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Discussione: Elezioni....

  1. #11
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    Predefinito L'ebreo....

    ….imbarazzato

    “Come ebreo sono imbarazzato nel riferire che un sondaggio condotto recentemente dall’American Jewish Committee mostra che il 69 per cento degli ebrei americani voterà per John Kerry e solo il 24 per George W. Bush. A cosa pensano gli ebrei? Quale ebreo che abbia capito che i capi dei nemici d’Israele in Medio Oriente erano Saddam Hussein e Yasser Arafat, e che Bush li ha entrambi rimossi rischiando la sua presidenza per farlo, può votare per John Kerry? Tutti quelli che odiano gli ebrei, siano arabi o francesi – appoggiati dall’intero mondo terrorista – stanno tifando per John Kerry”.
    David Horowitz
    Frontpage Magazine

    hahaha saluti

  2. #12
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    Predefinito Perchè i miliardari votano democratico...

    ...e i milionari repubblicano

    C’è chi l’ha messa così: i milionari americani voteranno per George W. Bush, i miliardari per John F. Kerry.
    Un po’ più difficile è cercare di spiegare il perché del paradosso. Una prima considerazione è che i milionari (in dollari) in America sono proprio tanti: almeno 2,3 milioni, stando a un recente rapporto della Merrill Lynch (senza contare il valore, ora alle stelle, delle case di proprietà, che forse raddoppierebbe questo numero). In una scena memorabile di “Fahrenheit 9/11”, il film di Michael Moore, si vede Bush che, rivolgendosi a un folto uditorio in smoking, scherza:
    “Siete una folla impressionante, ricchi e più che ricchi. Qualcuno vi definisce élite. Io preferisco definirvi come la mia base”.
    Una base di massa, effettivamente. D’altra parte, è nutrita la pattuglia dei multimiliardari (in dollari) che stanno dalla parte di Kerry, o comunque contro Bush: George Soros, Warren Buffett, Peter Lewis. Ci sono 200 firme di appartenenti a questa categoria sotto un appello dei “business leader” che invitano a votare Kerry.
    Un sondaggio su 400 milionari, condotto dalla rivista Elite Traveler, mostrava Bush favorito 58 contro 42. Ma se si andava a distinguere tra ricchi e super ricchi, saltava fuori che i milionari da 1 a 10 milioni favoriscono Bush 63 a 37, mentre quelli da 10 milioni in su favoriscono Kerry 59 a 41.
    Ma perché i miliardari dovrebbero avercela col candidato che gli ha ridotto le tasse, e promette di continuare a farlo, e favorire il candidato che gliele vuole aumentare?
    Una possibile spiegazione, avanzata da Daniel Gross su Slate, è che i ricchi si sentono insicuri, mentre i super ricchi non hanno niente da perdere, comunque vadano le cose. Per i miliardari non fa molta differenza se l’aliquota è al 33 o al 39 per cento: se la caveranno comunque. Mentre, come è stato commentato sul Wall Street Journal, “le persone con meno di 10 milioni di dollari sono ancora molto preoccupate della loro situazione finanziaria a breve termine”.
    Per molto tempo la soglia che poteva garantire di godersi tranquilli il resto dei propri giorni era il milione di dollari: ora questa cifra garantisce meno di una pensione decente. Non c’è da riandare ai classici da cineteca per vedere film in cui ci si gioca il tutto per tutto per somme molto inferiori.
    Tra quelli nelle sale in questo giorni, il killer Tom Cruise di “Collateral” ha un contratto per cinque omicidi per poche centinaia di migliaia di dollari, il protagonista di “Criminal” va in galera a vita per molto meno. Un’altra possibile spiegazione è che i miliardari riflettano sul fatto che l’economia americana sia andata meglio con presidenti democratici che repubblicani: spaventeranno anche Wall Street e i contribuenti, ma hanno migliori performance di crescita.
    Il crash del 1929 era avvenuto con un presidente repubblicano e molto “pro business”, la ripresa col democratico Franklin D. Roosevelt.
    Dal 1899, le quotazioni azionarie sono aumentate dell’11 per cento in media nell’anno successivo a quello delle rielezione di un presidente repubblicano, del 14 per cento l’anno dopo che era stato sconfitto da un democratico.
    Il meglio si è avuto, dal 1901 in poi, quando alla Casa Bianca c’era un democratico e il Congresso era in mano ai repubblicani: +10 per cento in media all’anno. Non c’è dubbio che Wall Street preferirebbe un presidente di destra, ma l’addetto ai lavori Peter S. Cohan spiega a Business Week che la presidenza Bush è stata la peggiore, da 60 anni a questa parte, per lo “stock market”. Forse per questo il principale settimanale economico americano non ha nascosto, almeno fino all’ultimo dibattito tv, una preferenza per Kerry.
    Un’ultima ragione potrebbe essere più nobile e solida, all’insegna dell’“interesse nazionale” più che di quello “particulare”: la preoccupazione per i conti pubblici. Cominciano a esserci cifre da buco nero: oltre 400 miliardi di dollari di deficit nell’anno in corso, il debito che potrebbe raddoppiare, da 4.300 a 8.000 miliardi, entro un decennio. Ci sono le spese di guerra, ma anche social security, pensioni, assistenza sanitaria. Bush e Kerry dicono di avere un piano per dimezzarlo: esattamente come per l’Iraq, non è facile dire quale delle due strategie sia la migliore e possa davvero far uscire dal pasticcio, ma è indiscutibile chi dei due, nel pasticcio, ci si sia infilato. Senza contare che Kerry il problema l’ha posto e l’ha brandito contro il rivale, mentre Bush ha in squadra Dick Cheney, famoso per aver detto che “i deficit non contano”.
    Il problema del deficit non sembra toccare più di tanto il grande pubblico elettorale, non almeno quanto emoziona i miliardari. Nel 1992 Ross Perot, il miliardario texano (di destra) allora terzo in gara, aveva fatto scalpore presentandosi in tv con grandi grafici sul debito nazionale (allora 4.000 miliardi). Bill Clinton e Bush padre avevano dovuto interessarsi all’argomento. Clinton aveva chiuso il suo secondo mandato con un surplus. Bush figlio ha un buco molto peggiore di quello, già record, lasciato da Ronald Reagan.
    Siegmund Ginzberg su Il Foglio

    saluti

  3. #13
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    Predefinito Kerry si piega maglio ma le...

