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Cominciano le nostre lezioni teologiche. Dureranno a lungo. Bisogna capire chi sono gli islamici, che cosa è l’islam.
Alain Besançon è un grande intellettuale francese, di tendenza liberale (una rarità, lì).
E’ un uomo colto, scrive chiaro.
Non è di quelli che conoscono una sola parola: dialogo.
Non è di quelli che non capiscono o fingono di non capire la profondità del problema, la realtà del contrasto religioso e di civiltà in atto.
Non è nemmeno uno che va per le spicce, nell’inconsapevolezza che alimenta i conflitti senza senso.
Semplicemente, non vuole avallare, come il teologo protestante Jacques Ellul, del cui libro queste “lezioni” sono una prefazione, le banalità correnti, buoniste, commendevoli, corrette sul rapporto tra l’islam, l’ebraismo e il cristianesimo.
L’islam va amato e rispettato, ma sopra tutto conosciuto.
Bisogna entrare nella sua realtà, perché gli islamisti, che non sono tutto l’islam ma oggi lo orientano e ne sono politicamente alla testa, la nostra realtà la conoscono bene, profeticamente.
E hanno capito che è la realtà di un occidente povero di cultura e di idee, di forza e di autoconsapevolezza.
Gli islamisti sono già qui, tra noi, e agiscono con efficacia sulla scena mondiale.
Conosci il tuo nemico per conoscere meglio te stesso. Non c’è altra strada che la lezione teologica.
Nel 622 dell’era volgare nasceva ufficialmente a Medina una religione nuova, direttamente opposta ai tre fondamentali dogmi cristiani, la Trinità, l’Incarnazione e la Redenzione.
Oggi, i seguaci di questa religione sono sul punto di diventare più numerosi dei cristiani, qualsiasi sia la loro confessione.
Da mezzo secolo, tre sono i fatti che hanno radicalmente cambiato la situazione.
I paesi musulmani, che erano caduti sotto la dominazione degli imperi europei (considerati cristiani da parte dei muslmani), vale a dire l’impero inglese, russo, francese, olandese, hanno ritrovato l’indipendenza (con l’unica eccezione della Cisgiordania palestinese).
Le minoranze cristiane che all’inizo del XX secolo erano ancora numerose in Turchia, in Egitto, in medio oriente, si sono convertite, sono state espulse, (come i greci dall’Asia minore), a volte persino massacrate (come gli armeni).
Alla fine, forti minoranze si sono pacificamente trasferite in Europa occidentale.
In Francia, oggi formano quasi il 10 per cento della popolazione, e tra una ventina d’anni secondo i demografi raggiungeranno il 20 per cento.
In Germania, in Inghilterra, negli Stati Uniti, le cifre sono inferiori, ma altrettanto significative. Fatto questo che suscita in tali paesi una certa apprensione.
Il problema è posto in termini demografici, comunitari, in termini di assimilazione, di lotta contro il “razzismo”, ma molto più raramente in termini religiosi. L’umore delle chiese in effetti, da mezzo secolo a questa parte, volge all’irenismo, all’ecumenismo.
Sebbene molte di loro sembrino in crisi - o forse proprio a causa di questa crisi –nessuna mostra una preoccupazione di tipo religioso.
Il problema per le chiese si limita a riservare all’islam una buona accoglienza, a cercare il contatto, i punti in comune, il dialogo.
In Francia in particolare, la penetrazione della religione del Corano è avvenuta a piccoli passi e in modo silenzioso. Solo di recente i francesi hanno improvvisamente capito che questo fatto rappresentava un problema gravissimo, dal momento che si tratta, a lungo termine, della nascita di un’altra civiltà sul territorio di un altro paese.
Sorpresi, reagiscono oggi in maniera disordinata, come si è visto nel corso dei dibattiti sul permesso o sul divieto del velo musulmano nelle scuole pubbliche.
Hanno la scusa di essere stati male o poco informati.
Hanno avuto paura di venir accusati di intolleranza religiosa, addirittura di razzismo, anche se non si tratta di razza, ma di religione.
Se erano cristiani, potevano leggere una letteratura spesso prodotta da chierici ben votati a difendere i valori del’islam, a sottolineare i punti in comune che prentendevano cogliere tra questa religione e la loro.
Questi libri potevano essere letti come un’involontaria propaganda in favore dell’islam.
Non è stato sempre così.
Molti grandi autori classici hanno constatato che tra l’islam e il cristianesimo c’è un’incompatibilità teologica.
E’ il caso di Giovanni Damasceno e Tommaso d’Aquino.
Yahia ibn Mansour, detto il Damasceno, discendeva da una famiglia di alti funzionari bizantini che aveva avuto un ruolo nella resa di Damasco. Fu dapprima al servizio del Califfo, nell’amministrazione fiscale. Alle prime persecuzioni, si ritirò nel convento di San Saba, presso Gerusalemme, dove morì nel 754. Ha scritto solo alcune pagine che sono preziose essendo egli un testimone della prima ora.
