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Discussione: Europa: dove va la...

  1. #1
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    Predefinito Europa: dove va la...

    ...la vecchia "madre"

    Quelli che tartassano la tartassano

    A Scheveningen, nel fine settimana, i ministri dell’Economia dei paesi dell’Unione europea hanno discusso della riforma del Patto di stabilità di Amsterdam, ma anche dell’armonizzazione della tassazione delle società. Ed è emersa una curiosa schizofrenia, perché la Francia e la Germania che chiedono l’allentamento del vincolo del deficit del tre per cento per rilanciare l’economia, si oppongono alle basse imposte sui profitti dei paesi dell’est.
    La Germania vorrebbe che si fissasse un livello sotto il quale non si può scendere.
    Lo zar francese dell’economia Nicolas Sarkozy appoggia questa richiesta, ma rendendosi conto che non avrà mai il consenso della Gran Bretagna e dell’Irlanda, che non vogliono rinunciare al diritto all’autonomia di aliquote, propone che si tolgano le sovvenzioni del Fondo sociale e del Fondo di sviluppo regionale dell’Unione europea agli Stati con basse imposte, con l’argomento che se le possono permettere solo perché ricevono tali aiuti.
    La proposta è assurda, dato che questi fondi sono erogati sulla base di parametri oggettivi relativi agli indici di disoccupazione e di reddito pro capite, e i paesi dell’est tengono meritoriamente basse le tasse sulle imprese proprio per promuovere lo sviluppo economico.
    La proposta non ha alcuna probabilità di ottenere la maggioranza.
    La Francia e la Germania che osteggiano le basse imposte non si rendono conto che la loro posizione su questo tema è inoltre contraddittoria con l’invocata modifica del patto di stabilità al fine di poter attuare una politica fiscale di rilancio economico.
    Anziché avversare le riduzioni delle aliquote alle imprese degli altri paesi, quelli con aliquote alte fra cui l’Italia dovrebbero ridurle, per dare luogo a una vera politica di rilancio dello sviluppo dell’Unione europea.
    I disavanzi dovuti a un eccesso di spese sociali danno un sollievo sul lato della domanda, ma pesano e strangolano sul lato dell’offerta.
    Un deficit derivante da riduzioni fiscali genera rilancio perché stimola l’offerta, e nel medio termine si finanzia da sé, come mostra l’esperienza americana. La concorrenza fiscale è il contrario di una minaccia, è salutare per rimuovere la sclerosi dell’economia europea.

    non vi ricorda un vecchio saggio, voluto agli Esteri dall'altro vecchio saggio del Quirinale?
    E le polemiche (a base di insulti) seguite alle sue dimissioni?

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Re: Europa: dove va la...

    In origine postato da mustang

    non vi ricorda un vecchio saggio, voluto agli Esteri dall'altro vecchio saggio del Quirinale?
    E le polemiche (a base di insulti) seguite alle sue dimissioni?

    saluti
    No

  3. #3
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    E quelli che la rammolliscono

    L’attivismo del coniglio spagnolo
    Il premier spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero, parlando a Tunisi qualche giorno fa, aveva sostenuto una tesi irresponsabile: se anche gli altri paesi presenti in Iraq seguissero il suo esempio, cioè fuggissero di fronte agli attacchi terroristici, le cose finirebbero con il sistemarsi perché, dice, “così si creerebbero aspettative più favorevoli”.
    Favorevoli a chi non è difficile immaginarlo.
    Il leader di al Qaida al Zawahiri, che già canta vittoria da qualche nascondiglio segreto, se si desse retta a Zapatero lo farebbe dal più alto dei minareti di Baghdad.
    Quello che Zapatero non vuole intendere è che il terrorismo islamico, che precede e non segue la guerra a Saddam Hussein, può vincere, se non viene fermato con gli unici strumenti adatti, che non sono certo quelli del cedimento e della fuga dalle responsabilità.
    Ora, per propagandare la fuga, il primo ministro spagnolo ha organizzato un vertice con Gerhard Schroeder e Jacques Chirac, che l’hanno accettato anche per ridurre l’effetto del forfait di Tony Blair, che ha disdetto bruscamente un incontro a tre già programmato.
    L’attivismo di Zapatero, che punta a consolidare una specie di fronte della fuga, sarebbe patetico se la situazione, così grave, non lo rendesse pericoloso.
    La sfida della democrazia, in Iraq come in Afghanistan (dove le truppe spagnole, per dirla tutta, sono restate e sono anche aumentate di numero), si gioca sulla possibilità di tenere elezioni che le varie formazioni di terroristi cercano in ogni modo di impedire.
    Il loro obiettivo è quello di far sprofondare quei paesi in una interminabile guerra civile. La Spagna, che ha vissuto la più lunga e tragica guerra civile europea, dovrebbe sapere bene che cosa significhi.
    Riconoscere le vittime di quella guerra e risarcirle, come Zapatero ha annunciato di voler fare, è moralmente e politicamente
    incompatibile con una politica che si disinteressa del rischio
    concreto che quella tragedia si rinnovi altrove.
    Zapatero, però, nella sua ansia di protagonismo un po’ naïf, non si pone problemi di questo genere.