    …idee di Bush si ricordano

    Tempe (Arizona). L’ultimo dibattito tra George W. Bush e John Kerry sui temi della politica interna è iniziato con una domanda sulla sicurezza, e quindi sull’Iraq, facendo segnare di fatto un punto a favore del presidente, cioè del candidato che considera la politica estera post 11 settembre il miglior modo di difendere il popolo americano: “Possiamo migliorare la nostra sicurezza –ha detto Bush – ma soltanto se contro i terroristi stiamo all’attacco e se diffondiamo democrazia e libertà nel mondo”.
    Kerry non ha questa visione strategica, per rendere più sicura l’America si devono rafforzare i controlli alle frontiere e bisogna concentrarsi sulla caccia ai terroristi: “Li troverò, li uccideremo e li cattureremo”, ha detto con stile del Massachusetts, ma con parole da cowboy.
    Tutto il resto è stato un serrato dibattito sulle questioni interne americane – sanità, sicurezza sociale, lavoro, economia, tasse, aborto, gay, immigrazione – che ha confermato quanto già si sapeva e cioè che Kerry è più bravo a dibattere mentre Bush appare più credibile e più simpatico.
    Le maggiori capacità professionali di Kerry, infatti, perdono efficacia di fronte ai tanti “sì, ma” delle sue posizioni e a una certa prosopopea.
    La povertà linguistica di Bush è riscattata invece dalla chiarezza morale delle sue idee. Il dibattito è stato moderato da Bob Schieffer, anchor della Cbs, che rideva con troppa compiacenza alle battute di Kerry e forniva assist in continuazione allo sfidante.
    Le domande a Kerry erano di questo tipo: “Il paese non è più unito come dopo l’11 settembre; se eletto, lei avrà come priorità la riunificazione della nazione?”.
    La prima domanda a Bush questa: “La febbre uccide migliaia di persone ogni anno. Improvvisamente ci siamo ritrovati con una grave mancanza di vaccino. Come è potuto succedere?”.
    Bush non s’aspettava di essere accusato anche dell’influenza, così ha inefficacemente invitato “i giovani e chi sta bene a non vaccinarsi”.
    Sui temi di politica interna le differenze tra i due candidati sono molto più evidenti rispetto all’Iraq.
    Bush ha difeso i suoi anni alla Casa Bianca con uno slogan: “Sono andato a Washington per cambiare le cose e lo sto facendo”. Kerry ha ripetuto più volte “I have a plan”, io ho un piano, che ricorda il sogno che aveva Martin Luther King.

    Ted Kennedy contro Tony Soprano
    Sono stati entrambi bravi a spiegare le proprie posizioni, con un’unica caduta di stile, quando Kerry ha usato la figlia lesbica di Dick Cheney per argomentare la sua ambigua posizione sul matrimonio gay.
    Bush vuole meno tasse per tutti; Kerry solo per la classe media, ma non si intendono sulla definizione di classe media.
    Bush vuole un minor peso dello Stato nel sistema pensionistico e sanitario;
    Kerry vuole la copertura universale.
    Entrambi vogliono aumentare il salario minimo e credono che il matrimonio sia l’unione tra un uomo e una donna, ma Kerry non al punto di sancirlo nella Costituzione.
    Bush ha detto che nominerà giudici costituzionali senza fargli prima un test, sviando alla domanda sulla possibilità che i nuovi giudici possano ribaltare la sentenza sul diritto all’aborto;
    Kerry non nominerà giudici antiabortisti, ma a St. Louis aveva dato la stessa risposta che ieri ha dato il presidente.
    Bush vuole concedere un permesso di lavoro temporaneo agli immigrati; Kerry punire chi assume clandestini e legalizzare chi è in America da molto tempo.
    Bush è sembrato moderato su aborto e matrimonio gay, mentre Kerry ha corteggiato i conservatori sul deficit e sulla spesa pubblica.
    Entrambi hanno detto che la fede in Dio influenza ogni singolo aspetto delle loro vite, ma nel caso di Kerry è parsa una maldestra mossa elettorale.
    Bush ha assicurato che non vuole imporre la sua fede a nessuno, ma crede che alcuni principi siano validi per tutti:
    “La libertà è un dono dell’Onnipotente al mondo”.
    Chi si aspettava una replica di sinistra è rimasto deluso, Kerry ha ricordato di essere stato chierichetto, ha citato la Bibbia e ha sorpassato a destra: “Non solo la libertà, ma ogni cosa è dono di Dio Onnipotente”.
    Bush ha accusato il suo sfidante di essere debole sulla sicurezza, oltre che il tipico liberal che si diverte ad alzare le tasse;
    Kerry ha martellato Bush per la mala gestione dell’Iraq e dell’economia.
    Quando Bush ha spiegato che i piani di Kerry costerebbero migliaia di miliardi, Kerry ha risposto con una battuta che sarà ricordata: “Prendere lezioni dal presidente in tema di responsabilità fiscale è un po’ come se Tony Soprano mi
    spiegasse come mantenere la legge e l’ordine in questo paese”. A Bush era bastato definire Kerry “più a sinistra di Ted Kennedy”

    saluti

  4. #14
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    Predefinito Kerry e la figlia...

