….senza onore
Parigi. La Francia ha ottenuto il sostegno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite alla sua politica in Costa d’Avorio, ma la crisi nel paese africano si aggrava: secondo l’Alto commissario per i rifugiati sarebbero circa diecimila gli ivoriani arrivati in Liberia nell’ultima settimana.
La risoluzione, approvata all’unanimità, impone un embargo di 13 mesi sulla vendita di armi alle parti in lotta, compreso il governo del presidente Laurent Gbagbo.
Se entro un mese non si concretizzano le trattative, le sanzioni potrebbero diventare più pesanti: congelamento di beni e impossibilità di viaggiare all’estero.
Per Parigi – che, secondo alcuni osservatori, vuole un “regime change” in Costa d’Avorio – la risoluzione Onu è un successo diplomatico.
Jacques Chirac gongola e, in vista della sua imminente visita a Londra per celebrare l’anniversario dell’Entente Cordiale, non perde l’occasione di dire al Times che “non è nella natura dei nostri amici americani restituire i favori”.
Il suo ministro degli Esteri, Michel Barnier, parla di “pace imposta” in Costa d’Avorio nel caso in cui le parti non rispettino il “cessate il fuoco”.
La risoluzione sull’embargo delle armi è ancora più significativa se si pensa che una misura del genere non è ancora stata adottata nei confronti del Sudan, dove, secondo un rapporto pubblicato da Amnesty International ieri, sarebbero almeno 50 mila i civili uccisi dalle milizie (senza contare le vittime indirette del conflitto). Amnesty ha chiesto ieri un embargo anche in Sudan, e non è da escludere che Washington abbia dato il proprio sostegno alla risoluzione sulla Costa d’Avorio in vista delle prossime discussioni sul Darfur.
Al di là delle differenze tra i due casi, il governo ivoriano, per timore di colpi di Stato militari, ha creato un esercito privato di milizie pro governative, armate e determinate: gli attacchi contro i cittadini stranieri delle ultime settimane sarebbero opera di queste milizie.
Ma l’analisi della situazione ivoriana deve tenere presenti tre fattori importanti.
Innanzitutto, il problema della popolazione non autoctona non è inventato: in un paese dove almeno il 25 per cento della popolazione è composta da immigrati, le tensioni erano prevedibili.
In secondo luogo, l’intervento internazionale in Costa d’Avorio era un intervento di peacekeeping e la Francia aveva l’obbligo di mantenere una certa neutralità al fine di agevolare il dialogo, e non l’ha fatto. I leader dell’opposizione si incontravano a Parigi mentre, in Africa, contavano sul sostegno del presidente del Burkina Faso, Blaise Campaoré, accusato dal governo ivoriano di armare i ribelli nel nord (Campaoré peraltro non ha ancora spiegato al mondo che fine hanno fatto gli oltre cento membri dell’opposizione scomparsi due anni fa).
Ma quel che più conta è che la scelta dell’embargo come metodo di risoluzione della crisi potrebbe rivelarsi un errore dalle conseguenze pericolose.
E’ probabile infatti che, nei prossimi mesi, i ribelli continuino a ricevere rifornimenti di armi, grazie al contrabbando, mentre le forze governative potranno incontrare più difficoltà sia nel reperire armamenti (le truppe francesi controllano i punti d’accesso nel sud, mentre il nord, dove sono i ribelli, divide un lungo confine con l’amico Burkina Faso) sia nel mantenere l’ordine.
Ci sono due precedenti tragici.
In Bosnia l’embargo finì per penalizzare i musulmani in misura maggiore rispetto alle altre fazioni, in particolare i serbi, con l’epilogo drammatico della strage di Srebrenica del 1995. Kofi Annan, quando ammise le responsabilità dell’Onu nell’eccidio, definì la risoluzione per l’embargo “un errore” nella gestione della crisi e nella prevenzione del genocidio.
La stessa cosa è successa in Sierra Leone, nel 1997, quando il Consiglio di sicurezza impose un embargo che non distingueva il governo legittimo dai golpisti.
saluti




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) di Irakeni trucidati dagli Alleati?