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  1. #471
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    S. Pietro in Vincoli (RA): Dibattito tra Luisa Babini (Pri) e Rodolfo Ridolfi (F. I.) sulla legge Finanziaria

    A S. Pietro in Vincoli presso i locali dell'associazione "il Circolino" dibattito tra il consigliere regionale Luisa Babini del Pri e il consigliere di Forza Italia Rodolfo Ridolfi sulla legge Finanziaria e sui provvedimenti di bilancio ad essa collegati. Il tema di rilevante attualità si inserisce nel delicato contesto dei rapporti tra Stato e Regioni, anche ai fini della ripartizione delle risorse. Le regioni si apprestano a d approvare proprie leggi di Bilancio in un momento di incertezza determinato dalla mancanza di un programma finanziario complessivo su cui il Governo sta ancora lavorando e che sarà definito nel dibattito al Senato sulla legge finanziaria. La discussione tra i due consiglieri toccherà anche i punti del nuovo Bilancio pluriennale che l'Emilia Romagna si appresta ad approvare.

  2. #472
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    Predefinito tratto da CORRIERE ROMAGNA 21 novembre 2004

    A Longiano il Pri non cambia linea

    LONGIANO - La linea del Pri non cambia. Ha fatto parte del governo locale nella passata amministrazione Raggini ed è attualmente all’opposizione nell’amministrazione Pascucci. Chi si aspettava delle aperture sarà deluso. Presso la Sezione Pri “Salvatore Bersani” di Longiano, la settimana scorsa, alla presenza del segretario della Consociazione di Cesena, Renato Lelli, si è svolta a Longiano l’assemblea degli iscritti del Partito repubblicano. All’ordine del giorno era inserito il rinnovo della segreteria e del direttivo di sezione. All’unanimità è stato riconfermato il segretario Giorgio Gasperini (da ben 20 anni al servizio della sezione), mentre è stato nominato vice-segretario Giampaolo Seraceni (ex assessore della Giunta Raggini). Completano inoltre il Direttivo di sezione Enrico Angelicchi, Luigi Bersani e Attilio Zamagni.

    g.m.

  3. #473
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    Ravenna: si inaugura oggi una strada alla memoria di Secondo Bini/Grande figura di amministratore pubblico, municipale e regionale, distante da ogni retorica

    Fu il rappresentante di un ideale rigore morale

    Oggi 25 novembre alle ore 16,00 il Comune di Ravenna intitolerà una nuova strada a Secondo Bini, con una cerimonia pubblica che avrà luogo nel piazzale antistante "Cinemacity".

    Bini, Sindaco repubblicano di Ravenna nell'anno 1969, ci ha lasciato il 3 ottobre del 1990; è stata una figura straordinaria di amministratore pubblico, municipale e regionale, rigoroso ed allergico ad ogni tipo di retorica; nel 60° anniversario della Liberazione di Ravenna, ci fa piacere poi ricordarlo appena laureato che entra in clandestinità, ricopre incarichi sia in seno al CLN, sia nella 14^ compagnia "Mazzini" della 28^ Brigata Garibaldi interamente costituita da repubblicani.

    La strada a Secondo Bini colma un vuoto e sana un debito che avevamo nei suoi confronti: per 30 anni ininterrotti fu presidente dell' ASCOM, dal '46 al ''74 Consigliere Comunale poi per due legislature Consigliere Regionale "costituente", capace di dare un grande contributo alla stesura del primo Statuto della Regione Emilia-Romagna.

    E ancora Presidente del Panathlon di Ravenna dal 1978 al 1990, Vice Presidente della Cassa di Risparmio attivo e scrupoloso fino all'ultimo, a dispetto della grave malattia che lo minava.

    Nei primi anni '80 ho lavorato con Secondo Bini in Regione; erano gli anni delle Presidenze Fanti e Cavina, gli anni nei quali prendevano corpo funzioni e deleghe, nella sanità e nella formazione in particolare e poi su un complesso di materie che i primi consiglieri disegnarono con passione e lungimiranza a fondamento della Regione di oggi.

    Fu in quella primavera del riformismo regionale che Bini seppe coniugare l'impegno politico con la sua dote di amministratore corretto e nemico di ogni "spesa facile", rigoroso e pignolo, doti che resteranno proverbiali.

    Uomo d'altri tempi, si direbbe oggi : ma non è così perché quell'intransigenza etica e morale, quell'ispirazione mazziniana ideale e appassionata, quel suo scrupolo instancabile nell'uso delle risorse ci insegna ancora molto nella quotidianità del pubblico amministratore, basta volerlo rispettare.

    Voglio ricordare poi Secondo Bini uomo politico, protagonista della nostra vita di partito, sempre martoriato (se ne andavano via via Bruno Benelli e Manlio Monti ) e con le soddisfazioni distillate, ma anche l'uomo pronto ad affetti umani generosi e sinceri, capace di amicizia autentica magari nascosta dietro un'apparente scontrosità e durezza.

    Protagonista moderno, Secondo Bini, competente nell'amministrare con trasparenza e lungimiranza, capace nella vita economica ed associativa di difendere sempre le ragioni della professionalità e i più alti principi dell'onestà e della morale laica.

    Giovedì, per Secondo Bini, nessuna "predica" rituale ma un ringraziamento essenziale per un grande affetto che i ravennati gli debbono, con la sua famiglia, per farlo sentire ancora presente nella Ravenna dei giorni nostri.

    Giannantonio Mingozzi Vice Sindaco di Ravenna

    *

    Un museo del Risorgimento dedicato alle tradizioni laiche

    Apre a Ravenna il museo del Risorgimento. L’inaugurazione il 27 novembre prossimo alle ore 11.00. Mingozzi ringrazia quanti vi collaborano; l’impegno dei repubblicani in tutte le associazioni che costituiranno l’apposita Fondazione; l’ideale laico e risorgimentale è rivolto ai giovani perché conoscano la tradizione repubblicana e patriottica dei ravennati.

    Con l’apertura del Museo del Risorgimento nell’ex chiesa di San Romualdo, la città di Ravenna dà corso, finalmente, ad un progetto che ha percorso la vita amministrativa e culturale per un secolo.