    ...lesbica

    E’passata in cavalleria, ma noi non la beviamo. Tutti hanno fatto finta di non accorgersene, eppure era particolarmente pallida, inclinata nella posizione della colpa e della viltà, la “faccia da canoa” di John Kerry (definizione di Dave Letterman) mentre il suo titolare sferrava il colpo basso: portare nel dibattito con Bush la vita lesbica della fantastica Mary Cheney, figlia del vicepresidente degli Stati Uniti.
    L’America è un paese che sa anche essere buono, e quella deviazione dalle normali regole di una discussione pubblica non personale, mai personale, tantomeno familiare, è stata condonata perfino dagli avversari di Kerry.
    Solo Lynn Cheney, la madre di Mary, si è un po’ risentita, ma con poche pesate parole.
    Ovviamente il colpo basso, il cheap shot, è stato dato con maestria.
    Non è abile, questo Kerry? Esporre la figlia lesbica di Cheney nell’arena in cui ci si contende la presidenza era facile, perché quella di Mary è se dio vuole una vita all’aria aperta, in un paese dove il matrimonio omosessuale non c’è ma i diritti dei gay sono protetti da quando Zapatero faceva ancora la pipì a letto.
    E poi il candidato liberal sapeva scegliere le parole, la citazione era per ammirare, certo non per condannare.
    Tutto bene, dunque, a parte quella faccia che diceva tutto.
    Tutto bene per niente, invece.
    Infatti sappiamo bene che cosa sia il vizietto d’intolleranza dei tolleranti, per esperienza italiana ed europea attuale.
    Siccome l’Europa, che ha esportato se stessa in America, è diventata un continente d’importazione, anche la furba intolleranza e la personalizzazione della lotta politica è lì che va
    cercata.
    Joe McCarthy, il senatore del Wisconsin che dava la caccia ai comunisti negli anni Cinquanta e cioè nell’epoca in cui i comunisti c’erano ed erano nascosti e combattivi nell’amministrazione
    americana (come si è irrevocabilmente scoperto dopo dai documenti del Dipartimento di Stato USA), fu bastonato e diffamato e schiantato, con il consenso di poteri fortini come la stampa, il Congresso, l’esercito e il presidente Dwight D. Eisenhower, usando anche la seguente arma:
    è un ubriacone, il suo assitente Roy Cohn, avvocato ebreo di New York, è un omosessuale.
    Due malati, secondo i benpensanti liberal dell’epoca.
    Ecco. Ricordatevi sempre che gli spiriti animali del machismo e del clericalismo ideologico si annidano spesso dove meno ci sarebbe da aspettarseli, e che l’uomo comune, il buon cristiano, è sempre meglio di politicanti, ideologi e altri devoti delle giuste, nobili cause.

