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Discussione: Religioni in....

  1. #11
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    Predefinito Ora pure il Vaticano chiede....

    ...si sostenere il governo Allawi

    Roma. Prima dell’inizio della campagna irachena il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato vaticano, aveva paternamente
    - e un po’ provocatoriamente – invitato gli Stati Uniti a valutare bene se valesse la pena iniziare una guerra contro un miliardo di musulmani.
    Ieri, con il realismo che contraddistingue la diplomazia della Santa Sede, lo stesso porporato ha concesso una intervista alla Stampa dai toni alquanto differenti: molto comprensivi verso gli Usa non senza stilettate polemiche verso l’Europa un po’ troppo antiamericana e laicista.
    Cos’è cambiato nei Sacri Palazzi?
    “La Santa Sede – ci dice Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali alla Cattolica di Milano ed editorialista di Avvenire – era e resta critica sulla guerra, sull’unilateralismo con cui è stata decisa, ma dice che oggi sarebbe criminale abbandonare l’Iraq a se stesso. Non deflette dai principi, ma sa applicarli giudicando una situazione mutata”.
    Dice infatti Sodano: “Va considerato un fatto: questo figlio (il governo Allawi, ndr) è nato . Sarà anche illegittimo, ma ora c’è, e bisogna allevarlo ed educarlo”.
    Insomma: “bisogna aiutare il governo Allawi”.
    Per questo, informa il cardinale, “presto” Allawi invierà un suo ambasciatore in Vaticano. Quanto ai rapimenti e alle violenze che quotidianamente sconvolgono l’Iraq afferma che “spesso si tratta di bande criminali che approfittano della mancanza di autorità”.
    E a questo proposito introduce un paragone che probabilmente non piacerà molto alla sinistra italiana, movimentista e no: quello con i delitti compiuti nell’Italia del dopoguerra “ad esempio in regioni come l’Emilia Romagna”.
    Non solo. Per l’autorevole porporato
    “i terroristi sanno che se una democrazia stabile prendesse piede a Baghdad metterebbe in difficoltà anche i paesi vicini come l’Iran e l’Arabia Saudita, dove ancora si va in prigione per il possesso di un Crocefisso”.

    Sodano che sposa la teoria del contagio democratico?
    Forse, di certo, dice Parsi
    “la Santa Sede è da sempre preoccupata della situazione religiosa in medio oriente e si trova ora di fronte a due problemi, quello di istituzioni politiche non democratiche e quello di società non liberali, cioè di un sistema in cui non solo il governo abbia l’appoggio della maggioranza dei cittadini, ma in cui anche le minoranze siano tutelate nei loro diritti naturali. Non isolare Allawi può aiutare questo processo. D’altronde quella di non isolare l’Iraq è sempre stata una preoccupazione della Santa Sede: si oppose alle sanzioni economiche che strangolavano il paese ma che, come s’è visto, non hanno fatto cadere Saddam, e lo chiede coerentemente oggi per l’Iraq di Allawi. Un nuovo isolamento, cui porterebbero atteggiamenti come quello della Francia di Chirac, vorrebbe dire rinunciare alle prospettive democratiche per quel paese e al suo effetto d’esempio per i paesi vicini”.
    Sulla libertà religiosa Sodano è duro con Iran e Arabia Saudita, per Parsi
    “è un segno che, pur non negando il valore del dialogo, la Santa Sede sa che occorre reciprocità, non si può concedere tutto senza mai ottenere nulla: la moschea a Roma e l’impossibilità di dire messa a Riad… insomma i colloqui di Sant’Egidio, l’islam moderato… tutto bene per carità, ma non bastano”.
    Il segretario di Stato vaticano usa poi parole più che comprensive per le misure di sicurezza adottate dall’amministrazione americana:
    “New York mi è parsa in stato di assedio, ma l’autodifesa è il primo obbligo. Questo antiamericanismo in Europa è facile, però chi è stato scottato ha priorità diverse. Naturalmente il terrorismo non si sconfigge solo con le misure di sicurezza e gli strumenti militari, ma bisogna proteggere la popolazione”. Commenta Parsi:
    “Chi ha cercato di arruolare il Vaticano nelle fila dell’antiamericanismo, quando la Santa Sede condannava la guerra preventiva, ha commesso un errore. E infatti il Papa ha smesso di essere l’eroe citato da chi marcia invece che ragionare. La posizione del Vaticano, che chiede un maggior coinvolgimento della comunità internazionale, spiazza, schiacciandolo sui suoi slogan, chi in questo anno, invece di ragionare sui fatti, si è limitato a rilanciare sterili posizioni di propaganda e di schieramento”.
    Bisognerà vedere ora se queste esternazioni giornalistiche del cardinale Sodano verranno confermate anche in discorsi formali e ufficiali. La prima occasione di verifica sarà il prossimo 29 settembre quando all’Assemblea plenaria del Palazzo di Vetro prenderà la parola il “ministro degli Esteri” vaticano, l’arcivescovo Giovanni Lajolo.

    saluti

  2. #12
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    Predefinito La guerra, la legittima difesa, l'altra....

    ....guancia e la necessità del perdono

    Al direttore - Mi permetto di intervenire sul documento dei quattordici rabbini e, in particolare, in merito ad alcuni passaggi del commento di Giorgio Israel.
    Anch’io ritengo che il principio “Chiunque venga per ucciderti,
    uccidilo per primo”, nella misura in cui esprime il diritto alla legittima difesa, sia accettabile. Sarebbe altrimenti paranoia violenta, o fanatismo criminalmente ideologico.
    Ma il problema è proprio qui: che cosa fa la distinzione tra legittima difesa e fanatismo?
    Se il principio citato cadesse dalla bocca di un esponente del jihad islamico, con le conseguenze che sappiamo…
    Lo stesso vale per l’altro principio secondo cui “Non esiste nessuna guerra nel mondo nella quale sia possibile fare una distinzione assoluta tra civili ed esercito”.
    “Militia est vita hominis”, la vita dell’uomo è una guerra, dice la Bibbia. E in effetti è così, bisogna sempre combattere: contro le difficoltà, la malattia, chi non ci vuole…
    La guerra, che quotidianamente sobbolle, ogni tanto esplode nella società, tra gli Stati, nel mondo, con risultati terrificanti. Questa, che ogni tanto esplode, è quella che noi poveri uomini, che abbiamo davanti lo spettro della morte, consideriamo la guerra vera e propria.
    Quella che più disastrosa non si può, quella di cui il Papa ha detto, proprio a Blair e Bush, “Mai più, mai più la guerra”.
    Ci basti la battaglia quotidiana, che già c’è, e che deve essere condotta con assai più decisione e serietà.
    Altro che pacifismo!
    D’altra parte la pace è una esigenza incomprimibile, che si esprime in modo tanto diffuso quanto superficiale e a volte violento nelle manifestazioni che agitano le piazze. Si domanda con tanta insistenza solo qualcosa che, seppur confusamente,
    si sa essere decisivo per il compimento della propria felicità. Perché di fronte alle affermazioni dei rabbini, anche i più favorevoli provano un magari indistinto disagio, che li induce a definirle “brutali” e “schematiche”?
    Perché forse manca qualcosa: l’espressione del fattore positivo, costruttivo e pacifico, a cui senza dubbio tendono, “debbono” tendere le loro affermazioni.
    A questo punto, per la tradizione che tutti viviamo in occidente, diventa obbligatoria una riflessione sul consiglio evangelico di
    porgere l’altra guancia.
    Gesù era un uomo dolce e buono, ma anche severo e deciso.
    Un volta, nel tempio, ha mosso anche le mani contro i mercanti che lo colonizzavano. Non si può farlo passare per il campione di un pacifismo assoluto, utopico e quindi inadeguato alla realtà.
    Né si può fare del suo suggerimento lo stereotipo di un comportamento, che in alcuni casi finirebbe per essere semplicemente suicida.
    Quello che capisco io del porgere l’altra guancia è che bisogna amare la verità più di se stessi e quindi bisogna cercare di amare anche l’altro, che – pur apparendoci come nemico – è fatto per il nostro stesso destino.
    “Se amate solo i vostri amici, che merito ne avrete?”, ovvero:
    che verità affermate oltre la vostra convenienza, il vostro
    arbitrio e la vostra misura?
    Così la Chiesa, pur invocando continuamente la pace, non si è mai scandalizzata della guerra e della sua necessità.
    Ha fatto santi martiri e guerrieri. Ha sconsigliato agli anglo-americani di invadere l’Iraq, ma non si sogna di invitarli ora a ritirarsi.
    La Chiesa conosce l’uomo e la sua fragilità, sa che il male – il male vero e cosciente – viene dal di dentro e non da fuori di lui. Sa che la sua buona volontà è necessaria, ma non sufficiente. Sa che l’uomo non basta a se stesso, che deve essere redento dall’ingiustizia e dalla morte di cui è egli stesso causa. Lo invita pertanto a cercare ed affermare incessantemente la verità che non è evidentemente in lui.
    Malraux diceva che noi, moderni, siamo gli uomini peggiori di tutti i tempi perché di tutto noi conosciamo la menzogna e non sappiamo più cosa sia la verità.
    E’ questo il problema, il problema di un “moderno” come Pilato, che domandò scetticamente a Gesù flagellato e sanguinante:
    “Che cosa è la verità?”.
    La verità era Lui, Gesù, il figlio amato di Dio, che in virtù dell’infinitezza di questo amore offriva non la guancia, ma la vita, per tutti e quindi anche per il “nemico” Pilato.
    Seguire Cristo è riconoscere che la verità non è riducibile a una definizione dell’uomo e delle cose perché è innanzitutto amore, ricevuto prima che dato; dato perché ricevuto.
    Il cristianesimo comincia dall’attrattiva e non dal dovere, che certo poi viene, ma come conseguenza. In tal senso la verità è una ed è
    l’affermazione dell’unica verità che distrugge la guerra. Che cosa può desiderare infatti l’uomo più che l’amore, il quale non è semplicemente emozione, ma giudizio sulla positività ultima dell’essere, nostro personale e di tutti, che insieme colpisce e fa aderire alla vita, alle persone e alla realtà.
    Ma, appunto, in quanto portatore di giudizio l’amore a volte può essere duro – “come mordere un sasso”, dice Milostz – apparentemente spietato verso di sé e gli altri.
    La durezza dell’amore costituisce l’essenza del dramma della vita. Senza amore non si può vivere, ma piegarsi a lui non è facile perché può significare un completo cambiamento di prospettiva
    nei confronti sia di chi si ritiene amico sia di chi si ritiene nemico.
    E gli uomini fanno molta fatica a cambiare prospettiva, in quanto
    con monotona frequenza si sentono i padroni e non i servitori della verità.
    La Chiesa sa queste cose. Non vuole la guerra, eppure gli uomini di Chiesa l’hanno fatta. Così la Chiesa domanda il perdono di
    Dio e degli uomini (quanto ne ha chiesto il Papa, nel Giubileo del 2000).
    Invita gli uomini a perdonarsi continuamente.
    Se ostilità proprio ci debbono essere, si rispettino le proporzioni. Le guerre le facciano i soldati, si risparmino i civili e soprattutto i bambini, così da non disprezzare l’innocenza.
    Poi può succedere (e succede) di tutto, ma il richiamo deve continuare instancabilmente; le “regole” dell’amore di Dio debbono persistere, anche se tradite.
    Questo è il fondamento della civiltà occidentale, veramente diversa dalle altre, che i miei amici ebrei conoscono bene, perché loro per primi sono stati amati da Dio.
    Viva le radici giudaico cristiane dell’Europa e guai se le dimentichiamo.

