Il Maestro Sciola ha giustamente sollevato il problema della bandiera della Regione e ne ha proposto la sua sostituzione per il suo significato carico di tragedie legate a conflitti religiosi: quattro teste di moro tagliate e una croce cristiana sono un simbolo quantomeno ambiguo.
Ma il punto che vogliamo trattare non è questo. La questione è che una bandiera è generalmente considerata come l’immagine simbolica di un “popolo”, attorno alla quale questo si unisce: molti in suo nome agiscono e a volte addirittura muoiono, comunque sia attraverso essa pacificamente ci si identifica e ci si propone al mondo, rendendosi riconoscibili.
Un modo di dire, che ci auguriamo i sardi non abbiano perso, ne esaltava tutti i valori positivi: “bellu/a ke una bandera”.
Ora, questa bandiera così importante e emozionante, fortunatamente i sardi non se la devono costruire, perché ce l’hanno già e la sua esistenza affonda in un tempo tanto storico quanto mitico. Si tratta evidentemente di quel periodo giudicale che ci vedeva “giganti”: coscienti protagonisti del nostro futuro. L’Albero deradicato, “viride in campo albo”, che sventolava per tutta la Sardegna, per vivere non traeva alimento da nessun potere se non da quello del popolo Sardo: “Est vis Sardorum pariter regnum populorum”. Disse Barisone I° d’Arborea nel 1164.
Dunque non una bandiera concessa o imposta ma una bandiera “nostra”: una bandiera che emerge e si afferma con l’emergere e l’affermarsi di un popolo attraverso la sua lotta per l’indipendenza.
Se di principio storico e di volontà di scelta si tratta allora non ci sono dubbi: s’Arvure de s’Arbarèe. Non può valere a trattenerci da ciò né la giustificazione del male minore né la paura del vuoto, né il conformismo ad un presente che ci è piovuto addosso per un misto di caso ed imposizione o, ancor peggio, di volontà suicida e snazionalizzante da parte di classi dirigenti autonomiste che di “bandiera nazionale sarda” neanche volevano sentire parlare. L’unico problema è la scelta: la qualità della scelta è la qualità stessa del popolo che sceglie. Che sceglie di essere popolo fino in fondo o non esserlo o esserlo solo sentimentalmente.
La bandiera dei quattro mori, a cui tutti siamo certo affezionati per quel po’ di sardità che si porta appresso, è un simbolo storicamente ambiguo e distante dal rappresentare la Nazione sarda: la sventolano tutti, dall’Esercito italiano ai peggiori unionisti. Possiamo tenerla in attesa di tempi migliori ma non possiamo nascondere dietro di essa il problema di fondo: cosa vogliamo veramente essere? Cosa vogliamo che la nostra bandiera comunichi, a noi stessi e agli altri?
Qualcuno fatalisticamente dirà che “questa abbiamo”, che questa è la bandiera “vincente”. E allora? Forse che una bandiera sconfitta perde tutto il suo valore storico solo perché una catena di dominazioni e di mancate prese di coscienza l’hanno dimenticata o accantonata volutamente? O non è questo motivo di ripensamento?
Non sarà allora il caso di essere sinceri – a costo di un po’ più di autocritica e di meno orgoglio – e ammettere che siamo un popolo confuso e poco convinto di sé che non crede (al momento) nella propria forza e possibilità di agitare un simbolo chiaro di libertà? Diciamolo: preferiamo ancora mezze soluzioni, giochiamo in difesa, abbiamo difficoltà ad avere fiducia in noi stessi e nel futuro. Occorrerebbe invece al popolo sardo una terapia di coraggio e dignità, un simbolo sincero (sintzillu) a cui aspirare, uno specchio in cui riflettersi e riconoscersi, un sogno da realizzare.
Ogni popolo ha la sua bandiera: quella che si merita in rapporto alla sua capacità di essere davvero popolo, davvero vivo. E un popolo è vivo solo quando è capace di riprendere le potenzialità giuste ma represse del passato per farne un simbolo del futuro, o quando ha la capacità di reinventare se stesso e i suoi simboli attraverso la partecipazione collettiva alla lotta per la sua libertà. Ogni soluzione di compromesso è degna di popoli morti o moribondi.
Sardigna, su 19 ‘e Sant’Andria de su 2004.
Juanneddu Sedda
Franciscu Sedda
Franciscu Pala
Direzione Nazionale di iRS
Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna
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