«Non scendo a patti coi potenti piuttosto rinuncio alla carriera»
RAVENNA - «Non sono disposto a scendere a patti o a rischiare di procurare un danno alla città: ne va del mio onore di repubblicano. Piuttosto rinuncio all'incarico». E' politico di lungo corso. Eppure il vicesindaco Giannantonio Mingozzi fatica a controllare l'emozione. Ha appena consegnato nelle mani del sindaco una lettera — riportata integralmente a lato — in cui spiega perché decide di ritirare la sua candidatura alla presidenza dell'Autorità portuale di Ravenna. Messo in rampa di lancio dallo stesso sindaco, in contrapposizione ai 'poteri forti' del mondo portuale, ha ottenuto via via il consenso degli alleati di giunta, mentre sul principio c'erano state obiezioni della Margherita e di alcune frange degli stessi diessini. L'opposizione invece ha sistematicamente sparato a zero sul suo nome. Negli ultimi giorni poi la candidatura Mingozzi ha registrato l'aperta ostilità di alcuni ambienti del mondo industriale.
Mingozzi allora si arrende?
«Non la metterei così. Attorno al mio nome e alla mia appartenenza politica si è creata una situazione insostenibile. Io sono oroglioso di essere repubblicano, e di quello che i repubblicani impegnati nelle istituzioni hanno contribuito a fare per la crescita del benessere della comunità. Ma quando si insiste a considerare l'appartenenza a un partito come un marchio negativo, mentre per me costituisce valore aggiunto, quando si invoca una figura 'al di sopra delle parti', mentre io non credo alla neutralità di certi incarichi, allora registro che c'è qualcosa che non va. E siccome non ho alcuna intenzione di rinnegare il mio essere repubblicano e i valori che ne derivano, allora non mi presto più al gioco».
Ritiene che il fuoco di sbarramento nei confronti della sua candidatura non venga dalle segreterie di partito?
«Francamente non vedo intrighi di maggioranza: attorno al mio nome c'è stato un consenso crescente tra gli alleati e anche in Regione e nello stesso Pri nazionale. Piuttosto credo che la causa degli ostacoli derivi dalle mie prese di posizione scomode e poco gradite a certi ambienti».
Cioè i gruppi che esercitano forti influenze sul porto?
«Nella mia azione di amministratore pubblico ho cercato di allargare la platea dei protagonisti del sistema marittimo, di aumentare credibilità e competitività del nostro scalo, di favorire le iniziative di nuovi imprenditori e dei giovani. Questo, evidentemente, rompe degli equilibri. Anzi, chiamiamole incrostazioni. E ha dato fastidio».
In sostanza lei sarebbe un candidato scomodo?
«Credo che alcuni ambienti preferiscano sostenere candidature non proprio 'addomesticabili' ma comunque disponibili a concordare i termini di una mediazione sulle questioni più importanti del porto, come lo sviluppo delle aree, l'organizzazione della Sapir, lo sviluppo del terminal passeggeri».
Scusi, ma non è proprio quello che si fa in politica?
«Sì, ma la mediazione va fatta nell'interesse generale senza subire l'influenza di alcuni poteri o categorie. Io non mi presto agli equivoci».
Ma a Ravenna non sono proprio i repubblicani gli interlocutori privilegiati del mondo delle imprese?
«Già, e questo è un motivo per cui considero davvero irritante quanto sta accadendo sulla presidenza del porto».
Tuttavia se è vero che la candidatura Mingozzi aveva già un forte consenso, perché non ha tenuto duro?
«C'è un'etica nel mio modo di essere repubblicano e uomo delle istituzioni. Insistere avrebbe potuto inasprire il conflitto politico e spingere qualcuno a giocare la carta del commissariamento del porto per poter poi rovesciare fango sulle amministrazioni locali: è un rischio che non voglio far correre al porto e alla città. Preferisco farmi da parte».
Prevede conseguenze all'interno della giunta?
«No, non credo. Spetterebbe comunque al sindaco prendere iniziative».
E Mercatali come ha reagito alla sua lettera?
«Mi ha detto che gli dispiaceva molto. E' stato corretto. Ha agito in modo coerente al rapporto di grande fiducia reciproca che c'è sempre stato tra noi».
di Marcello Petronelli






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