    Giancarlo Cesana su il Foglio

    saluti....perplessi

  3. #13
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    Tratto da www.pri.it


    Il nuovo libro di Woityla

    Preferiremmo evitare di essere sottoposti agli orrori della storia

    Ci dispiace dover far notare ad un uomo della profondità di pensiero e dell'elevatezza morale di Carol Wojtyla, che Goethe non dice affatto che il diavolo è "quella forza che vuole il male ed opera il bene", ma invece che con queste parole il Mephistophele del grande poeta tedesco si presenta a Faust. Sarà poi compito di Faust , o di chi per lui, giudicare l'esatto operato del male.

    Ci perdoni Wojtyla, se vorremmo almeno salvare Goethe, che ebbe la fortuna di vedere epoche più felici di quella in cui è vissuto papa Woytila, fra fascismo e comunismo, e con il grande merito personale di essersi opposto ad entrambi. Capiamo poi, ovviamente, il desiderio mistico del capo della Chiesa Cattolica di trovare una ragion d'essere positiva anche a fasi storiche aberranti come quelle a cui si riferisce nel suo nuovo libro. Altrettanto ovviamente non possiamo seguirlo, perché non sapremmo dire quanto metafisica e religione offrano una spiegazione certa della realtà, piuttosto che delle ipotesi a fronte delle quali ogni libera coscienza è chiamata ad interpellarsi. Quindi l'inclinazione repubblicana è piuttosto di combattere i mali, se fenomeni storici e politici vengono ritenuti tali, più che di accertarne la necessità. E anche davanti ad un male "necessario", noi sosteniamo innanzitutto la necessità di avversarlo.

    Ci pare di capire, anche, che l'interpretazione di questi fenomeni sia per il Papa legata ad un'idea della provvidenza divina - "Dio al nazismo ha concesso 12 anni di esistenza" - cosa che non ha alcuna rilevanza ai fini dell'interpretazione storica, per la quale, se il comunismo è durato più a lungo del fascismo, non deriva da necessità, ma da ragioni contingenti, ad esempio la maggior sagacia e prudenza dei suoi leader, rispetto al "furore bestiale" del capo del nazismo.

    Ma questo non significa affatto che il comunismo fosse meno animato da furore bestiale. Basta pensare che nel solo Kazachistan, fra il 1917 ed il 1918, di una popolazione di 11 milioni di cosacchi che si oppongono al nuovo regime, le armate di Lenin riescono a sterminare almeno il 70 per cento. Siamo solo all'inizio di una carneficina che sconvolse la Russia per un periodo di tempo molto superiore a quello in cui si realizzò il potere di Hitler, il quale godeva del sostegno del popolo tedesco, tanto che concentrò il suo odio sulle minoranze in Germania ed in Europa, quando il comunismo attaccò direttamente le maggioranze della popolazione delle repubbliche sovietiche e con la stessa ferocia usata dai nazisti contro zingari ed ebrei.

    Questi sono aspetti molto complessi, che a nostro avviso non consentono alcuna interpretazione giustificatoria, tantomeno quella abbozzata da Pietro Scoppola nel suo articolo per la "Repubblica", stando alla quale il comunismo sarebbe nato per rispondere ad "una domanda". Risposta criminale, ma domanda giusta. Perché allora anche il nazismo ed il fascismo rispondevano ad una domanda, di ordine, sicurezza e indipendenza nazionale, che ancora ogni Paese trova di fronte a sé. Sono proprio le risposte che pesano nella storia, non le domande. E ancora di più ci dispiace dover constatare che la premessa storiografica da cui muove Woityla è sbagliata. Egli infatti scrive nel suo libro che "prima ci fu il nazismo". Non è così. Prima ci fu la rivoluzione di ottobre che bloccò la trasformazione parlamentare e liberale avviata nel Paese con la rivoluzione di febbraio, che invece spazzò via l'assolutismo zarista. Poi ci fu il fascismo e ancora dopo il nazismo, che pure del leninismo mantennero il metodo e l'ispirazione. Tant'è che grandi pensatori democratici, Raymond Aron per tutti, non hanno mai voluto distinguere i due volti del totalitarismo, e a nostro avviso fecero bene.

    Per cui, quale che sia il desiderio, legittimo, del capo della Chiesa cattolica, di spiegare e di trovare una qualche ragione all'orrore, egli, proprio in quanto si oppose a questo, ha il diritto di proporre una comprensione intellettuale allo stesso. Ma non è questo diritto che contestiamo.

    Vorremmo piuttosto sostenere che non c'è un orrore migliore di un altro. E soprattutto non è la durata dell'orrore che può in qualche modo nobilitarlo. Anche perché a confronto dell'Eternità, ci paiono poca cosa una differenza fra dodici o ventiquattro anni. E comunque in ventiquattro anni, rispetto ai dodici, si commettono e si sono commessi, persino più scempi.

    Roma, 7 ottobre 2004

  4. #14
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    up! per atterraggio morbido

  5. #15
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    Predefinito Occhio per....