    saluti

  4. #4
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    Stampa francese in crisi

    Parigi. La colonna del giornalismo francese più autorevole e prestigiosa, Le Monde, sta vacillando.
    Con conti in rosso ormai da tre anni – calo delle vendite in edicola, del fatturato pubblicitario e degli annunci di lavoro – la proprietà ha chiesto un piano di 100 esuberi volontari sui 750 dipendenti del quotidiano.
    E in tempi stretti: entro ottobre chi sarà interessato alle dimissioni dovrà farsi avanti per andarsene a inizio 2005.
    Giovedì o venerdì il consiglio d’amministrazione incontra i sindacati dei dipendenti per illustrare la situazione, conti alla mano, e iniziare le trattative.
    La parola d’ordine dell’azienda è “concertazione”, nel tentativo di ottenere collaborazione dai rappresentanti dei lavoratori.
    Ma il patron Jean-Marie Colombani dovrà dimostrare che il progetto dei tagli sarà sufficiente a far riemergere il gruppo dal baratro, per non trovarsi in un futuro non troppo lontano a dover procedere ad altre riduzioni del personale.
    C’è chi accusa la svolta sensazionalista del quotidiano come principale causa della perdita di copie: il tentativo di essere più aderente all’attualità sarebbe andato a discapito dell’obiettività, portando all’abbandono di tanti lettori affezionati.
    E c’è chi parla di gestione finanziaria poco accorta di un quotidiano che fagocita tutti i capitali freschi delle nuove acquisizioni.
    Così la corazzata ha cominciato a far acqua da tutte le parti: 12,5 milioni di euro di perdita nel 2001, diventati 17,27 milioni nel 2002 con un fatturato rispettivamente di 403 e 435 milioni, e 23 milioni nel 2003 a fronte di un fatturato di 184 milioni.
    Alain Faujas, rappresentante del sindacato nazionale dei giornalisti (Snj) nella redazione di Le Monde, spiega al Foglio che tra i dipendenti lo stato d’animo attuale è la perplessità. L’azienda, finora, aveva minimizzato la portata delle perdite.
    E ora chiede di ricorrere ai tagli del personale su base volontaria. Il progetto di bilancio prevedeva, nel 2004, una perdita di 3 milioni di euro. “Ma noi sappiamo – dice Faujas – che questo deficit sara ben maggiore, perché la pubblicità non è conforme al bilancio e le entrate delle vendite in edicola si stanno riducendo negli ultimi 5-6 mesi tra l’8 e il 15 per cento.
    In agosto abbiamo perso 30 mila copie al giorno, cioè un calo del 15 per cento”.
    Con l’esodo delle 100 persone previste, di cui circa 40 giornalisti, la direzione vuole risparmiare tra i 9 e i 10 milioni di euro.
    Cioè meno della metà delle perdite del 2003. E sembra che voglia affrontare il trasloco di sede di fine anno a tagli compiuti.
    “Noi porremo molte domande alla direzione – dichiara Faujas – per capire se questo piano è sufficiente, e soprattutto per sapere quali saranno le formule di accompagnamento sociale, gli incentivi alle dimissioni, la formazione professionale. Non vorremmo che queste dimissioni da volontarie si trasformassero in obbligate, come in altre aziende, e che il processo fosse brutale. E vorremmo anche scoprire se c’è dell’altro. Se l’azienda non pensa di risparmiare anche, per esempio, dal settore immobiliare o dai benefit dei quadri superiori”.
    Intanto si fa strada l’ipotesi di trasformare il giornale in un quotidiano del mattino nel 2006. Ma potrebbe essere un’arma a doppio taglio che comporta nuove spese.

