La ricerca dell'unità nazionale nelle ultime vicende in Iraq e la difesa di una finanziaria old style, ma anche tante altre circostanze - non ultimo l'apprezzamento per i discorsi consociativi di Montezemolo - ci hanno indubbiamente mostrato un Berlusconi diverso da quello che eravamo abituati a vedere (e, a volte, apprezzare).
Lo affermano - ovviamente con opinioni diverse sulla svolta del premier - tre articoli degli ultimi giorni: Berselli su Repubblica, Mingardi sull'Indipendente e Folli sul Corriere.
Ma è proprio mentre ci si sforzava di interpretare questa "normalizzazione" che il Cavaliere, con una lettera al quotidiano di via Solferino, nega tutto, e rilancia la sua idea di potare lo stato e sconfiggere il partito delle tasse. Propaganda di un leader agonizzante (preoccupante il suo riferimento alla rielezione come prosieguo del percorso di tagli fiscali) o sincero rilancio del suo spirito originario? Ditelo voi, io di seguito vi incollo tutto il materiale che ho citato. Riporto anche l'articolo di Panebianco citato da Berlusconi nella lettera.
![]()
----------oOo----------
SE BERLUSCONI ABBRACCIA RUTELLI
di ALBERTO MINGARDI
Lucidissima analisi, quella di Edmondo Berselli uscita ieri su Repubblica. Berselli ha saputo celebrare quello che altri, fino ad oggi, avevano appena intuito. La totale e completa “normalizzazione” di Silvio Berlusconi, che porta indietro le lancette della politica italiana agli anni delle contrapposizioni di velluto, della cortesia istituzionale, dei rancori di scena e delle differenze di cartone.
Il nuovo Berlusconi, nota Berselli nella sua prosa plissettata e avvolgente, sa mettere il braccio sulle spalle di Rutelli, chiude in soffitta l’anticomunismo ruggente delle cavalcate elettorali, si lava dagli occhi ogni ombra rimasta di rimmel liberista. E’ pronto per indossare l’impegnativa corazza di “statista”, l’elmo glielo abbassa sugli occhi un quotidiano avversario. Forse con un po’ di malizia: vale la pena ricordare quell’aforisma americano per cui uno statista è soltanto un politico morto. Fisicamente, o elettoralmente.
Sempre ieri, con un commento magistrale, “Il riformista” ha rigirato il coltello nella piaga di una finanziaria che non convince. Al quarto comma del primo articolo, la diminuzione delle imposte è equiparata alle catastrofi naturali. Una possibilità remota e sfuggente. Un meteorite che squarcia l’atmosfera. Si spera senza conseguenze.
Ed effettivamente cosa rimane, cosa ci resta, del berlusconismo di lotta, nella minestrina riscaldata della “Reggenza”, in una finanziaria che è spesa e tasse, nell’artefatta “armonia” che regna seguendo le uniche logiche che in democrazia sanno calmare i venti. La moltiplicazione delle promesse e l’accorta distribuzione delle elemosine.
Non ci si faccia illusione sui successi internazionali, la liberazione degli ostaggi, il profilo, mai così severo e compreso, del manovratore in bandana che dieci anni fa era dileggiato e vilipeso come solo una promessa di novità può essere. La gente vota aggrappata al portafoglio, e se ne fa nulla delle medaglie raggranellate in un percorso che ha spento gli entusiasmi del “fare” in omaggio a una politica dell’equilibrio che è solo immobilismo. Sappia Berlusconi che da un contratto si può pure svicolare. Ma poi si passa dal tribunale del voto.
----------oOo----------
UN TERMIDORO PER IL PREMIER
di STEFANO FOLLI
Il nuovo Silvio Berlusconi che ha preso forma dopo la calda estate non finisce di stupire. È un Berlusconi meno nevrotico e più riflessivo, evidentemente abbastanza sicuro della solidità del suo governo, convinto di essere sfuggito al baratro che lo attirava a sé. Si è persino concesso, stando a quel che riferiva ieri La Stampa , una certa generosità verso le due Simone, assolvendole entrambe per le sciocchezze (gravi sciocchezze, in qualche caso) dette all’indomani del rientro dall’Iraq. Più che di una metamorfosi, si deve parlare di un adattamento alle circostanze. Il presidente del Consiglio ha smesso l’uniforme del radicale di destra, aggressivo e a parole giacobino, per indossare l’abito del moderato, quasi un centrista. Quanto meno, è ciò che appare. Tant’è che un segretario della maggioranza, Follini (sì, proprio quello del duello estivo al penultimo sangue), ammette oggi che il governo è entrato nel suo Termidoro. Se questo è vero, vuol dire che siamo di fronte non all’oscillazione di un pendolo, bensì all’avvio di un ciclo destinato a durare fino alle elezioni del 2006.
