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Discussione: Responsabilità

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    Predefinito Responsabilità

    Il ritorno a casa, a volte, è un sollievo amaro. No, non per quello che dichiarano le due Simona.
    Su questo bisognerebbe essere chiari: hanno il diritto di dire quello che vogliono, ed è persino piacevole sapere che sono tornate a essere quelle di prima, che il sequestro non le ha piegate, non ha cambiato il loro modo di vedere il mondo, o che sono riuscite a sfuggire ai fantasmi aggrappandosi alle vecchie abitudini, come per un riflesso automatico: sono sempre io, le stesse di sempre.
    Non è questione di gratitudine, o di quel mediocre senso dell’opportunità che spinge persino gli eroi della partita, la domenica, a dire che il merito è di tutta la squadra, a ringraziare il mister e l’assist, e l’importanza del risultato.
    No, dobbiamo essere contenti che siano così, di nuovo, e ripetere, aggiustandola all’occasione, la vecchia frase: non sono d’accordo con quello che dici, ma mi batterò fino in fondo perché tu abbia il diritto di dirlo.
    A volte, quando parliamo, parliamo di cose diverse: il loro islam non è il nostro islam, la loro resistenza non è la nostra resistenza, la loro occupazione americana non è la nostra occupazione americana, e perfino le loro donne e i loro bambini non sono le nostre stesse donne e i nostri stessi bambini: quando noi sentiamo la parola islam ci scappa di pensare a una sacralità della vita individuale che in quel gorgo di passioni si è persa e sarebbe sleale nei loro confronti non ricordarglielo, non imputargli le loro sviste, non pretendere che si assumano le proprie responsabilità, che riscattino se stessi e il loro mondo. Quando loro parlano di resistenza, noi abbiamo in mente Kenneth Bigley in gabbia. Quando loro parlano di occupazione americana noi abbiamo in mente che quel paese va aiutato a farcela da solo, e se gli americani andassero via sarebbe un macello peggiore. Quando loro parlano di donne, noi abbiamo in mente l’umiliazione della donna come un segnale, a tutti, dell’umiliazione dei diritti, delle diversità, della dignità.
    Quando loro parlano di bambini, noi abbiamo in mente le caramelle e le autobombe.
    Ma non è a loro che dobbiamo chiedere di essere normali, o speciali, o rimproverare a loro l’affetto e la pena che abbiamo provato per loro, chiedendole di continuare a essere chissà che cosa.
    Sono state, per poco più di venti giorni, due figlie d’Italia, e ai figli si finisce per perdonare tutto, e non si può chiedere loro di assomigliarci troppo: alla fine, vanno sempre per la loro strada, e dobbiamo voler loro bene per quello che sono, non per quello che vorremmo che fossero.