    La crisi di Le Monde s’inserisce in un panorama della stampa quotidiana francese non troppo allegro.
    Secondo François Boissarie, primo segretario del sindacato nazionale dei giornalisti, tra i malati gravi, in continua perdita, si contano France Soir della Poligrafici Editoriale, l’Humanité (giornale dell’ex partito comunista) e il cattolico La Croix.
    Oltre a Le Monde, al quale Boissarie attribuisce un’imprudenza gestionale, Libération ha alcune difficoltà finanziarie.
    Le Figaro, acquisito da un gruppo industriale d’assalto, ha un problema di indipendenza d’opinione dalla proprietà.
    Vanno bene invece gli economici Les Echos, La Tribune et Agefi, così come il locale Le Parisien e lo sportivo L’Equipe.
    In grande affanno appare soprattutto France Soir, che all’inizio di ottobre dovrebbe presentare un progetto operativo con probabili tagli di personale.

    saluti

  5. #5
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    Gli ayatollah beffano l’Europa (credulona)

    Roma. Ieri i 35 membri del Board of governors dell’Agenzia atomica internazionale si sono confrontati tutto il giorno con quella che a tutti gli effetti è una beffa bella e buona, giocata dal regime di Teheran ai danni dell’Europa.
    L’annuncio della volontà iraniana di iniziare a “processare” 37 tonnellate di uranio – da cui si potrebbero trarre circa 100 chili di combustibile fissile arricchito, buone a fornire cinque testate da 10-15 chilotoni – è in pieno spregio dell’accordo che nell’ottobre del 2003 Teheran raggiunse all’Aiea con i rappresentanti di Gran Bretagna, Francia e Germania.
    L’intento iraniano era di aggirare le pressioni di Washington e Israele trattando soltanto con gli europei, ai quali promise la sospensione dei programmi nucleari finché gli ispettori dell’Agenzia non avessero comprovato che aveva ragione il governo di Teheran, e cioè che i programmi erano limitati a un basso arricchimento del combustibile fissile, esclusivamente rivolto al fine di tenerlo pronto all’impiego per la centrale nucleare civile di Busher, che l’Iran realizza con la cooperazione russa. Senonché gli ispettori dell’Aiea hanno scoperto – per una volta – che il regime mentiva.
    Nell’impianto di Natanz, nel centro del paese, furono inequivocabilmente registrate emissioni da radioisotopi incompatibili con il basso arricchimento dichiarato da Teheran, e coerenti invece con i sospettati programmi “militari”.
    Quando gli ispettori si recarono al centro di alti studi di fisica nucleare dell’Università di Teheran, lo trovarono smantellato senza spiegazioni credibili.
    Dopo le rimostranze in primavera dei tre paesi europei, il nuovo Parlamento iraniano – in cui l’ala radicale aveva ripreso il sopravvento – denunciò come giuridicamente infondata la moratoria contrattata con l’Europa.
    Nel frattempo il regime passava dalla simpatia – sia pur non dichiarata – e fors’anche da qualche collaborazione segreta con le forze della coalizione che hanno sloggiato i talebani dall’Afghanistan, alla crescente condanna di Iraqi Freedom, soprattutto da quando è divenuta evidente la pressione militare e di intelligence per contenere l’influenza iraniana nell’area sciita e nel conflitto politico interno iracheno.
    Di qui l’annuncio della ripresa del programma nucleare.
    E ieri – per la prima volta dopo anni e dopo l’11 settembre – un fiero discorso della Guida suprema della rivoluzione iraniana, Ali Khamenei, in cui si attacca e condanna il silenzio dei paesi arabi rei di non
    “resistere in ogni luogo e in ogni forma all’arrogante aggressione che gli Stati Uniti stanno portando, in nome della lotta al terrorismo, al mondo musulmano e all’islam tutto”.
    Il problema è che sono Francia, Germania e Gran Bretagna a essere e a sentirsi beffati, e a minacciare ora di portare la questione davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, se l’Aiea non adottasse immediatamente la linea dura contro l’Iran.
    Il direttore dell’Agenzia, Mohammed ElBaradei, che a Washington non perdona le pressioni subite nella vicenda irachena, si è precipitato a dichiarare che non considera nemmeno la data del prossimo novembre – quando tornerà a riunirsi il Board of Governors –una scadenza buona a minacciare sanzioni.
    In altre parole, l’Iran sa di poter contare su un sostanziale via libera.
    E il delegato iraniano a Vienna, infatti, Hossein Mousavian, ieri, angelico come un agnellino, sosteneva che il suo governo proprio non capisce tanto scompiglio.
    Teheran sa di poter contare sull’esplicito veto russo, di fronte a un’ipotetica iniziativa in Consiglio di sicurezza, da sempre Mosca ha identificato nel sostegno al nucleare degli ayatollah un fattore di equilibrio nello scacchiere, rispetto agli interessi petroliferi statunitensi nella penisola arabica.
    Le fonti ufficiali israeliane, ieri, deridevano l’Europa.
    Il capo dell’intelligence militare israeliano, il generale Aharon Zeevi Farkash, rinviava all’unica esplicita dichiarazione che non esclude opzioni di forza, in caso l’Iran non volesse sentire ragioni. Oltre a Israele, da sempre su questa posizione, soltanto Condoleezza Rice a nome degli Stati Uniti ha assunto l’altroieri una simile posizione.