Non ci metteremmo la mano sul fuoco. Il personaggio Berlusconi ci ha abituato da tempo ai suoi scarti improvvisi, dovuti alla difficoltà di comprendere e controllare le dinamiche della sua coalizione. Ma è pur vero che stavolta anche un sedicente impolitico, come pretende di essere, capisce che la convenienza consiste nel cambiarsi d’abito. Il vecchio modello berlusconiano si è esaurito con l’uscita di scena di Giulio Tremonti che ne era il personaggio simbolo. Oggi è prioritario per il centrodestra riprendere un rapporto con il mondo dell’economia e con i gruppi sociali, in forme non troppo conflittuali. La nuova figura chiave, nella sua carica emblematica, è Gianni Letta, il cui stile rispettoso e dialogante, capace addirittura di creare un clima di relativa solidarietà nazionale, ha dato frutti nella vicenda delle due sequestrate, ma è applicabile sulla carta ad altri capitoli dell’agenda politica.
E’ chiaro che non stiamo evocando intrecci consociativi. Basterebbe osservare quello che accade con la riforma della Costituzione: il centrosinistra non ha alcun interesse a condividere la ricetta della Casa delle Libertà e quest’ultima non ha voglia di disgregarsi per compiacere l’opposizione. Ma la strada è lunga, in Parlamento, e le sorprese sono sempre possibili.
Il fatto è che il «neoberlusconismo» rivela soprattutto un’attitudine, se si vuole anche un’astuzia: un modo per dialogare anziché arroccarsi. È un sentiero necessario per affrontare senza scottarsi le dita l’emergenza internazionale, la condizione economica del Paese, le riforme che languiscono (il risparmio, la giustizia...). Il convegno di Capri, ad esempio, ha mostrato quale sia lo stato d’animo degli imprenditori, al di là del giudizio sulla legge finanziaria di Siniscalco. Si cerca di restituire coesione al Paese, ma per metterla al servizio di un progetto innovativo. Il rischio che l’Italia sia tagliata fuori sulla scena del mondo va preso molto sul serio. E il pericolo che gli appelli alle riforme si riducano sempre più a uno stanco manierismo è altrettanto alto.
Ben venga allora il Termidoro di Berlusconi, purché la novità non sia un mero gioco di specchi. È augurabile che si tratti invece di un metodo originale per affrontare i problemi collettivi senza sgambetti reciproci. Nella coscienza che tale metodo non può non avere come obiettivo ultimo il rinnovamento complessivo delle classi dirigenti. Della classe dirigente politica, in primo luogo. Perché la statura dei leader, a destra come a sinistra, si valuta anche da come sanno preparare la loro successione.
----------OoO----------
LA GUERRA PERDUTA CONTRO LE TASSE
di ANGELO PANEBIANCO
Archiviata la promessa con cui Berlusconi vinse le elezioni del 2001, una generalizzata riduzione delle tasse, chiave di volta dell' annunciata rivoluzione liberale, siamo tornati, con l' attuale Finanziaria, alle «manette agli evasori» e a un ulteriore accrescimento della pressione fiscale affidato all' azione impositiva degli enti locali. Del resto, Berlusconi non era mai riuscito a spiegare, né in campagna elettorale né dopo, come, con quali risorse, avrebbe realizzato la promessa riduzione della pressione fiscale. Lo scetticismo era lecito e si è rivelato fondato. Osservo, tuttavia, che anche se il progetto di rivoluzione fiscale di Berlusconi fosse stato credibile (e non lo era), quasi certamente la «rivoluzione» sarebbe stata ugualmente sconfitta. Essendo l' ancien régime, ossia il partito delle tasse (alte), fortissimo in Italia. A parole, tutti vorrebbero tasse più leggere. Di fatto, il partito delle tasse copre un blocco sociale potentissimo e trasversale, dominante a destra e a sinistra. Il che spiega perché, se c' è in giro tanta gente delusa dal fatto che Berlusconi non ha mantenuto la promessa, ce n' è tanta altra che ne è felicissima. Immaginiamo che cosa accadrebbe se andasse al potere un leader simile a Margaret Thatcher (abbiamo già constatato che Berlusconi non lo è). Un leader così abbasserebbe drasticamente le tasse (sulle famiglie e sulle imprese) riducendo la spesa pubblica. L' effetto sarebbe una completa trasformazione del Paese. Il rapporto fra Stato e