    Fu, infatti, nel 1904, in coincidenza con l’Esposizione Regionale Romagnola, che si sentì il bisogno, per la prima volta, di dare stabilità e permanenza alla memoria recente del patriottismo, visto il successo riscosso, in quell’occasione, da una sezione dedicata al contributo locale alla lotta per l’indipendenza nazionale. E’ vero che il comune non aveva trascurato, un ventennio prima, di riconoscere il valore dei "salvatori" di Garibaldi, indicandoli come simboli di un corretto amor di patria; così come, dal monumento a Farini a quello ad Anita, a quello, infine, allo stesso Garibaldi, lungo tre lustri si era snodato il proposito di monumentalizzare il Risorgimento, avvitandolo sul tronco della forte identità culturale della "città del silenzio".

    Come in altri luoghi d’Italia, gli anni di Depretis e di Crispi erano stati scanditi dalla statuomania, e da una ricca tradizione neo-epigrafica, sbocciata sui muri delle case storiche così come sulle lapidi dei cimiteri e dei pantheon urbani. Non bisogna, tuttavia, confondere, questo "culto del Risorgimento", ancora promosso da epigoni viventi della grande stagione patriottica, e ancora echeggiante i conflitti e gli scontri di quell’epoca, con la sistemazione della memoria nazionale operata dai Museo del Risorgimento in una fase successiva, all’indomani della conclusione dell’esperimento crispino.

    La svolta di fine secolo elimina il Risorgimento dai temi politici di "attualità": i protagonisti della prima metà dell’Ottocento sono scomparsi o stanno scomparendo. Occorre fare i conti, quindi, con una memoria che deve essere trasmessa in modo diverso, che non può limitarsi ad occupare le piazze con labari e bandiere. Una memoria che deve trovare uno spazio in cui depositarsi, quale risorsa per le generazioni a venire. I Museo dei Risorgimento nacquero così, in forma del tutto casuale, sulla base di lasciti di famiglie o di privati. Non furono "organizzati" dal centro: furono il frutto di spinte tutte locali. Sono interessanti e suggestivi proprio per questa ragione.

    A Ravenna, l’impulso offerto dall’expo del 1904 non bastò. Perché? Forse perché esisteva già un museo tutto particolare – il Capanno di Garibaldi, di fatto monumentalizzato grazie alla geniale intuizione di Primo Uccellini fin dal 1867 -, che soddisfaceva i bisogni d’identità dei ravennati. Forse perché, al di là della memoria garibaldina, quella liberale non era ancora riuscita ad elaborare un proprio codice locale di valori, da affiancare in qualche modo all’impianto democratico, più forte e pervasivo. E’ vero anche che, dopo il 1904, fu il nazionalismo a prevalere fra i giovani di educazione liberal-democratica; e fu Dante, di conseguenza, a fungere da catalizzatore delle attenzioni e dei culti elaborati per celebrare l’italianità, assai più del Risorgimento familiare, umbratile, semplice, popolareggiante degli "antichi ravegnani".

    E’ giunto allora il tempo di pagare questo debito. Sono trascorsi cento anni. Il nazionalismo deteriore è alle nostre spalle. Il Risorgimento può apparire – come deve – un momento alto, generoso e importante della vicenda della comunità ravennate, che serva da insegnamento ai giovani, attraverso un insieme di sedi e di testimonianze che lo rendano vivo ed attuale . Un particolare ringraziamento al Geometra Mario Guerrini ed alla famiglia, che ha voluto lasciarci in eredità un patrimonio risorgimentale di altissimo pregio, che con la collaborazione del tutore testamentario Beppe Rossi e del dott. Giovanni Fanti, costituisce la prova dello stretto collegamento tra il Museo, la storia di Ravenna e della Romagna, i valori della nostra popolazione.

    Un’alta testimonianza di merito vogliamo renderla a Celso Minardi che ha offerto un contributo economico rilevante ad una sede destinata a preservare anche il Sacrario dei Caduti, con le lapidi che recano i nomi dei ravennati caduti di tutte le guerre; alla Istituzione Classense ed ai suoi dirigenti, particolarmente impegnati, con l’Amministrazione comunale, in questa fase di avvio del museo. E naturalmente vogliamo dare atto a quanti stanno costituendo la Fondazione Museo del Risorgimento di un impegno fondamentale per la continuità delle sue funzioni: assieme a Comune e Provincia, l’Università degli studi di Bologna, il Comitato per il Restauro delle Opere Risorgimentali, la Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, la Fondazione Banca del Monte e la Cooperativa culturale e ricreativa "Pensiero e Azione".

    Vi sono poi altri due enti, la Società Conservatrice del Capanno di Garibaldi e la Federazione delle Cooperative che oltre ad aderire alla Fondazione, conferiranno in uso beni straordinari quali il Capanno di Garibaldi e la Fattoria Guiccioli a Mandriole, Casa di Anita, attraverso i quali la Fondazione irradierà su tutto il territorio il significato del percorso risorgimentale ravennate, attraverso un insieme di testimonianze e di sedi che avranno il punto centrale nel Museo di via Baccarini e conteranno su una varietà di altri luoghi e dotazioni logistiche ed espositive probabilmente unica in Italia.

    E’ con la consapevolezza che il nostro Museo rinvigorirà l’antica memoria con lo studio, la ricerca l’esame attento e rigoroso della vicenda Risorgimentale che oggi rendiamo merito allo stesso Presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi che un anno fa ha voluto indicarci nella sua visita come "Città del Risorgimento" proponendoci a tutto il Paese per la qualità dei nostri valori di solidarietà e di impegno civile a difesa degli ideali repubblicani e patriottici di ogni tempo.

