur modesta, paga, o di una qualunque opportunità ventura.
    La Reale Brigata, non ostante tutto, si strinse, ogni giorno di più, intorno al suo sovrano, non rinunciando mai, si dice, alla speranza ed alla ferma volontà di ritornare in patria per ripristinare l’antica legittimità. “… Blandizie, promesse e minacce non intaccano il giuramento d’onore prestato, anzi le rare diserzioni naturalmente verificatesi e le vacanze causate dal termine del periodo di coscrizione, da malattie o da morti vengono oltremodo compensate dalla continua affluenza di tanti giovani che giungono volontariamente dal Ducato scegliendo di servire il loro re e di combattere la battaglia per l’indipendenza del loro paese, anziché essere arruolati nell’esercito usurpatore e divenire italiani per forza”.
    La vicenda della cosiddetta Brigata Estense s’inserisce nella complessa fase finale del regno di Francesco V: dall’inizio della, si fa per dire, Seconda Guerra di Indipendenza, quel fatidico 1859, al settembre 1863, quando fu congedata, a Villa Capello di Cartigliano Veneto, nei pressi di Bassano del Grappa, dall’ormai ex Duca di Modena.
    È necessario tuttavia fare un passo indietro, al lontano 1796, epoca in cui verosimilmente fu formato l’esercito degli Este dal Duca Ercole III, in fuga a Venezia al sopraggiungere di Napoleone. Inizialmente ci troviamo di fronte un “Battaglione di Linea più i Dragoni per la polizia politica e le Guardie urbane per quella civile”.
    In seguito, dopo il 1830, Francesco IV arricchirà la compagine militare di una Compagnia di Fucilieri e di una di Granatieri e, creando ex novo il Corpo Volontario, potenzierà i Dragoni e le Milizie Ausiliarie. Il suo successore, nel 1859, porterà la Brigata a 176 ufficiali e 3.479 uomini di truppa, con 860 di Riserva. Gli ufficiali del Supremo Comando Generale e la Guardia Nobile d’Onore, tutti patrizi del luogo, avranno funzioni operative,amministrative e di rappresentanza, mentre il Reale Corpo dei Trabanti e il Reale Corpo dei Dragoni, così come il Genio e gli Artiglieri, verranno selezionati in base alla prestanza fisica.
    Francesco V, Duca di Modena Morto Francesco IV, che, dalla serenità degli ultimi anni della sua vita e dal trattato, concluso nel novembre del 1844 con il futuro Duca di Parma ed il Granduca di Toscana per ottimizzare i rapporti diplomatici, aveva tratto l’illusione di lasciare al figlio un Ducato tranquillo e felice, Francesco V, a ventisei anni, salì sul trono degli Este.
    Quando a Torino, nell’aprile del 1859, Vittorio Emanuele II annunciò, con il discorso della corona, che l’Austria gli aveva dichiarato guerra, ebbe inizio per Francesco V un lungo periodo di gravi disagi che lo avrebbero, in seguito, costretto ad abbandonare il trono. Gravi presagi di crisi si erano già manifestati fin da gennaio, allorché i comandanti dei Dragoni ducali subirono pesanti minacce da parte dei rifugiati in Piemonte. Da febbraio in poi seguirono, a raffica, la decadenza dell’accordo sardoestense relativo all’arresto dei criminali, l’emigrazione di giovani dal Ducato, gli insulti indirizzati, a Carrara, contro soldati estensi, l’introduzione di volantini rivoluzionari, stampati a Torino, e continue scaramucce, nel territorio del Frignano, tra gli uomini del Duca e bande di “volontari” sardi, che culmineranno, il 12 maggio,
    nella battaglia della Piana di Iacopino. Quel giorno, settanta valorosi della R. D. B. tennero testa, per due ore, a una colonna di 400 soldati ben armati… In meno di un mese le guarnigioni ducali furono costrette ad abbandonare Massa, Carrara, Avenza, Montetignoso, Castelnuovo Garfagnana, Fosdinovo e quanto, nella Lunigiana, si poteva ancora chiamare estense. Il Ducato di Modena, privato ormai irrimediabilmente dei possedimenti al di là dell’Appennino, vulnerabili più degli altri alla propaganda patriottarda dei Savoia,fu esposto alle insidie e alle difficoltà che si moltiplicavano di giorno in giorno. In seguito, la sbrigativa dichiarazione di guerra del Governo sardo costrinse il Duca a diramare una formale protesta a tutte le Corti e Cancellerie europee. Meno formali apparvero gli accelerati lavori di fortificazione lungo il Po, voluti da Francesco V, che temeva di perdere i contatti con la Lombardia. Brescello fu dichiarata zona di guerra, anche se, al momento, gli strateghi ducali temevano piuttosto un’invasione dalla parte ligure.