cittadini cambierebbe notevolmente. Affluirebbero copiosi gli investimenti esteri, si innescherebbe un circolo virtuoso di crescita degli investimenti e dei consumi, non ci sarebbero più imprese protette e la concorrenza porterebbe ovunque i suoi benefici. Non essendoci più molta lana da tosare, la pubblica amministrazione sarebbe costretta a razionalizzare la spesa, eliminando sprechi e privilegi. Le risorse «pubbliche» diventerebbero più scarse e la scarsità le renderebbe preziose, obbligando tutti a trattarle con più cura. Più concorrenza, più crescita, più libertà personale e (forse) persino più efficienza nell' uso delle risorse pubbliche sarebbero i probabili frutti di una simile rivoluzione fiscale. Ma il partito delle tasse non vuole questo. Esso è un complesso blocco sociale che comprende imprese assistite, sindacati, e gran parte dell' impiego pubblico nelle sue variegate componenti. Come tutti i partiti forti, il partito delle tasse non è solo un' aggregazione di interessi. E' anche una cultura o, quantomeno, una ideologia. Per la quale tasse alte e spesa pubblica gonfiata sono le vie maestre della giustizia sociale e dell' equità. E poiché le ideologie sono indifferenti alla realtà, poco importa che, nei fatti, tasse alte e spesa gonfiata possano legittimare e coprire grandi sprechi e le tante iniquità che gli sprechi comportano. E' una regola che ammette poche smentite il fatto che le maggioranze disorganizzate sono impotenti, impossibilitate a prevalere, sulle minoranze organizzate. Il grosso dei contribuenti è appunto una maggioranza disorganizzata. Vorrebbe un fisco più leggero ma non può avere la meglio sull' insieme di minoranze organizzate, forti di risorse e di influenza, che compongono il partito delle tasse. Berlusconi ha fatto promesse che non poteva o non sapeva mantenere. Resta il fatto che la strada per rilanciare lo sviluppo è quella: sconfiggere il partito delle tasse, ridurre la spesa pubblica, ridurre, e di molto, la pressione fiscale. Prima o poi, forse con nuovi protagonisti (diversi da tutti quelli che oggi circolano), la questione dovrà essere in qualche modo riaperta.
----------OoO----------
SUL TAGLIO DELLE TASSE STO ANDANDO AVANTI
di SILVIO BERLUSCONI
Egregio direttore, la perentorietà con cui il professor Panebianco, nell’editoriale di ieri, dichiara «archiviata la promessa con cui Berlusconi vinse le elezioni del 2001, una generalizzata riduzione delle tasse», mi ha francamente sorpreso. Panebianco è un osservatore attento e scrupoloso della vita politica e mi colpisce che, in questa occasione, gli siano sfuggiti molti, evidenti fatti.
Vale la pena allora ricordarne alcuni, a beneficio non solo di Panebianco, ma dei lettori del Corriere.
«Meno tasse per tutti» non è stato solo uno slogan elettorale, ma una linea costante dell’azione di governo in questi tre anni. Con la Legge finanziaria per il 2003 il governo ha tagliato le tasse sui redditi personali per quasi 6 miliardi di euro, a beneficio dei redditi medio-bassi al di sotto dei 25 mila euro all’anno.
Ed è stato anche un modo per difendere le famiglie meno fortunate dalla fiammata dei prezzi determinata dal passaggio dalla lira all'euro, le cui modalità non sono state definite dal nostro governo che invece ha varato una vasta area di totale esenzione, la «no tax area», l'abolizione dell'imposta di successione, dell'imposta sulle donazioni, e altre numerose facilitazioni per i contribuenti.
Accanto a questi provvedimenti per le persone, il governo ha adottato una serie di misure di riduzione fiscale a favore delle imprese, come ad esempio la legge Tremonti-bis, l'abbassamento al 33% della tassa sul reddito delle società, una prima riduzione dell'Irap, l'esenzione dalla tassazione delle plusvalenze, il nuovo regime semplificato dei dividendi e delle plusvalenze dei gruppi di imprese. Tutti questi provvedimenti, insieme al primo taglio delle tasse, hanno abbassato la pressione fiscale al 41,3%, rispetto al 42,1% a cui l'avevano portata i governi precedenti, e ciò al netto dei condoni, che sono ad adesione spontanea e rappresentano il recupero di somme non pagate a tempo debito.
Ma veniamo all'oggi.