  4. #474
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    Predefinito tratto da IL MESSAGGERO 30 novembre 2004

    Quel giorno che Eliseo diventò Masaniello

    Nove anni da assessore. Poi l’oblio. E il ritorno: «Basta Tir in via Conca, non si passa»

    di FABIO PIANGERELLI

    «Signori, qui bisogna deratizzare i mutui». Eliseo Coppieri, nel libro Centofiori - alias sfrondoni-durante-gli-interventi - dedicato dai consiglieri comunali a se stessi, era il più citato. E Coppieri, l’assessore alla casa di Ancona per nove anni ininterrotti (dall’85 al ’93) e tre sindaci, ne andava fiero. Già. Masaniello-Coppieri, prima di inventare l’opposizione su strada a Fabio Sturani, era Coppieri e basta.
    Una colonna del pentapartito. Repubblicano, quando i repubblicani erano un partito solo. Altri tempi. Non solo i consiglieri si autofinanziavano i libri sulle sgrammaticate in aula. Erano anche i tempi del sindaco Monina, degli sfollati della frana da accasare. Coppieri, da anonimo dipendente regionale, divenne qualcuno nell’85. Assessore alla casa battezzato dal collega e sindaco Monina che, un bel giorno, decise di cacciare il Pci dalla Giunta e di continuare con l’appoggio esterno della Dc. Al posto dei comunisti, un’imbarcata di neofiti. Erano gli anni del Q1 e del Q2. Alla casa, a gestire le graduatorie e le assegnazioni, Coppieri ci rimase nell’88, confermato dal socialista Del Mastro. E anche con il Ds Galeazzi, nella Giunta dei cento giorni varata nel febbraio ’93: fu uno dei pochi del pentapartito a salvarsi dall’epurazione, tra polemiche furiose (Duca, che considerava la Giunta di Galeazzi poco coraggiosa, rifiutò il posto da assessore e propose - che tempi - il giovane Sturani).
    Non ci sarà spazio, per Coppieri, nella prima “vera” Giunta Galeazzi del giugno seguente. Per lui un posto al Cda del Cotran e l’inizio dello scivolamento nella penombra, con una tappa anche in Tribunale: patteggiamento per concussione, legato ad un appaltino alle Faiani. Ma chi pensava ai titoli di coda di Eliseo Coppieri, avrebbe preso una grande cantonata. Appena qualche anno ed eccolo ricomparire. A fianco di La Malfa, nei giorni della grande frattura dei repubblicani. Nelle Marche quasi tutti a sinistra, lui e pochi altri barra a destra, verso Berlusconi. Eccolo, fine anni Novanta, rappresentare «il vero Pri», diceva. Impegnato in memorabili scontri verbali con Luciana Sbarbati. Ma è nel giugno 2002 che torna da autentico protagonista. La sua via Conca, a Torrette, è diventata il budello d’entrata e d’uscita per trecentomila tir
    all’anno da e verso il porto. E Coppieri scende inn strada. Fonda un comitato. Chiede certezze sull’uscita del porto. E, saltasse una settimana, eccolo puntale bloccare con i suoi adepti il traffico. Il venerdì o il sabato. Va avanti e indietro con i cartelli, ingaggiando duelli dialettici con il sindaco Sturani e si suoi assessori. E code. Code chilomentriche bei giorni caldi degli sbarchi. «Così respiriamo anche noi, non è un nostro diritto?» era il refrain. Assieme alla domanda che in tanti si fanno in città ma che si guardano bene dal fare ad alta voce: «Mi volete spiegare perché insistiamo tanto con questi Tir? Che lasciano i Tir ad Ancona? Questo: solo smog. Le strade non ci sono. Vadano altrove e tornino quando le avranno costruite». Dopo qualche mese i camionisti radioamatori lanciavano già Masaniello-Coppieri nell’etere di tutta Europa. In due anni ha fatto proseliti. L’opposizione a Sturani su strada.
    Sulla scia di Coppieri sono nati comitati al Pinocchio, a Vallemiano, al Piano. «Questa Giunta non sa piùparlare con la gente, non la ascolta più.
    Noi sì, ai miei tempi, che l’ascoltavamo. Dobbiamo dare voce ai quartieri» andava dicendo in giro, ultimamente, promuovendo l’ultimo progetto. Il ritorno in grande stile in consiglio comunale. A capo di una lista civica. Ascoltare la gente. Il suo testamento.

  5. #475
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    CINO MACRELLI

    Nacque a Sarsina (Forlì), il 21 gennaio 1887.
    La sua prima formazione avviene sotto il segno di Ubaldo Comandini e di Giuseppe Gaudenzi.
    E', dal 1911 al 1913, direttore de Il Popolano, periodico dei repubblicani cesenati; durante la Grande Guerra assume posizioni interventiste e si arruola volontario. Viene fatto prigioniero nel '15 e chiuso in un campo di concentramento.
    A Cesena, nel primo dopoguerra, lavora per riorganizzare le file del Pri. E' parlamentare, prendendo una netta presa di distanza dal fascismo, denunciando puntualmente le violenze delle squadracce. Fu, di conseguenza, strettamente sorvegliato dalla polizia del duce.
    Partecipa a Roma alla Resistenza; viene eletto alla Costituente, svolgendovi importanti interventi a proposito della cooperazione, dell'ordinamento costituzionale, dell'imposta straordinaria patrimoniale, del cambio della moneta, delle funzioni del Senato, del potere giudiziario.
    Fu Senatore di diritto fino al 1953, poi membro dell'Assemblea di Montecitorio per la II e III legislatura, nonché vicepresidente della Camera per quattro anni. Sostenitore della svolta di centrosinistra, nel governo Fanfani del 1962 fu ministro della Marina mercantile. Nel 1963 venne eletto senatore del collegio di Ravenna. In quello stesso anno muore il 25 agosto.

  6. #476
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    Rigettati i dubbi di costituzionalità sugli Statuti dell’Emilia Romagna e dell’Umbria/Le dichiarazioni del presidente Vasco Errani e di Luisa Babini del Pri sulle decisioni della Consulta

    A rischio l’applicazione della nuova legge elettorale

    di Pino Vita*

    La Corte costituzionale ha dichiarato infondate le questioni di legittimità, sollevate dal Governo, sulle norme relative al voto degli immigrati e alle coppie di fatto e contenute negli Statuti delle regioni Emilia Romagna ed Umbria.

    Una norma, comune agli Statuti delle due Regioni, riguardava il diritto di voto, i referendum e le altre forme di consultazione popolare a favore degli immigrati residenti: una decisione che aveva suscitato le maggiori riserve, in quanto legata alle polemiche sull’immigrazione e alla definizione dei criteri di garanzia che debbono essere applicati nel disciplinare i diritti individuali degli immigrati e nell’affrontare i problemi che ne derivano.