    ....occhio

    E’vero che dopo l’antica è venuta la nuova alleanza, è vero che ripugna la sola idea di essere contaminati dai mezzi usati da questo tipo di nemico, è vero che il nemico bisogna amarlo mentre lo si combatte, e solo se lo si combatta è possibile riscattare l’inimicizia nell’amore, ma la realtà politica va affrontata per quello che è.
    Gli islamisti radicali decapitano ritualmente gli “ostaggi giusti”, mandano al loro e al nostro mondo il messaggio della forza legale e profetica del jihad decapitatore, noi ci dividiamo tra chi resiste e chi paga riscatti, tra chi cerca con fatica di concepire e realizzare il contrattacco al terrorismo islamista e chi ringrazia la resistenza per i suoi buoni uffici resi agli “ostaggi sbagliati”, quelli che salvano la testa in cambio della promessa di leggere i volumi rilegati del Corano.
    Loro fanno la loro parte facendo esplodere i martiri e martirizzando la gente che sale su un bus, noi discutiamo se sia civile erigere un muro di dissuasione in Israele, e le nostre vecchie barbe sottilizzano ex cathedra: è paragonabile un danno collaterale in battaglia a un processo islamico che commina la pena come per Ken Bigley?
    Loro si prendono gioco di noi, fanno il gatto islamico con il topo francese, scrivono doppi comunicati come Hamas, eccovi sedici morti civili freschi freschi a Beersheba ed eccovi la richiesta di rilascio di due giornalisti ostaggi per sbaglio, ma noi stiamo lì a domandarci se per isolare il terrorismo nelle coscienze inconcusse dell’islam moderato non sia il caso di rinunciare a colpire gli sceicchi del terrore, i capi del partito armato jihadista.
    Ma quando ci decidiamo a impiccare Saddam Hussein?
    Quando ci decidiamo a usare in modo persuasivo quel linguaggio della forza che invece ci limitiamo a balbettare, trepidi e insicuri, paurosi di stabilire quella radicale simmetria tra amico e nemico che è sempre stata propria di tutte le guerre, compresa quella che ci ha dato la libertà di scrivere e parlare e praticare culti diversi e integrare milioni di musulmani in Europa e in America? Quando ci decidiamo a far calare il prezzo del petrolio imponendo una tassa di guerra e un regime di austerità improntato all’autonomia energetica dell’occidente?
    Quando faremo entrare nell’era della pubertà la nostra diplomazia virginale e adolescente?
    Quando faremo pagare il prezzo politico della divisione a chi divide?
    O pensate che sia possibile affrontare e vincere una guerra religiosa e di civiltà con la mala educatión di Pedro Almodóvar?

    Ferrara su Il Foglio del 9 ottobre

    saluti

  6. #16
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    Predefinito Noi poveri dhimmi....

    ….d’Eurabia

    Le lezioni di teologia di Alain Besançon, pubblicate dal Foglio la scorsa settimana, costituiscono la prefazione a un libro sull’islam (“Islam e judéo-christianisme”, Puf, 2004) di Jacques Ellul, teologo protestante francese. La prossima settimana pubblicheremo a puntate la traduzione del saggio di Ellul. Un altro contributo interessante per conoscere l’islam è questa intervista di Frontpage Magazine a Bat Ye’or, studiosa egiziana che vive in Svizzera, “massima autorità mondiale sulla condizione di dhimmi” (i “protetti”, la condizione assegnata ai cristiani e agli ebrei dalla dottrina musulmana). Il suo ultimo saggio, “Eurabia: The Euro-Arab Axis”, uscirà nel gennaio 2005. Ecco il testo integrale.


    FP - Innanzitutto, può spiegare ai nostri lettori il significato del termine “Eurabia”?
    BY - L’Eurabia rappresenta una realtà geopolitica delineatasi nel 1973 attraverso un sistema di alleanze informali tra i nove paesi della Comunità Europea (e poi, dal 1992, dell’Unione Europea) da una parte e i paesi arabi del Mediterraneo dall’altra. Le alleanze e gli accordi furono elaborati al più alto livello politico di ogni paese europeo con il rappresentante della Commissione Europea, nonché dei paesi arabi con il delegato della Lega Araba. Questo sistema fu posto sotto il tetto di un’associazione chiamata Dialogo EuroArabo (DEA), creata a Parigi nel luglio del 1974. Un gruppo di lavoro composto di comitati e sempre presieduto congiuntamente da un delegato europeo e da un delegato arabo pianificava le attività, organizzando e controllando l’applicazione delle decisioni raggiunte. Il campo della collaborazione euroaraba comprendeva qualsiasi settore: dall’economia alla politica e al problema dell’immigrazione. In politica estera, sosteneva l’antiamericanismo, l’antisionismo e la delegittimazione di Israele; la promozione dell’Olp e di Arafat; una diplomazia congiunta euroaraba nei forum internazionali; e una collaborazione tra organizzazioni non governative. Per quanto riguarda la politica interna, il DEA promosse una intensa collaborazione tra televisioni, radio, giornalisti, case editrici, università, centri culturali, associazioni giovanili e studentesche. Per lo sviluppo di questa politica era poi determinante il dialogo interreligioso. L’Eurabia è quindi proprio questa capillare rete di associazioni euroarabe: una simbiosi a vasto raggio, che presuppone una stretta collaborazione nel campo della politica, dell’economia, della demografia e della cultura.
    L’Eurabia è il futuro dell’Europa. La sua forza trainante, l’Associazione Parlamentare per la Cooperazione euroaraba, è stata creata a Parigi nel 1974. Oggi conta oltre seicento membri (appartenenti a tutti i principali partiti politici europei), attivi nei loro parlamenti nazionali e anche nel Parlamento Europeo. La creazione di questo organismo e la definizione della sua politica hanno seguito i principi delle 23 risoluzioni sancite dalla Seconda Conferenza Internazionale a Sostegno dei Popoli Arabi, tenutasi al Cairo nel gennaio 1969. La risoluzione 15 definisce la politica euroaraba e ne spiega lo sviluppo seguito in oltre trent’anni di politica estera ed interna europea.
    Eccone il contenuto: “La Conferenza ha deciso di formare speciali gruppi parlamentari e di usarli per promuovere il sostegno al popolo arabo e alla resistenza palestinese”. Negli anni settanta, conformemente agli auspici della Conferenza del Cairo, sorsero in tutta Europa gruppi nazionali che proclamavano la loro “solidarietà con la resistenza palestinese e i popoli arabi”.
    Questi gruppi appartenevano a diversi schieramenti politici (gollisti, estrema destra ed estrema sinistra, comunisti, neonazisti), ma condividevano tutti lo stesso antiamericanismo e antisionismo. La Francia è stata il protagonista principale di questa politica, a partire dalla conferenza stampa rilasciata da De Gaulle il 27 novembre 1967, quando definì la collaborazione tra la Francia e il mondo arabo “il presupposto fondamentale della nostra politica estera”.

    FP - La dipendenza europea dal petrolio arabo è un fattore decisivo nella sua politica filoaraba?
    BY - No, non credo. I leader arabi devono per forza vendere il petrolio che possiedono; le loro popolazioni dipendono fortemente dall’aiuto economico, sanitario e tecnologico europeo. L’America ha compreso questo fatto durante l’embargo petrolifero del 1973. Il fattore petrolio è un pretesto per mascherare una politica che in Francia era già presente prima di quella crisi: era stata concepita negli anni sessanta e aveva un diretto progenitore nel sogno della Francia dell’Ottocento di governare un impero arabo e di sfruttare l’antisemitismo per rafforzare la solidarietà dei musulmani arabi con la Francia contro un comune nemico. L’Eurabia non è soltanto una rete di molteplici accordi che coprono ogni campo. E’ sostanzialmente un progetto politico per una completa simbiosi demografica e culturale tra l’Europa e il mondo arabo, all’interno della quale Israele è destinato prima o poi a scomparire. L’America rimarebbe isolata e si troverebbe sfidata da una sorta di continente euroarabo collegato a tutto il mondo musulmano e con uno straordinario potere politico ed economico nel campo degli affari internazionali. Le politiche del “multilateralismo” e della “diplomazia soft” esprimono perfettamente questa simbiosi sempre più profonda. Gli accordi euroarabi sono semplicemente lo strumento utilizzato per la creazione di questo nuovo “continente”. L’Eurabia si fonda anche sulla visione di una riconciliazione tra cristiani e musulmani ed è fortemente appoggiata dalle autorità religiose cristiane. FP - Per un certo tempo è sembrato che la Francia si fosse completamente persa. Ma ora sembra avere adottato una nuova politica estera, più orientata verso l’Europa. Lei che ne pensa? BY - La Francia e il resto dell’Europa occidentale non possono più cambiare la loro linea politica. Il loro futuro è l’Eurabia. Punto e a capo. Non vedo come potrebbero invertire la direzione del processo che hanno messo in moto trent’anni fa. E gli euroarabi non hanno nessuna intenzione di modificare questa politica. Si tratta di un progetto che è stato concepito, pianificato e messo in atto scrupolosamente attraverso la politica sull’immigrazione, la propaganda, il sostegno della chiesa, i rapporti e gli aiuti economici, nonché la collaborazione dei media e del mondo accademico. All’ombra di questa cornice politica sono cresciute intere generazioni, educate e condizionate a condividerla e promuoverla. E’ questa la fonte del tenace antiamericanismo europeo e della paranoica ossessione per Israele, due elementi che costituiscono il cardine dell’Eurabia. Il nuovo orientamento francese verso l’Europa indica che la Francia lavorerà all’interno dell’Europa, e in particolare con i nuovi membri orientali dell’Ue, per convincerli ad abbandonare la loro visione atlantica e a reindirizzare le loro alleanze verso il mondo arabo-musulmano. Questa era la politica francese negli anni sessanta, quando Parigi divenne il campione della causa araba nella Comunità Europea. Fino al 1971, la Francia è rimasta isolata nella CE quanto alle sue posizione anti-israeliane. Quando dovettero affrontare la crisi petrolifera, i nove paesi della CE, con la leadership della Francia e della Germania, unificarono le proprie posizioni sul conflitto medio-orientale: è da qui che nasce tutto lo sviluppo del Dialogo EuroArabo.