    Furono i Francesi invece, sbarcati il 23 maggio a Livorno, a dare, per primi, filo da torcere al Duca, che fu costretto a prendere provvedimenti immediati atti a contrastare la non remota eventualità che il cospicuo reparto nemico arrivasse alle “Piramidi” dell’Abetone e proseguisse lungo la Via Giardini, verso Modena. Per prima cosa, Francesco fece minare due ponti vicini a Pievepelago (Alto Frignano), predispose un taglio della strada, al restringimento di Barigazzo, e incaricò le sue truppe di fare qua e là barricate, usando i tronchi degli alberi e tutto ciò che la popolazione poteva fornire. Nella malaugurata ipotesi che i Francesi avessero occupato l’Abetone, un ufficiale della Reale Brigata, lasciato lassù in incognito, avrebbe segretamente inviato, per mezzo di carri agricoli, in continuo transito, informazioni a Pavullo. In caso d’estrema necessità, numerosi cavalieri, dislocati in punti strategici, avrebbero trasmesso velocemente notizie e ordini. Il maresciallo dei Dragoni di Serramazzoni poi, avrebbe potuto, con dei bengala, fare segnalazioni, visibili dalla Cittadella di Modena. Tutti questi provvedimenti miravano non tanto a bloccare una invasione da parte delle truppe francesi, cosa del tutto impossibile, vista la disparità di forze, ma a contrastare coraggiosamente, il più a lungo possibile, la ineluttabile
    disfatta. Fu così che i Francesi, lo stesso giorno della battaglia di Palestro, disarmati
    pochi doganieri estensi, s’impadronirono delvalico dell’Abetone.
    A questo punto, l’invasione del Ducato di Modena fu un dato di fatto e anche per la città ebbe ufficialmente inizio lo stato di guerra. Francesco V si apprestò all’estrema difesa, potendo disporre di forze assai modeste e con il limitato e provvisorio sussidio di truppe austriache di passaggio. Fortunatamente, scesi i Francesi dall’Abetone indisturbati fino a Pievepelago, il tenente Buniotti della R. D. B. attuò, senza indugio, le istruzioni stabilite per una simile evenienza. Da solo, lasciata transitare la milizia estense in ritirata, fece saltare i due ponti oltre Pievepelago, bloccando, almeno per un po’, gli invasori. Contemporaneamente il Duca inviò un battaglione del Reggimento di Linea (venti Dragoni a cavallo, più un certo numero di artiglieri con due cannoni), al comando del colonnello Forghieri, a Pavullo, nell’estremo tentativo di strappare l’amato Frignano al nemico.
    L’ordine del giorno, che il 2 giugno Francesco indirizzò al suo esercito, recitava: “Soldati! L’inimico minaccia di penetrare nel nostro Stato dal lato dell’Abetone, ove ha spinto la sua avanguardia. Il 1° Battaglione di Linea con una sezione d’artiglieria ed un distaccamento di Dragoni a cavallo avrà l’onore d’affrontarlo per primo, ov’egli avanzi…. Soldati ! voi formerete l’estrema avanguardia di un corpo che fra pochi giorni vi sosterrà efficacemente in questa pianura e che sarebbe, se verrà il caso, testimone della vostra bravura, della vostra fedeltà e della vostra disciplina. Io voglio che siano i soldati estensi che affrontino per primi lo straniero invasore del Nostro territorio, che è pure Nostra e vostra patria”.
    Il giorno dopo, a Pavullo, si unì alla colonna Forghieri il generale Jablonsky, partito da Bologna con tre battaglioni austriaci e, nel breve spazio di una giornata, liberarono Pievepelago. Il battaglione Gjulai, arrivato in aiuto di Forghieri, servì a difendere gli sbocchi delle vallate. Il 6 maggio fu liberata anche Fiumalbo e la grandezza morale di questa disperata resistenza all’invasore straniero seppe infondere un fremito di fierezza anche al popolo della montagna, in quel momento, trepidante ed incerto.
    Gli eventi del Frignano avevano attestato una ripresa delle forze ducali: anche il morale di ufficiali e soldati era alto e già si approntavano piani per riguadagnare i possedimenti al di là dell’Abetone, quando, inatteso, giunse da Modena l’ordine di abbandonare la posizione e di retrocedere immediatamente. Tre giorni prima, si era combattuta a Magenta una grande battaglia, decisiva per tutta la campagna di Lombardia, e il Duca, non appena venne a conoscenza del suo esito, ne colse subito le gravissime conseguenze. L’esercito austriaco aveva abbandonato la Lombardia e si era ritirato oltre la linea del Mincio. Obiettivo primario per l’Imperatore era, al momento, la difesa del Veneto: le truppe austriache dovevano concentrarsi al Nord, anche quelle poche assegnate all’Este! Il Frignano poteva dirsi perduto, ma anche per il Ducato non si affacciavano giorni