    A tale proposito la Consulta ha dichiarato che la disposizione della regione Emilia Romagna "manifesta con chiarezza l’insussistenza di un’attuale pretesa della Regione di intervenire nella materia di elezioni statali, regionali e locali, riconoscendo il diritto di voto a soggetti estranei a quelli definiti dalla legislazione statale o inserendo soggetti di questo tipo in procedure che incidono sulla composizione delle assemblee rappresentative. Resta nell’area delle possibili determinazioni delle Regioni la scelta di coinvolgere in altre forme di consultazione o di partecipazione soggetti che comunque prendano parte consapevolmente alla vita associata, anche a prescindere dalla titolarità del diritto di voto e anche dalla cittadinanza italiana." In base al pronunciamento dei "giudici delle leggi" i cittadini immigrati hanno, pertanto, diritto di proposta per i referendum consultivi. Analoga decisione era stata presa una settimana fa dalla Consulta nella vertenza tra il governo e la regione Toscana, mentre le decisioni attuali hanno convalidato altre norme dello stesso Statuto, tra cui quella che prevedeva che la regione Emilia Romagna , nelle materie di propria competenza, provvedesse direttamente all’esecuzione degli accordi internazionali stipulati dallo Stato, pur nel rispetto delle norme di procedura previste dalla legge. La Corte ha anche giudicato legittima quella parte dello Statuto riguardante l’area metropolitana di Bologna che era uno dei punti da sciogliere ed a proposito è stato riconosciuto che la competenza che lo Statuto ha fissato è subordinata al rispetto delle leggi dello Stato.

    Ad eccezione della norma sull’incompatibilità tra consigliere e assessore gli altri punti dello Statuto sono stati dichiarati costituzionalmente ammissibili, per cui il presidente della regione Vasco Errani ha potuto dichiarare che "la sentenza evidenzia la strumentalità delle critiche rivolte alla riforma del 2001 e il carattere burocratico delle obiezioni del governo che nulla hanno a vedere con i principi costituzionali che la Regione ha sempre inteso rispettare".

    La norma sulle coppie di fatto riguardava specificamente la regione Umbria e la Consulta ha deciso che tale disposizione "non comporta né alcuna violazione né alcuna rivendicazione di competenze costituzionalmente attribuite allo Stato."

    Non è stato, pertanto, rimosso l’articolo che riconosceva rilevanza giuridica delle forme di convivenza diverse da quelle della famiglia tradizionale e che aveva suscitato grandi polemiche e dubbi. Inoltre la Consulta, intervenendo sempre sullo Statuto dell’Umbria, ha considerato ammissibile l’articolo che prevedeva che la Giunta regionale possa, previa autorizzazione da parte di apposita legge regionale, adottare regolamenti di delegificazione ed anche quello che attribuisce alla Commissione di garanzia la funzione di esprimere pareri sulla conformità allo Statuto delle leggi e dei regolamenti regionali.

    Le uniche due disposizioni giudicate illegittime dalla Consulta sono state quelle relative all’incompatibilità della carica di assessore con quella di consigliere regionale e queste riguardavano entrambi gli Statuti. La Corte ha motivato questa decisione specificando che si tratta di disposizioni che, in sostanza, esulano dalla sfera degli Statuti e devono essere invece previste e disciplinate dalla legge regionale.

    La consigliera regionale del Pri dell’Emilia Romagna Luisa Babini ha dichiarato: "La sentenza della Corte costituzionale ha dato ragione all’Emilia Romagna giudicando "non fondate" le questioni di illegittimità sullo Statuto sollevate dal Governo. La decisione della Corte è la prova dell’impostazione prettamente ideologica che il governo ha adottato nei confronti di uno Statuto fortemente condiviso, votato da maggioranza e opposizione e frutto di un lungo lavoro di concertazione. Luisa Babini teme, inoltre, che l’impugnativa del governo e la conseguente sospensione dello statuto " rischiano di risultare fatali per la Regione, la quale potrebbe non avere più il tempo per fare entrare in vigore il nuovo Statuto e la legge elettorale ad esso collegata."

    Ci sembra che la preoccupazione della rappresentante del Pri sull’impossibilità di applicare alle prossime elezioni la nuova legge elettorale sia più che fondata, soprattutto se si tiene conto dell’ipotesi che considera il 3 aprile la data più probabile per lo svolgimento delle elezioni regionali e amministrative.

    Ma della prossima scadenza elettorale e dei problemi che questa comporta ne parleremo in altra occasione.

    *Responsabile nazionale Partito Repubblicano Enti locali

  7. #477
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    I repubblicani alla Costituente/In un convegno a Bologna si è parlato di Spallicci e Macrelli

    Seppero trovare un equilibrio fra due diverse realtà

    Relazione presentata al convegno "Il pensiero dei costituenti repubblicani dell’Emilia - Romagna alla luce delle attuali prospettive di riforma della Costituzione". Bologna, venerdì 10 dicembre 2004.

    di Francesco Nucara

    Parlare del ruolo avuto dalla componente repubblicano-romagnola nei lavori dell’Assemblea Costituente e nella costruzione dell’Italia repubblicana vuol dire individuare alcuni specifici filoni di intervento dei due rappresentanti dei repubblicani di Romagna, Aldo Spallicci e Cino Macrelli, all’interno di quel più vasto apporto che fa dei gruppi repubblicano e laico-azionista il perno sul quale si aggregarono le forze del compromesso storico, i cattolici e i marxisti, per dar luogo alla Carta costituzionale della Repubblica, essa stessa compromesso di alto profilo giuridico-istituzionale.

    I repubblicani di Giovanni Conti, Tomaso Perassi, Oliviero Zuccarini ed altri parteciparono ai lavori della Costituente avendo già elaborato la forma del superamento della contrapposizione tra Stato unitario e Stato federale nel modello fatto proprio poi dai Costituenti dello Stato regionale.

    Analogamente è da attribuire alla componente azionista, di cui Ugo La Malfa era esponente allora, il disegno di una moderna democrazia industriale. Come ebbe a osservare Giovanni Spadolini nell’81: "Nel campo dei diritti economici e sociali, la Costituzione anticipò [….] una società industriale avanzata in assoluta contraddizione con la realtà e le rovine del dopoguerra.

    Il pluralismo economico fu uno dei cardini del disegno dei costituenti; e in questa battaglia decisivo fu l’impegno della terza forza laico-repubblicana rispetto alle forze marxiste, alle forze cattoliche".