    Ferrara su Il Foglio del 16 ottobre

    saluti

  5. #15
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    Predefinito

    E’difficile non farsi venire il chiodo fisso dello scontro tra personalità negli ultimi round di una campagna presidenziale. George Bush è troppo cocciuto perché ci si possa fidare di lui per altri quattro anni?
    E John Kerry è forse troppo simile a una banderuola al vento? L’espressione stizzosa di Bush durante il primo dibattito ha forse palesato la sua vera natura?
    Oppure la sua affascinante affabilità è sempre preferibile alla condiscendenza snobbistica di Kerry?
    Ma le elezioni presidenziali non sono solo una prova di carattere dei singoli candidati.
    Sono anche una prova di carattere dei partiti da loro guidati. E quest’anno i due partiti offrono materia di studio.
    Il contrasto più palese riguarda il loro slancio. Lo slancio nella corsa alla presidenza può variare di giorno in giorno, ma lo slancio nella battaglia per diventare il partito dominante degli Stati Uniti sembra far pendere decisamente l’ago della bilancia dalla parte repubblicana. Quarant’anni fa i democratici superavano i repubblicani in proporzione di due a uno. Oggi li superano di solo qualche punto percentuale. Quarant’anni fa i democratici avevano in pugno il Congresso. Il prossimo mese di novembre i repubblicani avranno una buona occasione per conquistare il controllo sia della Camera sia del Senato. Quarant’anni fa i democratici stabilivano il programma politico. Oggi i repubblicani sono una fonte di idee molto più fervida su qualunque argomento, dalla politica estera alla riforma scolastica.
    Un secondo contrasto riguarda l’organizzazione.
    Il partito repubblicano sembra organizzato come una società di blue-chip: comandato dall’alto e fortemente disciplinato.
    Il partito democratico è molto più simile a una “ad-hoccrazia”: una miscellanea di gruppuscoli che si sono messi insieme con l’unico scopo di vincere le prossime elezioni.
    Ciò è evidente soprattutto nella battaglia sul campo.
    E’ opinione comune che quest’anno il primo premio andrà al partito che otterrà i migliori risultati nell’impresa di far andare i suoi alle urne.
    A tal fine, i repubblicani hanno reinventato il partito politico tradizionale per l’epoca dell’espansione disordinata dei sobborghi.
    Il partito vanta un’elaborata gerarchia di attivisti – governatori, presidenti di contea, capi distrettuali, volontari locali – ognuno dei quali ha un ruolo prestabilito nel quartier generale di Bush-Cheney ad Arlington, in Virginia.
    Di contro, i democratici (ironicamente, data la loro avversione per l’outsourcing) hanno assegnato gran parte del lavoro sgradevole di registrare e mobilitare gli elettori a gruppi indipendenti come MoveOn.org e America Coming Together.
    Questa disuguaglianza dipende in parte dalla legge sul finanziamento delle campagne: i democratici si sono affannati a cercare delle scappatoie nella legislazione Mc-Cain-Feingold per formare organizzazioni nominalmente indipendenti, note come 527 (il nome viene da un articolo del codice fiscale).
    Ma la diversità ha radici molto più profonde: i repubblicani sono ora molto più interessati alla ricostruzione del loro partito di quanto non lo siano i democratici. Bush è uno dei costruttori di partito più entusiastici tra coloro che si sono succeduti alla Casa Bianca. Diversi suoi predecessori hanno deliberatamente snobbato i loro partiti: Richard Nixon aveva perseguito una strategia di “vittoria solitaria” nel 1972, mentre Bill Clinton ha seguito una politica di “triangolazione”, adottando qualunque idea repubblicana gli sembrasse idonea a conquistare voti. George Bush senior non ha tanto snobbato il proprio partito, lo ha ignorato.
    Il figlio ha invece sfruttato tutto il prestigio della sua presidenza post 11 settembre a favore della campagna per conquistare seggi per i repubblicani al Congresso nel 2002. Ha collaborato fianco a fianco con altri costruttori di partito al Campidoglio, in particolare con Dennis Hastert e Tom DeLay alla Camera e Bill Frist al Senato.
    Al contrario, l’organizzazione di partito dei democratici si sta logorando. Per decenni le associazioni sindacali hanno fornito sia la materia prima sia la forza coesiva per l’organizzazione democratica. Ma la percentuale dei lavoratori iscritti ai sindacati si è ridotta dal 30 per cento nel 1950 al 13 di oggi.
    Gli avvocati processualisti hanno rimpiazzato i sindacalisti come principali finanziatori del partito, ma sono numericamente troppo pochi (e sono anche troppo impegnati) per riuscire a tenere insieme il partito allo stesso modo.
    Anche le donne e i gruppi neri sono troppo concentrati sui loro rispettivi interessi. Il partito aveva cominciato a perdere terreno nei confronti dei gruppi di pressione individualisti anche prima dell’entrata in campo dei gruppi 527. Queste differenze nello slancio e nell’or-ganizzazione suggeriscono una considerazione ancor più rilevante: i repubblicani hanno più da guadagnare da una vittoria in novembre.
    Poiché le elezioni rappresentano chiaramente un referendum su Bush, se vince egli può rivendicare un chiaro mandato per le sue politiche, soprattutto per quanto riguarda il taglio delle tasse in politica interna e l’annientamento dei terroristi in politica estera. Se vince Kerry, l’unico mandato che otterrà sarà quello di non essere George Bush.
    Nel 1993, Clinton ha incontrato notevoli difficoltà nel tentativo di tenere insieme il suo partito, nonostante l’enunciazione di un programma convincente di un nuovo partito democratico.
    Kerry, una personalità singolarmente non idealista, dovrà affrontare non solo le medesime battaglie (per esempio, tra i riformatori dell’assistenza sanitaria e i falchi del deficit), ma anche una nuova guerra civile all’interno del partito tra la fazione fanatica di Michael Moore e l’ala più razionale di Tony Blair.
    Il secondo motivo per cui i repubblicani hanno più da guadagnare da una vittoria in novembre è la loro convinzione di poter sfruttare un secondo mandato di Bush per trasformarsi, de facto, nel partito dominante degli Stati Uniti.
    Grover Norquist, presidente e fondatore dell’associazione Americans for Tax Reform, forse esagera quando afferma che “il partito democratico è fritto” se vince Bush.
    Ma i repubblicani hanno messo l’obiettivo di castrare i democratici come primo punto all’ordine del giorno del loro secondo mandato.
    Essi si sono prefissati di ridurne le reclute appaltando all’esterno centinaia di migliaia di posti di lavoro federali e di abbassarne il reddito con il programma di impunità aziendale noto come “tort reform” (che può rendere più leggeri anche i portafogli degli avvocati) e le leggi sul diritto al lavoro (che permetteranno ai lavoratori di scegliere di non versare i contributi sindacali). I repubblicani hanno anche intenzione di incrementare il numero delle persone titolari di azioni – e che quindi hanno un interesse nel successo del sistema capitalistico – cominciando a privatizzare il settore della previdenza sociale.
    Il fine dei repubblicani è di fare ai democratici quello che Blair ha fatto, con successo, ai tory in Gran Bretagna: emarginarli a tal punto da farli degenerare nella parodia di un partito politico. Quindi non stupisce che i democratici combattano così accanitamente quest’anno. Così come non sorprende il loro odio furiosamente passionale nei confronti del costruttore di partito attualmente insediato alla Casa Bianca.

    Lexington
    © The Economist, per concessione di Panorama (trad. Studio Brindani)

    Su Il Foglio del 16 ottobre

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  6. #16
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    Predefinito Farsela sotto

    “Ma qualcosa, da questi dibattiti, resterà anche se non dovesse tradursi in voti e vittoria il 2 novembre, anche se le porcherie elettorali che stanno già affiorando in Florida (di nuovo), in Nevada, in Colorado, in collegi dove si trovano elettori iscritti in sedici seggi diversi, sporcheranno questa elezione presidenziale come quelle del 2000”.

    Vittorio Zucconi
    La Repubblica del 15 ottobre 2004

    saluti

  7. #17
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    Predefinito Putin per Bush, Arafat...

