Si rincorrono voci allarmanti sulla salute dell'eroe antiapartheid sudafricano
La sua Fondazione deve smentire. Ma il Paese si prepara al grande shock
Sudafrica in ansia per Mandela
"Madiba è fragile, ma è ancora con noi"
dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO
Nelson Mandela
JOHANNESBURG - Nelson Mandela è ancora tra noi, nonostante le voci che si rincorrono da giorni. "Madiba", come qui lo chiamano tutti, è debole, acciaccato. Ma non in fin di vita. C'è un appuntamento che lo aspetta: oggi dovrebbe incontrare una grande delegazione di capi tribù. Qualcuno mormora che potrebbe essere la sua ultima apparizione pubblica. Ma lui è ancora lì, aggrappato ai suoi 91 anni, da sei lontano dalla politica e dagli scenari nazionali.
La notizia che le condizioni di salute del padre della Patria sono peggiorate al punto di temere per la sua vita, ha messo in moto la macchina organizzativa. Tutto, ovviamente, nel massimo riserbo: con domande discrete che cercano di capire le condizioni di salute di Mandela e risposte che negano un peggioramento ma che finiscono per suonare come una conferma.
Dopo giorni di ipotesi e illazioni, assediata dalle telefonate che arrivavano da tutto il mondo, la Nelson Mandela Foundation è stata costretta a diramare un comunicato rassicurando tutti sulle sorti del grande combattente dell'apartheid.
Il Mail and Guardian, giornale online sudafricano di solito ben informato, qualche giorno fa riportava, in un trafiletto, le dichiarazioni imbarazzate dei portavoce del governo. Si precisava che Mandela "sta bene" e che "la sua vita e le sue condizioni di salute sono sempre state trasparenti, anche quando ha denunciato anni fa di avere un tumore alla prostata". A conferma, arrivano i commenti un po' infastiditi del nipote Manda Zwe Live Live Mandela: "Non c'è nulla di strano e di sospettoso sulle sue condizioni di salute di mio nonno", ha detto il ragazzo. "Ho fatto colazione con lui stamane. È un uomo anziano ed è normale che si sottoponga di tanto in tanto a visite. Ma la gente specula su questo e vede cose che non esistono".
E' un momento delicato per il Sudafrica. Jacob Zuma, in sella da sei mesi, è alle prese con la crisi finanziaria che qui si è fatta sentire in ritardo ma che ha dimezzato il Pil. L'incertezza e i tagli draconiani sul piano sociale adottati dal governo rendono nervosi i due blocchi che appoggiano il nuovo presidente dell'Anc e che gli hanno garantito la vittoria alle ultime elezioni. Il Partito comunista e la potente Cosatu (la centrale dei sindacati) chiedono più sensibilità ai temi sociali, a quanti perdono il lavoro, all'assistenza sanitaria, all'istruzione e minacciano di lasciare la maggioranza. Zuma si destreggia con abilità, prende tempo, cambia la ministra della Salute, criticata per aver negato il disastro provocato dall'Aids, ma esclude dalla nuova camera di regia l'apprezzato ministro dell'Economia Trevor Manuel, l'uomo che ha tenuto finora il paese fuori dalla recessione. Tutto questo solleva nuove critiche, soprattutto dalla parte più conservatrice, bianca e nera, che si domanda se l'Anc non "abbia aperto le porte al comunismo". Il nuovo presidente è costretto a difendersi. Dichiara ufficialmente: "Nessun pericolo, il Sudafrica non cambierà le sue scelte economiche. L'Anc è sempre stato un partito di sinistra ma questo non significa che rinuncerà ai principi che da 20 anni regolano questo paese".
Jacob Zuma per la prima volta si trova in difficoltà. Specialmente adesso che Nelson Mandela, il simbolo del paese, sembra progressivamente spegnersi. E alla vigilia di un appuntamento che proietterà il Sudafrica al centro del mondo.
I Mondiali di calcio sono alle porte. Gli stadi sono stati ultimati, si lavora giorno e notte alla rete dei trasporti. La grande macchina organizzativa e di accoglienza è pronta. La prova della Confederation cup del giugno scorso è stata superata. La violenza, quella che siamo abituati a sentire e quindi ad identificare con Johannesburg, non è più la stessa. Il crimine ha sempre caratterizzato il Sudafrica: contrastarlo, o almeno attenuarlo, è una sfida che Zuma non vuole perdere.
Il paese è immenso, solcato da una rete autostradale da fare invidia. Le freeway che tracciano l'intera regione del Gauteng sono state allargate e restaurate. Altre sono in costruzione, con enormi cantieri sempre attivi e decine di migliaia di operai. Il sistema di telefonia e della rete web è esteso ovunque. Intere generazioni sono cresciute all'ombra del mito di Mandela ma anche proiettate verso uno sviluppo che le fa sentire orgogliose di essere sudafricane.
Bianchi, neri, indiani, asiatici. Il Sudafrica è fiero della sua integrità razziale. Ha corretto, con morti, arresti e un secolo di apartheid un evidente squilibrio; ora vuole mantenere la strada che ha imboccato.
Le voci su Nelson Mandela restano sullo sfondo di un paese che cambia e cresce in continuazione. Due mesi fa, il premio Nobel per la Pace ha voluto ribadire il suo distacco definitivo dallo scenario politico. "Non mi cercate", ha detto ad amici e sostenitori, "vi cercherò io al momento opportuno".