    FP - Ci può parlare del Progetto Prodi, al quale hanno collaborato Tariq Ramadan ed altre importanti personalità?
    BY - Il Progetto Prodi è il compimento e la realizzazione di Eurabia.
    Viene chiamato il “Dialogo tra popoli e culture nell’area euromediterranea”. E’ stato richiesto da Romano Prodi, presidente della Commissione Europea, e approvato in occassione della Sesta Conferenza Euromediterranea dei ministri degli affari esteri, svoltasi a Napoli il 2-3 dicembre 2003. Si tratta di una strategia per una più profonda simbiosi euroaraba, che deve essere affidata ad una Fondazione con il compito di controllarla, dirigerla e amministrarla. Lo scorso maggio, i ministri degli esteri europei hanno approvato la creazione della Fondazione Anna Lindh per il Dialogo delle Culture, con sede ad Alessandria, in Egitto. Il ministro degli esteri svedese Anna Lindh, uccisa da un folle, era stata un’appassionata sostenitrice della causa palestinese e del boicottaggio di Israele.
    Lindh era nota per le sue critiche contro la politica israeliana e americana di autodifesa dal terrorismo. Il capo della politica estera dell’Ue, Javier Solana, era un suo intimo amico, e la definiva una “vera europea”. La Fondazione cercherà con diversi mezzi di rafforzare i legami di reciprocità, solidarietà e “comunione” tra le sponde settentrionali e meridionali del Mediterraneo, ossia tra l’Europa e i paesi arabi. Gli autori del progetto evitano scrupolosamente di ricorrere a caratterizzazioni di questo genere dato che, nello spirito di Edward Said, sono considerate blasfeme e razziste. E’ il contesto dell’Eurabia, ossia l’espressione di una cultura e di una politica integralmente antiamericane e antisioniste, che spiega la durissima reazione contro la guerra in Iraq, a sua volta inserita nella guerra contro il terrorismo islamico. Un terrorismo che l’Eurabia ha negato esistere, incolpando invece “l’ingiustizia e l’occupazione” israeliane e “l’arroganza” dell’America. L’Eurabia ha trasformato il terrorismo islamico nel cliché: “Il problema è l’America”, allo scopo di consolidare la rete di alleanze che sostiene la sua geostrategia.

    FP - Qual è il significato della dichiarazione di Solana?
    BY - Solana è un protagonista della politica filoaraba e filo palestinese seguita dall’Ue durante la presidenza Prodi come reazione autoprotettiva dell’Europa di fronte alla guerra contro il terrorismo scatenata dall’America. Se si esaminano le dichiarazioni della CE e dell’Ue sul conflitto arabo-israeliano dal 1977 a oggi, ci si accorge che sono in perfetto accordo con le posizioni e le decisioni della Lega Araba: l’imposizione a Israele dei confini stabiliti dall’armistizio del 1949, malgrado non siano mai stati riconosciuti come confini internazionali; la creazione su quei confini di uno Stato palestinese non previsto dalla Risoluzione 242 delle Nazioni Unite; il riconoscimento dell’Olp, e del suo leader Arafat, come il solo rappresentante del popolo palestinese, con l’obbligo per Israele di negoziare esclusivamente con lui; infine, ma solo inizialmente, il rifiuto di accettare trattati di pace separati. L’Ue ha accettato tutte queste richieste della Lega Araba e anche avallato le ripetute minacce di boicottaggio economico e culturale contro Israele, avanzate dai loro fedeli alleati arabi e dalla loro potente lobby, la Associazione Parlamentare per la Cooperazione Euroaraba. Il 3 marzo 2004, Javier Solana, alla domanda su cosa pensava della proposta americana di esigere riforme democratiche negli Stati arabi, ha risposto: “Il processo di pace deve sempre stare al centro di qualsiasi iniziativa che sia in atto ... Qualsiasi idea di riforma della nazioni deve correre in parallelo con la priorità di portare a termine il processo di pace, altrimenti avrà ben difficilmente successo”. Solana ha semplicemente ripetuto l’opinione del presidente egiziano Hosni Mubarak, che aveva appena incontrato. Anche il segretario generale della Lega Araba Amr Moussa è dello stesso parere e si rifiuta di considerare la possibilità di qualsiasi riforma nei paesi arabi prima che sia raggiunta una soluzione del conflitto arabo-israeliano; una “soluzione” le cui condizioni implicano la distruzione di Israele. Di conseguenza, qualsiasi forma di democratizzazione della società araba richiesta dall’Occidente viene condizionata dagli arabi alla sua partecipazione all’eliminazione di Israele. Questo vincolo è stato rifiutato dal Marc Grossman, importante funzionario del Dipartimento di Stato americano, quando è andato in visita al Cairo il 2 marzo 2004. Grossman ha detto che il progetto di democratizzazione non deve dipendere da una soluzione del conflitto medio-orientale. Ma il ministro degli esteri egiziano, Ahmed Maher, gli ha risposto:
    “La posizione dell’Egitto è che uno dei principali ostacoli al processo di riforma è la perdurante aggressione israeliana contro il popolo palestinese e arabo”.
    La Reuters riporta questa dichiarazione di Amr Moussa, fatta ad una sessione inaugurale di un normale incontro fra ministri: “La causa palestinese… è la chiave per la stabilità o l’instabilità della regione, ed è una questione che continuerà ad influenzare in tutti gli aspetti lo sviluppo dei paesi arabi fino a quando sarà raggiunta una giusta soluzione”.
    I notabili dell’Eurabia, si tratti di Chirac, de Villepin, Solana, Prodi o di qualcun altro ancora, hanno continuato a sottolineare l’importanza della causa palestinese per la pace mondiale, come se una più intensa campagna europea di diffamazione contro Israele farebbe cambiare qualcosa nel jihad globale scatenato negli Usa, in Asia, in Africa e in Cecenia. Secondo questa visione, è la stessa esistenza di Israele, e non questo impulso omicida jihadista, a costituire una minaccia per la pace. Il legame euroarabo tra riforma dei paesi arabi e la posizione di Israele è falso e dimostra soltanto, ancora una volta, l’asservimento dell’Europa alla politica araba. Numerosi vertici arabi e islamici hanno imposto al mondo la centralità della loro politica sulla questione palestinese e hanno richiesto che tutti gli altri problemi vengano ad essa subordinati. L’Ue ha fatto la stessa cosa.

    FP - Lei parla spesso di un culto palestinese euroarabo. Cosa intende esattamente?
    BY - Intendo precisamente questa centralità della questione palestinese che viene sbandierata in Europa come la chiave per la pace mondiale. Comunque, questo culto è qualcosa di molto più profondo di un semplice strumento politico per costruire una politica di alleanza euroaraba contro l’America e Israele. E’ legato a correnti teologiche giudeofobiche e promuove una teologia alternativa fondata sulla palestinizzazione della Bibbia e sul rifiuto delle sue radici ebraiche al fine di delegittimare la storia di Israele e i diritti che ha sulla sua terra. Questo culto simboleggia la redenzione del cristianesimo e dell’islam e la loro riconciliazione sulle ceneri di Israele, una creazione del Diavolo: una convinzione propagata dalla continua demonizzazione di Israele e dalla parallela vittimizzazione dei palestinesi che viene fatta dai media. Questo culto unisce neonazisti, giudeofobi, antiamericani, comunisti e jihadisti. E’ una rinascita delle correnti naziste antigiudaiche e anticristiane, in particolare nel suo odio per i fedeli della Bibbia cristiana e per l’America, il paese che ha determinato la sconfitta del nazismo e del comunismo. Negli anni trenta e quaranta, i nazisti avevano forti legami con i palestinesi; e queste simpatie si sono mantenute anche dopo la seconda guerra mondiale, sbocciando in quel culto palestinese euroarabo che ha sommerso l’Europa occidentale sotto l’onda del gigantesco apparato del Dialogo EuroArabo.

    FP - Ma che cosa pensa l’opinione pubblica europea del suo futuro euroarabo? Ne è consapevole? E’ d’accordo?
    BY - L’opinione pubblica ignora questa stategia, i suoi dettagli e il suo modo di operare; ma c’è una forte consapevolezza, un’ansia e una insoddisfazione per l’attuale situazione e in particolare per le tendenze antisemite.
    Questa politica euroaraba, espressa in un linguaggio oscuro, viene condotta dalle più alte sfere politiche e interamente coordinata attraverso l’Ue, e diffonde in ogni settore sociale una sottocultura euroaraba fondata sull’antiamericanismo e l’antisemitismo. Oriana Fallaci ha dato voce a questa opposizione generale. Ma ci sono anche molti altri. Sono boicottati, spesso licenziati in tronco, vittime di una “correctness” totalitaristica, imposta in larga misura dal mondo accademico, dai media e dagli ambienti politici.