    Le tesi di La Malfa, soprattutto la lotta ai monopoli, trovarono piena rispondenza nel gruppo repubblicano e in particolare nei romagnoli Spallicci e Macrelli attenti a preservare un precario equilibrio tra cooperazione, artigianato e mezzadria, tra città e campagna.

    Laureato in medicina all’Università di Bologna nel 1912 (era nato a Forlì nel 1886) con un forte senso della missione umanitaria della sua professione, Aldo Spallicci si era nello stesso anno arruolato come volontario in difesa dei greci nella guerra greco-turca.

    Nel ‘14 fu volontario con i garibaldini in difesa della Francia dalle potenze centrali e dal 1915 sul fronte del Carso. Antifascista, più volte arrestato dalla polizia del regime, partecipava alla resistenza in Romagna dove poi fu eletto nel ‘46 all’Assemblea costituente.

    Aldo Spallicci fu anche grande poeta dialettale, "il più grande poeta della Romagna dopo Pascoli", come ebbe a scrivere Marino Moretti all’indomani della sua morte nel 1973.

    Incisiva è la sua partecipazione alla stesura di quello che sarà l’art. 32 della Costituzione.

    In un intervento nella seduta del 21 aprile ‘47 illustrava a nome del gruppo medico parlamentare composto di rappresentanti di tutti i partiti una formulazione del primo comma che sottolineava il diritto dei cittadini alla salute e il dovere della Repubblica di tutelarne il mantenimento.

    E nello stesso intervento illustrava poco dopo una concezione dell’assistenza sanitaria "che non trasformi i malati in postulanti ed i medici in fiscali". E continuava: "Dunque, per il medico, la "pietà che l’uomo a l’uom più deve" e per tutti: una salus publica, che deve essere suprema lex; salus che non sia soltanto nel senso politico, ma anche una valetudo affettiva".

    Di nuovo troviamo un significativo intervento di Aldo Spallicci nella discussione sul futuro art. 37 sulla protezione del lavoro femminile e minorile.

    "Noi – afferma il deputato romagnolo nella seduta del 7 maggio ‘47 – onorevoli colleghi, abbiamo sostituito alla figura del civis la figura del lavoratore, abbiamo rinunciato quasi a quella che era una figura così cara ai nostri nonni repubblicani, quella del cittadino; abbiamo tolto quasi dalla comunità della civitas l’uomo per introdurlo nella casa del lavoro, e questa vorremmo consacrare come un tempio". E poco oltre: "Questa è provvidenza e assistenza sociale del nostro tempo. Non è il crudele allontanamento della madre cui non sarà più dato riconoscere il figlio […] ma è pure una parentesi di rinuncia al governo dei figlioli che si ripete sei volte alla settimana durante le ore di lavoro.

    Noi, adunque, inseriamo nella nostra Carta costituzionale questo articolo, che io vedo completato da un emendamento non mio ma al quale sottoscrivo perché pone l’accento sulla funzione materna della donna, un emendamento che porta la firma della onorevole Federici Maria e dell’onorevole Medi, il quale dice: "Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e materna".

    Il gruppo repubblicano partecipò ai lavori preparatori della Costituzione forte di un progetto di costituzione elaborato nel 1943 durante la lotta clandestina. Alcune delle scelte fondamentali si imporranno poi in sede costituente. Così per la scelta del modello parlamentare bicamerale e così pure per quella delle autonomie.

    Il gruppo repubblicano fu fortemente impegnato su quest’ultimo tema.

    La posizione dei repubblicani scaturiva d’altronde da un’elaborazione centenaria, che aveva visto l’iniziale contrapposizione tra il federalismo di Cattaneo e l’unitarismo di Mazzini, che in realtà non escludeva affatto un sistema di autonomie, dissolversi ai primi del Novecento nella sintesi del repubblicano Arcangelo Ghisleri, risolta nel rapporto, tutto interno allo stato unitario, tra centralismo e autonomie locali. Alla Costituente, al centro del compromesso fu la salvaguardia degli interessi del Mezzogiorno – era questo del resto il punto focale dell’opposizione del comunisti al regionalismo – salvaguardia poi ribadita nel terzo comma dell’art.119.

    Certo il disegno repubblicano contemplava ben altre e più radicali soluzioni, in materia di semplificazione della burocrazia centralistica, di riformulazione delle competenze dei comuni e di abolizione delle province, né avrebbe previsto condizioni speciali per talune regioni.

    Anche in questo caso i repubblicani si piegarono alle ragioni del compromesso con l’orgoglio tuttavia di saper interpretare col metro del lungo periodo gli interessi del Paese.

    I partiti come interpreti del popolo

    Nella seduta del 4 giugno ‘47 Aldo Spallicci affermava ad esempio: "Non saremmo arrivati neanche all’indipendenza e avremmo lasciato Giuseppe Mazzini e la sua Giovane Italia a isterilirsi in una lotta che sarebbe rimasta un martirologio eroico soltanto. Mentre il mito dell’unità bandito da quegli eletti è venuto svolgendosi man mano nella realtà della storia.

    Se i partiti, se i rappresentanti del popolo non hanno la coscienza di essere gli antesignani e gli interpreti dei bisogni anche inespressi del popolo, interpreti di una nuova concezione della vita e della storia nazionale, hanno fallito al loro compito.

    Alcuni si preoccupano di non turbarne l’unità e di non perderne il favore. Qui ci si deve preoccupare se la riforma giovi o non giovi al Paese".

    Certo Spallicci avrebbe voluto vedere la sua Romagna separata dall’Emilia, riconosciuta nella sua peculiarità culturale, linguistica e storica. E tuttavia egli conclude: "La Romagna rimane anche se si vorrà farne con l’Emilia una sola regione. E libera all’aria e al vento la bandiera della sua passione per tutte le cause giuste."