    Sono altri, quelli che sbagliano.
    Sono altri, che sotto i faretti delle telecamere rivelano smagliature etiche che si sciolgono come un trucco precario.
    La loro organizzazione, ad esempio. Non erano campioni di libertà prima. Avevano ingoiato senza fastidio, e con una buona dose di relativismo morale, tutti gli orrori del regime di Saddam Hussein. Passavano davanti ad Abu Ghraib e guardavano dall’altra parte. Vedevano gli sfarzi della corte e i miserabili tornaconti dei funzionari internazionali, eppure era solo contro l’embargo che puntavano il dito. Scendevano i gradini di un abisso morale, tacendo, e salivano quelli della nomenclatura: distribuivano visti, e mettevano a tacere la propria coscienza scavando un pozzo per la povera gente, facendo un doposcuola, portando medicine: più o meno, come aprire un pronto soccorso in un lager nazista, infermieri buoni e ciechi e sordomuti.
    Un patto sordido, su cui l’informazione italiana stendeva un velo, in cambio di visti, o con il solo ammiccamento di un sentire comune: l’odio per l’America, più forte di quello per Saddam, piccolo Saladino delle resistenze.
    E come si fa, quando il tuo passato è questo a dire, che so: hanno tirato dei colpi di mortaio contro la nostra sede, facciamo tornare a casa le ragazze. Era solo un incidente di percorso, via. E nel concordato amichevole ci sta tutto: dire che le ong restano in Iraq, armiamoci e partite.
    Dire che il sequestro è anomalo, vuoi vedere che c’è lo zampino dell’America, un compagno resistente non può averlo fatto.
    Dire molte cose, ma dette tutte da Roma, lascia che in Iraq ci vada Scelli, e ci restino i ventiquattro della Croce rossa, che non è una organizzazione non governativa, che non è un piccolo partito mascherato di bontà, che non ha ideologie, e solo tante piccole competenze professionali, e buona volontà di gente comune, medici napoletani e analisti milanesi, che votano ognuno per conto loro, e non fanno manifestazioni, o le fanno come singoli, gente senza striscioni e con una sola, banale bandiera, un tricolore così, solo per dire siamo italiani.
    E’ normale, allora, che alla fine della constatazione amichevole scappi detto, nell’ora della gloria: “Sono libere, adesso torni a casa il contingente italiano”.
    Non una parola per gli altri ostaggi, non una parola per il ricordo di Nassiriyah, non una parola per Fabrizio Quattrocchi, non una parola per Enzo Baldoni, non una parola per chi resta in gabbia. C’è da aver paura di gente che vuole fare il bene e nutre così tanti rancori, e tutta l’umanità di cui sono capaci è di tornare alle parole d’ordine, alla politica, alla trincea. C’è da capire che quegli occhi socchiusi sulle tragedie dei curdi uccisi sui gas, sull’inferno delle prigioni, sui fedayn di Saddam che allora impararono a usare il coltello sul collo della gente, sui massacri degli sciiti, quegli occhi hanno imparato a guardare altrove come un mestiere.
    Non vogliamo fare grandi discorsi, e le storie lievi a volte sono meglio.
    C’è un bambino che a scuola, nelle scuole di Saddam raccontò una barzelletta: l’aveva sentita da altri, da qualche adulto. Dunque Saddam decide di liberalizzare i visti di uscita dal paese, e subito si crea una grande coda.
    Allora Saddam dice, ci vado anch’io, voglio anch’io il mio visto. Arriva, e tutti se ne vanno.
    Ma perché, chiede Saddam.
    Se vai via tu, allora possiamo restare noi, dicono tutti.
    Non fa molto ridere, ma ha riso una sola volta il bambino che la raccontò: è scomparso per sempre, e i missionari armati di bandiere non hanno avuto modo di aiutarlo.
