….una patria
Milano. L’Europa, arrivata all’appuntamento della firma del nuovo trattato istituzionale e dell’allargamento, appare spossata. La cerimonia in Campidoglio aveva la solennità e il ritmo di una marcia funebre e forse, in un certo senso, lo era.
La vecchia Europa, quella carolingia e occidentale costruita dai padri fondatori a ridosso della minacciosa cortina di ferro, è finita. Non ha più il vecchio nemico sovietico a tenerla insieme, fatica a riconoscere quello nuovo, il terrorismo internazionale di matrice islamica.
Sul Monde di qualche giorno fa questa condizione è stata descritta come l’effetto felice, secondo quel giornale, del fatto che “l’Europa non passa più da Roma”, cioè si sarebbe finalmente emancipata dal patto tra leader democristiani da cui era nata.
A giudicare dal rifiuto di riconoscere le radici spirituali della civiltà europea nel trattato e dall’ostracismo nei confronti di Rocco Buttiglione, si direbbe che è proprio così.
Su quell’Europa defunta, però, continua a insistere la retorica europeista, segno che non ha trovato un nuovo linguaggio, un nuovo sistema simbolico, appunto una nuova retorica per affermarsi e celebrarsi. Invece un’entità istituzionale, per dimostrare la propria vitalità, per non appassire in una semplice congerie di regole burocratiche e di precetti tecnocratici, ha bisogno di una retorica, soprattutto quando non può appigliarsi a una tradizione.
Un’occasione perduta per dare alla nuova Europa una dimensione leggibile è stata quella dell’allargamento.
Lo spirito un po’ micragnoso con cui sono stati accolti i nuovi membri, gli ostacoli frapposti alla libera circolazione delle persone anche all’interno dell’Unione nelle sue più ampie dimensioni, le polemiche francesi contro la concorrenza fiscale dei paesi di recente ingresso hanno messo in luce, invece del grande fatto storico della riunificazione europea, la diluizione del tasso di europeismo.
L’adesione è stata presentata ai nuovi paesi come un contratto, l’acquisizione dei benefici della partecipazione a un mercato più ampio in cambio dell’accettazione di regole e di autorità predefinite.
Il contratto è stato accettato perché vantaggioso, ma resta un contratto e invece di sollecitare la partecipazione a una costruzione comune spinge i vari paesi a esplorare le possibilità di trarne il massimo vantaggio nazionale.
Questo aspetto era probabilmente inevitabile, ma non è stato accompagnato da nient’altro.
Così proprio mentre cadevano frontiere che erano state presidiate in armi per mezzo secolo, rinascevano antiche controversie.
Associazioni di tedeschi cacciati dalle regioni annesse alla Polonia hanno chiesto di essere risarcite, qualcuno ha preteso che la regina d’Inghilterra si scusasse per il bombardamento di Dresda, mentre paesi che avevano subito l’occupazione nazista hanno, per ritorsione, chiesto riparazioni alla Germania.
Si tratta di piccoli segnali, perfino trascurabili, se non segnalassero che l’allargamento ha abolito le frontiere doganali, ma non è stato l’occasione di una cancellazione delle vecchie rivalità e controversie, che proprio in quest’occasione, anzi, si sono rinfocolate. Basta vedere l’andamento dei vari referendum che si sono svolti nell’Europa centro-orientale sui due temi dell’adesione all’Unione e alla Nato per vedere che mentre il ritorno all’occidente è stato espressione di un sentimento plebiscitario e fondato politicamente, l’integrazione continentale, assai meno apprezzata, è stata valutata soprattutto sulla base delle convenienze economiche e in modo spesso controverso.
Se aderisce la Turchia
Con l’adesione della Turchia, se essa avverrà, com’è d’altra parte auspicabile, al termine di decennali negoziati, questo processo di riduzione dell’Europa ai caratteri di una zona economica con regole comuni ma senza identità farà un altro passo, forse decisivo. Le popolazioni europee sono, in maggioranza, ostili (in Italia che è il paese più propenso ad accogliere Ankara, è favorevole il 45 per cento, in Francia e in Germania soltanto il 30). I mercati sono invece favorevoli. In un’area di libero scambio è giusto che prevalga l’interesse dei mercati, in una comunità politica democratica, invece, dovrebbe prevalere il giudizio dei cittadini, anche quando è sbagliato.
Ma proprio questo, il fatto che le scelte “giuste” di istituzioni tecnocratiche siano prevalse sempre, in Europa, su quelle che avrebbe potuto compiere, anche sbagliando, il corpo elettorale, è il segno sotto il quale il vecchio europeismo è declinato, fino all’attuale condizione di morte apparente. L’illusione di Altiero Spinelli che l’Europa si affermasse per la spinta dei popoli anche contro i governi si è dimostrata generosa e fallace, ed è capitato l’esatto contrario, con l’aggravante di una tecnocrazia europea che si è arrogata la funzione di esprimere senza mandato la volontà europea anche contro i governi, che almeno godono di un mandato basato sulla sovranità popolare.
Quando, nei numerosi paesi che lo hanno deciso, si svolgeranno i referendum sul trattato istituzionale, il tema dello scontro sarà questa concezione della vecchia Europa morente che ha impresso il suo segno su quella nuova, che quindi non si sa se nascerà. Intanto 60 milioni di elettori americani hanno detto con chiarezza che cosa pensano della vecchia Europa, e il loro giudizio coincide con quello di Donald Rumsfeld.
L’America può sembrare lontana, ma persino in Francia il consenso al “nuovo” trattato non è affatto sicuro.
L’Europa senza politica estera, senza esercito, senza radici (e forse non ha i primi anche perché non riconosce le seconde) é un obbligo e una convenienza, non è un ideale, tanto meno una patria.
Patria è un glorioso concetto retorico, e per l’Europa viene impiegato in modo purtroppo improprio e quindi logoro.
L’assenza di una nuova retorica europea, che è effetto della morte della vecchia Europa e dei caratteri solo tecnocratici e monetari di quella “nuova” rende obsoleta la retorica del passato.
Il presidente Carlo Azeglio Ciampi la impiega con la sincerità di un uomo che ha contribuito, da azionista, alla costruzione europea degli statisti democristiani, che da banchiere centrale ha stretto quelle relazioni con la Bundesbank che sono state decisive per far entrare l’Italia nell’Euro.
La sua testimonianza personale nobilita la vecchia retorica europea, ma non può restituirle una vita che non ha più. Aggiornare la retorica europea significa ritornare sul tema, che si è voluto trascurare, dell’identità del continente. L’elencazione di tante belle parole, pace, libertà, democrazia, giustizia, diritti dell’uomo e così via, tanto più è lunga tanto meno è convincente. Quando dall’altra parte c’era il muro di Berlino si sapeva bene che cosa significavano libertà e democrazia e l’Europa incarnava questi valori.
Oggi, quando la vecchia Europa irride all’America considerando il suo sforzo di allargare l’area della democrazia un’ingenuità o un esercizio di arroganza, non lo si sa più. Ecco perché la retorica europea si è sfarinata: perché alle parole alate della carta di Ventotene non corrispondono i comportamenti concreti. L’Europa è stata una risposta alla catastrofe hitleriana e una difesa dal pericolo sovietico.
Oggi quei demoni, per fortuna (e grazie all’aiuto americano), non ci sono più.
Continuare a ricordarli finisce solo col mettere ancora più in evidenza il fatto che, invece, su quelli attuali l’Europa non esiste.
saluti




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