    di gioia. Il Duca, l’undici di giugno, prese la decisione di abbandonare Modena, e con la città anche il Ducato, pur mantenendo la speranza di un non lontano ritorno. Con regale, solenne dignità, si congedò dai modenesi “Suoi fedeli sudditi”, circondato da affetto e dolore sincero. Nominò un reggente, poi rapidamente, a cavallo, raggiunse Piazza d’Armi, atteso dal suo piccolo esercito. Fece quindi leggere l’ordine del giorno, dopo aver passato in rassegna i suoi soldati. “Voi mi avete dato nei mesi scorsi, in mezzo a mille tentativi di seduzione, prove della più inconcussa fedeltà…Verrà giorno in cui il mondo vi renderà giustizia; la vostra coscienza e la parte onorata della società ve la rendono fin d’ora…Io confido dunque doppiamente in voi nei presenti giorni, che sono di prova bensì, ma che potranno essere insieme giorni di gloria…”. Accompagnato
    da oltre 3.500 “fedelissimi” della Reale Ducale Brigata Estense, al comando del generale Agostino Saccozzi, più 118 ufficiali e volontari, Francesco V passò la frontiera tre giorni dopo e si attestò in quel di Mantova. Molte famiglie patrizie di Modena, rinunciando a tutti i loro beni, raggiunsero il sovrano.
    Va rilevato come, in questo periodo, l’esercito del Duca crebbe, fino a raggiungere il numero complessivo di cinquemila soldati. Molti avevano scelto di militare con lui, piuttosto che con il nuovo governo, se è vero che in occasione della chiamata alla leva del Regno d’Italia, un cospicuo contingente di reclute disertarono e, oltrepassato il Po, si arruolarono sotto la bandiera dell’ex Duca. Mentre Luigi Carlo Farini, eletto dittatore a Modena, con un proclama, invitava gli uomini di Francesco a disertare, con allettanti promesse di carriera agevolata e prebende varie e minacciava la perdita dei diritti civili e politici, nonchè processi, per lesa maestà e alto tradimento, la milizia cresceva ogni giorno di più e così anche l’incondizionata lealtà nei confronti del proprio sovrano. Questi, da parte sua, identificava ormai la Brigata con la sua terra, con il suo Ducato perduto.
    La R. D. Brigata, a Mantova, venne subito incorporata nel II Corpo d’Armata austriaco del principe di Liechtenstein e “Salutata con fratellevoli e fragorosi evviva dalle truppe imperiali”. Aggregata alla divisione del tenente maresciallo Herdy, rimasta come riserva a Belfiore, “la fedelissima” non venne impegnata a Solferino: soltanto dopo l’armistizio di Villafranca, avendo i negoziati sancito il rientro sia del Granduca di Toscana, sia del Duca di Modena nei rispettivi Stati, la Brigata Estense, compatta e minacciosa, si attestò non lontano dal Po, ben determinata a un’azione offensiva per restituire Francesco al suo Ducato. Buona parte della campagna e della montagna insorse contro le fragili strutture rivoluzionarie e, inneggiando al ritorno del legittimo sovrano, s’impadronì delle armi della Guardia Nazionale, ammainato l’inviso tricolore. Il Farini stesso rimase ferito in un attentato e non fu possibile processarne gli autori perché il popolo li proteggeva e i soldati si erano ammutinati. Da Pegognaga all’Alto Frignano, tutti i rappresentanti di quella larva di “governo provvisorio”, furono cacciati.
    Francesco V, a questo punto, scelse di non tornare. Il sovrano aveva lucidamente valutato i fatti e aveva tratto le debite conclusioni. Informato su ripetuti viaggi di personaggi di spicco del Governo Provvisorio a Torino, a Parigi e a Londra, per far sapere in giro, quello che non corrispondeva al vero, e cioè che il popolo modenese voleva annettersi al Piemonte, il Duca, pur non temendo affatto un referendum, non volle che si attuasse una restaurazione che già diversi segnali annunciavano debole. A suo parere, in quell’epoca di dissoluzione totale, l’esistenza di piccoli stati stava diventando, di fatto, impossibile. Inoltre l’Este non intendeva concedere riforme costituzionali o transigere con quanto la coscienza e l’onore gli dettavano: riteneva disgustoso riconoscere Napoleone, sovrano di Francia.
    Il Piemonte, dal canto suo, non volendo rinunciare alla consueta politica espansionistica, offrì, anche se non in modo palese, il suo sostegno al governo rivoluzionario del Farini, che, senza indugio, dichiarato decaduto il Duca, proclamò l’annessione. La cessione di Nizza e della Savoia guadagnò poi, com’è noto, la connivenza dei Francesi, tanto che Napoleone venne a dichiarare,
    su Le Moniteur del 9 settembre, che gli Arciduchi non sarebbero stati “Ricondotti nei loro stati da truppe straniere”. Non ebbe poi alcuna rilevanza o seguito alcuno, il fatto che, il 10 di novembre, il Trattato di Zurigo avesse ribadito, con l’art. 19, il buon diritto del Duca di Modena e, con lui, del Granduca di Toscana e del Duca di Parma, a ritornare nei propri domini.