    Insomma, prima dei misteri dei venti giorni del sequestro, c’è il mistero di dieci anni di relativismo morale.
    Appunto, il sequestro.
    Che purtroppo non era opera della Cia, né di comodi criminali comuni. Ma della resistenza. Una resistenza sospettosa e pronta al colpo alla nuca. Ma se tu li convinci, e se non ti sfiorano, e se ti chiedono perfino perdono, e ti assolvono, ecco che perfino il ghigno del terrore, del sequestro delle libertà, diventa un sorriso. E i fantasmi di Quattrocchi e di Baldoni, e degli americani che non destano pietà sono ombre sullo sfondo: qualcosa che assomiglia alla devozione perduta di quei comunisti che finivano davanti ai plotoni di Stalin, e benedicevano il comunismo, e l’abiezione dell’ideologia li portavano qualche volta a confessare colpe non commesse, a fare nomi di compagni di sventura, a morire come si accetta un castigo meritato: chi non lo faceva impazziva, e il regime esigeva le confessioni non per dare una morte che sarebbe venuta comunque, ma per dominare i cuori e le anime, prima che i corpi.
    Volevano ucciderle, un fuoco amico perché le spie vanno uccise. I camionisti turchi, gente che non va all’estero per salvare il mondo ma per dare da mangiare a una famiglia, gente senza faretti di telecamere e che per bandiera hanno pance da autisti e pantaloni sporchi di diesel, sono stati uccisi nel numero di trenta, finora, senza constatazione amichevole: e senza pietà, non hanno regalato loro neanche una paginetta del Corano, né dolci, né scuse.
    Ma quelli sono altri incidenti che non fanno statistica, o forse collaboravano con l’occupazione, anche la pietà ha i suoi confini. I sequestratori non volevano soldi, volevano giustizia, a modo loro. E siccome gli sfuggiva che l’argomento riscatto è un dolcetto per le polemiche italiane, si sono arrabbiati con i mediatori, quando la storia è saltata fuori, sospettando un’avidità che stonava con la severità del loro tribunale da inquisizione, con la loro feroce purezza, chiedono scusa anche se solo ti sfiorano una gamba. Tant’è che hanno gestito a modo loro la liberazione, firmandola con la consegna di una pistola, perché i mediatori hanno portafogli, non pistole. Portafogli vuoti, perché la resistenza non si vende, e pistole scariche, perché si uccidono solo le spie, o solo gli ostaggi cattivi, o solo nepalesi e turchi, che non commuovono neanche il cappellano del quartiere.
    I segreti non sono nel sequestro, che è perfino una storia piccola, con qualche casualità, e troppi padri nella vittoria, quando la sconfitta di Baldoni non ebbe neppure una madre. I segreti stanno dopo, in quel mondo che appare semplice, allo sguardo abbagliato di chi solleva il velo, ma anche allo sguardo storto di chi il velo non lo ha mai messo, tocca sempre agli altri, o alle altre.
    Il segreto è una parola d’ordine, una giaculatoria di appartenenza, come quelle frasi che sono il cemento delle sette, americane oppure orientali, qui non importa. Dice la formuletta: terrorismo no, resistenza sì. Nel bollettino di guerra forse vuol dire autobomba contro il convoglio americano, ok, il prezzo è giusto, autobomba contro le reclute in fila, insomma vediamo, autobomba contro i bambini e le caramelle, errore, forse succede, sequestro di Quattrocchi, bè se l’erano cercata, sequestro di civili: se sei innocente ti liberano, certo il sequestro di civili non va. Ora se uno pensa che i terroristi siano quattro gatti, o Zarqawi e altri tre, si sbaglia. Il terrore gode simpatie, in Iraq.