    FP - Qual è la sua opinione a proposito dei giornalisti francesi che sono stati presi in ostaggio e delle reazioni francesi?
    BY - Chirac sperava che sarebbero stati liberati come un favore reso alla politica filoaraba e filopalestinese della Francia: insomma, un servizio reso da un dhimmi, che si merita un favore non concesso ad altri. Questa tragedia ha rivelato le buone relazioni della Francia con organizzazioni terroristiche come il Jihad islamico, Hezbollah e molte altre ancora.
    Ha anche smascherato la sua dipendenza dalla propria considerevole popolazione musulmana per le proprie scelte di politica interna ed estera, in quanto sembrava che la loro difesa avrebbe determinato la liberazione degli ostaggi. Ma le incredibili condizioni poste dai terroristi dimostrano che questi terroristi applicano le stesse leggi a tutti gli infedeli, senza fare nessuna distinzione. Dimostra infine l’insensatezza di una politica di collusione e rifiuto che ha sempre insabbiato il problema del terrorismo islamico per evitare di affrontarlo e che ha costantemente addossato le sue colpe sulle spalle delle sue vittime. La situazione della Francia illustra, infatti, che cosa minaccia l’intera Europa attraverso la sua integrazione demografica e politica all’interno del mondo arabo-musulmano, come viene ora promossa dalla Anna Lindh Foundation. La Francia, insieme al Belgio, alla Germania e forse alla Spagna, è avanti rispetto al resto dell’Europa. L’Inghilterra, l’Italia e per certi versi i paesi dell’Europa orientale non sono stati colti dalla dhimmitudine, quella sindrome di asservimento che consiste nella sottomissione e nell’obbedienza alla politica musulmana per essere risparmiati dal jihad e dalla morte. La dhimmitudine è connessa all’ideologia del jihad e alle disposizioni della sharia che si riferiscono al trattamento degli infedeli ed è un elemento fonda mentale del complesso processo storico di islamizzazione delle civiltà giudaico-cristiana, buddista e indù.
    L’America deve prendere una scelta: o rinunciare alla propria libertà e accodarsi all’Europa nella asservita condizione di un dhimmi, oppure mantenere la propria determinazione a combattere la guerra contro il terrorismo in nome della libertà e dei diritti umani universali.

    FP - John Kerry ha ripetutamente dichiarato che ‘ricostruirebbe le alleanze’ con l’Europa, a suo parere gettate al vento da Bush, in particolare con nazioni come la Francia e la Germania. Può dirci in che modo la sua concezione dell’Eurabia potrebbe influenzare la validità di questa pretesa del senatore Kerry?
    BY - L’antiamericanismo è stato molto popolare fin dalla fine degli anni sessanta, quando i partiti comunisti e di estrema sinistra europei rappresentavano una potente forza politica.
    E’ stato un fattore decisivo nella politica gollista a favore di una Europa unita e forte, e un pilastro fondamentale della politica euroaraba negli anni settanta. Nel 1961 e nel 1967 De Gaulle si oppose all’ingresso dell’Inghilterra nella Comunità Europea proprio per le sue simpatie atlantiche. La struttura del Dialogo EuroArabo, che ha determinato tutta la politica europea nei confronti del mondo arabo-musulmano, era già sostanzialmente antiamericana negli anni settanta.
    L’Europa è un continente che affonda e la ricostruzione delle alleanze andrà a scapito della sicurezza e della libertà dell’America.
    Le violente correnti europee anti-Bush sono legate alla situazione interna dell’Europa. La guerra dichiarata da Bush contro il terrorismo islamico ha rivelato una realtà tenuta scrupolosamente nascosta in Europa e ne ha smascherato la estrema fragilità, creando una situazione che è stata tuttavia compensata da un’esplosione di antiamericanismo e antisemitismo organizzata dai network euroarabi. Le dichiarazioni fatte dal senatore Kerry sono inaccurate se si tiene conto del contesto euroamericano di rivalità culturali, politiche ed economiche precedenti all’elezione di Bush, e soprattutto dell’emergere di una nuova e complessa situazione che l’opinione pubblica americana ed europea non ha ancora compreso fino in findo. Si tratta della minaccia di un jihad globale, con la sua ideologia, la sua strategia e le sue tattiche operative, coordinato da una rete di cellule sparse in tutto il mondo. La differenza tra Europa e America sta nel fatto che l’Europa nega l’esistenza di questa minaccia perché non può o non vuole combattere in nome di certi valori cui in realtà ha già rinunciato. Vediamo di fronte a noi la collisione di due strategie diametralmente opposte.

    FP - Possiamo nutrire qualche speranza per l’Europa? Per esempio, pensare di vincere questa guerra contro l’islamismo?
    BY - Forse gli ultimi eventi che hanno dimostrato l’insuccesso della politica francese e la spaventosa tragedia dei bambini massacrati nella scuola di Beslan convinceranno gli europei ad assumersi le proprie responsabilità. La guerra contro il terrorismo jihadista può essere vinta soltanto se il mondo civile si unisce compatto contro la barbarie.
    Fino ad oggi le democrazie europee hanno appoggiato Arafat, il padre fondatore del terrorismo jihadista, degli attentati suicidi e del rapimento di ostaggi. Vinceremo la guerra soltanto se gli daremo il nome appropriato e la affronteremo come tale, riconoscendo che obbedisce alle regole della guerra islamica, del tutto diverse dalle nostre; e vinceremo soltanto se le democrazie e i modernisti musulmani cesseranno di giustificare questi atti contro altri paesi. La politica di collusione con i terroristi per garantirsi la propria sicurezza è una semplice illusione.

    © Frontpage Magazine - Il Foglio (traduzione di Aldo Piccato)

    saluti

  7. #17
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    Predefinito

    L'Europa si assumera' mai le proprie responsabilità? Saprà comprendere da che parte sta il nemico e che cosa si aspetta questi dagli europei (divisione, impotenza, litigi, fughe, rottura della solidarietà transatlantica, viltà per interessi particolari meschini....)? Non sono molto ottimista. Speriamo.

    Shalom

  8. #18
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    Predefinito Siamo stati....

    ....noi

    Roma. “Siamo stati noi musulmani a rubare il futuro dei giovani che hanno portato a compimento gli attentati dell’11 settembre e a peccare contro di loro. A causa della nostra visione nociva della religione, dei nostri predicatori che incitano dai pulpiti, dei nostri media violenti, non siamo riusciti a dare valore e significato alla loro esistenza, li abbiamo incitati a morire in nome di Allah, non abbiamo insegnato loro a vivere in nome di Allah”.
    Abdel Hamid al Ansari, decano della facoltà della sharia all’Università del Qatar, ha infranto ieri, per primo, la cappa di omertà che tutto il mondo musulmano ha steso attorno ad al Qaida.
    Ha attaccato la vulgata in voga nei paesi arabi che attribuisce quegli attentati (come i successivi) al Mossad; ha riconosciuto – clamoroso inedito – le radici coraniche dell’antisemitismo; ha preso le distanze dalla teoria dei progressisti e di tanti intellettuali musulmani che vuole che il terrorismo islamico nasca come reazione alle “malefatte dell’occidente” e l’ha iscritto, invece, “nell’album di famiglia” della recente tradizione musulmana, assumendone con dolore la responsabilità indiretta. La presa di posizione ha valore enorme perché a tutt’oggi non un dirigente religioso musulmano, non uno, ha mai emesso una fatwa, vincolante per i fedeli, che proibisca l’affiliazione ad al Qaida, che critichi l’operato complessivo, la strategia dei bin Laden.
    I pochi, pochissimi leader religiosi musulmani che si sono espressi si sono limitati a condannare i singoli atti, le singole iniziative – a partire dall’11 settembre – ma mai si sono esposti contro la visione del mondo fondamentalista, che crea il retroterra del terrorismo islamico e fonda la sua popolarità.
    Al Ansari ha avuto questo coraggio ed è partito nel suo ragionamento dal punto critico: la tendenza di tutto il mondo arabo a dare la colpa di ogni cosa, anche del proprio terrorismo, agli ebrei e a Israele.
    Nelle stesse ore in cui alla televisione egiziana, come su tutti i media carioti, “intellettuali” e “analisti” di regime (tutti a libro paga del “moderato” Hosni Mubarak) sostengono che gli attentati di Taba sono opera del Mossad e che non è vero che vi sono morti israeliani, al Ansari questo scrive sul quotidiano del Qatar al Raya, a proposito dell’11 settembre:
    “Nonostante la chiara evidenza, le indagini e le confessioni, gli arabi sono poco propensi ad accettare che dietro ciò che è successo c’è un gruppo proveniente da noi, perché non vogliamo ammettere che questi giovani erano i figli di una cultura che è ostile verso il mondo, non degli idioti o dei pazzi. Nessuno ha irretito questi attentatori suicidi che hanno agito perché erano convinti che quello era Jihad e martirio. E loro erano i nostri figli. Erano nostra responsabilità”.