    Pochi mesi dopo, in aprile, parve aprirsi uno spiraglio per il Duca e la sua Brigata Estense: la benedizione di Pio IX alla truppa e l’incoraggiamento dell’Imperatore d’Austria a predisporre una spedizione a sostegno del Pontefice. Le forze controrivoluzionarie, che cercavano di organizzare una resistenza contro il Piemonte e i suoi alleati, per ripristinare la legittimità, non poterono certo non prendere in considerazione l’utilizzo di quella milizia così fedele al suo sovrano. Monsignor Nardi, in missione segreta a Vienna, tramite l’Imperatore, prese gli opportuni contatti con il Duca. Si doveva però evitare che l’intervento potesse essere considerato una ingerenza di forze regolari straniere e, a tal fine, la Brigata avrebbe portato aiuto al Papa, non come tale, ma a livello dei singoli uomini, che sarebbero accorsi come volontari. Francesco si diede subito da fare in tal senso, favorendo incondizionatamente il progetto, pronto anche a considerare l’arruolamento della Brigata da parte del Papa come una regolare continuazione degli obblighi assunti da essa nei confronti della propria persona: non avrebbe sciolto il giuramento di fedeltà, anche una eventuale permanenza definitiva nello Stato della Chiesa. Le navi del Lloyd austriaco erano già pronte per trasferire la Reale Brigata, quando “La flotta nemica dinanzi ad Ancona, l’irruzione sarda per terra, l’ingresso di Garibaldi a Napoli resero impossibile la partenza.
    Un intervento della Brigata Estense fu preso in considerazione anche alla Corte di Maria Sofia e Francesco di Borbone, in esilio a Roma: i soldati del Duca avrebbero potuto partecipare a un corpo di spedizione, destinato a dare man forte, nelle regioni del Meridione, alle innumerevoli rivolte antipiemontesi. Si accenna a questo progetto nel diario del legittimista Henri de Cathélineau, nipote dell’eroe vandeano Jacques “il santo” d’Angiò, che, chiamato dal Borbone a Roma, nell’agosto del 1861, per organizzare la guerriglia, ottenne il comando supremo delle forze lealiste. Le circostanze sembravano favorevoli: il Regno d’Italia si trovava in oggettiva difficoltà, dal momento che, fatta eccezione per l’Inghilterra, tutte le altre monarchie europee esitavano
    a riconoscerlo come tale, anche dopo la sua proclamazione a Torino, il 17 marzo 1861.
    Fu affidato dunque allo stesso Cathélineau e al Marchese di Kermel, suo cognato, il compito di saggiare la disponibilità dell’Este. Grazie alla mediazione della duchessa reggente di Parma, della contessa di Chambord, sorella di Francesco V, e della duchessa di Berry, i due consegnarono nelle mani del Duca una lettera del re di Napoli. Ancora una volta Francesco si dichiarò disponibile, ponendo come unica condizione l’esclusivo ricorso a forze legittimiste. Il Duca di Modena offrì, senza esitare, la sua Brigata e il suo patrimonio: preparandosi durante tutto l’inverno, a primavera le bandiere della legittimità avrebbero potuto nuovamente sventolare negli antichi regni. Non ostante l’operazione diplomatica fosse stata condotta con estrema prudenza e riservatezza, qualcuno dell’entourage del Re di Napoli parlò troppo e il Governo di Roma venne a conoscenza di quanto si stava preparando. Il Borbone, preoccupato e intimidito, rinunciò prontamente a ogni progetto. In questo modo, per colpa di piccoli tradimenti e di grandi indecisioni, sfumò l’estrema opportunità di rivalsa di un Duca e della sua esigua, ma fedelissima armata.
    L’anno seguente, a Vienna, prevalsero in parlamento gruppi di pressione, facenti capo all’accanito Giskra, contrari al mantenimento di truppe appartenenti a un territorio ormai annesso al Regno d’Italia. Malgrado l’accorata difesa del rappresentante del Governo, Conte Rechberg, che non mancò di sottolineare come il dovere e l’onore imponessero di prestar fede ai patti stipulati con il solo, tra gli alleati, che era rimasto vicino all’Austria anche nelle disgrazie, venne cancellata completamente, dall’esercizio finanziario del ’63, la voce di spesa riguardante la Brigata. Le ragioni addotte dal parlamento liberale e costituzionalista austriaco, molto sensibile agli intrighi e alle lusinghe di Torino, vollero apparire più finanziarie che politiche: la spesa pubblica sarebbe stata ridotta con la risoluzione del Trattato del 24 dicembre del 1847. L’accordo, voluto soprattutto dall’Austria, istituiva una solidale difesa tra i due stati, dando all’Imperatore il diritto di portare le sue truppe in territorio modenese. Il 9 febbraio del 1847, fu anche aggiunta una convenzione particolare in rapporto alle spese di mantenimento delle truppe, qualora esse avessero dovuto agire l’una sul territorio dell’altra. Francesco V, da parte sua, dopo aver lasciato Modena, nel ’59, aveva ottenuto il mantenimento del suo contingente, fatto salvo il rimborso, una volta ripristinata la legittimità, e impegnandosi solennemente a condurre azioni sempre concertate con le truppe imperiali.