    Appoggi, complicità. Il terrorismo paga, funziona, vince le sue battaglie.
    Tu uccidi gli interpreti, e io mi guardo bene dal fare l’interprete. Un solo esempio storico, per i più giovani, tanto per capire come il terrorismo funzioni, e come diventi una maledizione, se lo abbracci come una tattica usa e getta, e invece torna fuori perché il terrorismo è una metastasi che corrompe anche le ragioni comprensibili, che si ribella a essere un mezzo, che diventa un fine, e fine a se stesso.
    Come credete voi che Arafat sia arrivato al Nobel per la pace?
    I palestinesi, dimenticati dal mondo, scelsero il terrorismo, quando voi non eravate neanche nati. Uccisero atleti alle olimpiadi, dirottarono aerei, uno dopo l’altro.
    E imposero il loro problema, vero e reale, al mondo.
    Diventarono qualcos’altro: un popolo in esilio a casa sua, una causa rispettabile, palchi e sedie ai convegni, e una rivolta, ragazzino con le pietre contro i blindati, che suscitava la tenerezza che si prova per i ragazzi della via Pal – ma anche quello è un libro d’altri tempi.
    E dunque, Nobel, e kefiah.
    Poi è tornato fuori, il terrorismo, come un fiume carsico, a dannare e sporcare le ragioni dei palestinesi, perché le condanne del sangue nei bar dei ragazzi, nelle discoteche di Israele, erano condanne di opportunità, e relative: e i nostri bambini, e i nostri profughi, e l’occupazione ?
    Se uno pensa che le radici del terrorismo siano solo nelle cause, nella povertà o nell’assenza di diritti, e che questo in qualche modo lo legittimi, salvo incidenti di percorso disdicevoli, allora uno ha il velo davanti agli occhi.
    Perché non si rende conto che una volta che hai sacrificato al fine, nobile e bello, ogni mezzo possibile, hai venduto l’anima, sei perso. Se hai ucciso un camionista qualunque oggi, quale mondo migliore costruirai domani? Se fai strage di ragazzini con la mano tesa alle caramelle, che scuole farai nel mondo migliore? Allora accettare la distinzione tra terrorismo e resistenza è un suicidio: la resistenza che accetta il terrorismo è morta, o assassina, che fa lo stesso.
    Ma se si chiudono gli occhi sulle barbarie di Saddam, si possono anche chiudere gli occhi su altre barbarie, e rifugiarsi nelle certezze sgranate come un rosario.
    Ma voi, voi che non avete bisogno di eroi e di eroine, voi che non smaniate per fare del bene, né per andare in Iraq, voi che vi augurate sì che i vostri coetanei di Nassiriyah tornino tutti, dal primo all’ultimo a casa, ma con la soddisfazione di un lavoro compiuto, non con la vergogna di essere stati complici di chissà cosa, voi provate a immaginare, come se fosse un videoclip, come se fosse una pubblicità, che in una piazza di Baghdad, in un tempo futuro che sa di passato, provate a immaginare un vecchio uomo che parla alla folla, iracheni qualunque, che dice che ognuno ha diritto a pensarla a modo suo, e ci si può contare nel voto, e le elezioni sono un modo leale di dirimere le questioni, e di rispettarsi l’un l’altro, chi ama il velo e chi se ne infastidisce, e d’altronde, che altro si può fare, non c’è un’altra scelta.
    Sì, è un’immagine scippata o sequestrata alla pubblicità, sempre meglio che appropriarsi della parola resistenza per mettere una medaglia al petto dei nazisti dei giorni nostri: Dio è con noi, gli ebrei e i capitalisti di Wall Street governano il mondo. La purezza del velo e i versetti del Corano valgono adesso come gli occhi azzurri e i capelli biondi.