    Sullo stesso tema – in particolare sulla sovrapposizione delle competenze della provincia su quelle regionali e sulla potestà legislativa delle Regioni in materia di autonomia finanziaria, la cui definizione non chiaramente formulata nel testo costituzionale veniva erroneamente, secondo il giudizio dei repubblicani, rinviata ad una legge costituzionale ulteriore – Cino Macrelli interveniva nella stessa seduta del 4 giugno ‘47 con un discorso di vasto respiro nel quale, prendendo le mosse dal Mazzini e richiamando un immemore gruppo liberale all’eredità minghettiana, offriva all’assemblea una sintesi di alto profilo delle ragioni in favore del regionalismo. "….in favore della Regione – affermava – non militano soltanto quelle ragioni di ordine storico, demografico, sociale, economico di cui hanno parlato molti dei nostri colleghi, ma sono anzitutto quelle politiche sulle quali io richiamo ancora una volta la vigile attenzione dell’Assemblea e che in fondo si possono riassumere in questa affermazione: noi siamo contro lo Stato accentratore; noi siamo per la libertà, per le autonomie locali. Gli enti periferici devono vivere la loro vita, coi loro mezzi, colle loro istituzioni, con le loro leggi, senza l’intervento paternalistico o coatto dello Stato, che, attraverso la burocrazia, ha sempre soffocato le legittime aspirazioni e le libere iniziative dei Comuni e anche delle Provincie; comunque, degli enti locali."

    Autonomie come presidio di libertà

    Libere iniziative dei comuni e delle provincie dunque - diceva Macrelli – salvo mettere in dubbio subito dopo la utilità e la ragione storica dell’ente provincia, la quale "se diventa veramente un ente autarchico indipendente, autonomo, deve pure avere le sue istituzioni, deve pure avere le sue leggi, le sue norme: orbene tutto questo va a incidere su quella che dovrà essere la funzione e l’attività della Regione."

    Chi meglio dei repubblicani in fin dei conti avrebbe potuto vedere nelle autonomie quel presidio delle libertà che avrebbe avvicinato il nostro Paese al modello della democrazia americana, quel modello che nel travaglio della guerra era apparso a tutti i democratici come un traguardo insuperabile?

    "Vi sono – diceva Macrelli - delle ragioni morali, e altre molteplici di natura diversa che militano in favore della nostra tesi. Ma ce n’è una, soprattutto, particolarmente politica, che ha il suo valore, che ha la sua importanza, dopo la dolorosa ventennale esperienza che abbiamo fatto[….] per me, le regioni sono come degli scompartimenti stagni, sono delle paratie che servono di fronte ai pericoli delle dittature. Se in un certo momento dovesse balzare alla ribalta della storia qualcuno per imporre ancora una volta la legge della violenza e ricacciare nel buio di un passato di umiliazione la nostra vita, le regioni saprebbero difendere la loro libertà e la libertà della Patria."

    Un altro tema caro a Macrelli fu l’equilibrio dei poteri delle due assemblee.

    Egli sostenne "uguaglianza dei diritti e dei poteri per l’una e per l’altra assemblea: è questione di giustizia civile, morale, politica" (17 settembre ‘47). E’ da ricordare, fra l’altro, come la formulazione – che risultò poi vincente – di "Senato della Repubblica", fosse frutto di un emendamento dei repubblicani De Vita e Macrelli, contro la semplice dizione "Senato", troppo tradizionalista per i comunisti e "Seconda Camera" o "Camera dei Senatori" che risultava confusa e in qualche misura stabiliva una sorta di subalternità di un’assemblea rispetto all’altra. Nella stessa occasione, Macrelli enunciava i criteri per l’elezione dei senatori: "Non collegio uninominale, ma suffragio universale col sistema della proporzionale, sistema di democrazia e di giustizia, civile e politica".

    Egli sosteneva questa soluzione considerando che "i lavoratori sono entrati in pieno nella vita politica, nella vita nazionale, ormai sono diventati gli arbitri, devono essere gli arbitri della vita del nostro Paese".

    In questo contesto egli esaltava il ruolo di mediazione che dovevano svolgere i partiti: "E’ bene , allora, che anche i partiti, i quali sono espressione della coscienza popolare, dicano alta la loro parola, soprattutto quando si tratti di nominare i rappresentanti del popolo nelle future Assemblee legislative".

    Una magistratura senza pressioni

    Quanto alla questione dell’ordine giudiziario, anch’essa al centro dell’attenzione del gruppo repubblicano, va sottolineata l’insistenza sul principio dell’autonomia della magistratura: "Per noi la cosa più importante è questa: che l’Assemblea Costituente fissi delle norme precise, per cui la Magistratura italiana possa, libera da influenze politiche, esercitare la sua grande missione al di sopra di ogni sospetto e di ogni critica".

    Cino Macrelli era nato a Sarsina nel 1887, laureato in giurisprudenza a Bologna e avviato ad una brillante carriera forense si era presto legato con i repubblicani cesenati e forlivesi, Ubaldo Comandini e Giuseppe Gaudenzi, diventando consigliere comunale a Cesena prima e alla provincia a Forlì poi, negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale. Volontario e rinchiuso nel 1915 in un campo di concentramento perdeva al fronte il fratello Edgardo. Tornato a Cesena si impegnava nella organizzazione del partito repubblicano di cui diventava deputato nel 1921. Macrelli non conobbe le oscillazioni e i disorientamenti di molti suoi compagni di partito di fronte alle violenze fasciste.

    Nel suo ruolo di leader prestigioso, riuscì a scongiurare una crisi mortale per il partito quando, nel 1923, le Consociazioni romagnola e marchigiana decisero di scindersi dal Pri e fondare una Federazione Autonoma delle Marche e della Romagna, per tentare un approccio più morbido nei confronti del fascismo. Furono allora Macrelli e Gaudenzi a rappresentare la linea di fermezza, sulla quale furono poi costretti a ritrovarsi anche coloro che avevano cercato un dialogo con i fascisti, quando questi volsero la loro violenza, dopo i socialisti, verso gli stessi repubblicani.

    Rieletto nel 1924 era stato tra gli aventiniani, quindi espulso dal Parlamento nel 1926.

    Dedicatosi con Aldo Spallicci alla ricostituzione del partito repubblicano nell’immediato dopoguerra venne eletto all’Assemblea costituente in seno alla quale ebbe un ruolo autorevole nella definizione dell’ordinamento costituzionale (bicameralismo, Regioni e autonomie locali) nel riordino del potere giudiziario (autonomia dei giudici e Corte Costituzionale) nelle scelte di politica economico-finanziaria (imposta straordinaria patrimoniale, cooperazione, riforma della mezzadria e dei patti agrari ). Senatore di diritto fino al 1953 fu poi eletto alla Camera dei deputati nella II e III legislatura. Fu a capo del dicastero della marina mercantile nel governo Fanfani del 1962, il primo di centrosinistra, nel quale Ugo La Malfa, come ministro del Bilancio, lanciava la politica di programmazione. Moriva nel 1963 poco dopo essere stato eletto al Senato nel collegio di Ravenna.

