Secondo me questa della paura del diverso è una favola propagandistica, che può da alcuni, non dico di no, venire raccolta più o meno in buona fede.
La paura del diverso come dato antropologico è un elemento fondamentale di autodifesa e di compattezza di tutte le società tradizionali, che hanno un concetto chiaro e definito del proprio e dell'altro e intanto riescono a conservare i propri connotati, in quanto hanno questa percezione così netta. D'altronde, da sempre, i popoli si sono guardati con una certa diffidenza e spesso sono entrati in contrasto l'uno con l'altro. Ma ciò raramente o quasi mai portava alla distruzione dell'uno o dell'altro, ma creava solo un equilibrio instabile, funzionale alla sopravvivenza e alla vitalità delle varie culture.
Oggi invece, in nome della tolleranza e della "comprensione e accettazione dell'altro" è in atto un genocidio culturale su scala planetaria, volto a produrre un mondo di consumatori lobotomizzati tutti identici in ogni angolo del mondo.
Per quanto riguarda noi camerati, non facciamo parte di una trbù di aborigeni, ma siamo gente colta o che quantomeno conosce la situazione mondiale. Quindi non temiamo il diverso, perché lo vediamo tutti i giorni nelle nostre strade e non ha nulla di misterioso e inquietante.
Temiamo semmai l'assimilazione, la distruzione di ogni diversità, come giustamene ha detto Paul Atreides, l'annientamento dei nostri connotati culturali e razziali (e anche dei loro).
Perché un differenzialismo maturo, in una società che ha mezzi distruttivi potentissimi, non consiste più nella difesa della propria tribù attaccando le altre (perché così si rischia di annientarle), ma nella difesa ideologica di un principio pluralista consistente nel fatto che ogni cultura, nel suo logo di origine, ha un suo valore intrinseco e un suo ordine e che il mondialismo moderno, che si esprime contemporaneamente nell'invasione culturale dell'Occidente nel terzo Mondo, nella colonizzazione economica, nelle guerre democratiche ai regimi locali e nell'immigrazione di massa in Occidente, tutti aspetti di un'unico fenomeno, sta cercando di distruggere, creando un miscuglio anonimo e senza volto e identità, che non c'entra nula con quella dialettica che è sempre esistita fra i popoli e che li arricchiva, mantenendone in pieno la loro identità.
Perché è vero che nel Medio Evo c'era comunicazione, per esempio, fra la Lombardia e la Provenza, per cui il contadino lombardo riceveva dei portati e delle influenze dal sud della Francia. Però il contadino lombardo sapeva che sarebbe morto dove era nato, suo figlio avrebbe condotto lo stesso stile di vita di suo padre, avrebbe parlato lo stesso dialetto (magari con qualche parola in più o in meno), avrebbe usato le stesse tecniche agricole, magari con piccole variazioni, che insomma, il suo mondo non sarebbe stato stravolto e le sue coordinate di riferimento sarebbero rimaste pressoché immutate.




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