    ….per Kerry

    Arafat fa dire al suo ministro degli Esteri, Nabil Shaath, che è meglio che vinca Kerry.
    Non è sorprendente: il rais vuole sopravvivere politicamente con la tattica dell’alternanza tra Intifada, contro gli ebrei, e aperture al dialogo, con l’Europa, dunque non può auspicare la vittoria di un presidente come Bush, che lo ha escluso da ogni trattativa, che non crede al negoziato senza sbocchi (Camp David docet), ma per la prima volta ha parlato della necessaria nascita dello Stato palestinese (tema che evidentemente non sta poi così a cuore all’attuale leadership dell’Anp).
    Più sorprendente è l’affermazione del presidente Putin:
    “I terroristi internazionali hanno l’obiettivo d’impedire la rielezione di Bush. Se ci riusciranno, potranno festeggiare una vittoria sull’America e sulla coalizione internazionale”.
    L’appoggio di Arafat non è un sostegno di cui vantarsi per Kerry, che peraltro può essere stupito per l’inedita interferenza-preferenza di Putin; ma è stato proprio il candidato democratico a fare delle simpatie estere un’issue da campagna elettorale. Anche il tifo russo è controverso: per i critici, Putin sta svuotando quel po’ di democrazia che si stava facendo strada a Mosca con la “scusa” della lotta al terrore, per i sostenitori invece sta governando “la democrazia possibile” in Russia, senza deflettere dalla fermezza contro il jihad.
    Restano però due fatti nuovi con cui si deve fare i conti nella geopolitica post 11/9.
    Il primo: la minaccia del terrore non è come l’inflazione percepita, cioè si vede e si tocca; sono i bambini di Beslan costretti a bere la propria urina, sono i corpi in volo da Torri che crollano.
    Chi sente da vicino la minaccia del terrore, e non lo vive solo come un “fastidio” (parola di Kerry), ma come un male esistenziale, tende a fare squadra con Bush, che a sua volta, ispirandosi al “realismo democratico” aiuta e si fa aiutare dal Cremlino nella guerra ad al Qaida, ricordando a Mosca la necessità di proseguire sulla via delle riforme occidentali.
    Il secondo: l’attacco jihadista è globale, dunque la risposta dev’essere globale.
    Per questa ragione giungono anche da Mosca (o da Ramallah) parole di preferenza per l’uno o per l’altro candidato americano.

    saluti

  8. #18
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    Predefinito Veterani per....