    Dare testimonianza della verità

    Alla fine di questo intervento mi sia consentito di esprimere qualche considerazione politica partendo dal travaglio che la Romagna ha sempre avuto dall’inizio del ‘900 fino ai giorni nostri.

    Lo spirito battagliero del popolo romagnolo ha avuto nel PRI una sua esplicazione quasi costante. A volte appare, il PRI romagnolo, come un’anima senza pace alla ricerca di una verità che non trova e cerca di scovarla con un processo iterativo che tuttavia ha portato quasi sempre ad una rifondazione del partito repubblicano in Romagna.

    La Romagna ha rappresentato e rappresenta per i repubblicani italiani un pezzo di storia importante e forse la stessa storia del PRI.

    A questa storia di contrasti politicamente laceranti appartenevano pure i due deputati all’Assemblea Costituente.

    Infatti, Macrelli non esitò a rompere i rapporti politici con Comandini che era stato il leader del primo 900 nella sua Romagna. Possiamo riassumere il pensiero di Macrelli su queste vicende in un discorso che tenne a Cesena nel 1962: "Anche in altri tempi io seppi operare scelte che mi procurarono il dolore di mettermi contro amici che io pure stimavo ed amavo, nella esigenza per me inderogabile, di dare testimonianza della verità, credendo con coraggio e decisione alle tesi, che giudicavo più conformi alla dottrina, alla tradizione del Partito, agli interessi del Paese".

    Quella scissione voluta da Ubaldo Comandini e di cui abbiamo parlato prima, riporta all’attualità il travaglio che il Partito Repubblicano Italiano sta vivendo in questi anni.

    E all’inizio degli anni ‘60 si consumava un’altra spaccatura: mentre Macrelli seguiva la linea di Ugo La Malfa per la scelta di centro sinistra, Aldo Spallicci si schierava con Randolfo Pacciardi all’atto della fondazione della nuova unione repubblicana.

    Pacciardi ritornò al PRI negli anni 80 e partecipò puntualmente alle numerose Direzioni Nazionali, Spallicci purtroppo non ebbe il tempo di ricredersi.

  8. #478
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    Predefinito tratto da CORRIERE ROMAGNA 29 dicembre 2004

    L’Edera cesenate in trincea in difesa della Costituzione

    CESENA - I repubblicani cesenati promettono battaglia contro la decisione di mettere mano alla Costituzione, stravolgendone l’impianto. Quella che non piace agli esponenti dell’Edera e non solo (personaggi di spicco della società civile locale vogliono dare vita ad un comitato contro la riforma) è l’idea uno Stato “con un uomo solo al comando” e al tempo stesso con una frammentazione regionalista dei sistemi scolastici, sanitari e di ordine pubblico.Il convegno dal titolo “La Costituzione di tutti o la Costituzione di alcuni?”, promosso dall’Edera di Cesena nei giorni scorsi, è stata la prima tappa di un lavoro informativo e di analisi critica che andrà avanti nei prossimi mesi.Tommaso Frosini, docente di Diritto pubblico all’Università di Sassari, ha cercato di esporre i pochi vantaggi della proposta di riforma costituzionale. La sua analisi è partita dal 1994, anno della riforma elettorale in senso maggioritario, che ha trasformato il contesto politico e il rapporto dei cittadini con il sistema dei partiti. Nel 2001 si è introdotta la riforma del Titolo V della Costituzione, che ha modificato i rapporti Stato-Regione parificando Regioni, Province e Comuni. Pur sottolineando alcuni dubbi sul potere di scioglimento del premier e sulla mancanza di elasticità nella divisione delle competenze, il professore, che è anche membro della Direzione nazionale del Pri, non ha detto pregiudizialmente no ad una riforma ma ha concluso il suo intervento sostenendo che la Costituzione deve essere il punto di riferimento per tutti i cittadini italiani.L’assessore regionale alle autonomie locali, Luciano Vandelli, ha osservato che occorre la funzionalità delle istituzioni, mentre questa riforma produce una paralisi dello Stato. Per dare vita alla devolution “bossiana” - ha sottolineato - si è escogitato un sistema di materie concorrenti, in cui prevale a volte il Senato federale e altre volte la Camera. Il risultato è “una generale confusione in cui gli enti non hanno competenze definite e ognuno di essi può rivendicare un’autonomia legislativa, al costo di un’esplosione di ricorsi davanti alla Corte Costituzionale”. Per Vandelli la ricetta giusta è uno “Stato fermo nella definizione dei principi generali, cui i cittadini devono rapportarsi, e flessibile nella applicazione delle regole, modulate in base alle diverse esigenze”.La consigliera regionale del Pri, Luisa Babini, ha chiuso l’incontro, invitando i Repubblicani ad “opporsi a questa modifica sconclusionata della Costituzione, che sembra originare da un disegno politico più ampio, orchestrato da Berlusconi per trasformarsi in quello che definisce un uomo solo al comando. In questo quadro di conflitto perenne con la paralisi totale delle istituzioni, aggravata dall’introduzione di una lunga serie di leggi ad personam (legge sulle telecomunicazioni, mantenimento del conflitto di interessi, legge Cirami, lodo Schifani, abolizione falso in Bilancio, infinita serie di condoni, continui attacchi all’autonomia della magistratura) si prosegue con l’introduzione di un Premierato forte, senza il contrappeso del Presidente della Repubblica, il che porta ad immaginare una società che non piace ai Repubblicani. L’introduzione del premierato avrebbe un solo risultato: quello di riportare i cittadini ad essere dei sudditi, sotto il giogo di un solo uomo, che ricorda un monarca assoluto. Polizie locali, scuole e sanità regionali per finire ci fanno vedere un quadro preoccupante per un partito quale il Pri che ha contribuito a fare l’Unità d’Italia, che ha dato importanti contributi nella fase Costituente e non può accettare un tale quadro. Spero che tutti i Repubblicani romagnoli - ha concluso Babini - abbiano un sussulto di orgoglio e facciano sentire la loro contrarietà a questo disegno”.