    saluti

  6. #6
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    Greenspan batte la Bce

    Roma. Occhi puntati, domani, sulla riunione del vertice Opec a Vienna e sui dati della produzione industriale americana in agosto, e giovedì sull’indice di fiducia dei consumatori rilevato dall’Università del Michigan. Saranno decisivi i dati dei nuovi occupati americani registrati a settembre, ormai non solo i consiglieri della Casa Bianca, ma anche osservatori europei non sospetti di tifare Bush – come ieri Marcello De Cecco sul supplemento economia di Repubblica – riconoscono che al presidente uscente il “fine tuning” è riuscito meglio che al padre.
    Grazie alla piena cooperazione di una politica monetaria “lasca”, tenuta per un tempo eccezionalmente lungo da Alan Greenspan alla Fed, e di una politica fiscale di vigorosi abbattimenti delle aliquote sui redditi personali e sui dividendi d’impresa, gli Stati
    Uniti sono riusciti esattamente in ciò che all’Europa non riesce. Uscire rapidissimamente, già nel novembre 2001, da una recessione durata in realtà pochi mesi, e riprendere il sentiero della crescita con tassi superiori al 4 per cento nel primo semestre di quest’anno, e probabilmente pari ad almeno il 3,5 nel secondo.
    Senza inflazione e con un’altissima produttività, anche se questa ha il difetto di rendere da una parte meglio sostenibile il deficit della bilancia dei pagamenti, ma dall’altra di creare un numero di posti di lavoro aggiuntivi inferiore a quanto una crescita tanto elevata farebbe presumere.

    E’ una lezione valida solo per l’America?
    E perché mai? Quando l’onorevole Marco Follini, nel discorso conclusivo della festa dell’Udc, scandisce “piantiamola di guardare alla Thatcher e a Reagan”, quando ribadisce il suo no agli abbattimenti delle aliquote marginali, sostenendo che “bisogna pensare prima ai redditi bassi e dopo, molto dopo, a quelli alti”, mostra di ignorare alcuni elementari ma considerevoli effetti, che quella terapia fiscale ha ottenuto negli Usa.
    Meglio allora esemplificare, cifre alla mano e senza tema di smentite.
    L’economia americana era in crescita, sotto Bill Clinton nel 1996. Eppure ora, se si paragonano i dati depurandoli dall’inflazione, è molto più robusta, malgrado la recessione del 2001 e grazie a Greenspan coi bassi tassi e Bush con le basse tasse.
    Nel 1996, il pil procapite “reale” annuo—appunto depurato dell’inflazione per paragonarlo a quello odierno – era pari a 30.800 dollari.
    Nell’estate del 2004 era circa pari a 36.700 dollari, con un aumento del 19 per cento, mica briciole.
    Anche rispetto alla stessa campagna elettorale del 2000, in cui Bush sconfisse di misura Al Gore, l’incremento è del 5,5 per cento.
    Nel 1996 il reddito procapite annuo disponibile – una volta cioè pagate le imposte – ammontava in media negli States a 22.500 dollari.
    Alla fine del secondo trimestre del 2004 ha raggiunto i 27.150 dollari, con un aumento spettacolare del 21 per cento.
    Rispetto al 2000, l’aumento è del 7 per cento.
    Se poi si sposta il punto di osservazione non a ciò che il cittadino guadagna ma a ciò che concretamente spende, perché tale indicatore comprende anche i trasferimenti ai poveri e agli anziani, ecco che nel 1996 i consumi procapite americani depurati dall’inflazione ammontavano a 20.835 dollari annui, mentre a metà 2004 hanno raggiunto i 25.765 dollari, con un aumento del 24 per cento in otto anni e dell’8 per cento rispetto al 2000.