    Di fatto, da tre anni ormai, la R. D. Brigata si trovava in territorio austriaco, agli ordini degli Austriaci. Prima di acquartierarsi stabilmente a Bassano, l’esercito modenese, aggregato prima al X, poi al V Corpo d’Armata dell’Imperatore, aveva preso successivamente stanza nella provincia di Padova, di Verona, di Vicenza, infine fu a Marostica, Crespano e Asolo. Nel dicembre del 1860 la R. D. B. fu accorpata all’VIII Corpo d’Armata, sotto il comando di Sua Altezza Imperiale Arciduca Alberto, fino allo scioglimento di questo Corpo, il 16 settembre 1863. Nello stesso anno, anche i Modenesi ricevettero il congedo.
    A risolvere definitivamente la questione della spesa di mantenimento dell’esercito ducale, intervenne il decreto d’amnistia, emanato da Vittorio Emanuele II, il 21 settembre 1862, in cui si minacciava la perdita dei diritti civili e politici, nonché la decadenza del diritto di acquistare o possedere beni, percepire pensione o guadagnare gradi nell’esercito italiano. Ai “fedelissimi” si concedevano sei mesi di tempo per abbandonare definitivamente il Duca e il territorio austriaco. Nel febbraio del 1863, Francesco V autorizzò il congedo della milizia, che gli aveva donato tante prove d’incondizionata fedeltà, soprattutto per evitare di sottoporla a ulteriori sacrifici e pericoli. Il Duca riconobbe ai suoi uomini l’adempimento a ogni obbligo verso di lui e il diritto, nel caso di una eventuale restaurazione, a riprendere servizio con lo stesso grado lasciato. Pochissimi lasciarono la Brigata: in tutto dodici ufficiali, tra cui un ottantenne, e circa 160 tra sottufficiali e soldati. Ormai sentendosi umiliato, insieme alla Brigata, anche dal capo della sua stessa famiglia, l’Imperatore d’Austria, su cui sapeva
    di non poter più contare in alcun modo, Francesco accolse, con grande dignità, la sentenza definitiva di scioglimento, nell’agosto del ‘63. Possiamo leggere la delusione per la sorte toccata ai suoi uomini e la lucida rassegnazione dell’ex Duca, in una lettera a Bayard De Volo di pochi giorni dopo: “…La sorte dei vecchi soldati non assicurati, è il punto scuro di tutto; fatto questo si potrebbe tollerare il resto…. La dissoluzione attuale, rende per se stessa impossibile l’esistenza di Stati piccoli ed impossibile la fedeltà futura, giacchè si vede che chi è fedele viene sacrificato dal nemico e dall’amico.”
    Fu lo stesso Duca a comunicare la dolorosa notizia ai suoi, dalla residenza di Wildenwart in Baviera: “Soldati! Dal Comando dell’Armata I.R. in Italia avrete udito che lo scioglimento della Brigata Estense deve in breve aver luogo… Gli ufficiali che volessero rimpatriare per riunirsi alle loro famiglie o per ricondurle alle loro case, ed i soldati poi in specie, che scegliessero il rimpatrio, non mancheranno neppur essi con ciò ai loro doveri verso di Noi. Questi ultimi però rammentino che il Governo usurpatore probabilmente li obbligherà a servirlo e a dare un giuramento; gli costringerà a farsi istrumenti delle barbarie che tutto dì commette sui loro fratelli italiani del mezzodì della penisola, in gran parte fedeli al loro Re legittimo, pel quale combattono con rara costanza; gli obbligherà a tener soggetti anche colla forza i popoli dello Stato pontificio, del Nostro Stato, o di quello di altri Sovrani legittimi d’Italia che subirono la Nostra sorte… Fra poco Noi saremo in mezzo a voi, Nostri fedeli soldati, purtroppo per farvi, per ora almeno, l’ultimo soggiorno, e per ringraziare la Nostra ottima Ufficialità e la truppa di quanto fecero per tutti Noi; per darvi ancora un attestato di stima e di affetto, distribuendovi una medaglia commemorativa per la fedeltà e la costanza nelle avversità che mi avete sì luminosamente addimostrate, qualità ben più rare che il semplice valor militare. La colpa non è vostra se in questi ultimi tempi non avete avuto occasione di dimostrarlo. Non disperiamo però che possa ancor sorgere un giorno fortunato in cui Iddio coronasse le vostre virtù, dandovi nello stesso tempo la soddisfazione di spiegare come militari questa
    gloriosa qualità”.
