...Iraq, l’uovo di Colombo
Non è l’uovo di Colombo?
L’appello per un’iniziativa che porti un contingente Nato in Iraq, lanciato da alcune personalità al presidente del Consiglio e al presidente della Commissione europea e leader designato dell’opposizione in Italia, non ha serie controindicazioni.
Infatti l’obiettivo è a parole unanimemente condiviso, anche da chi non ha alcuna intenzione di rovesciare il suo giudizio negativo sulla guerra della coalizione che ha liberato quel paese dal regime di Saddam: qualcuno è contrario alla stabilizzazione e alla tenuta di libere elezioni nella sicurezza per gli iracheni?
I governanti iracheni non solo sono d’accordo, ma chiedono disperatamente un aiuto alla comunità internazionale, e per quanto possano essere differenziati i giudizi sul governo di Iyyad Allawi, la sua autorità non nasce da una semplice decisione del comando militare americano, bensì da un lavoro di legittimazione di un esecutivo ad interim fatto dall’inviato del segretario generale delle Nazioni Unite, Lakhdar Brahimi.
L’Onu ha chiesto, con una sua risoluzione del Consiglio di sicurezza votata all’unanimità, un aiuto, anche militare, alla comunità internazionale.
L’idea è di dare al contingente della Nato un compito delimitato nello spazio e nel tempo, dunque un chiaro esempio di peace keeping o di peace enforcing, non una adesione ex post a una guerra preventiva, e per di più in nome di un diritto fondamentale dell’uomo, quello al voto e all’autogoverno democratico: il che consentirebbe a francesi e tedeschi di superare i loro veti.
La Lega araba, e comunque il suo maggior rappresentante che è il governo egiziano, ha ripetutamente detto che occorre scongiurare un ritiro di truppe occidentali dall’Iraq, e potrebbe accettare agevolmente la missione come un elemento di rafforzamento di un Iraq stabile, che cessi di essere un teatro di guerra e di caos minaccioso per tutti.
La Federazione russa potrebbe far scattare per la prima volta la clausola di consultazione fissata a Pratica di Mare, e partecipare alla missione in un contesto Nato, di nuovo per la prima volta e dopo l’eccidio dei bambini di Beslan. L’Italia per molte ragioni (è non belligerante, ma non è estranea al processo di peace keeping) avrebbe tutta l’autorevolezza necessaria per impostare l’iniziativa e farla scattare, sul piano Nato ed europeo, con un serio attivismo diplomatico sostenuto da una seria intesa bipartisan.
C’è una sola controindicazione, ma è di quelle su cui si misura la qualità di una classe dirigente: la paura, la sensazione di essere in ostaggio, da parte di un pezzo dell’occidente.
Ferrara su il Foglio
saluti




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