    Toni Capuozzo su il Foglio del 5 ottobre

    saluti

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    Predefinito La verità sull'Iraq e l'imbroglio....

    ...dei pacifisti

    Mattia Feltri intervista Toni Capuozzo
    «Sento spesso altri giornalisti parlare di “resistenza irachena”. Anche giornalisti del Tg1, il servizio pubblico per eccellenza.
    Ma io in Iraq ho visto altri resistenti.
    Chi ha fatto la resistenza, in Iraq, è Fabrizio Quattrocchi.
    È per questo che non ci hanno mai mostrato il video della sua esecuzione: perché lui, morendo, ha fatto la resistenza.
    Quello scatto di orgoglio, quel gesto di ribellione, quel saper affrontare la morte dignitosamente erano una sconfitta per i suoi boia.
    I terroristi vogliono sempre esibirci codardi e piagnucolosi, meschinamente attaccati alla vita.
    Quattrocchi li ha annichiliti, ha fatto la resistenza, li ha battuti». Toni Capuozzo, 56 anni, inviato del Tg5, da mesi racconta una guerra diversa da quella raccontata dalla Rai e da gran parte dei giornali.
    Nella sua trasmissione, “Terra”, se la prende con il pacifismo, svela le zone d’ombra di un “Ponte per...”, denuncia la cecità e la cedevolezza occidenta - le, ricorda la condizione delle donne, dei civili.
    Rifiuta il concetto di resistenza applicato non soltanto al terrorismo stragista, ma anche alle bande armate in guerra con gli americani.
    A Libero ha spiegato il perché:
    «Perché io sono un uomo di sinistra. Non ho mai nascosto né rinnegato le mie origini, la mia attività in Lotta continua. Per me la Resistenza è un’altra cosa. In Iraq non esiste un’attività di resistenza».
    Che cosa c’è?
    «Un terrorismo straniero, quello di Al Zarqawi per intenderci, che ha messo radici in un terreno fertile; e un terrorismo costituito da ciò che resta del vecchio regime di Saddam. È un terrorismo che funziona. Se ammazzano gli interpreti perché lavorano per gli americani, la gente non fa più l’interprete. Poi ci sono bande armate - io le chiamerei bande di ribelli, di insorti - che non rapiscono e non mettono le autobombe, ma si oppongono con la guerriglia alla presenza degli amer icani».
    Considerano gli americani invasori. Non uccidono i civili. Tecnicamente sono resistenti.
    «No, non lo sono. Sono conservatori, sono prevaricatori, vogliono le donne sottomesse, rifiutano l’idea di un Iraq democratico. Vogliono essere la nuova oligarchia dittatoriale».
    Dunque solo Quattrocchi è un resistente?
    «Lui. I dodici nepalesi che aspettavano coraggiosamente e in silenzio la pallottola alla nuca. I cinquemila iracheni in divisa uccisi dai loro connazionali perché collaboravano con gli Usa nel tentativo di dare un futuro al paese. Gli iracheni ammazzati con le bombe mentre erano in fila per reclutarsi. Questi hanno fatto la resistenza, non gli altri. Anche l’inglese in gabbia, in lacrime e terrorizzato, fa la sua resistenza, perché nella sua paura c’è tutta l’umanità che manca ai suoi sequestratori».
    Sono pochi in Italia a pensarla così.
    «In Italia si giustifica il terrorismo con la fame. Si dice che è la miseria a produrre l’orrore. E la fame dei camionisti turchi assassinati? E la fame di chi si arruola? La fame degli iracheni che lavorano per l’esercito americano? È una fame minore? Più ignobile?».
    Sono obiezioni poco affascinanti in Europa.
    «L’atteggiamento dell’Europa è incomprensibile. Sembra non abbia altro obiettivo che di godere di un eventuale fallimento di Bush. È un’Europa confusa da quando è caduto il comunismo, pervasa da una grande corrente ideologica fatta di figli di papà, di pauperisti, sia religiosa sia laica, che ha perso la sua bandiera.
    E allora ha sostituito il vecchio modello del comunismo con un modello alternativo, e sempre a sognare il paradiso. Quando c’era il comunismo si diceva, disillusione dopo disillusione, che il comunismo poteva essere qualcosa di diverso da Stalin, poi da Mao, poi da Pol Pot. Ma il comunismo diverso non è mai arrivato. Ora si sogna un mondo ancora più indefinito, ancora più inesistente».
    Beh, l’Islam è un mondo molto concreto.
    «Certo, un mondo nel quale è stato proiettato incredibilmente il sogno di una terra promessa. Ma dove? Nella tirannide talebana? Nelle donne seppellite nel burqa? E questo sarebbe l’altro mondo possibile predicato dai no global? Stando in Iraq mi sono ripromesso, come sempre, di raccontare fatti. Penso che prima di farsi un’opinione si debbano conoscere i fatti. Invece molti incasellano fatti partendo dalle opinioni. Della terribile vicenda del povero Baldoni, per esempio, o di quella delle due Simone si è discusso per giorni delle dinamiche del sequestro, delle anomalie, come se l’unico obiettivo fosse quello di dimostrare che erano stati gli americani, i servizi deviati, la Cia. Per dimostrare che tutto il male del mondo è roba loro».
