Agghju lettu chist'alticulu e volarìa sapè cosa ni pinseti, l'autori pari assai cuntrariatu ed eu no' saparìa fammi un'idea a rigualdu.
Limba Sarda de Mesania
La proposta di una lingua sarda ufficiale fondata sul logudorese con ampi apporti de nuorese, nota come Limba Sarda Unificada (d’ora in poi L. S. U.), è miseramente naufragata dopo che una commissione regionale l’ha bocciata per effetto di una rivolta di una quarantina di comuni che l’avevano aspramente contestata. La solita lobby di intellettuali che l’aveva sostenuta tenta adesso di aggirare l’ostacolo proponendo una Limba Sarda de Mesania (d’ora in poi L. S. M.), una parlata delle popolazioni di confine tra il dominio linguistico logudorese-nuorese e quello campidanese.
Stando alla proposta del comitato promotore, l’epicentro di questa linea linguisticamente grigia sarebbe, così sembra, Samugheo, che vedrebbe così il suo dialetto innalzato a modello di lingua ufficiale della Sardegna. La motivazione di tale scelta è a dir poco sconcertante: è una parlata, si dice, che ha in comune col campidanese, oltre che un patrimonio lessicale, del resto poverissimo, l’articolo plurale /is/, mentre col logudorese ha tutto l’altro, o quasi. In realtà la parlata di Samugheo e dintorni è una varietà del logudorese che potremmo definire meridionale.
Se la proposta di L. S. U. aveva un’impostazione di stampo razzista a tutto danno dei campidanesi, quella di L. S. M. si presenta come un tentativo di mediazione che dovrebbe mettere d’accordo tutti i sardi, eccetto, si capisce, i galluresi, i sassaresi, gli algheresi, i tabarchini, che hanno notoriamente altre parlate. Se prima si voleva imporre a tutti il sardo usato da circa 250 mila abitanti ora, più semplicemente, con la lingua cosiddetta di confine, si tenterebbe d’imporre quello di un paesino di 3500 abitanti al restante milione e seicento mila sardi. Nello stesso momento che si propone una lingua "mediana" si afferma, però, e a chiare lettere, che non esiste un confine tra campidanese e le altre varietà del sardo ma, miracolo, si riesce a individuare ugualmente una linea di trapasso tra il logudorese e il campidanese. Individuare, si fa per dire, perché, nell’impossibilità di rintracciarla davvero si è tentati di rifugiarsi nella parlata di un paesino di… confine.
Leggendo le pagine di questa proposta di L. S. M. si capisce subito che, nonostante qualche differenza, a dominare è la stessa logica della L. S. U. , salvo che nella prima questa è abilmente camuffata.
Vediamo subito la differenza più appariscente.
Le due proposte si differenziano perché la L. S. U., ignorando che le lingue ufficiali sono il risultato di lunghi processi storici, culturali, politici, sociali, economici, come dimostrano ampiamente le storie linguistiche di tutti i paesi che si vogliano prendere in esame, partiva dalla presunzione che si possono creare artificialmente le lingue con tecniche di ingegneria linguistica e per questo aveva confidato nelle competenze di docenti universitari; la L. S. M., al contrario, si rifà a una parlata storicamente determinata, ricorrendo, però, soprattutto per quanto concerne l’ortografia, molto più modestamente alla manovalanza dilettantistica di "geometri" di buona volontà.
Per quanto concerne le analogie vediamo che:
in tutte e due le proposte si fa una distinzione tra parlata che aspira a diventare la lingua ufficiale dei sardi e le varie parlate usate nell’Isola su cui, ovviamente, nessuno può intervenire, anche se i sostenitori della L. S. M. vogliono che anche queste ultime siano dichiarati legali, anzi… ufficiali. Rubando, infatti, uno slogan coniato dal Comitato per la tutela e la valorizzazione di tutte le varianti de sardo, a suo tempo costituitosi per osteggiare la L. S. U, questi si dichiarano a favore di Totu su sardu, che era un motto nato con l’intento di salvaguardare tutte le parlate della Sardegna senza che una sola di questa riducesse le altre a dialetti o a subdialetti. Ora, come allora, una sola parlata si candida a diventare lingua realmente ufficiale, quella da usare, in uscita, dall’Amministrazione regionale;
tutte e due le proposte, sia quella degli "ingegneri" sia quella dei "geometri", usano la scienza linguistica con molta spregiudicatezza, questi ultimi dimostrando un livello di competenze assolutamente sconcertante, come si può vedere dalla motivazione addotta per giustificare la scelta sulle terminazioni delle parole in e e in o, tipicamente logudoresi, invece che in /i/ e in /u/, che caratterizzano il lessico campidanese: perché, si afferma, non solo i logudoresi ma gli stessi campidanesi trovano difficoltà a pronunciare la /i/ e la /u/, anzi potrebbero leggerle in modo errato (p. 33). In questo senso la proposta è, dunque, per omine e non per omini, per domo e non per domu!), e per essere più convincenti dicono che tutti i sardi leggeranno ancora meglio certe parole se contengono ripetute queste vocali o l’una e l’altra, come /bene/, /ortos/, /pastore/, e poi… e poi perché con la ripetizione della /e/ o della /o/ "anche in ciò che appare (per l’occhio) tornano i conti della metafonesi": testuale! (p. 32).Insomma, gli stessi promotori della L. S. M. ci confermano che sono persone che si occupano di linguistica a occhio.