    Lo sceicco “sostiene il terrorismo in Iraq”
    Al Ansari non si limita all’attacco ai predicatori che dalle moschee e dalle tv arabe diffondono incitazioni alla morte.
    Per la prima volta da un pulpito di prestigio islamico, affronta di petto il tema più scabroso per la cultura musulmana: le origini coraniche dell’antisemitismo.
    Ricorda che vi è negli “Hadith” e nella tradizione coranica che costituisce il corpo della Sunna la figura chiave di un ebreo convertito all’Islam, Abdallah ibn Saba, che avrebbe ordito, all’interno della umma, i grandi tradimenti, le grandi lacerazioni che hanno distrutto la potenza dei musulmani.
    Al Ansari, con straordinaria onestà intellettuale, ricorda e ammette che la teoria del “complotto giudaico” ha una sola origine: la vicenda coranica.
    Là dove i cristiani perseguitavano gli ebrei in quanto deicidi, i musulmani li perseguitavano nel ripercorrere la “politica” formalizzata da una Sunna che vede Maometto uccidere a freddo nel 627 dopo Cristo, quinto anno dell’Egira, i 600 ebrei Banu Quraiza, ragazzi inclusi, con l’accusa di avere “violato il patto” con la comunità musulmana.
    E’ un’affermazione di capitale importanza, sempre occultata dai tanti cultori del “dialogo interreligioso” che si è sviluppato dopo il Concilio vaticano II, sempre ignorata, per incultura, soprattutto da un’intellighenzia europea che non ha mai voluto comprendere che dietro il “rifiuto arabo di Israele” non c’era solo una questione nazionale, di terra, ma anche e soprattutto un “a priori” teologico e antiebraico, fondato sulla tradizione musulmana. Coerentemente, al Ansari chiude il ragionamento toccando un altro argomento scabroso e ignorato dalla cultura europea:
    il credito che nel mondo arabo e musulmano hanno i “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, che modernizzano e attualizzano la teologia musulmana del complotto ebraico e la rendono planetaria:
    “La nazione arabo-islamica è l’unica che crede ancora che i ‘Protocolli’ siano veri, malgrado sia stato provato che sono opera dell’Okhrana zarista. Invece di dare loro credito, dobbiamo interrogarci per trovare il modo di estirpare le radici dell’odio tra musulmani ed ebrei, così da capire e afferrare meglio e più approfonditamente ciò che è successo e sta succedendo nel nostro mondo complesso”.
    Al Ansari è il contraltare perfetto di un altro punto di riferimento islamico che opera in Qatar, lo sceicco al Qaradawi, gran frequentatore di meeting sul dialogo interreligioso, gran dispensatore di proclami su al Jazeera e grande equilibrista capace di ammaliare i cultori del politically correct, ma non certo al Sistani.
    Ieri il grande ayatollah sciita iracheno, per bocca del suo portavoce in Kuwait, Muhammad Baqir al Hamdi, ha scomunicato Qaradawi perché “sostiene il terrorismo in Iraq” ed emette fatwe “terroriste”.
    E’ la pesante parola fine detta dal grande ayatollah anche sulla credibilità che ambienti diplomatici francesi e italiani hanno dato ad al Qaradawi in occasione della crisi degli ostaggi.

    Carlo Panella su Il Foglio del 13 ottobre

    saluti

  9. #19
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    Predefinito Civiltà cattolica dice cose che....

    le gerarchie non possono dire

    Roma. Ogni quindici giorni il direttore di Civiltà cattolica si reca alla Segreteria di Stato vaticana e lascia le bozze del numero in preparazione.
    Si visionano, eventualmente si correggono, si riconsegnano.
    E se la rivista dei gesuiti va in stampa, come nel numero del 2 ottobre, con un editoriale non firmato (“Tre anni di lotta al terrorismo”) in cui si parla di “terrorismo di matrice islamica”, significa che qualcosa si muove sopra il pelo dell’acqua delle cautele di Santa Romana Chiesa. E che il messaggio a chi ha orecchie per intendere è stato mandato.
    Il vaticanista dell’Espresso, Sandro Magister, dice al Foglio che “Civiltà cattolica è la rivista cui le più alte gerarchie affidano il compito di dire quello che non si può dire”.
    Nell’editoriale si afferma che “tre anni di lotta al terrorismo islamico hanno conseguito scarsi risultati”, ma anche che il fanatismo ha ampiamente superato “un senso, sia pur minimo, di umanità”.
    Magister osserva che una presa di posizione così netta è inusuale, ricordando che nemmeno nel terzo anniversario dell’11 settembre il Papa ha pronunciato l’aggettivo “islamico” e che l’Osservatore Romano registra ogni giorno “attentati e sequestri, senza mai dire che sono opera di terroristi”.
    “Ho fatto una ricerca - dice il giornalista – e negli ultimi 40 giorni solo in un caso l’Osservatore ha usato il termine ‘islamico’.
    E’ stato per riferirlo a un attacco a una chiesa indonesiana”.
    Padre Khalil Samir Khalil, gesuita islamologo molto ascoltato nei Sacri palazzi, dice che “parlare di ‘terrorismo islamico’ è esatto” perché questa “è la realtà dei fatti”.
    A riprova della bontà dell’espressione, Samir cita gli articoli in cui, gli stessi commentatori musulmani, soprattutto dopo Beslan, hanno accostato i due termini.
    “E’ in atto – dice al Foglio – un processo di chiarificazione, lento ma continuo, tra i cattolici, con buona pace dei benpensanti per cui ‘islam uguale pace’. Ma ‘islam’, non è ‘salaam’”.
    Il direttore del Cesnur, Massimo Introvigne, si dice convinto che “è un messaggio agli ambienti della Chiesa che fino a oggi hanno dialogato con i neofondamentalisti che condannano gli attentati, ma non se questi sono legati a casi nazionali”. Semplificando, quei musulmani per cui: 11 settembre non lecito, 11 marzo non lecito, attentati in Cecenia, in Palestina, contro gli Usa in Iraq, leciti. Fra le righe, insomma, è “un altolà ai cattolici dialoganti, penso a Sant’Egidio”.
    Eppure Civiltà cattolica, prima dell’invasione, trattava diversamente la questione irachena.
    Ancora Magister: “La linea editoriale da filofrancese s’è fatta più filoamericana dopo il termine del conflitto”.
    E’ diminuita l’influenza del vicedirettore, Michele Simone, uomo dalle simpatie uliviste, mentre è cresciuto il peso di Giuseppe De Rosa “che, certissimamente, è l’autore del commento anonimo”. Già il 18 ottobre di un anno fa, il senior editor De Rosa firmò sulla rivista un editoriale secondo cui “in tutta la sua storia l’islam ha mostrato un volto guerriero e conquistatore”.
    Poi Civiltà cattolica ha oscillato fra le due posizioni “ma, con il cambio al vertice Tauran-Lajolo e dopo l’attacco ai carabinieri di Nassiriyah, la svolta è stata netta”.

    Un manifesto di buone intenzioni
    Nella seconda parte dell’editoriale di Civiltà cattolica si fa riferimento al “Manifesto per la vita” pubblicato il 2 settembre sul Corriere della Sera, apprezzato anche dal ministro Giuseppe Pisanu.
    Scrive la rivista: “Se è indubbio il suo valore morale e culturale, il suo valore politico è modesto” perché “mancano le firme dei dirigenti dei gruppi islamici che veramente contano in Italia: per esempio il presidente dell’Ucoii”, che, tra l’altro, continua a mantenere “i suoi legami con i Fratelli musulmani e critica aspramente la politica statunitense e israeliana, che per molti islamici presenti in Italia giustifica in notevole misura il terrorismo islamico”.
    Fine del dialogo interreligioso? Se Introvigne vede un’alternativa praticabile “nell’islam ‘centrista’ che rifiuta la modernità teologica ma non quella politica”, Samir azzarda un’altra via:
    “quando il Papa disse ‘Non c’è pace senza giustizia’, molti intellettuali musulmani concordarono. Ma quando il Papa aggiunse ‘Non c’è giustizia senza perdono’, quegli stessi si sbalordirono, come in presenza di categorie spirituali sconosciute”.
    Allora dire “terrorismo ‘islamico’ non è una forzatura, è la realtà” perché “non c’è dialogo senza verità nella carità, cioè saper dire cose difficili in modo che l’altro possa accettarle”. (eb)

    da Il Foglio del 13 ottobre

    saluti

  10. #20
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    Predefinito Un Dio, una famiglia, un Libro. Ellul....

