tratto da L'Espresso - 11 Novembre 2004
Io di destra? Macchè, sono bonderline
Geneticamente, come faccio a definirmi di destra? Nonno era di sinistra, era socialista... Così parla l’inaudito nuovo ago della bilancia politica italiana, il fantasma del Polo e soprattutto di An, partito lasciato con un’interminabile scia di risentimenti: Alessandra Mussolini, la nipote di Benito e di Sophia. Con un confuso manifesto di pensieri deboli e simboli forti: le fettuccine alla donna Rachele e i cortei anti-immigrati, gli ex latitanti di estrema destra che la circondano come l’ape regina, l’avvocato di Licio Gelli e il diamante, nuovo simbolo del partito, poco spirituale ma molto Marilyn Monroe.
Doveva essere la Le Pen italiana, anzi peggio, e come tale emarginata dalla destra perbene. Invece sta diventando la Emma Bonino di destra: è la donna che può far vincere o perdere le elezioni regionali a Berlusconi. Per questo tutti fingono di non sentire odore di fascismo, chiudono gli occhi di fronte alle bandiere uncinate nei suoi comizi e di fronte ai suoi compagni di strada, finora considerati impresentabili e si bevono la favola del mussolinismo compassionevole e patinato: perfino a sinistra è quasi impossibile trovare un detrattore. Il forzista Sandro Bondi ha già dichiarato di essere pronto ad allearsi con lei. Francesco Storace prima ha provato a eliminarla con una legge elettorale per impedirle di candidarsi nel Lazio («Sarebbe stata una legge Mussolini», commenta la pugnace europarlamentare), poi è schizzato da Berlusconi: «È un problema di tutta la Cdl, non solo mio». E dire che quel che resta del Msi sperava di essersela tolta dalla scatole: troppo ingombrante il cognome per il nuovo corso di An, troppo poco rispettosa dei gerarchi del partito, troppo linguacciuta. Invece, la vendetta della “dolicocefala bionda” incombe minacciosa. Il tifone Mussolini, che sembrava un venticello, avanza, gonfiandosi dei malumori dei black people, delle delusioni di una destra nazio-nal-popolare, ma desiderosa di attributi, e del ventaccio che soffia sulle correnti del suo ex partito. «Sono un salmone, ho sempre nuotato controcorrente. Ora mi sento un windsurf, ho il vento dalla mia», si compiace. Il Salmone nero punta dritto sul «sommozzatore», il leader di An, l’uomo che anche ai tg l’ha sempre chiamata solo “Alessandra” (affetto? omissione del nonno che scotta?) e che Mussolini ha ribattezzato Gianfranco “Badoglio” Fini. L’offensiva mussoliniana, obiettivo spezzare le reni a Gasparri e ai colonnelli, è partita dal collegio di Napoli-Ischia, con uno sbarco spettacolare. Lei, la nipote del duce, a bordo del traghetto Caremar mischiata alla gente dell’isola, veniva sorpassata nel bel mezzo della traversata da quattro motovedette su cui viaggiava Berlusconi. Ma la rivincita era alle porte, con lo spoglio delle schede: 9 per cento al suo partito e il candidato di An Amedeo La boccetta, compagno di vacanze di Fini nella scicchissima Cap Ferrat, miseramente trombato. Non è che l’inizio: Alessandra sta per scaraventare la sua “M”, la firma del duce, sulle schede delle 14 regioni al voto l’anno prossimo e punta dritto alle regionali del Lazio dove si candida per far perdere l’ex ammiratore Francesco Storace. «Peggio di Fini», lo condanna, «è come Donna Assunta Almirante: solo un ipocrita. Una commedia: Gianfranco strappa e loro ricuciono». La marcia sulla Pisana sembra a portata di mano, dato che la Mussolini ha già incassato il 7 per cento a Latina, espugnando con il 13 per cento l’isola di Ponza, dove evidentemente la Buonanima aveva lasciato un bel ricordo durante il suo confino nel 1943. «Corsi e ricorsi storici», ha commentato con fare superiore. Per poi confessare: «Non sapevo di questo dato».