    ...Bush

    Henderson (Nevada). Il Centro numero 3848 dei “Veterani delle Guerre Estere” si trova a Henderson, città in rapida espansione a nord di Las Vegas, ed è presieduto dal comandante Tony Thomas, reduce della campagna in Vietnam. I veterani americani sono quasi tre milioni e si riuniscono in associazioni come queste per difendere i propri diritti e quelli delle famiglie delle vittime. Sono il gruppo più corteggiato dai politici americani, e in particolare dai candidati alla presidenza, perché hanno un’altissima percentuale di partecipazione al voto: il 95 per cento dei veterani registrati infatti si reca effettivamente alle urne, una percentuale superiore a quella di qualsiasi altra categoria. George Bush s’è candidato da comandante in capo di una nazione in guerra, John Kerry ha ricordato il suo passato da eroe in Vietnam per dimostrare di essere all’altezza del compito.
    Averli dalla propria parte significa aumentare di parecchio la possibilità di vincere in quegli Stati dove risiedono in gruppi consistenti, come in West Virginia, South Carolina, Missouri e, appunto, in Nevada, dove sono in 250 mila.
    Un sondaggio di venerdì scorso ha svelato che oltre il 65 per cento dei militari americani (e delle loro famiglie) preferisce George W. Bush a John Kerry. Sebbene sia vietato sondare l’intenzione di voto dei militari in combattimento, l’inchiesta indipendente condotta dall’Università della Pennsylvania ha potuto rilevare che il 69 per cento ha un’opinione favorevole del presidente, mentre soltanto il 29 per cento ha la stessa impressione positiva di Kerry.
    La rivista dell’esercito “Military Times” ha valutato un margine ancora più alto, Kerry è sotto di 55 punti, 73 a 18, rispetto a Bush.
    Il caporale dei marines, Nathan Mitchell, di ventuno anni, è appena tornato da un servizio di sei mesi in Iraq e conferma al Foglio la popolarità di Bush tra le truppe impegnate in medio oriente.
    “In tutte le discussioni politiche che facciamo emerge come in questi quattro anni Bush abbia dimostrato di essere un presidente che non ha paura di prendere decisioni. E noi che stiamo sul campo abbiamo bisogno di un comandante in capo che non esiti a fare scelte difficili nei momenti cruciali”.
    Kerry, secondo il marine del Nevada, non darebbe le stesse garanzie dell’attuale presidente.
    “Sappiamo già che cosa farà Bush in caso di rielezione – dice al Foglio il caporale dei marine Nathan Mitchell – Vorrà vincere la guerra, pacificare l’Iraq e finire la missione. Invece Kerry, con il suo curriculum da senatore sempre attento agli umori della politica dà meno certezze”.
    Il sondaggio e le parole del marine sono un brutto colpo per i giornali liberal della costa orientale, i quali da mesi raccontano di un grande scontento tra le truppe in Iraq costrette dalle difficoltà sul campo a turni più duri e a rotazioni meno frequenti, mentre nei giorni scorsi hanno dato molta enfasi alla storia di un soldato che in Iraq ha rifiutato di compiere la missione assegnatagli.
    “In realtà noi siamo interessati ad avere i mezzi necessari per vincere la guerra e per combattere in modo sicuro –dice il caporale Mitchell – All’inizio avevamo gli Humvee non corazzati, ed eravamo molto arrabbiati perché molti nostri compagni sono morti per questo motivo”.
    E’ un argomento usato molto spesso da Kerry e John Edwards in campagna elettorale, ma nonostante ciò i due democratici non sono riusciti a convincere la maggioranza dei soldati americani, anche perché, pressati dal pacifista Howard Dean, entrambi hanno votato contro il sostegno finanziario alla missione in Iraq, dicendo “no” ai famosi 87 miliardi di dollari, 67 dei quali sono serviti proprio a fornire nuovi mezzi e nuovi strumenti alle truppe sul campo.
    Mitchell critica la politica della Casa Bianca su un altro punto:
    “Dieci miei amici sono morti in combattimento e nessuno di loro ha ricevuto un trattamento da eroe. Di uno di loro ho saputo soltanto attraverso il giornale dei marines e quando sono andato a trovare la famiglia, mi è stato detto che nessuno ha saputo della sua scomparsa perché i giornali e le televisioni non fanno vedere né il ritorno delle bare né i funerali. Il mio amico è morto per questo paese, ha sacrificato la sua vita per gli Stati Uniti, ma nessuno lo sa. Ecco, vorrei cambiare questa cosa”.
    Su questo punto i veterani di Henderson sono tutti d’accordo, su come votare il 2 novembre un po’ meno.
    Ci sono veterani filo Kerry come il cappellano del Centro e i reduci più anziani, qualcuno anche della Seconda guerra mondiale. Sono orgogliosi di vivere in un paese che da 60 anni aiuta i popoli di tutto il mondo a liberarsi dalle dittature, ma oggi, senza ipocrisie, più che all’Iraq dicono di essere interessati alle questioni interne che li riguardano da vicino, come per esempio l’assistenza sanitaria.
    Steve Sanson, veterano della prima guerra del Golfo, spiega questa differenza generazionale:
    “Noi più giovani abbiamo una famiglia e bimbi piccoli, quindi siamo più preoccupati rispetto ai nostri colleghi anziani. Noi sappiamo di aver bisogno di un paese più sicuro e preferiamo Bush perché, a differenza di Kerry e di altri presidenti del passato, ha capito che l’attacco dell’11 settembre è stato un atto di guerra, come già il rapimento degli americani a Teheran, le stragi alle ambasciate in Africa e gli attentati alle nostre basi e al cacciatorpediniere Uss Cole. Per sconfiggere i terroristi abbiamo bisogno di un leader con la spina dorsale, con un carattere fermo e deciso, non di uno che sbanda continuamente”.
    Richard Riestler, veterano del Vietnam, dice che “non esiste una guerra che non sia possibile vincere, ma il successo dipende dalla determinazione, dal finanziamento e dal sostegno alle truppe. Il Vietnam insegna che quando si combatte con l’occhio rivolto alla politica si va incontro a una sconfitta perché il nemico riconosce i tentennamenti e sfrutta la debolezza”.
    Sanson, al contrario di quanto suggerisce il tam tam sotterraneo dei democratici (ieri Paul Krugman ha invitato i lettori del New York Times a non credere a Bush), è convinto che non sarà l’attuale presidente a reintrodurre la leva obbligatoria, bensì Kerry: “Parla sempre di esercito troppo piccolo, di forze speciali da raddoppiare, di truppe in Europa da non dislocare, di mancanza di soldati in Iraq, insomma se vorrà mantenere le promesse elettorali che ha fatto sarà costretto a introdurre la leva non volontaria”.
    Sia il marine appena tornato da Baghdad sia Sanson difendono la scelta dei generali americani di non aver usato tutta la forza militare per conquistare le città ribelli come Fallujah e Samarra: “Noi vogliamo liberare gli iracheni, non uccidere gli innocenti”, dice Sanson. “E’ una scelta saggia quella di aspettare”, conferma il caporale Mitchell, il quale è certo che lo sforzo di addestrare le nuove truppe irachene andrà in porto: “E’ ancora troppo presto per trarre un bilancio, ma anche noi siamo stati addestrati, perché loro non dovrebbero essere in grado?”.
    Sanson preferisce non commentare le accuse che i “Veterani per la Verità” hanno mosso a John Kerry riguardo il suo servizio
    da volontario in Vietnam, ma il principale motivo per cui non voterà il candidato democratico è proprio la testimonianza che
    nel 1971 il giovane soldato Kerry, diventato pacifista, fece al Senato.
    Questo è un ostacolo enorme anche per chi, tra i veterani del Centro di Henderson, vorrebbe sostituire Bush:
    “Per noi la cosa peggiore che un soldato possa fare al ritorno da una guerra - dice Sanson – è quella di accusare i propri compagni che sono ancora in combattimento e di usare queste accuse a fini politici. Kerry queste cose le ha fatte”.

    (chr.ro.) su Il Foglio del 20 ottobre

    saluti

  9. #19
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    Predefinito Europa mia...

