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I DS E LA LOTTA AL TERRORISMO
di Francesco Maria Mariotti
Sono un militante dei ds, e lavoro con il gruppo Sinistra Per Israele di Milano. Ho letto alcuni vostri interventi, e penso che possiate comprendere un certo mio disagio, provato dopo una lettura della mozione Fassino che è stata presentata recentemente per il prossimo Congresso. Parlo in particolare per quanto riguarda la parte di politica estera. Si badi: è ben chiara la strategia di Fassino, che continuo a considerare la persona migliore per la guida di un partito non facile, in una coalizione non semplice come quella dell'Ulivo. E capisco perciò che oggi, data la situazione italiana, il tentativo sia quello di raccogliere tutte le forze possibili per prepararsi a due anni di continuo confronto con questa destra impresentabile. E' importante che il segretario del maggior pertito della sinistra, per continuare senza indugi la lotta riformista che lo ha visto spesso in prima fila, acquisisca la maggiore libertà d'azione che gli è possibile. E per questo, forse, è necessario che alcuni contenuti vengano diluiti. Epperò: un eccesso di moderazione interna può essere molto dannoso in questo momento. Perché uno dei contraccolpi che abbiamo avuto dalla guerra in Iraq è stata una brutale semplificazione della discussione sulle questioni di politica estera, dove il no a questa guerra pare essere diventata una coperta comune, capace di coprire profonde differenze di contenuti, che - per il bene della nostra futura strategia di governo, è invece opportuno avere presenti. La mia personale impressione, infatti, è che la ricerca di "ecumenismo" di questa mozione abbia portato difficoltà ad esprimere a chiare lettere come per la sinistra italiana riformista debba essere prioritario ed essenziale il tema della lotta al terrorismo. Non che questo tema sia dimenticato: ma il modo con cui lo si presenta lo "immerge" nel dibattito sul multilateralismo e su una strategia alternativa allo stile Bush. Appunto: la sfida al terrorismo nel contesto del post-Iraq. Si badi: è necessario cercare una strategia alternativa alla attuale - speriamo per poco - amministrazione USA. Ma non si può tralasciare che l'emergenza terrorismo ha una specificità antisistema - e più specificatamente totalitaria e antidemocratica - che ancora tutta la sinistra nel suo complesso fatica a riconoscere. In breve: la priorità della sinistra deve essere combattere il terrorismo, perché esso, in quanto fondamentalista, mina alla base le radici della nostra stessa cultura, e della nostra società. E' questa l'emergenza, non l'attuale inquilino della Casa Bianca. E' ottima l'idea di una "politica preventiva" da anteporre - e forse contrapporre - alla guerra preventiva dei neo con; ma appere totalmente inadeguato continuare a parlare dell'ONU per dare ad essa una forma concreta. La battaglia culturale che con difficoltà dobbiamo combattere per non cadere nello scontro fra civiltà, ma al tempo stesso per determinare con chiarezza chi sono i nostri nemici, deve pessare per un discorso geopolitico e strategico forse un po' più complesso, che affronti le inevitabili dipendenze dell'Europa dagli stati arabi del MO ( e allora perché non ridicutere delle sbagliate scelte ebnergetiche che questo paese fece con il nucleare?), che affronti il nodo della laicità come battaglia da portare "dentro" le comunità di immigrati all'interno del nostro paese (perché non possiamo adeguarci ai presunti - e sospetti - interlocutori che si autonominano rappresentanti dell'Islam nostrano); e che affronti quali possano essere le strategie per aprire un confronto a tutto campo con quelle intellighenzie laiche presenti nei paesi arabi (non lasciamoli alla Bonino!) e che possono aiutarci a definire una politica di piccoli ma decisi passi per costringere alla trasparenza la più parte di quelle realtà; in questo una maggiore attenzione anche al caso Turchia, e all'enorme opportunità che si apre con il ridefinire i confini UE con quel paese all'interno, sarebbe stato più che opportuno. Senza cedere a retoriche occidentaliste, era però il caso di disegnare una strategia più complessa e più dinamica, anche se forse un po' più severa: scrivendo del possibile intervento Nato in Iraq, Fassino seppe trovare pochi giorni or sono sul Foglio i toni più giusti. E' un peccato che non li abbia saputi tenere presenti anche per porporli al suo partito. Io credo che alcune sottolineature, sia pure nell'ambito di un complessivo sostegno alla sua linea, vadano ulteriormente fatte, e l'input deve partire da chi, come credo molti fra voi, condividano la preoccupazione di una sinistra di governo capace di stare nei conflitti di questo mondo nuovo, senza paura e con intelligenza e dignità.




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