    Il 24 settembre 1863, sulla spianata di Cartigliano Veneto, a Villa Capello, si tenne una Messa, poi tutte le truppe, quasi tremila uomini in totale, al comando del fedelissimo generale Saccozzi, vennero, per l’ultima volta, passate in rassegna dal Duca Francesco V e dalla Duchessa Adelgonda. Tra la commozione generale, l’Este decorò personalmente i suoi con la medaglia, recante l’iscrizione “Fidelitati et Constantiae in Adversis”, istituita con un decreto del 31 luglio, come simbolo di stima e di gratitudine, e che verrà in seguito chiamata “Medaglia della Emigrazione”. Con sicero affetto il Duca si rivolse allora, per l’ultima volta, alla Brigata: “Guardie Nobili d’Onore, Ufficiali, sotto-ufficiali e soldati della Brigata Estense! Il momento di darvi l’attestato della Nostra stima e gratitudine è giunto. La Provvidenza non ha permesso di poterlo dare, come speravamo, nella Patria Nostra, dopo aver fatto con voi una gloriosa campagna. Ricevete oggi quindi dalle Nostre mani il contrassegno delle vostre virtù, quali soldati e sudditi fedeli. Tutti sino all’ultimo hanno soddisfatto ai propri doveri. Vi ringraziamo, e ricevete ora l’espressione della Nostra incancellabile gratitudine. La Duchessa Nostra amatissima consorte e vostra Sovrana, venuta qui espressamente per vedervi ancora una volta, divide in tutto questi nostri sentimenti… Nato e cresciuto tra voi, Ci conoscete abbastanza per immaginarvi ciò che proviamo in questa separazione, e nel darvi, se non altro per ora, come facciamo, un Addio a tutti, ci lusinghiamo che in qualsiasi circostanza non dimenticherete il vostro legittimo Sovrano, che rimarrà sempre affezionato a quelli che non cesseranno di seguire la via dettata dall’onore e dalla coscienza. Nell’augurarvi da Dio ogni bene, desideriamo di potervi ritrovare un giorno nel numero maggiore possibile, riuniti di nuovo intorno a queste onorate bandiere, che conserveremo preziosamente presso di Noi, facendo voti di poter tutti assieme contribuire al trionfo della causa della religione e della giustizia.”
    Nel pomeriggio di quello stesso giorno, gli ufficiali del Generale Saccozzi si presentarono al Duca ed alla Duchessa, ma, dopo pochi istanti, la loro compostezza venne meno e, al di là d’ogni regola e convenienza, presero loro le mani bagnandole di lacrime, e Francesco, secondo un cronista dell’epoca, li salutò, chiamandoli
    “Ragazzi miei”. Un solo ufficiale e circa mille, tra sottufficiali e soldati, tornarono in patria; tutti gli altri scelsero
    volontariamente l’esilio. La maggior parte di costoro venne arruolata nei reggimenti imperiali e accolta con una solenne manifestazione di stima, per la forza d’animo e l’attaccamento dimostrato al proprio sovrano, dall’I. R. Tenente Maresciallo L. Pokorny di Furstenschild. Una circolare dal Ministero della Guerra del Governo italiano collocò, con effetto immediato, in congedo definitivo i reduci estensi, disponendo altresì, per gli esiliati, l’arresto e il giudizio, presso il Consiglio di Guerra, come disertori.
    Una parte dei cronisti modenesi dell’epoca, preoccupatissimi d’ingraziarsi i nuovi padroni, hanno definito la R. D. Brigata, una massa di reazionari, “Un’accolita degli elementi più retrivi della popolazione, inquadrata e fanatizzata” dai nobili e dal clero, addirittura degli “squallidi servi, trattenuti da un titolo o da una minaccia, da una benedizione, o da pochi soldi”. Alcuni hanno anche dileggiato questi uomini per la forzata inattività degli ultimi anni, quasi fosse un esercito da operetta e loro la scelta di non combattere. Invece essi furono semplicemente fedeli alla consegna, stretti attorno al loro sovrano, con esultanza, affetto e devozione: giovani e vecchi, sfidando pericoli e umiliazioni, per avere l’onore e la ventura di servire sotto la bandiera della Brigata Estense, per la causa dell’indipendenza della loro piccola patria. Al di là delle imposture patriottarde italiote,
    questo esercito deve, al contrario, essere considerato simbolo di permanente protesta contro l’usurpazione perpetrata dal Regno d’Italia. La vicenda della Milizia Estense è anche severo monito
    di attaccamento alla propria terra per quanti subiscono tuttora, senza dignità, governi aborriti: un legame profondo che, in casi estremi, è sublimato dalla consapevole scelta dell’esilio. La Nazione Emilia dovrà ricordare e onorare la R. D. Brigata, non come gli ultimi sfortunati, malinconici eroi di una Patria perduta, ma vedere con essa riemergere dal passato uno stimolo alla lotta per l’indipendenza dell’intera Padania.