    ....cara

    All’inizio, l’opinione diffusa era che soltanto una vittoria di John Kerry avrebbe potuto rimettere in piedi le relazioni degli Stati Uniti con l’Europa. Ora, invece, è che vi sia, in realtà, ben poca differenza tra Bush e Kerry rispetto al modo in cui si comporterebbero con il loro alleato d’oltreoceano.
    “Tanto per fare una provocazione”, ha cominciato un ex diplomatico americano portando questo concetto ancora oltre, “vorrei dire che le relazioni transatlantiche in realtà migliorerebbero più con Bush che con Kerry”.
    Ecco lo scenario che ha presentato nel caso di una vittoria di Bush: il presidente infila la retorica da cowboy esibita in campagna elettorale in una valigia per Crawford, rispolvera le buone maniere di cui si ricorda vagamente dai giorni di scuola, e comincia a parlare all’orecchio di persone dai buffi nomi come Jacques e Gerhard. Non ci sarà alcuna rivoluzione, nessun banchetto d’amore, forse neppure una soluzione vincente per la condivisione dell’onere (e del merito) di portare pacificamente l’Iraq alla democrazia.
    Ma ci sarà un ritorno all’ammorbidimento, politica che Bush ha riposto nel cassetto in questi ultimi mesi di campagna elettorale, in cui ha descritto il suo avversario come un uomo pronto a vendere alle “nazioni straniere” il diritto dell’America all’autodifesa.
    Senza dubbio, Bush è stato felice di menzionare, nel corso del secondo dibattito, la sua alleanza con Tony Blair e “Sil-vi-o BAR-le-sconi”; ma le dolci parole di riconciliazione con “Jack Chi-RACK” dovranno aspettare fino al 3 novembre.
    Però verranno pronunciate.
    “Tanto Bush quanto l’Europa cercheranno di riconciliarsi sull’Iraq”, dice ancora l’ex diplomatico, “perché a tutti e due sta costando troppo”.
    Nel caso di una vittoria di Kerry, il 3 novembre sarà invece il giorno in cui il nuovo presidente metterà in valigia le sue buone maniere e il suo stile europeo che in campagna elettorale ha presentato come la propria risposta alla politica unilateralista di Bush sull’Iraq.
    “Kerry non può cominciare la sua amministrazione con qualcosa che possa assomigliare a una sconfitta in Iraq. Non può farlo”. Quindi, continua l’ex diplomatico, ci sarà il rischio di promesse non mantenute, di uno scenario in cui gli europei e gli americani si troveranno ad affrontare la realtà del fatto che si è rotto qualcosa di fondamentale nella loro alleanza.
    “Se Kerry vincerà sarà un vero banco di prova per la Francia e la Germania. Scopriremo quali sono le vere relazioni; vedremo quanto era semplicemente una fesseria e fino a che punto Bush ha esasperato la loro passione di limitare la potenza americana”.

    Opinioni convenzionali 1 e 2
    Allo stesso tempo il team di Kerry non è affatto filoeuropeo:
    “Nessuno dovrebbe credere che Kerry ritenga che l’Europa sia meravigliosa. Molte delle persone che lo circondano hanno detto che gli europei si sono comportati molto male”.
    Insomma, secondo questa nuova communis opinio le relazioni tra Stati Uniti ed Europa sono di fatto peggiori di quanto sembri; e considerando che l’Iraq sta diventando un pantano e che l’Iran sta per dotarsi di una bomba atomica, è meglio lavorare sulla base del (falso) presupposto che il problema fondamentale è quello di convincere George e Jack a comportarsi bene.
    L’ex ministro degli Esteri italiano Gianni de Michelis ragiona ancora nei termini dell’opinione convenzionale numero 2 (quella che non vede differenza tra Bush e Kerry), il che lo rende un fiducioso ottimista in confronto al suo collega americano.
    “Kerry dice che Bush ha compiuto errori nella realizzazione della sua politica estera, ma non nel suo approccio di base, non nelle sue scelte concrete”.
    De Michelis sostiene che già da mesi a Washington si è operato un fondamentale spostamento verso il multilateralismo, malgrado tutti gli ovvi slogan retorici della campagna elettorale.
    “Nel secondo mandato vedremo un Bush molto diverso. Ma in Iraq, né Bush né Kerry possono ritirarsi senza aver ottenuto la vittoria”.
    Forse la speranza implicita in questa opinione convenzionale è che sia GWB che JFK darebbero una stiratina al famoso detto di Theodore Roosevelt: “Porta con te un grosso bastone, ma parla con dolcezza”.
    Il direttore di Internazionale Giovanni de Mauro non è persona che si faccia mai lasciare indietro, ma si aggrappa ancora all’opinione convenzionale numero 1.
    De Mauro sostiene che basta confrontare la competenza professionale di Bush con quella dei suoi predecessori durante le due guerre mondiali e nei giorni più difficili della Guerra fredda. Allora come oggi, fondamentale per la leadership era la capacità di amministrare efficacemente un’alleanza transatlantica che era divisa da un oceano ma unita praticamente da ogni altra cosa.
    E aggiunge: “Sarebbe difficile fare peggio di Bush.
    In Europa non è considerato una persona credibile, autorevole o all’altezza del ruolo di leader della più grande potenza del mondo”.
    E una vittoria di Kerry, a suo giudizio, sarebbe un dolce messaggio sussurrato dal popolo americano nell’orecchio di quello europeo: “Oui, mes amis. C’etait Georges”.

    Jeff Israely su Il Foglio del 20 ottobre

    saluti

  10. #20
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    Predefinito Se Bush è cretino, com’è che…

    ….fa girare in tondo Kerry?