    ....non ci sta

    Da circa una decina d’anni, gli intellettuali francesi sono presi da un amore smodato per l’islam. Non facciamo che leggere elogi dell’islam a tutti i livelli. Religione dell’ultimo assoluto, ricca di civiltà, umanesimo profondo, devozione spirituale; tutto questo, ben inteso, viene messo in contrappunto col volgare materialismo della nostra barbara civiltà, la nostra sete di denaro, la nostra passione per il lavoro, la nostra tecnicizzazione disumanizzante. Varie volte, mi è capitato di leggere che la “vittoria” di Poitiers nel 732, quando vennero schiacciati i “saraceni”, fu un disastro per la civiltà, che gli arabi erano mille volte più civili dei barbari francesi di Carlo Martello, e se i vincitori fossero stati gli arabi avremmo potuto beneficiare di una civiltà, d’una cultura, d’una organizzazione sociale di gran lunga superiori alla nostra.
    Si mette in risalto l’alta qualità del regno di Granada, sia per l’arte sia per la letteratura, e purtroppo, ancora una volta sono i barbari del nord a essere riusciti a sconfiggere una così bella creazione. Mi è pure capitato di leggere che dovremmo essere noi ad andare a scuola di saggezza e spiritualità musulmane, troveremmo così una risposta oltreché un compenso all’intollerabile insignificanza del nostro occidente.
    Alcuni hanno cominciato a combattere coraggiosamente le “leggende” inventate dagli occidentali sui massacri che gli arabi e i turchi avrebbero perpetrato durante le loro conquiste.
    Altri hanno cercato di dimostrare che sono stati gli europei ad aver cercato, da sempre, di attaccar briga coi paesi arabi, e per dirla tutta, mi è anche capitato di leggere che a fare scorrerie per il Mediterraneo saccheggiandone le coste non erano i pirati barbareschi, ma gli europei; del resto, argomento sorprendente, uno dei gran capi di quei “pirati”, il Barbarossa, era un europeo!
    E un noto intellettuale amico mio ha proclamato davanti a me che il Corano era “il più grandioso e più perfetto di tutti i poemi del mondo”.
    Potrei continuare l’elenco di testimonianze del fervore e dell’ammirazione verso l’islam da parte di molti intellettuali francesi.
    Per non sembrare da meno, anch’io mi sono tuffato nel Corano, in una piccola raccolta degli Hadiths, nei libri sull’islam e, alla fine, nulla ho trovato di quel che mi avevano promesso.
    So bene però che è completamente inutile discutere di passioni intellettuali di quest’ordine, e procedere alla triangolazione
    “Corano-società musulmane-conquiste” era un’impresa smisurata, dato che studiare i fatti della conquista e la condizione dei vinti andava oltre la mia competenza, come lo era pure del resto mettersi a studiare seriamente il Corano, che va letto in arabo, se si vogliono evitare controsensi banali.
    Dunque per me restava aperta una questione irrisolvibile:
    come avevano potuto sbagliarsi così radicalmente sull’islam tutte quelle generazioni di arabisti, che ne l’avevano descritto all’insegna del terrore e della minaccia?
    Come s’era potuta formare un’unanimità di opinioni a proposito delle conquiste islamiche (fondandosi, oggi si dice, su fatti inesatti)?
    E come hanno potuto vivere nel terrore di pirati barbareschi intere generazioni di popoli che s’affacciavano sui bordi del Mediterraneo?
    C’è un mistero, in tutti questi interrogativi, che non ho mai visto spiegare e nemmeno affrontare; un mistero che riguarda la creazione di un’opinione pubblica perdurante, anche se oggi viene considerata del tutto falsa.
    Certo oggi la situazione è “cambiata”, la verità è stata “ristabilita”.
    Il Corano è un libro di preghiere, altamente mistico (è noto che, in maniera pressoché unanime, ci spiegano che il jihad, la guerra santa, non è affatto una guerra contro dei nemici, ma una battaglia spirituale che va combattuta dentro di sé). Le “conquiste” musulmane sono del tutte pacifiche e in genere si preferisce restare nel vago (tanto che l’Encyclopedia Universalis scrive: “Dal VIII al XI secolo l’islam si è espanso…”, ma evita accuratamente di dire in che modo. Si è “espanso” da solo, con un’operazione magica o spirituale…).
    Quanto ai massacri, alle oppressioni dei popoli cristiani eccetera sono tutte leggende, diffuse in occidente per giustificare le nostre conquiste.
    Perché in tutta questa storia, i colpevoli siamo noi, gli europei.
    E se ci dilunghiamo sulle crociate, scopriamo l’orribile intervento degli europei sul vicino oriente pacifico (trascurando di citare le conquiste arabe nell’impero bizantino!).
    Dunque, siamo in presenza di una riscrittura del passato e della storia, completamente a favore dei popoli musulmani, di una reinterpretazione del Corano, e della volontà di apertura a tutte le correnti intellettuali o spirituali dell’islam.

    Ciononostante, dobbiamo domandarci a cosa mai può essere dovuto un simile cambiamento, così profondo e spettacolare?
    Una sola causa per una “conversione” del genere non basta. Bisogna andare a cercare nell’intreccio di fattori diversi.
    Un primo fattore, evidente e massiccio, è la presenza d’un elevatissimo numero di maghrebini, apparentemente cinque milioni (1991), in Francia. Questi popoli dunque non li possiamo più considerare lontani e stranieri (perciò senza relazioni). Siamo costretti ad avere rapporti con loro. Ora, la prima cosa che si continua a ripetere, è che essi sono indispensabili all’economia francese. Si arriva quasi a sostenere che l’intera economia è fondata sul loro lavoro. Se non ci fossero i maghrebini, crollerebbe tutto, essendo evidentemente i francesi incapaci di lavorare. Di conseguenza, lungi dall’essere noi francesi a fare un favore a loro (la Francia terra di asilo, pronta ad accogliere i disgraziati, siano essi perseguitati politici o provenienti da paesi troppo poveri per mantenere tutta quella popolazione) sono gli stranieri a fare a noi un favore impagabile, e siamo noi a dover essere riconoscenti nei loro confronti.
    Per di più, spesso questi stranieri svolgono mestieri che i francesi non vorrebbero più fare, assolvendo ai bisogni più penosi o ripugnanti, tant’è vero che sono “poveri” (anche se, come sappiamo perfettamento, hanno danaro a sufficienza per mandarne alle famiglie rimaste nei paesi d’origine).
    Sono i poveri della nostra società opulenta (ancorché, bisogna osservare, fra i “clochards” non se ne trovino).
    Il buon cuore, dunque, specialmente quello dei cristiani, si commuove sui loro casi, aprendosi a tutte le loro richieste.
    Inoltre si tratta di stranieri (“Tratterai lo straniero come uno dei tuoi” ricordano i cristiani), ai quali dunque bisogna offrire maggior aiuto che agli altri.
    Sì, ma tutto questo cosa c’entra, si dirà, con la nostra mutata comprensione, con la nostra apertura verso l’islam?
    Il più delle volte questi immigrati sono musulmani solo di nome, solo formalmente.
    Così come il 50 per cento dei francesi sono “cattolici”, e del cattolicesimo conservano riti, feste, giorni feriali… e nient’altro. Per capire la realtà, bisogna tener conto del fenomeno, da me studiato altrove, della “rimanenza del religioso” – vale a dire del fatto che uno che di nome, tradizione, famiglia appartiene a una religone, è sempre suscettibile di ridiventare un fervente religioso e addirittura settario se si produce uno “choc”, una persecuzione, un risveglio che emana da un piccolo gruppo mistico, l’ingiustizia in un paese che pratica un’altra religione eccetera.
    I riti che sono stati conservati rendono l’uomo aperto e ricettivo a una rinascita religiosa.
    Ed è questo il caso in cui ci troviamo oggi, perlomeno in Francia. Da un lato c’è il tuffo in una società laica (inconcepibile per un uomo cresciuto in un mondo islamico), dall’altro lato, sappiamo che un po’ da per tutto si sta producendo un risveglio islamico.
    E questo, contrabbandato, diffuso dai media, assume proporzioni che forse non ha nemmeno nella realtà (il Fis in Algeria per esempio è un’infima minoranza, temperata dalle autorità, ma per gli ambienti algerini in Francia è una minoranza assai influente). Sono questi i fattori che contribuiscono a ravvivare la religione musulmana nei maghrebini in Francia. Di conseguenza, noi qui abbiamo un insieme di fattori che convergono per imporre il fatto musulmano ai media, agli intellettuali e alle popolazioni che vivono a contatto con gruppi maghrebini.
    Ora, questo è un fatto nuovo che assume importanza in quanto tale. Un gruppo ebreo o protestante non pone problemi, rappresenta una situazione nota e consolidata. Non presenta novità, e nemmeno sorprese, dunque non attira l’attenzione sul suo credo o sul suo modo di vivere la fede.
    L’attenzione invece viene a essere calamitata dal credo musulmano, che i nostri intellettuali non possono che cercare di conoscere e di comprendere, di riflesso; sicché oggi sono attratti da un aspetto che trent’anni fa sembrava trascurabile (solo gli specialisti s’interessavano all’islam) e che invece ora si impone.
    Il che assume un impatto tanto più forte quanto più noi continuamo ad avere verso i popoli del Terzo Mondo una cattiva coscienza, da tutti i punti di vista. Cattiva coscienza di essere stati dei conquistatori (dei “colonizzatori”) che giustificavano se stessi sostenendo di portare la civiltà, quando invece distruggevamo le culture vive.
    Cattiva coscienza di essere stati degli sfruttaturi in quanto colonizzatori.
    Certo è un’esagerazione sostenere che la molla economica dell’Europa stesse unicamente nello sfruttamento delle ricchezze di cui il Terzo Mondo veniva spogliato, ma è comunque esatta l’affermazione secondo la quale in alcuni settori, le materie prime del Terzo Mondo, acquistate a prezzi stracciati, sono state poste a servizio dello “sviluppo” occidentale.
    Dunque, cattiva coscienza, avvertita soprattutto dagli intellettuali (e comunque, bisogna aggiungere, anche da un certo numero di cristiani) che adesso produce un sentimento di simpatia per tutto ciò che è africano, magrebino eccetera.
    Non posso fare a meno di aggiungere un tocco di perfidia: questa cattiva coscienza, in ogni caso, è nata a partire dal momento in cui noi siamo stati vinti. Finché eravamo i più forti, abbiamo continuato ad avere la buona coscienza del “civilizzatore”. Per esempio, l’interesse verso i popoli maghrebini, è suscitato dalla loro vittoria, dalla loro potenza militare, così come l’interessse verso i popoli del medio oriente coincide con la potenza petrolifera e la crisi del 1973-1974.
    Altro esempio, la guerra dell’Iraq, in realtà per il mondo arabo è stata un pieno successo, perché per vincerla s’è dovuta mobilitare l’intera potenza americana.
    Dunque rispetto, grandissimo rispetto: noi non siamo più i più forti. Così tutto fa brodo: la buona volontà verso i maghrebini semplice manodopera sfruttata, la cattiva coscienza occidentale, a causa del passato, il rispetto per la nuova potenza, per concentrare l’attenzione sul fenomeno arabo e suscitare interesse.
    Un interesse che si sofferma su ogni aspetto, e ben inteso su una religone, che, al tempo stesso rinasce nella sua intransigenza fra gli stessi arabi. E’ questo dunque il fatto globale, il fatto più particolare, la tendenza verso un’adesione a questa religione.
    Prendiamo i francesi, la maggioranza sono tutti laici e liberi pensatori: finché la laicità è stata un’idea per la quale battersi, ha dato un senso alla vita di quanti combattevano la Chiesa cattolica (principalmente).
    Ma da quando la laicità, la repubblica, l’agnosticismo hanno perso piede, non destano più molto interesse!
    Ora, questo è fatto che nella nostra contraddittoria società accompagna altri fatti rilevanti: l’assenza della morale (nel senso ampio di un dover essere, e non solo di un conformismo), il fatto che non si creda più in alcun valore, gli ultimi come il patriottismo o il socialismo sono completamente esauriti. No crediamo più in niente. Non troviamo più un senso nobile alla vita, guadagnare soldi o essere ossessionati dalla velocità non bastano più a darle un significato.
    Il lettore però non mi fraintenda: personalmente non attribuisco alcun valore alle ideologie (so fino a che punto possono essere pericolose – nazismo, comunismo); mi limito solo a constatare che nessuna società riesce a vivere senza un insieme di convinzioni comuni e senza un’ideologia che offra una ragione per stare insieme.
    E all’improvviso arriva per miracolo una fede forte, con tutto il corpus di dottrina che le dà un senso: verità proclamata, riti, morale specifica, comportamenti assoluti, intransigenza… Come non essere attratti da questo pieno di ricchezza che viene a colmare il nostro vuoto?
    Certo, gli integralisti fanno paura; ma adesso intorno a noi ci sono tanti musulmani devoti e piacevoli negozietti – dopo tutto perché no? Gli intellettuali vi trovano una rinnovata possibilità di un senso e di una verità (pur spogliando questa verità del suo carattere religioso; ma vi è tanta ricchezza nei filosofi musulmani, hanno già portato tanti di quei lumi che noi ignoravamao – al Kindi, al Farabi, Avicenna, Averroé…
    Cose da farci uscire dalla monotona polemica hegeliana…!)
    In altri termini, l’arrivo in forze del mondo musulmano in occidente sembra più una possibilità di reviviscenza della nostra cultura che un pericolo.