    Se vedòm!
    Se vedòm!

  3. #103
    Ospite

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    L' Emilia la terra del tricolore



    Bandiera degli italiani



    Il tricolore italiano quale bandiera nazionale nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta "che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco, e Rosso, e che questi tre Colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti". Ma perché proprio questi tre colori? Nell'Italia del 1796, attraversata dalle vittoriose armate napoleoniche, le numerose repubbliche di ispirazione giacobina che avevano soppiantato gli antichi Stati assoluti adottarono quasi tutte, con varianti di colore, bandiere caratterizzate da tre fasce di uguali dimensioni, chiaramente ispirate al modello francese del 1790.
    E anche i reparti militari "italiani", costituiti all'epoca per affiancare l'esercito di Bonaparte, ebbero stendardi che riproponevano la medesima foggia. In particolare, i vessilli reggimentali della Legione Lombarda presentavano, appunto, i colori bianco, rosso e verde, fortemente radicati nel patrimonio collettivo di quella regione:: il bianco e il rosso, infatti, comparivano nell'antichissimo stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco), mentre verdi erano, fin dal 1782, le uniformi della Guardia civica milanese. Gli stessi colori, poi, furono adottati anche negli stendardi della Legione Italiana, che raccoglieva i soldati delle terre dell'Emilia e della Romagna, e fu probabilmente questo il motivo che spinse la Repubblica Cispadana a confermarli nella propria bandiera. Al centro della fascia bianca, lo stemma della Repubblica, un turcasso contenente quattro frecce, circondato da un serto di alloro e ornato da un trofeo di armi.



  4. #104
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    In Origine Postato da Gatto rognoso
    Pronti, o Biordo, intellettualone col senso del dovere.
    Purtroppo il tuo difetto di sintesi cronica ti porta stupidamente a sparare nel mucchio coll'inutile speranza di colpire qualcosa alla cieca. Ed il commento di cui sopra è solo uno dei tanti esempi.


    Va cosa non ti trovo in rete...
    .................................................. .......................................

    Senti ma devo davvero rispondere a sta SPAZZATURA scritta da uno che inneggia alla "padania" contro la "retorica patriotarda italiana" (son sicuro che la ricostruzione è imparziale!) e non di meno leggendola si apprende che sti "volontari" erano un CORPO REGOLARE e NON HANNO FATTO UNA SOLA BATTAGLIA A FIANCO DEGLI AUSTRIACI????

    Però per te sta spazzatura è vera, mentre le testimonianze dei cronisti dell'epoca che anche la spazzatura ricorda

    "hanno definito la R. D. Brigata, una massa di reazionari, “Un’accolita degli elementi più retrivi della popolazione, inquadrata e fanatizzata” dai nobili e dal clero, addirittura degli “squallidi servi, trattenuti da un titolo o da una minaccia, da una benedizione, o da pochi soldi”. Alcuni hanno anche dileggiato questi uomini per la forzata inattività degli ultimi anni, quasi fosse un esercito da operetta e loro la scelta di non combattere."

    volevano solo ingraziarsi i piemontesi!!!!

    P.S. Lodevole poi la fedeltà a Francesco...che l'Italia voleva unificarla anche lui, ma sotto la SUA corona....

    P.P.S. sugli altri punti che hai tralasciato non infierisco...