Zero in storia fascista. Ma guai a chi la sfotte per la riscoperta tardiva della prestigiosa genealogia: «Io mio nonno l’ho scoperto a tre anni, lei a ventotto», disse invidioso Teodoro Buontempo. Che come tutti i machi del suo partito, in lei aveva sempre visto una play-girl, una ragazza che gioca, con la fortuna di essere nata nella culla giusta (per quelli di An): «La politica è una cosa seria», aveva chiosato Gianni Alemanno, quando la nipote di Benito, all’ennesima presa di distanza dal fascismo di Fini, in pieno trip internazionale, aveva tagliato il legame con An. Per andare a fondare il suo partito. Dalle solide e italiche fondamenta mussoliniane. L’ombelico è il nonno. In un momento di revisionismo light, la Rai inzeppata di fic-tion nostalgiche ed edulcorate (Maria Jo-sé prima, Edda Ciano in arrivo), il calendario 2005 del duce ogni mattina sulla prima pagina di “Libero”, tutto finisce per portare acqua al mulino di Alessandra. Che spedisce in televisione tutta la Famiglia per sfruttare appieno il vero tesoro di Dongo. Altro che leggi razziali e Seconda guerra mondiale. Basta con quelle noiosissime storie di ricino e manganellate. La vera eredità del Ventennio da valorizzare con astuzia è il duce in ciabatte e ai fornelli. Ed ecco che il figlio Romano Mussolini, babbo di Alessandra, musicista jazz e pittore, pubblica il libro “Mio padre Musso-lini”, cui Bruno Vespa ha dedicato un’intera puntata di “Porta a Porta”, giusto in tempo per le suppletive. Negli stessi giorni l’ex moglie Maria Scicolone, mamma di Alessandra, sorella della Loren, ora sposata con un medico iraniano, approda in libreria con il suo “A Tavola con il Duce”. Dove si svela che Lui odiava la cucina piemontese dei Savoia e soffriva di ulcera. Recensito anche dal “Times” e dal messicano “La Cronica” con un titolo che sarebbe piaciuto a Renzo De Felice: “A Benito Mussolini le apasionaba ej ajo”. E gli storici antifascisti sono serviti. Eja Ajo Alala. «Nonno è un personaggio che attira», gongola Alessandra, come se avesse scoperto una straordinaria operazione di marketing. Pensata da un pianerottolo all’altro: Alessandra e la mamma vivono nello stesso palazzo, in via Nomentana, dove il duce andava a cavallo e dove una volta al mese arriva anche zia Sophia. Perfino il partito è a conduzione familiare. L’inno “Insieme noi per il domani” è scritto e suonato da Romano e cantato da Alessandra, una marcetta tipo rivista di Garinei e Giovannini che avrebbe fatto rivoltare nella tomba il Caro Estinto. Che però, in compenso, avrebbe gradito la presenza delle parole più evocative: la patria, la fierezza, l’ardore, la verità, i cuori che custodiscono. E soprattutto qualcosa di meno glamour e di più familiare: le croci runiche che sventolano nelle piazze quando parla Alessandra. Le camicie nere che le fanno da scorta alle manifestazioni. La posa della nipotina, rilanciata dai siti Internet dei simpatizzanti, in cui l’onorevole Mussolini si mette in posa da palazzo Venezia, occhi roteanti, mascella volitiva e braccia conserte sul petto. E gli inquietanti compagni di strada: l’avvocato Augusto Sinagra (vedi box a fianco), Roberto Fiore di Forza nuova, Adriano Tilgher del Fronte nazionale, una vita tra latitanze all’estero, processi per stragi, l’ossessione per gli attacchi all’Europa anti-cristiana, l’aborto, le coppie gay. Come si concili tutto questo con la Mussolini che ha esultato per la bocciatura di Rocco Buttiglione, che firma per le coppie di fatto con Livia Turco e che è contro la legge sulla fecondazione assistita, è un mistero. «Sana ambiguità politica», dice lei, tutta il nonno. Il marchio Mussolini paga, anche dal punto di vista elettorale. Peggio per Fini e i suoi, poveretti, che sono approdati all’an-ti-fascismo e al male assoluto proprio mentre, tra una banalizzazione e l’altra, si prova a trasformare il duce in un’icona pop, pronta per finire sulle t-shirt. E soprattutto sulle bandane.
TOGA NERA E GREMBIULINO
I nemici da battere? Islam e massoneria. Per Roberto Fiore di Forza nuova e Adriano Tilgher del Fronte nazionale, gli alleati della Mussolini, non ci sono dubbi. Sono in arrivo i cortei contro l’ingresso della Turchia in Europa. E la bocciatura di Buttiglione? Colpa dei «potentati massonici» che dominano a Bruxelles. Curiosamente, però, un uomo-chiave del partito, organizzatore dei circoli mussoliniani, candidato alle elezioni europee, conosce molto da vicino le logge massoniche e il governo turco. L’avvocato Augusto Sinagra, professore universitario, personaggio influente, è amato dalla base di destra per aver riaperto il processo sulle foibe. Meno noti altri capitoli della sua biografia: avvocato di Licio Gelli, il suo nome compariva negli elenchi della P2, tessera n. 2.234. «Gentiluomini oggetto di persecuzione», si difese. Nel ‘98, poi, ha rappresentato la Turchia in causa contro il governo D’Alema per il caso dell’estradizione di Ocalan. Qualcuno, all’epoca, definì Sinagra il console onorario di Ankara in Italia. Ora griderà anche lui “mamma li turchi”?
Thule Italia




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