    Siamo al solito antiamericanismo?
    «Certo, non è cambiato nulla. Sei sei antiamericano va bene qualsiasi cosa tu faccia. Anche se sgozzi, sequestri, metti a fuoco Bagdad e Gerusalemme. Magari non ti giustifiano ma ti capiscono. A parte il fatto che poi, se arriva un americano che corrisponde al loro ideale, lo idolatrano. Michael Moore è stato trasformato in un nuovo Orson Welles, Kerry in una specie di Kennedy ».
    Spesso il terrorismo viene equiparato ai bombardamenti americani.
    «È così. Se gli americani bombardano un covo di estremisti fanatici, le tv ci mostrano i civili e ci dicono che questo è l’orrore. Non ci dicono che i terroristi non vivono nelle caserme, ma in mezzo alla gente, in una palude in cui è impossibile muoversi con certezza. Non mi piacciono i cosiddetti “danni collaterali”. Ma non sono terrorismo».
    Il terrorismo paga?
    «Arafat ha vinto il Nobel per la Pace con il terrorismo.
    Della questione palestinese nessuno sapeva nulla sinché i palestinesi non cominciarono a rapire, dirottare, uccidere. Allora in Europa siamo diventati tutti tifosi della Palestina e di Arafat».
    Che cosa ha di diverso la protesta no global da quella vostra, degli anni Settanta?
    «Beh, la nostra contestazione aveva in sé una carica di violenza che, per fortuna, non vedo oggi. Però le battaglie della sinistra ora sono simboliche, evanescenti, vacue. Dicono no al rimpatrio di seicento clandestini sbarcati a Lampedusa ed è una cosa insensata, contraddittoria. Secondo questo ragionamento, dovremmo organizzare noi dei ponti aerei e portare in Italia non seicento clandestini, ma seimila. E perché non sei milioni? O sessanta? Insensato » .
    Lei dice che non si deve prendersela con le due Simone.
    «Perché sono due militanti. Lo sapevamo e non dovevamo dimenticarlo. Perché poi si resta delusi. Dovremmo anzi essere felici che un’esperienza simile non le abbia cambiate».
    Però è stato molto più severo con «Un ponte per...», l’organizzazione che le ha mandate in Iraq.
    «Semplicemente mi sono chiesto dov’erano quando Saddam sterminava a migliaia gli sciiti e i curdi. Dov’erano quando Saddam utilizzava ghigliottine a sei posti per decapitare sei oppositori contemporaneamente. Non sono mai stati campioni di libertà. Per lavarsi la coscienza portavano le medicine ai bambini, che era come aprire una farmacia ad Auschwitz. Hanno sceso i gradini di un abisso morale. Sono brava gente con la doppia morale».
    Che cosa pensa dei suoi colleghi che raccontano un’altra guerra?
    «Non penso niente. Io penso a me. Certo,mi rendo conto di suscitare scandalo, perché ho una storia di sinistra e vedo e racconto cose diverse da quelle che raccontano i Giulietto Chiesa o le Gruber. Sono stato criticato anche per come ho reso i fatti del G8 a Genova, ma pazienza. Del resto non l’ho inventata io la foto con il povero Giuliani che sollevava l’estintore, con il povero Placanica armato e con gli occhi terrorizzati, e con le travi buttate dentro alla sua camionetta».
    Lilli Gruber ha mollato il giornalismo e il giorno dopo era candidata per l’Ulivo.
    «Sono d’accordo con il suo ex direttore, Clemente Mimum: avrebbe fatto bene quantomeno a lasciar passare un po’ di tempo».
    Comunque si è candidata dopo averci parlato per mesi, da Bagdad, della guerra. È legittimo dubitare della genuinità del suo lavoro?
    «Sì, lo è. Ma non ne farei un dramma. Purtroppo la gente ascolta soltanto quello che vuole sentirsi dire. Se viviamo di pregiudizi la colpa non è soltanto della stampa. Tutta l’Europa è molle e impreparata. Il pensiero ribelle è diventato il conformismo più totale. Quando un grande anticonformista come Montanelli si è adagiato, per una volta, al pensiero corretto dominante, si è guadagnato gli applausi di tutti i suoi vecchi avversari».
    Un’ultima domanda. Che sarà dell’Iraq?
    «Io rimango ottimista. Se andrà bene, come penso, il processo sarà lunghissimo e doloroso ma in Iraq si produrrà un circolo virtuoso che fa paura a molti. Una democrazia in Medio Oriente è qualcosa di straordinariamente eversivo».
    Sembra un neoconservatore, un consigliere di Bush.
    «Non ragiono su basi di appartenenza. Ragiono sui fatti. I fatti dicono che in Iraq sono nati più di cento giornali. La gente ha la libertà di manifestare e di bruciare le bandiere in piazza. E quando si assaggia la libertà, poi è molto difficile tornare indietro e rinunciarvi».

    da Libero del 6 ottobre

    saluti

 

 

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