Nessun movimento con Buttiglione, ci mancherebbe.
E altre confusioni-stampa
Il dibattito milanese di sabato, come la discussione pubblica di ieri sera con Marco Pannella, sono nati da tre telefonate seguite a una chiara e trasparente campagna del Foglio contro la discriminazione illiberale di un cristiano e l’oscena pretesa di espellere la parola “peccato” dal vocabolario morale, distinto dalla politica, di un credente.
Punto.
Le telefonate erano una a Buttiglione, per invitarlo dopo averlo difeso e criticato per la sua “abiura” piccolo-galileiana sull’uso della parola impronunciabile.
Una a Luigi Amicone, direttore di Tempi, persona intelligente e laicamente combattiva con una formidabile storia di ciellino.
Una a Marco Pannella, re del dialogo serrato e serio sulle cose che contano, per cominciare a interloquire nell’ambito del progetto di estendere dal giornale al dibattito pubblico alcuni dei temi implicati dalle guerre culturali in corso.
Il movimento di Buttiglione o le sue interessanti ma già note avventure nella politica dei partiti sono cosa diversa, rispettabile ma diversa e non confondibile con le nostre uscite pubbliche.
Invece, per i lettori del Corriere della Sera, è “nato il movimento di Buttiglione”.
C’era spazio per l’equivoco? Sì.
C’è un equivoco? Sì.
Con questa precisazione è diradato l’equivoco? Sì.
Lo speriamo, almeno.
Atei devoti? Teocon? Il Corriere e altri scrivono che ci siamo definiti “atei devoti”.
L’ironia è l’arma più forte, abbiamo scritto.
La usiamo, anche quando non viene capita.
“Atei devoti” è una definizione di Beniamino Andreatta, cattolico democratico, progressista, dossettiano. E’ un tentativo di dileggiare quei laici che non si conformano alla visione del cattolicesimo o del problema religioso, legittima, che è tipica della
chiesa “di sinistra”, quella chiesa che ha sofferto le pene dell’inferno nei ventisei anni del papato di Giovanni Paolo II. L’abbiamo usata ironicamente, etichettandoci laicamente con una
formula dell’avversario detta con il sorriso sulle labbra.
Non siamo necessariamente atei, certo non siamo devoti: un lettore anche saltuario del Foglio dovrebbe averlo imparato.
Però non pensiamo che i laici, i razionalisti, coloro che comprendono il posto della religione nel mondo, debbano rassegnarsi alla lectio minore di un pensiero cattolico o cristiano
che favorisce la trasformazione della secolarizzazione, della laicizzazione del mondo in una ideologia illiberale e neoconfessionale: il politicamente corretto.
Teocon, neoconservatori con il prefisso teista, è un’altra
convenzione ironica molto usata nei giornali.
La rispettiamo. Come rispettiamo i convegni e i seminari della fondazione Liberal e ogni libera attività culturale di tipo
concordatario, nata e cresciuta per un onesto lobbying politico in accordo con la Conferenza episcopale, quale mediazione dei
rapporti tra il potere della chiesa e quello del partito di Forza Italia. Ma noi con questo non c’entriamo.
Siamo e restiamo diversi. Ci interessa la circolazione delle idee,
non la loro classificazione legittima nel campo della politica e dei rapporti tra partiti e clero.
Ci interessa rispondere a guerre culturali esauste e decerebrate con idee che pensiamo di avere, e questa è la politica che andiamo cercando: quella che c’è già, quella di palazzo, la osserviamo e la rispettiamo ma non la pratichiamo.
Oltre tutto, siamo provvisori, viviamo provvisoriamente lo sconfinamento dalla sola vita del giornale, che è però la vita che più ci interessa difendere e far crescere.
Avvenire, il giornale dei vescovi, è stato corretto e anche generoso nei nostri confronti come anche il resto della stampa, di
cui non ci lamentiamo.
In un corsivo di Piero Chinellato, domenica, ha spiegato ai lettori
che andiamo incoraggiati anche se suscitiamo qualche diffidenza. E’ normale che sia così.
Accettiamo sia l’incoraggiamento sia la diffidenza.
L’unica cosa che non torna nell’articolo di Avvenire è il concetto di “imprevista convergenza”.
Imprevista? I nostri amici cattolici devono capire che noi non vogliamo mettere becco in casa loro.
Noi svolgiamo un nostro discorso pubblico, testimoniato dalle annate del giornale e anche dalla nostra formazione plurale (da noi ci sono cattolici, islamici, straussiani, laici di ogni variante, ma nessun devoto); è un discorso pubblico che riguarda anche la religione, che per i laicisti miopi è un residuo spirituale incomprensibile da esorcizzare, per noi è una componente
decisiva della vita e del mondo moderno.
Quattro anni fa abbiamo pubblicato il testo integrale della
“Dominus Jesus” di Joseph Ratzinger, il nostro entusiasmo per
le coordinate generali del papato di Giovanni Paolo II nasce da una visione del contemporaneo che è politica e culturale, e che naturalmente prevede laici dissensi come quello sulla guerra. Pensiamo semplicemente che il pensiero debole sia debole
(se ne è accorto anche Massimo Cacciari), che fuori del linguaggio esiste la realtà.
Per questo riteniamo un monsignor Carlo Caffarra più interessante di un filosofo come Jacques Derrida, e devotamente ci consacriamo a riflettere e battagliare sui temi importanti del nostro tempo.
Solo questo.
Ferrara su Il Foglio del 9 novembre
saluti




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