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Roma. I dati provvisori sull’inflazione di ottobre – (cresciuta del 2 per cento rispetto a ottobre dello scorso anno, al minimo da cinque anni a questa parte) riaccendono la discussione sui fondamentali della nostra economia.
L’inflazione bassa è un segno di raffreddamento, dicono gli scettici.
Non è d’accordo Renato Brunetta, economista ed europarlamentare di Forza Italia:
“I dati su inflazione e disinflazione hanno sempre una doppia chiave di lettura – dice – dobbiamo guardare dati meno opinabili e più fattuali. Da gennaio a oggi si stanno susseguendo segnali di crescita via via più nitidi: si è registrata una crescita continua dell’esportazioni e del fatturato industriale. Il tasso di crescita previsto per il 2004 è dell’1,2 per cento, quasi quattro volte il risultato dello scorso anno; le stime prevedono per il 2005 il 2 per cento. Vorrebbe dire riportarsi nella fascia media europea. Si potrebbe aprire una fase di crescita che potrebbe durare ancora tre anni circa”.
Tra gli indicatori economici interessanti, c’è quello sui crediti bancari. Secondo i dati della Banca d’Italia a settembre i prestiti concessi dalle banche sono cresciuti del 6,1 per cento rispetto a settembre 2003; ad agosto del 5,7 per cento, con un aumento del 13,5 per cento per il credito al consumo e del 19,4 per cento per l’acquisto di abitazioni:
“Soprattutto nei primi sei mesi dell’anno – spiega Gregorio De Felice, capo economista di Banca Intesa – abbiamo assistito a segnali di crescita economica sostenuta dai beni immobili e dai beni durevoli (dall’auto agli elettrodomestici). La domanda di credito rivolta alle banche dalle famiglie è in crescita. Sono meno vivaci le aziende”.
Secondo Ugo Calzoni, direttore generale dell’Ice, l’istituto per il commercio estero, c’è un problema di punti di vista:
“Dal mio osservatorio l’Italia appare migliore di come la si percepisce guardandola solo dall’interno. Nei primi nove mesi del 2004 l’export italiano è cresciuto del 7 per cento in fatturato e del 3,5 per cento in volumi. Un dato ottimo se confrontato con il meno 4,5 per cento dello scorso anno e con il meno 2 per cento del 2002. La nostra presenza cresce nell’Europa dell’allargamento, in Cina e in Russia. L’enfasi del declino è senza senso. Non siamo in una fase di decadenza, ma di mutazione genetica, di internazionalizzazione dell’impresa. Bisognerebbe recuperare qualche categoria di certi vecchi economisti marxisti: impianti e investimenti dalla Turchia alla Romania costituiscono un allargamento della base produttiva italiana”.
E’ l’idea, cioè, che per calcolare la ricchezza del paese bisogna dare un valore agli investimenti fuori dalle mura domestiche.
Un argomento che convince solo in parte Tito Boeri, professore di economia alla Bocconi:
“Sì, i segnali ci sono, c’è senz’altro un principio di internazionalizzazione delle imprese italiane, il problema però è che se a livello mondiale l’economia sta crescendo a un ritmo del 5 per cento, noi procediamo a un ritmo molto più basso, non stiamo partecipando a questa festa”.
E’ lo stesso punto di vista di un altro economista bocconiano, Franco Bruni:
“Siamo cresciuti così poco che se riuscissimo a crescere un po’ di più non ci sarebbe da meravigliarsi, ma attenzione anche ai segnali di raffreddamento come l’inflazione e all’incertezza delle decisioni politiche che possono essere un freno agli investimenti”.
Come fare per crescere di più? Brunetta indica la soluzione dei tagli fiscali, in grado di innescare un meccanismo virtuoso. Per De Felice, “i tagli vanno benissimo, ma in questo momento non farebbero crescere l’economia più di mezzo punto”. Anche per Boeri da soli non bastano: “il vero problema delle aziende italiane – dice – è il costo dei servizi. Pagano troppo cara l’energia, i trasporti, i servizi bancari, le attività professionali”.

saluti