Nuovi terzisti, Guido Viale.
L’articolo di Viale si intitola “Le nostre rimozioni”.
Né con Sansone, il primo kamikaze, né con i Filistei, sepolti nel tempio da lui scosso.
Né con gli shahid islamici né con le loro vittime multiculturali (ebrei e cristiani e anche buddisti nepalesi).
Il dovere dell’intellettuale è comprendere e condividere, magari con il trattino ermeneutico com-prendere e con-dividere.
Così un altro leader politico degli anni Sessanta, un intellettuale rivoluzionario di talento convertito al fantasma ideologico del dubbio liberale e del concetto assoluto della non-violenza, descrive per il Manifesto di ieri la sua posizione sulla guerra in corso.
La tecnologia bellica americana è un orrore simmetrico all’atomica dei poveri e dei diseredati, ma è un orrore più uguale degli altri, perché lo abbiamo interiorizzato nella routine quotidiana e “conviviamo serenamente” con un occidente qualificato per le sue armi di distruzione di massa, le sue torture di Abu Ghraib, le sue madrasse della morte celeste via bombe intelligenti.
Viale è stato raggiunto nella sua cocciutaggine, nel suo rifiuto teologico e di principio e senza alternative credibili del sistema in cui ci troviamo a vivere, anche da un vecchio e stanco bardo della fermezza contro il terrore, quell’Eugenio Scalfari che domenica scorsa (ne riferisce Mattia Feltri in un intelligente articolo di Libero) metteva la sua pietruzza nel caos di Repubblica con questa tesi: i “danni collaterali”, se ripetuti, cancellano la differenza tra la guerra occidentale e la guerra del terrore islamico radicale contro l’occidente.
Quelle di Viale come si vede non sono novità, le sue idee contro le rimozioni sono altrettante rimozioni del problema e altrettanto antiche: da che parte sto se è messo in discussione, dalla guerra di classe o dalla guerra religiosa, un modo di vita che rifiuto? Sono vecchie impostazioni del pensiero debole o fortissimo, troppo forte, che non sa da che parte stare.
Terzismi ancestrali da “né con lo Stato né con le bierre”.
Scalfari ci arriva per esaurimento intellettuale, Viale perché è testardo e narciso: troncare con i propri “ideali di gioventù” è salutare, giusto, santo, ma difficile.
Ingrao e il bisogno di assoluto.
La conversione di un vecchio leader comunista come Pietro Ingrao alla non violenza, testimoniata in un buon libro-intervista di Antonio Galdo (da Sperling & Kupfer), è per lo più interpretata come una rottura con la tradizione cominternista, con i miti e i riti della violenza levatrice di storia di cui si è nutrito il fenomeno comunista nel Novecento a partire dall’assalto armato al Palazzo d’Inverno, una rottura la più radicale possibile.
Non è vero. Quella era una cultura dell’assoluto e dell’ideale, e Ingrao si conferma perfettamente comunista, e in particolare comunista-poeta e comunista-asceta, nella ricerca dell’assoluto e di una forma ideale dell’esistenza.
Nell’exeità, nell’ex comunismo che non può non essere anticomunismo, si entra soltanto quando si comprende, anche con la forza della cultura classica e realista che il comunismo ha in parte tramandato, che gli assoluti sono nemici del meglio in quanto ambiscono al bene regolarmente realizzando il male o il peggio nell’ambito del possibile.
L’ultima spettrale frontiera del comunismo morto, dopo la sepoltura del comunismo vivo sotto le macerie del muro di Berlino, è quel pacifismo non-violento che equipara la guerra preventiva, l’autodifesa armata contro la guerra religiosa del radicalismo islamista, al terrore verde dell’avanguardia binladenista. L’equivoco neoghandiano dei Bertinotti e degli Ingrao è solo l’ultima “parata” del colpo inferto dalla storia al comunismo (l’idea della “grande parade” è di Jean-François Revel).
Non vogliono rassegnarsi all’idea che un altro mondo terreno non è possibile, che questo lo si può forse migliorare e salvare con mezzi storici e non teleologici, dentro la storia e non nella tensione utopica verso la fine della storia.
Non vogliono ammettere che il comunismo è caduto perché un sistema più forte e meglio armato, e forse in qualche senso migliore, si è imposto nella storia con le crociate ottimiste dei Reagan e dei Giovanni Paolo II.
Si rifugiano in una perifrasi cristiana di amore universale, ma rigettano la più alta lezione del cristianesimo “materialista” di San Tommaso d’Aquino, Dottore della Chiesa: la guerra può essere giusta, dipende da come e perché la si fa.
Invocano il primato fantasioso di una politica senza guerra, e non leggono la banale legge di Clausewitz, secondo cui la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.
La loro è una fuga dalla responsabilità. Come sempre in cerca dell’assoluto e dell’assoluzione nella chiesa dell’ideologia.
Giornalismo sottilmente omicida.
Marco Bascetta, nel Manifesto di ieri, si mette nella scia del minimalista americano Nicholson Baker, che in un recente romanzo fa l’apologia del tirannicidio.
Scrive a Barenghi il Bascetta che, se è per perseguire un male minore, Barenghi dovrebbe, invece che condannare i decapitatori, invitarli ad ammazzare Bush, Blair e Berlusconi.
Nihil novi, le buone idee di sinistra vengono sempre dall’antiamericanismo dell’America.
Su Baker, domani, scrive Stefano Pistolini.
Ferrara su il Foglio del 17 settembre
saluti




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