I trucchi di Giuliano Amato sono tre.
Il leader del centrosinistra che pensa, l’intellettuale che spesso dà un po’ sulla voce all’integrismo indifferente della cultura convenzionale di sinistra, il politico ricco di buone intenzioni mediatorie e nemico di un referendum che secondo lui impedirebbe alle ragioni degli uni di comporsi con le ragioni degli altri, ragiona sulla fecondazione assistita (Repubblica, ieri 12 ottobre), ma trucca le carte in tre punti.
Primo.
Insiste con incresciosa pertinacia, e un sapore di manipolazione della realtà fattuale, su una circostanza falsa: lo scontro è tra i laici con senso dello Stato e i confessionali o bigotti che ascoltano e ripetono i dettami della Chiesa cattolica.
Non è così. Jacques Testart non è un confessionalista, è un biologo che ha dubbi radicali sull’evoluzione della “sua” scienza. Giorgio Israel o Galli della Loggia o Edmondo Berselli o Giulio Sapelli e molti altri e il Foglio non sono cattolici militanti o tribune cattoliche. Tra i parlamentari della maggioranza che ha approvato la legge 40 sulla fecondazione assistita molti sono cattolici laici o laici e basta.
La Chiesa di Roma ha un atteggiamento prudente, “politico”, sulla questione, e com’è noto è dottrinalmente contraria al concetto stesso di fecondazione in vitro, dunque è fuori e dentro il processo di formazione della legge in discussione, come un soggetto tra gli altri.
L’altro trucco è la nostalgia della Dc, partito della mediazione politica tra le istanze istituzionali della Chiesa cattolica e la società italiana: la Dc ha ritardato, arginato, mediato su divorzio e aborto e diritto di famiglia e altri aspetti della secolarizzazione, ma la verità storica della sua parabola è che ha semplicemente perso, ed è stata abrogata prima come interlocutore possibile della modernizzazione culturale e civile e poi come partito tout court (tra le due cose, chissà, forse c’è un legame o una “mediazione”).
Il terzo trucco riguarda la legge sulla fecondazione, che Amato, pur senza ricorrere al grottesco lessico degli oltranzisti (“crudele, oscurantista, medievale, barbara, feroce”) giudica affetta da un
“peccato originale”: sarebbe il “caparbio” risultato di “posizioni unilaterali” che hanno rifiutato ogni mediazione.
Non è vero, in alcun senso.
La legge ha avuto una lunga gestazione, è stata il prodotto di lunghe e accurate mediazioni, ha messo capo a un risultato di compromesso. Per il resto, l’articolo di Amato è un ispirato e sincero fervorino: il referendum divide, bisogna distinguere tra eugenetica e prevenzione, bisogna rispondere ai quesiti inquietanti che la tecnica genetica ci pone, stabilire dei limiti ma
anche rispettare diritti, nessun dogmatismo delle restrizioni o dei divieti e nessun libertarismo inconsapevole e intollerante.
Morale: il dottor sottile è contro il superomismo ma vuole proteggere dal dolore l’uomo comune, con la scienza come neutro lenitivo, e norme conseguenti.
Metodologia, quella che Lucio Colletti chiamava “scienza da nullatenenti”.
In altri momenti, anche in una vecchia ma non invecchiata intervista al Foglio, Amato ha saputo dire di più e meglio, assumendosi qualche responsabilità positiva, non di metodo, entrando nel merito del nostro rapporto con la questione della vita e della sua riproducibilità tecnica.
Ancora uno sforzo, non basta mediare la mediazione.
Francesco Merlo, un brillante bigottone.
A Merlo, che ricama intorno alla sua antipatia per il presunto bigottismo di Buttiglione (Repubblica, ieri), non si può togliere l’illusione del suo talento di scrittore, di ideologo e di sofista, perché c’è. Gli si può togliere l’illusione della laicità e del libero pensiero, che nel suo articolo proprio non ci sono.
Il mondo di Merlo è un mondo antropologicamente identico, tondo, in cui in nome della differenza e dei diritti delle minoranze omosessuali o della liberazione femminile sono bandite la differenza, la varietà, l’opposizione concettuale, il conflitto, e perfino (il che è di nocumento anche al talento, alla fine) l’ésprit de finesse e il senso dell’umorismo. E’ il mondo degli anatemi e degli scongiuri, delle leggi che colpiscono l’opinione condannata nei tribunali della storia e della vulgata ideologica, un’attitudine che cancella la morale interiore e la professione pubblica di un’etica differente da quella della maggioranza.
Per un non-giornalista come Merlo (complimento) è significativa, nelle materie che contano e di cui ogni tanto si occupa, la regressione verso il giornalese, l’omaggio alla decostruzione della verità che sta in ogni titolo e sommario di quotidiano sui Ratzinger e sui Buttiglione, o che si spalma patinata sui newsmagazine accanto alla pubblicità di Calvin Klein, ma anche su quelli del mainstream cattolico-progressista.
Ammaestrandoci contro il Dio-formaggio, contro il piccolo mondo della fede rurale, lo scrittore che si vuole laico sale sul pulpito della superstizione metropolitana, predica.
da Il Foglio del 13 ottobre
saluti




Rispondi Citando