l’una e l’altra proposta ci danno prescrizioni anche sulla grafia e sull’ortografia, e se la prima suscitava più di un dubbio, l’ultima crea semplicemente sconcerto, perché alla base c’è il rifiuto, tutto ideologico, non solo di qualsiasi riferimento alla lingua italiana, dalla quale ci si vuole distinguere senza alcun timore dell’assurdo e del ridicolo, ma alla stessa lunga, documentata tradizione di un sardo colto. (Chi avesse interesse a conoscere questo aspetto della proposta non ha che da leggere il libretto che contiene la proposta di L. S. M., che è indicato esplicitamente come esempio di scrivere il sardo, pp. 33-34).
come la L. S. U. anche la L. S. M. nasconde interessi che di culturale hanno ben poco, in primo luogo interessi editoriali fin da adesso, ma anche nella prospettiva di una posizione di privilegio nel campo dell’editoria futura, soprattutto scolastica.
Da un esame anche superficiale dell’ortografia proposta per la L. S. M. emerge il principio secondo cui le parole vanno scritte facendo coincidere i grafemi con i fonemi, cioè di scriverle così come si pronunciano (ciò che non accade in nessuna lingua), salvo poi accorgersi che non è possibile in almeno cinque casi. Se dovesse passare l’esempio di ortografia avanzata nella proposta, il risultato sarebbe un pasticcio pericoloso che, tra l’altro, metterebbe gli alunni della scuola di ogni ordine e grado nella condizione di non riuscire a scrivere né in sardo né in italiano. Vediamo qualche esempio di ortografia proposto dai fautori della L. S. M.: addatai, per adattare, dibbatitu per dibattito, libbru per libro, possibbilidade per possibilità, acuntentai per accontentare, afariu per affare; mama per mamma, apuntai per appuntare, acua per acqua, batiari per battesimo e simili amenità. Un caso emblematico che riguarda le doppie è dato da alcune parole. Partendo dal fatto che in alcuni paesi del Logudoro nella parlata familiare la parola mamma si pronuncia mama, non solo si è fatta una distinzione tra suono forte e debole della /m/, ma s’impone a tutti i sardi di scrivere mama. Fatta questa distinzione, dunque, gli estensori della proposta ortografica, si accorgono di andare incontro a ostacoli che probabilmente in un primo momento non avevano previsto. Come scrivere, infatti, cama, domu, lima, rima, trama che tutti i sardi pronunciano con la /m/ forte? Semplice, con una sola /m/, immaginiamo per non andare contro una certa tradizione che le vuole tutte scritte con una sola /m/. Ancora, se si fosse stati coerenti, si sarebbe dovuto tener conto di altri fonemi, non solo della d cacuminale, per cui si propone di scrivere cudhu per cuddu. Per esempio si sarebbe tenuto conto dei due modi campidanesi di pronunciare la /n/, una volta nasale, come nel medio e alto Campidano, una volta senza nasalizzazione, come nel resto del dominio linguistico. Così pure non si spiega la mancata riproduzione in grafemi di altri fonemi, come /th/, e il colpo di glottide.
Ma ci sono anche altre incoerenze. Si afferma la necessità di evitare la metatesi ma nella proposta, portata come esempio di ortografia da seguire, si scrive tranquillamente cufromma per cunforma, prubbicu per pubblicu, frimmesa per firmesa etc. Si raccomanda di evitare le vocali paragogiche e in tutto il libretto si scrive funti per funt.
Della faciloneria un po’ mistificatoria che caratterizza gran parte della proposta è facile trovare un esempio come quando si afferma, contro l’esperienza quotidiana di centinaia di miglia di sardoparlanti, che anche in campidanese, di fronte alle parole che iniziano con /esse/, si usa la /i/ prostetica che evidentemente viene confusa con la /i/ eufonica del plurale. In altre parole, si afferma che in ogni parte della Sardegna, Campidano e Cagliari compresi, si dice, e quindi si deve scrivere, iscola e non scola, istoria e non storia etc. !