  5. #105
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    In Origine Postato da MetaPapero
    Ma sempre fissati co sta quadra. Un bel cerchio no? Oppure un triangolo? Un trapezio scaleno?
    Così tanto per variare.
    PS A quante copie è scesa la Padania, sotto 12000? E i redattori piduisti sono stati epurati? Attendiamo con ansia buone nuove
    putroppo sono pochine, 2 o 3 mila, ma cambiando il direttore...

  6. #106
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Risorgi-Mento

    In Origine Postato da Totila
    L'Italia è finita l'8 settembre 1943. Quella che vive oggi è solo una malata terminale tenuta in vita artificialmente grazie all'accanimento terapeutico scalfarian-ciampolesco.
    Questa tesi non regge e non ha mai retto.
    Molti problemi si,ma stato unitario.
    Rivedrei il giudizio per ottenere .....dei risultati tangibili, altrimenti è uno scontro contro il muro.

  7. #107
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Risorgi-Mento

    In Origine Postato da Totila
    Sì, i seicentomila caduti erano tutti felicissimi di cadere...Ma per favore. Non diciamo cazzate.
    C'erano contadini e operai che a malapena sapevano dove si trovavano Trento e Trieste. venivano mandati al macello solo per suffragare la retorica patriottarda. C'era bisogno di un "lavacro di sangue" per cementare l' unità. Si vide poi nel 43-45 quanto era valso questo "lavacro"...
    600.000 giovani vite spezzate per compiacere i macellai Savoia e massoni.
    Vergogna!
    Austriaci e tedeschi erano benefattori ??
    Alla fine della guerra, ogni nazione dell'impero austriaco piazzò le proprie truppe ai propri confini, tanto erano stufi degli austriaci.
    Asburgo razza padrona, andava in rimessa.

  8. #108
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Risorgi-Mento

    In Origine Postato da larth
    dal momento che solo lo sfondamento di caporetto provoco' 300000 " sbandati" che scapparono fino nel pagliaio di casa propria ..
    Di costoro quelli che sfuggirono alle decimazioni dei carabinieri furono poi " amministiati e reintegrati" spedendoli in prima linea...Normale prassi di tutti gli eserciti di cui nessuno ovviamente parla ..

    I sussidiari invece di descrivere l' esperienza reale di gente normale che cercava di sottrarsi ad un massacro insensato ( le terribili ed inutili " spallate" di cadorna ) parlano solo degli "enrichi toti" ...

    Ma mentre ci sono tanti virtuali " enrichi toti" a chiacchiere ( come qua sopra ..) di VERI " enrichi toti" nella vita reale ce ne sono sempre ben pochi...
    Il tuo è un ragionamento del ...ga: gli altri cosa fanno, si prendonoa frustate ??
    Ognuno esalta i propri eroi e nasconde le proprie magagne.
    A voler smitizzare si rimane coinvolti in ragionamenti assurdi come il tuo.
    Ogni giudizio deve essere calato nell'epoca in cui si svolsero i fatti, non a posteriori.

  9. #109
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: Risorgi-Mento

    In Origine Postato da fanfulla
    Austriaci e tedeschi erano benefattori ??
    Alla fine della guerra, ogni nazione dell'impero austriaco piazzò le proprie truppe ai propri confini, tanto erano stufi degli austriaci.
    Asburgo razza padrona, andava in rimessa.
    Questo nel 1919.Ma la situazione degli anni dal 45 vall'89 cambio' radicalmente.Il rimpianto per gli Asburgo era palpabile in tutto quello che era stato il loro impero.

    Al funerale dell'Imperatrice Zita ( Mogle di Carlo II° ) avvenuta in anni recenti c'erano delegazioni e privati da tutto l'ex impero paesi comunisti in prima fila.

    Visto come era andata a finire sarebbero tutti tornati sotto gli Asburgo con.........una gamba sola.

    Un saluto

  10. #110
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Risorgi-Mento

    In Origine Postato da Ferruccio
    Questo nel 1919.Ma la situazione degli anni dal 45 vall'89 cambio' radicalmente.Il rimpianto per gli Asburgo era palpabile in tutto quello che era stato il loro impero.

    Al funerale dell'Imperatrice Zita ( Mogle di Carlo II° ) avvenuta in anni recenti c'erano delegazioni e privati da tutto l'ex impero paesi comunisti in prima fila.

    Visto come era andata a finire sarebbero tutti tornati sotto gli Asburgo con.........una gamba sola.

    Un saluto
    beh se confronti i comunisti con gli asburgo ti do ragione.
    ma gli asburgo non erano fraticelli che con la preghiera convincevano le genti, dalle quali erano riamati.

 

 
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