Il primo testo si trova inserito nel suo catalogo, “Il Libro delle eresie”, in cui l’islam viene catalogato come l’eresia numero 100. Ciò vuol dire che a quella data, in particolare per i monofisiti* e per i nestoriani* – che detestavano l’ortodossia melchita che rappresentava l’oppressione bizantina – non era chiaro se l’islam fosse un’altra religione, o non piuttosto una versione supplementare della nebulosa cristiana.
La stessa cosa a volte succede anche oggi.
In ogni modo, la descrizione del Damasceno è puramente sarcastica.
Maometto è un falso profeta. Le sue dottrine sono assurde e non possono che essere tali, visto che nega le verità cristiane.
Il secondo testo, più tardivo, appare sotto forma di una
“Controversia tra un musulmano e un cristiano”.
E’ una breve catechesi per impedire ai cristiani di convertirsi, cosa che già facevano in massa. Contro il fatalismo che egli attribuisce all’islam, Damasceno tenta di difendere il libero arbitrio, e anche la consistenza della natura creata, l’ordine delle leggi di natura, contro il puro capriccio del Dio predicato dall’islam.
Giovanni parla con condiscendenza, un po’ come un distinto teologo del XIX secolo avrebbe trattato la rivelazione di Joseph Smith e il “Libro dei Mormoni”.
Tommaso d’Aquino segna una tappa capitale in questa tradizione del rifiuto puro e semplice; Nella “Summa contro i Gentili” (I, 5), offre infatti i seguenti argomenti:
Maometto ha sedotto i suoi seguaci dando loro comandamenti che soddisfano la concupiscenza di uomini carnali;
ha offerto solo verità facilmente comprensibili dalle menti comuni; ha fatto un miscuglio di leggende e di dottrine che diminuiscono la verità naturale che pure si trova nel suo insegnamento;
le sue prove si fondano sulla forza delle armi e non difettano per nulla ai briganti e ai tiranni.
Né l’Antico né il Nuovo Testamento depongono a suo favore; al contrario, Maometto dopo averli deformati con racconti favolosi, fa divieto di leggerli ai suoi discepoli. Alla fine, san Tommaso, conclude:
“Coloro che prestano fede alla sua parola, credono alla leggera”.
Questi due autori nel momento stesso in cui rappresentano un netto rifiuto dell’islam, hanno entrambi prodotto delle summe, vale a dire delle sintesi complete del cristianesimo. In effetti, sembra proprio che tutta la discussione con l’islam richieda una conoscenza approfondita della teologia cristiana e il miglior modo di mettere in guardia il fedele cristiano stia nell’istruirlo della sua stessa religione, che egli in genere conosce male.
La polemica con l’islam è efficace solo se accompagnata da una catechesi.
Ed è proprio quanto ha fatto Jacques Ellul nel testo che leggerete. E’ importante che un teologo ci parli oggi dell’islam dal principale punto di vista che valga, quello teologico.
Jacques Ellul è un teologo protestante.
Protestante è pure la sua catechesi. Egli si pone nella tradizione di Karl Barth, che nel XX secolo ha tanto segnato non solo la teologia protestate – ma anche, in una certa misura, quella cattolica.
Invitato come osservatore al Concilio Vaticano II, Karl Barth levò una solenne protesta contro un documento di quel concilio che, a suo parere, non manteneva a sufficienza e nemmeno in modo chiaro che l’unico mediatore e l’unico salvatore era il Cristo.
Così, con la critica dell’islam, leggeremo anche la confessione di fede di Jacques Ellul, che ne è l’altra faccia, l’indispensabile contropartita.
Ma Jacques Ellul non ha avuto il tempo di finire.
Questo testo è un brogliaccio decifrato dopo la sua morte.
E’ un testo di grande ricchezza. E nel suo solco, io vorrei solo raccontare la stessa storia in un modo un po’ diverso, anche se sulla maggior parte dei punti che riguardano l’islam, mi sento vicinissimo alle sue posizioni.
(1. prima di sei puntate) Alain Besançon
•In polemica col patriarca di Costantinopoli Nestorio (morto nel 451) e i nestoriani, che sostenevano l’unione nel Cristo di due distinte persone (l’una divina e l’altra umana), e che vennero condannati dal Concilio di Efeso, i monofisiti sostenevano che dopo l’incarnazione nel Cristo ci fosse una sola natura, quella divina. Negare che Gesù Cristo fosse vero Dio e vero uomo significava negare di fatto l’incarnazione, il centro della dottrina cattolica. I melchiti erano e sono i cristiani di rito bizantino e lingua araba dei patriarcati di Antiochia, Gerusalemme e Alessandra.
su il Foglio del 25 settembre
saluti




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