Per esorcizzare il timore che prima o poi il campidanese possa essere candidato a lingua ufficiale della Sardegna in quanto varietà del sardo più parlata, i promotori della L. S. M. sostengono che nessuna ricerca è stata ancora fatta per stabilire se veramente i sardi che parlano i campidanese sono davvero maggioranza rispetto a quelli parlanti altre varietà! Nessuno ha, giustamente, avanzato una proposta simile, e questo volersi arrampicare sugli specchi farebbe sorridere, se non ci fosse la convinzione che i "geometri" non si fermano di fronte a nulla, pur di raggiungere il loro obiettivo
A onor del vero, ai campidanesi si fanno concessioni, le stesse che il Comitato per la tutela e la valorizzazione di tutte le varianti della lingua sarda si era sentita fare dalla Fondazione Sardegna per conto dell’Assessorato della pubblica istruzione di allora: la "restituzione" della /x/, fatta sparire dalla L. S. U. in modo misterioso anche per qualche commissario, e la "concessione" dell’articolo plurale /is/ che ora andrebbe a sostituire gli articoli /sos/ e /sas/ logudoresi, ma solo perché sia la /x/ (ma solo per certe parole), come pure l’articolo /is/, sono in uso lungo le cosiddette parlate di confine.
Che senso ha tutta la proposta, lasciando da parte le considerazioni di carattere linguistico? La risposta è contenuta nella stessa proposta. Vi si afferma che L. S. M. dovrà riguardare le comunicazioni che la Regione trasmette alle articolazioni periferiche della pubblica amministrazione, le quali, a loro volta, potranno tranquillamente rispondere nella varietà linguistica della propria zona o città. Lo scopo ultimo è fare diventare le parlate di confine la lingua comune dei sardi. Questo si vuole, quando si dice che "è il sardo di queste parlate, e dunque una variante storica, quello che più si presta a fare da ponte tra tutto il sardo e la faccenda di standardizzare la lingua verso una lingua comune" (p) 34).Un tentativo un po’ mistificatorio, come si può capire. Se passa questa proposta, pensano i sostenitori della L. S. M., non sarà difficile in seguito proclamarla lingua ufficiale della Sardegna, quella che poi dovrà essere usata nella pubblica amministrazione a qualsiasi livello, in entrata ma anche in uscita, e, ciò che è più conta, " per gli usi formali, … nella radio e tv, nei periodici e nell’editoria, nella scuola, nel commercio, nel turismo, nell’economia", come recitava in modo più esteso la presentazione della L. S. U. fatta dall’allora assessore alla pubblica istruzione Pasquale Onida cui, se non altro, va riconosciuta una maggiore onestà intellettuale circa lo scopo di tutta l’operazione da lui portata avanti.
Due lingue ufficiali, allora, anche se le parlate locali sono chiamate ora col termine "legale", ora con quello "ufficiale"? Pare proprio di sì, anzi no, perché se tutte le varietà locali fossero proclamate lingua ufficiale, le … lingue ufficiali sarebbero alcune decine!
Quali le conseguenze di questo grande pasticcio? Vediamo. Se la proposta di L. S. M. dovesse essere accettata dalla Regione, si verrebbero a creare situazioni veramente curiose. Alle amministrazioni periferiche del Sassarese, della Gallura, di Alghero, Carloforte e Calasetta, così come a tutte le altre strutture pubbliche della Sardegna, s’imporrebbe (p.41) la conoscenza del dialetto di Samugheo, come parrebbe meglio chiamare la L. S. M. Al contrario, una volta proclamato tutto il sardo lingua legale così come si fa nella proposta, i problemi riguarderebbero gli uffici regionali, dove, in entrata, come si dice, arriverebbero decine e decine di documenti redatti nelle varie parlate locali. Non si capisce se dovrebbe essere un ufficio centrale ad occuparsi delle traduzioni, il quale poi le smisterebbe ai singoli uffici, oppure ciascuno di questi avrebbe decine e decine di traduttori, oppure alcuni traduttori ma talmente bravi da tradurre, senza possibilità di equivoci, tutti i documenti. Ma se, come è facile pensare, e come non hanno pensato quelli del Comitato per la L. S. M., le comunicazioni in entrambi i sensi avvenisse, come certamente avverrà, contemporaneamente in sardo e in italiano, che bisogno ci sarebbe d’imporre la conoscenza del dialetto di Samugheo e dintorni a funzionari centrali e periferici, come si sostiene con convinzione nella proposta?
Concludendo, c’è da credere che la proposta di L. S. M. serva solo a sollevare un altro polverone, con l’aggravante che finirà con lo scontentare tutti, sia i campidanesi sia i logudoresi, per non parlare degli altri sardi. La nostra controproposta è quella formulata a suo tempo per la L. S. U. L’aspirazione a una lingua comune è legittima e auspicabile perché corrisponde al desiderio di molti sardi, ma non può realizzarsi per un atto d’imperio burocratico. Come abbiamo dichiarato altre volte, è attraverso l’opera degli scrittori, della scuola e dei mezzi di comunicazione di massa che è possibile avvicinarsi, gradualmente, democraticamente, alla meta. Al contrario, coloro che vogliono forzare i tempi con una proposta per molti versi assurda, fanno il gioco degli avversari della lingua sarda, i quali trovano in loro ottimi benché inconsapevoli alleati.
Avvidecci, v'aspettu.




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