Salve!
Qualcuno sa darmi una dritta sull'ambientalismo in ambito nazionalsocialista?
Mi interessano anche bibliografie e siti.
Grazie


Salve!
Qualcuno sa darmi una dritta sull'ambientalismo in ambito nazionalsocialista?
Mi interessano anche bibliografie e siti.
Grazie
Pro aris rege!


Fondamentali:
- Anna Bramwell Ecologia e società nella Germania nazionalsocialista Ed. Reverdito, Trento 1988
- Andrea D'Onofrio Ruralismo e stroria nel terzo Reich Ed. Liguori, Napoli 1997
- Walther Richard Darrè La nuova nobiltà di sangue e suolo Ed. Ar Padova 1979
Puoi recuperarli alla lib AR, o Europa, o Bottega del Fantastico dipende dove ti trovi. Harm


Grazie Harm!
Dai titoli promettono bene...![]()
Pro aris rege!


Vedi anche:
Ma quei carnefici capirono molte cose sul cancro
Robert Proctor, «La guerra di Hitler contro il cancro», traduzione di Margherita Botto, Cortina, Milano 2000, pagg. 452, L. 59.000.
Con La guerra di Hitler contro d cancro Robert Proctor prosegue la storia della medicina sotto il nazismo iniziata con Racial Hygiene (Harvard University Press, 1988). Dopo un quadro generale della ricerca tedesca prima del 1933, Proctor racconta come una volta cacciati i ricercatori ebrei, il regime ne riprese le idee sull'origine genetica e soprattutto ambientale dei tumori, e sulla necessità della diagnosi precoce e della prevenzione. I fini rimasero quelli dell'epoca guglielmina: ottenere una forza lavoro adatta allo sviluppo industriale con una discendenza di buona qualità. Ma cambiò il senso delle parole, per esempio di "agenti patogeni". Ora proteggere la razza dal cancro significava mondarne l'ambiente e i geni anche da contaminanti quali ebrei, zingari e altri disabili fisici e mentali. Con molte risorse, una buona coordinazione e un ampio raggio, partirono iniziative per identificare e combattere gli effetti di radiazioni, polveri e svariati elementi e composti chimici nei luoghi di lavoro. Nelle fabbriche cancerogene, furono mandati i nemici del Reich. Agli ariani venne insegnato a evitare cibi conservati o artefatti, alcool, grassi, zuccheri. Infine «la Germania nazista condusse la più energica campagna mondiale contro il fumo e sviluppò la più sofisticata epidemiologia mondiale delle malattie indotte dal tabacco». Dopo l'invasione dell'Unione Sovietica, la propaganda sanitaria fu in parte sospesa, anche se il «programma "eutanasia"» continuò alacremente. Ai soldati si distribuirono alcool e sigarette; i dirigenti nazisti non si preoccupavano delle conseguenze, il «programma "eutanasia"» avrebbe eliminato i depravati.
Gli scienziati avevano stabilito, almeno empiricamente, il legame tra cancro e molte sostanze. Lo Stato ne tenne conto, tutelò la maternità, riconobbe e indennizzò le malattie professionali, raccomandò ai cittadini il moto, un'alimentazione possibilmente vegetariana come quella del Führer, cure alternative come l'omeopatia e la fitoterapia. Con disagio, chi legge ritrova nelle campagne di allora slogan di oggi o l'idea ossessiva di una natura 'buona'.
Ma tutti erano privati del diritto di disporre di sé. Diversamente dalle vittime dei campi di concentramento però, gli ariani avevano verso lo Stato il dovere di essere sani. «Il tuo corpo appartiene al Führer», diceva un manifesto. Nessuno lo stracciava eppure diceva che, complici gli scienziati, i tedeschi erano bestiame, e lui l'allevatore di «carne da macello». La metafora non viene espressa dall'autore ma è sempre sottintesa. Dopo aver elencato i provvedimenti "progressisti" presi grazie alla medicina del lavoro, per esempio, scrive che questa «si propose... di ridurre idealmente a zero la differenza tra l'età della pensione e l'età della morte... per risparmiare alla Volksgemeinschaft gli oneri finanziari procurati da infermi anziani e "improduttivi"». E rimanda alle fonti: manuali, riviste di «igiene aziendale» e perfino bollettini sindacali.
Proctor non semplifica i paradossi, li sottolinea con giustapposizioni di ricerche raffinate e di violenza bruta che sfidano l'incredulità. Non "mira a colpire" ma a far riflettere sul fatto che nel dopoguerra la comunità degli oncologi abbia ignorato i lavori tedeschi nella rassicurante illusione che la conoscenza possa nascere soltanto dal bene. Con il risultato che per ricollegare cancro a sigarette, radiazioni, amianto, radon, coloranti alimentari, tinture o fertilizzanti sono occorsi altri decenni e altre morti. Alcuni oncologi americani e inglesi hanno reagito accusando l'autore dì voler da un lato riabilitare la medicina dei nazisti, e dall'altro di suggerire che le attuali campagne contro il fumo o l'obesità ne ripetano l'intolleranza. Proctor scrive nel Prologo che sa di rischiare questo "malinteso" mentre, in realtà, gli preme «spezzare i già logori legami che un tempo si diceva tenessero unite virtù tecniche e morali». Il libro, anche quando è orribile o grottesco, illustra che si può evitare la confusione fra le virtù, misurare i dati epidemiologici con criteri tecnici e gli intenti e le azioni delle persone con criteri morali. Si sente che l'autore è aggrappato a questa distinzione come a una boa di salvataggio. Forse gli ha permesso di scrivere questa storia, sicuramente è quella che spinge il lettore a leggerla fino alla fine.
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