Con il Documento di programmazione economica e finanziaria, il governo ha deciso di ridurre, nel biennio 2005-2006, l'imposizione fiscale per 12 miliardi di euro, un punto del prodotto interno lordo. E ha stabilito di ridurre, dal 1° gennaio 2005, le aliquote sul reddito personale a tre: 23%, 33%, 39%. (Una ulteriore riduzione di 12 miliardi, se gli italiani ci confermeranno la loro fiducia, sarà realizzata nel 2007 e nel 2008, in modo da arrivare ad abbassare la pressione fiscale globale al 39% del Pil). Questo obiettivo - che è e che resta al primo posto degli impegni del presidente del Consiglio, del governo, della maggioranza ed è pienamente condiviso dal Tesoro - sarà realizzato attraverso due strumenti: la legge finanziaria e un provvedimento ad hoc per il taglio delle tasse e il rilancio della competitività. I due provvedimenti procederanno insieme in Parlamento e saranno approvati entro il 31 dicembre, per entrare in vigore il 1° gennaio.
Con la legge finanziaria - che, detto per inciso, non contiene, come invece asserisce Panebianco, le "manette agli evasori" né l'aumento della pressione fiscale da parte degli enti locali - si rispettano, per il quarto anno consecutivo, gli impegni previsti dal Trattato di Maastricht: contenimento del rapporto del deficit sul Pil sotto il 3% e riduzione del debito pubblico.
Con la riduzione fiscale in preparazione si realizzerà la politica economica del governo. Che è esattamente quella che Panebianco, nel suo articolo, descrive e che io per primo ho sintetizzato nella equazione per lo sviluppo: meno Stato, meno tasse sulle persone, sul lavoro e sulle imprese, uguale: più competitività, più sviluppo, più lavoro. Quindi, maggiori entrate dell'erario, nuova ricchezza e più risorse per trasformare lo Stato sociale in un vero «Stato amico».
La scelta di presentare prima la Finanziaria e poi la riduzione fiscale è dettata da un'unica esigenza: dare immediatamente un segnale forte ai mercati internazionali sull'affidabilità finanziaria del nostro Paese, gravato dal terzo debito pubblico del mondo che abbiamo ereditato dai precedenti governi e che abbiamo ridotto al 106% del Pil. E quindi, una volta incassata la credibilità sui conti pubblici, realizzare gli obiettivi di politica economica.
Questo è il programma del governo.
C'è un punto, però, degli argomenti di Panebianco che condivido e che mi sta particolarmente a cuore. Esiste un partito delle tasse e degli sprechi, un complesso blocco sociale che è trasversale ai blocchi politici. Questo partito è ben rappresentato dall'opposizione che in queste settimane sta discutendo se proporre, nel suo programma elettorale, la reintroduzione dell'imposta sulla successione e una tassa sul patrimonio.
Concordo anche sull'affermazione che le maggioranze disorganizzate difficilmente prevalgono sulle minoranze organizzate. E il partito delle tasse è una sommatoria di quelle minoranze.
Mi limito a dire, però, che se dieci anni fa decisi di lasciare la mia attività di imprenditore, che pure non mi aveva lesinato soddisfazioni, e decisi di affrontare quella che considero la più impegnativa fatica della mia esistenza, è perché ho voluto e voglio organizzare - e mi pare di esserci finora riuscito - quella maggioranza degli italiani che sono convinti della necessità di cambiare profondamente l'Italia.
Come intendo farlo? Con le 24 riforme che abbiamo in parte realizzato e che stiamo portando a termine. E con la riduzione della pressione fiscale, che comprende anche la riduzione delle aliquote che sarà in vigore dal 1° gennaio 2005. Soltanto allora vedremo se il partito del benessere e dello sviluppo, per il quale mi batto, sconfiggerà definitivamente il partito delle tasse. Cordialmente
Silvio Berlusconi




Rispondi Citando
eggio di Tremonti.......):nomini Martino.In secondo luogo,deve parlare chiaro agli alleati:entro un anno dovranno essere privatizzate tutte o quasi tutte le aziende di stato.E chi crea problemi se ne può andare.Terzo:dichiari ai sindacati e alla Confindustria,che d'ora in poi non si consulterà più con loro e che prenderà le decisioni in maniera indipendente,prescindendo dalle conseguenze(scioperi generali,serrate ecc..........)E' vero che qualche tassa il governo Berlusconi l'ha ridotta.Ma è ancora ben lontano dalla rivoluzione compiuta dalla Thatcher e da Reagan negli anni '80.Il Cav si deve mettere l'animo in pace:la sua rielezione passa dal portafogli.