    I profitti d’impresa
    Vogliamo parlare delle imprese? I profitti d’impresa corrono negli Usa verso i 925 miliardi di dollari attesi in un anno a metà 2004. In leggera contrazione rispetto ai 942 attesi nell’anno alla fine del terzo trimestre 2003: ma in aumento di ben il 26 per cento rispetto ai 736 miliardi registrati nel 1996. Da allora l’aumento è del 26 per cento e del 22 per cento rispetto al 2000.
    Vogliamo parlare delle ore lavorate? Sono cresciute del 16 per cento rispetto al 1996. Con un salario medio orario superiore dell’8,2 per cento rispetto ad allora, e del 2 rispetto al 2000. Certo, si dirà, ma tutto ciò è avvenuto peggiorando l’indebitamento a scapito delle generazioni successive.
    Ma non solo l’elevata produttività, anche il saldo demografico positivo rende possibile agli Usa sostenere, assai meglio che a un paese ad alte tasse, deficit pubblici annui nell’ordine del 4-5 per cento del pil.
    Prima di dichiararsi tanto fieri di non considerare esemplare questo impressionante successo, che ha sconfitto con le basse imposte la recessione e accresciuto la capacità di consumo e lavoro dei contribuenti, di profitto e investimento delle imprese, bisognerebbe avere in mano ricette almeno altrettanto efficaci. Non costruite però, sulla spesa pubblica che sgozza lo sviluppo e placa solo sindacati e apparati di partito.

    ...ed esalta "futuri candidati premier ulivisti".

    saluti

  7. #7
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    Ma sono l'unico che legge tutta questa roba?

  8. #8
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    In origine postato da Come no!
    Ma sono l'unico che legge tutta questa roba?
    --------------------------------
    appunto: chi te lo fa fare?

  9. #9
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    Secondo una direttiva europea in corso di esame, non dovrebbe essere consentito a un lavoratore di prestare più di 48 ore di lavoro medie settimanali.
    La Gran Bretagna ( ricordo agli smemorati retta da governo laburista, cioè di sinistra) ha eccepito che la regola è inaccettabile perché viola il diritto di libertà che è considerato una delle pietre angolari del sistema britannico, anche nel mercato del lavoro, che deve essere flessibile.
    Ovviamente il divieto di lavorare più di 48 ore è, per molti, irreale, al limite del grottesco.
    Gli imprenditori, i professionisti, i commercianti, gli albergatori nei periodi di punta, i vigilantes, i funzionari parlamentari (e l’elenco potrebbe continuare a lungo) spesso superano “di media”, in certe settimane o mesi, tale limite.
    E, nel mondo contemporaneo, è anche difficile talvolta definire la nozione stessa di attività lavorativa articolata in un orario.
    Il risultato della norma potrebbe essere aberrante: un paramedico che, nel mezzo di un’operazione chirurgica, se ne va perché ha superato le 48 ore; un contabile che si rifiuta di completare la dichiarazione dei redditi dell’impresa nel termine di legge, perché scatta l’ora di troppo.
    Ma è ancora più assurdo l’emendamento, per ora informale e che la Commissione ha proposto per venire incontro agli inglesi, che invocano il diritto alla libertà del lavoro straordinario.
    Le 48 ore per la Commissione potrebbero essere superate, ma solo previo consenso dei sindacati.
    Quali sindacati? Solo i grandi o anche i piccoli, solo i nazionali o anche i locali?
    Eccoci di fronte al più classico paradosso.
    I sindacati dovrebbero servire a proteggere il lavoratore da abusi, non a impedirgli di lavorare, se lo ritiene desiderabile o conveniente, in aggiunta all’orario di lavoro normale.
    Di regolamentazioni europee contrarie a libertà e buon senso ce ne sono tante.
    Stabiliti quanti piselli ci devono essere in un baccello, chi vuole vendere baccelli con minor contenuto, secondo gli editti di Bruxelles, è libero di farlo purché non li chiami piselli.
    Ma coi limiti sull’orario di lavoro volontario l’Unione europea supera in dirigismo, il più inframmettente regime corporativo. Bisognerebbe non lasciare sola la Gran Bretagna, nella battaglia contro questi vincoli illiberali.

    da il Foglio del 15 settembre

    nota per comeno: legga pure tranquillo, nessuno gli chiede commenti.

    saluti

 

 

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