    Una volta passato in rassegna questo breve panorama, resta da dire una parola sui cristiani. Anche i cristiani avvertono l’attrazione, provocata dalla presenza a noi prossima, dalla serietà, dall’esistenza stessa di questa religione, e da tante (apparenti) prossimità.
    Le occasioni di dialogo tra musulamani e cristiani si moltiplicano.
    E questi ultimi, per quanto ne abbia potuto vedere io, sono assai restii nelle loro affermazioni.
    Siamo ben lontani dal trovarci di fronte a un cristianesimo duro e puro che si afferma in quanto tale.
    Durante uno di questi convegni ho avuto modo di ascoltare un famoso teologo cattolico dire che dialogava sul tema di “Dio” con un teologo musulmano, senza manifestare alcuna riserva sul Dio in questione. Ed è persino riuscito ad arrivare alla fine del convegno senza nemmeno pronunciare il nome di Gesu Cristo.
    Il fatto è che, al di là di tutte le suaccennate ragioni, i cristiani sono comunque attratti da una religione intransigente e senza pecca, d’un estremo rigore logico, anche se piena di mistici illustri. I cristiani avvertono benissimo la fiacchezza del loro credo comune, il generale disinteresse per il cristianesimo (anche se constatano il grande bisogno di fede, di un senso religioso che c’è nella nostra società).
    Le chiese si svuotano. Non c’è più uno sforzo di evangelizzazione, i gruppi legati alla chiesa scompaiono uno per volta… Vari metodi sono stati tentati, ma i giovani ormai vengono attratti da cento altre cose. Si sono volute rinnovare le liturgie, senza riflettere sul fatto semplicissimo che ormai solo i seguaci del culto e i fedeli della messa sono in grado di sapere che la nuova liturgia è più accessibile, più viva, della vecchia.
    Chi ne resta estraneo continua a non esserne attratto, e a non sentirsene coinvolto. E in mezzo a loro…. un popolo completamente religioso (perché i cristiani continuano a dare un valore generico al “religioso”, essendo ormai il “cristianesimo” una religione come le altre).
    Ho già dimostrato l’opposizione totale tra la religione e la Rivelazione biblica, per riproporla qui.
    Dunque, islam, cristianesimo, una religione vale l’altra.
    Certo, questi cristiani non sono pronti a rinnegare Gesù Cristo, lungi da me il sospetto! Escluso questo, però (e ci sono già state tante altre interpretazioni della specificità del cristianesimo), non possiamo trovare un terreno d’intesa? O perlomeno di dialogo? Da lì abbiamo iniziato, e bisogna ammettere che l’impresa ha avuto abbastanza successo.
    Basta sfumare alcune particolarità, togliere lo sguardo dal giudizio (immutato) che i musulmani hanno di ebrei e i cristiani.
    E poi, ormai da qualche anno abbiamo cominciato, (da parte cristiana) a cercare gli elementi di una parentela.
    Il che in fondo è stato abbastanza facile.
    Primo aspetto indiscutibile, si tratta di religioni monoteiste. Secondo, sono religioni del “Libro”: un libro santo da qualsiasi parte lo si guardi, che meraviglia, che bella base comune!
    Alla fine, abbiamo cominciato a ricordare che gli arabi discendono da Ismaele, e di conseguenza tutti noi siamo discendenti di Abramo.
    Se ho deciso di scrivere questo opuscoletto, è proprio a causa del successo di questi tre argomenti che attestano la parentela dell’islam e del cristianesimo.
    Sono i tre principi che intendo esaminare, sperando di dimostrare che si tratta di parole al vento, prive di significato.
    (1. continua)
    Jacques Ellul
    (traduzione di Marina Valensise) su Il Foglio del 13 ottobre

    Non siamo teologi. Non siamo professori. Eppure pubblichiamo
    “lezioni di teologia”. Perché? Perché il terrorismo non è un “fastidioso” fenomeno criminale, come sostiene John Kerry, da sradicare o contenere con azioni di polizia. E’ invece una tecnica odiosa, ma storicamente spiegabile, a cui ricorre una parte consistente del mondo islamico, l’islamismo radicale o fondamentalista o politico, che si candida in nome di una religione e della sua guerra santa alla guida della umma, la comunità dei musulmani, nell’attacco all’occidente, qualunque cosa questa parola significhi.
    Per noi quella parola vuol dire: noi, il nostro modo di vivere diverso e libero, laico e confessionale, cristiano crociato ebraico e financo buddista.
    Abbiamo cominciato nei giorni scorsi con le sei puntate di un bel saggio di Alain Besançon sulle differenze tra l’islam e il mondo giudaico-cristiano.
    Continuiamo da oggi con le tre puntate di un saggio del teologo (e molte altre cose) Jacques Ellul, protestante, allievo di Karl Barth. E’ un testo di dieci anni fa, anno della morte di Ellul, un testamento.
    Spiega le differenze teologiche da cui tutto muove.

    Giuliano Ferrara

    saluti

 

 
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