    Complesso di superiorità. Colpisce commentatori di quaggiù, perché mai dovrebbe esserne esente Maureen Dowd, establishment intellettuale di Washington, colonna bisettimanale sul NYT, curriculum di fidanzati il più sfigato dei quali è Michael Douglas, un Pulitzer per come prese per i fondelli Bubba e Monica. A Dowd fa schifo George W. Bush ma tiene a far sapere che non è che Kerry le piaccia di più. E così, far sapere che anche Kerry era inadeguato alle sue sofisticate pretese è stata la principale occupazione di Dowd in quei talk show ai quali ha partecipato per promuovere il suo “Bushworld”, raccolta degli articoli scritti su padre (negli anni del quale Dowd era corrispondente alla Casa Bianca) e figlio (per il quale ha coniato il nomignolo di “Boy King”). Poi Dowd ha capito che la sua forza è non farsi vedere (di norma non va in televisione), che come molte penne brillanti è insopportabilmente nevrotica, con una fastidiosa tendenza a non finire le frasi e insomma risulta assai meno spiritosa che sulla pagina. Dopo avere raccontato un paio di aneddoti su Teresa Heinz a David Letterman, e dopo aver detto all’intervistatore della Fox che, Democratici o Repubblicani, lei francamente non ricordava quale fosse l’ultima volta in cui le era capitato di parlar bene di un potente, Dowd è passata alle interviste ai giornali. Cose. Che. Voi. Umani.
    Rolling Stone. Un numero che più de sinistra non si potrebbe. In copertina Jon Stewart, il comico di seconda serata cui l’establishment ha appena assegnato il secondo Emmy. Dentro, il reportage di un sinistrorso che ha lavorato sotto mentite spoglie per la campagna elettorale dei Repubblicani, e ne racconta le nefandezze. Un’intervista ai creatori di “Team America” che raccontano le sconcezze che hanno messo nel film solo per costringere la commissione censura a guardarle.
    E poi Maureen.
    Con tanto di foto tattica: seduta su una scala, vestito sinuoso, piedi nudi in primo piano, capelli davanti alla faccia. Come sembrare quasi gnocca e dichiarare vezzosamente i propri 52 anni. A questo punto Maureen può rilassarsi e dire ciò che pensa di Kerry. Che è molto, ma molto peggio, di ciò che pensa di Bush.
    “La gente è stufa. Ma allo stesso tempo vuole scegliere quello che darà la caccia ai cattivi.
    In un certo senso è lo slogan elettorale di Bush: ‘Magari siamo un po’ matti, forse siamo entrati in guerra col paese sbagliato, ma sapete che qualche cattivo lo prenderemo’. Credo che la gente sceglierà questo, piuttosto che uno che nella Sala Ovale starebbe lì a districarsi fra le sfumature chiedendosi che fare e se fare qualcosa in assoluto”.
    E ancora: Kerry ha sprecato l’intera campagna elettorale cercando di dimostrarsi uomo almeno quanto Bush. Quando Bush diceva “Gna, gna, gna, sei uomo abbastanza da dire che saresti andato in guerra senza prove?’ io ridevo: non poteva cascarci. E invece ecco che Kerry, come il Manchurian candidate, ripete a pappagallo ‘Sì, assolutamente, certo che ti avrei autorizzato ad andare in guerra senza prove’”.
    I poveri deskisti di Rolling Stone devono essersi messi a piangere, quando gli è arrivato il testo dell’intervista: hanno deciso che non si butta all’aria un numero tematico solo perché l’editorialista preferita dai radical ha deciso di fare la battitrice libera; hanno fatto gli occhielli con due belle frasi antiBush:
    “Cheney ha preso i comandi del mondo, e W. ancora lo considera deferente solo perché quello lo chiama ‘capo’”; “Bush padre è andato in guerra con l’Iraq per difendere il principio che non puoi invadere unilateralmente un altro paese; suo figlio è andato in guerra per stabilire il principio che puoi”.
    La seconda è significativa: il punto, per Dowd, è quasi sempre non tanto attaccare Bush figlio, quanto ricordare al mondo quanto era meglio Bush padre.
    La prima è la chiusa di un lungo ragionamento in cui Dowd conclude sì che Bush è sensibile alle lusinghe del tutore Cheney e in questo senso un “boy king”, ma dopo aver detto ben altro. Spiega che lo staff di Bush padre le ha detto che “neppure in un milione avremmo creduto che W. potesse diventare presidente”, e “nessuno può credere quanto fosse moscio allora e quante cose ha dovuto superare e migliorare e che disciplina ha dovuto dimostrare per diventare presidente, e in così breve tempo. E’ una cosa che gli va riconosciuta”.
    L’intervistatore chiede attonito: quindi tu non sei fra quelli che lo dipingono come cretino? “Se Bush è cretino, com’è che sta facendo girare in tondo Kerry? Certo, non è stato tipo da darsi da fare a Yale o ad Harvard, né ha appreso quanto avrebbe potuto nella Casa Bianca di suo padre. Ma credo sia intelligente”.
    Segue il ragionamento sull’influenzabilità rispetto a Cheney – ma, prima, c’era stata l’influenzabilità di Kerry rispetto a Clinton. I collaboratori di Clinton che ora consigliano Kerry? “Anche se nella nostra cultura sono molto popolari le storie di gente che si rifà il look, in questo caso non mi sembra una buona idea. Dà l’impressione che tu non sappia ancora bene chi sei – e hai sessant’anni”.
    Per non parlare dell’immagine “castrante” di Clinton “che dal letto d’ospedale deve esortare Kerry a darsi una svegliata”.
    Che Dowd preferisse Clinton a Kerry non è una novità. La novità arriva verso la fine, persino l’intervistatore pensa che Dowd scherzi, mentre al lettore casca la mascella per lo stupore: “Ci casco anch’io: ho smesso di comprare il vino e la maionese francesi.
    Sono patriottica. Lo so che è una cosa stupida, ma è bello quando l’America è ammirata nel mondo”.
    Gratta una radical e troverai una tutta torta di mele e bandiera.

    (gs) su Il Foglio del 22 ottobre

    saluti

 

 
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