  9. #479
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    Predefinito tratto da CORRIERE ROMAGNA 8 gennaio 2004

    Sì al terzo polo, ma anche al centrosinistra

    Ravenna - Se fra le due mozioni Gambi e Ravaglia è scontro aperto, la terza mozione che verrà presentata, il 21 gennaio prossimo, al congresso provinciale del Pri dal segretario comunale di Cervia Alessandro Carli e dal segretario della Consociazione lughese, Silvano Aldino Pasquali, si propone di svolgere il ruolo di mediatore. In questo senso, già il titolo del documento: “Costruiamo insieme una terza forza, non isolata, con la riconferma dell’impegno programmatico nel centrosinistra” parla da sè, ponendosi appunto nell’ottica di coniugare quelle che sembrano essere le due anime del gruppo dirigente del Pri di Ravenna diviso fra il percorrere la strada di un terzo polo oppure imboccare con più decisione quella del centrosinistra.La mozione, una decina di pagine in tutto, che trova concordi i due esponenti dei repubblicani cervesi e della Bassa Romagna si basa si alcuni principi cardine. “Innanzitutto - spiega Carli - non condividiamo la scelta del Pri nazionale di appoggiare la coalizione di centrodestra e non intendiamo uscire dal partito come hanno fatto altri, ma continuare a lottare all’interno per un cambio di alleanza”. Fatta questa premessa, i sostenitori della terza mozione auspicano “la creazione di una terza forza in linea con il panorama politico europeo, che non significa però - tengono a precisare - isolamento politico”. E l’alleanza di centro-sinistra, si legge nel documento congressuale, “fatte salve le verifiche sui programmi, appare preferibile in quanto più vicina ai valori mazziniani. Ma crediamo siano importanti le garanzie, il rispetto della nostra dignità e dei nostri valori. Vogliamo lavorare per consolidare i rapporti politici ma nella nostra piena autonomia programmatica, per rompere ruoli egemonici e per evitare di cadere in scelte di sudditanza, che sono poi la base di un partito unico che non vogliamo. Noi crediamo che sia importante - prosegue il documento - che il nostro partito riconosca, alle realtà periferiche, in un clima di reciproco rispetto, la possibilità di valutare autonome scelte di programma di schieramento che meglio possono adattarsi alle realtà che rappresentano e alle logiche territoriali, anche se queste risultano essere diverse dalle scelte fatte a livello nazionale”.“Per le prossime elezioni regionali - prosegue quindi Carli - riconfermiamo il sostegno alla coalizione del centrosinistra, al candidato presidente Errani e al nostro consigliere regionale Luisa Babini”. Ma il Pri, secondo Carli e Pasquali, deve presentare proprie liste in “tutte le province. In particolare - citiamo ancora dalla testo della mozione numero tre - occorrerà stabilire forti alleanze con i mondi economici, associazionistici e culturali a noi vicini, anche per favorire la candidatura, nelle liste del Pri, di un candidato espressione di questi settori con l’intento di ottenere un secondo consigliere. Ecco perchè la prossima tornata elettorale regionale dovrà diventare una priorità per il Pri e un investimento fondamentale per riuscire ad eleggere due consiglieri”. “Lavoreremo - conclude Carli - per far ritrovare armonia, tolleranza e rispetto all’interno degli organi dirigenti provinciali”.

    ro. em.

  10. #480
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    Predefinito Re: tratto da CORRIERE ROMAGNA 8 gennaio 2004

    L'essere repubblicano, che è nel mio DNA da cinque generazioni, dacchè il nonno di mio nonno fu tra i Cacciatori del Tevere, a Roma nel 1849, e gli insegnamenti di vita avuti nelle frequentazioni di Tramarollo, Pacciardi, Cavazza, Aldo Spallicci, lo stesso Spadolini, Ugo e Giorgio La Malfa, e molti altri padri nobili del mazzinianesimo ante Viroli, mi inducono a costatare come sia falsa e bugiarda la teoria secondo la quale i valori tramandati dal Primo Triunviro della Repubblica Romana siano più vicini alla GAD, Ulivo, Sinistra Centro, Ambiente e Pace, o come diavolo si chiama oggi questa coalizione politica che va da Di Pietro alla Bindi, da Don Vitaliano della Scala a Paolo Cento, da Rutelli a Fassino, Cossutta, Bertinotti, oddio c'è pure La Sbarbati, e c'è Passigli, insomma, quest'armata di Robin Hoods d'antan, dicevo, i valori risorgimentali del repubblicanesimo mazziniano siano a noi più congeniali dell'alleanza di centro destra, oggi al governo.
    Cribbio, se non è vero!.
    I valori democratici e repubblicani delle rivoluzioni francese e americana sono infatti l'ossatura del programma sostenuto da questi signori, che amano la satira e i girotondi, o marciare con i fraticelli di Assisi, n'est pas?.
    Si è vero, l'imprenditore Berlusconi non è il massimo! Eppure questo schieramento difende la democrazia occidentale e la libertà di espressione, purchè questa sia frutto di impegno dell'intelletto e di preparata moderazione, il che coinvolge la fatica dell'intelletto.
    Se vi siete mai presi la briga di leggere quanto scritto da Mazzini Giuseppe, classe 1805, troverete che il diritto di associarsi e di
    esprimersi è si sacro, ma si conquista solo con l'istruzione e la consapevolezza di aver compiuto i sacri doveri sociali, che non sono la pelosa carità di un'elemosina ogni tanto, ne la carezza della dama radical chic o del pasciuto prete.
    Lo stomaco e il cuore sono organi importanti, cari sinistri uomini dabbene, solo e soltanto qualora il raziocinio ne abbia saputo mantenere il controllo e non viceversa.
    E' mistificazione giustificare uno scelta, ancorchè legittima, ma legata al lesso e ai contorni quotidiani, come i repubblicani romagnoli e romani sono obbligati a fare, se vogliono tirare ancora a campare; dacchè la nostra è da sempre posizione minoritaria, ma non si faccia gabella e aggio sulle vicinanze sentimentali tra questa sinistra e la nostra tradizione.
    Non è serio....... non è reale.

    Renato Traquandi

    Arezzo

    .............................
    tratto dal Gruppo "I Repubblicani"
    http://it.groups.yahoo.com/group/Rep...i/message/1956

 

 
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