...labirinto
Inconnu de moi-même, sconosciuto a me stesso. Ora che i pubblici ministeri hanno tenuto la loro bella requisitoria, ora che ogni avvocato della difesa ha pronunciato la sua bella arringa, ora che il presidente Leonardo Guarnotta, con i suoi giudici a latere, sta per entrare in camera di consiglio dalla quale uscirà prevedibilmente fra due settimane, ora che il processo contro il senatore Marcello Dell’Utri è, come si dice, giunto a sentenza, ricominciamo dalla prima domanda: chi è Marcello Dell’Utri?
“Inconnu de moimême”, risponde lui con un civettuolo ammiccamento a Paul Valéry.
“Il ritratto che di me ha costruito la procura di Palermo non mi appartiene. E’ un altro Marcello Dell’Utri. Un Dell’Utri a me sconosciuto. In quelle carte non ci sono io, c’è il mio contrario”. Negli ottantasette faldoni dei quali si compone questo processo – un processo lungo dieci anni – ci ritrovi alcune pagine nelle quali Indro Montanelli, ne “L’Italia di Berlusconi”, descrive Dell’Utri come “un uomo garbato, colto, simpatico; un lettore raffinato, un bibliofilo appassionato”; e ci sono pagine dove il pubblico ministero Antonio Ingroia accosta l’imputato al torvo protagonista di un film diretto da Robert Mulligan, “Il Mediatore”: rozzo e ambiguo, callido e spietato come tutti i servi del boss.
C’è il Dell’Utri imprenditore dalle grandi intuizioni, che costruisce Publitalia e, con Publitalia, l’impero Fininvest di Silvio Berlusconi, miliardi a palate.
E c’è il Dell’Utri che, secondo l’altro pubblico ministero, Domenico Gozzo, se ne va in giro per contrade e taverne a sbevazzare con ribaldi e malvissuti; e, mentre che c’è – perché no? – a trattare pure alcune partite di droga da quella stessa isola, Pianosa, dove gli uffici dell’antimafia hanno inviato al confino un suo degno compare: Vittorio Mangano – ricordate? - il lupo di mafia che, travestito da stalliere, era riuscito a penetrare nel cuore dell’impero, ad Arcore. E poi ci sono, ovviamente, i pentiti. Ciascuno dei quali racconta una storia diversa dagli altri.
Con Totuccio Contorno che smentisce l’affermazione di Salvatore Cangemi, secondo il quale ad Arcore, nella tenuta di Silvio Berlusconi trovavano rifugio, persino i picciotti latitanti fuggiti dalla Sicilia, come Contorno, appunto.
O con Giovanni Brusca, numero due dei sanguinari corleonesi, quelli di Totò Riina, che smentisce Nino Giuffrè, detto Manuzza, per il quale il palermitano Dell’Utri, un palermitano che ha fatto fortuna a Milano, altro non era che il referente di Cosa nostra.
Non solo nelle elezioni del ’94, quelle della “discesa in campo” del Cavaliere, ma anche in quelle del ’96 e poi del 2001.
Ma è il processo, si dirà: se ci fosse una sola verità, che bisogno ci sarebbe di finire davanti a un tribunale? Ed è anche vero.
Ma questo processo non è solo un processo. Qui si giudica l’ultimo degli imputati eccellenti impigliati in quella rete che fu l’antimafia militante di Gian Carlo Caselli.
E i due pm che sostengono l’accusa sono rimasti a battersi come leoni su una nave che non ha più il suo ammiraglio. Perché il procuratore arrivato da Torino per dare la spallata giudiziaria ai vecchi partiti corrotti e riscrivere la storia d’Italia, è finito in acqua, trascinato verso il fondo dalla sua armatura a maglie d’acciaio.
Come il maestro di campo Andrea de Silva, adelantado di Castiglia – giudice supremo, ammiraglio, governatore – venuto da queste parti nel 1605 per sbaragliare con la potenza della flotta spagnola i berberi che minacciavano le terre assegnate al viceré Pedro Telles Giron, duca d’Ossuna.
Si salveranno dal naufragio giudiziario Ingroia e Gozzo?
Sarà colpa del tempo, ma i protagonisti del processo si ritrovano sul palcoscenico di questa rappresentazione come in una stanza della tortura, un cubo ben squadrato dove ciascuno è prigioniero del proprio personaggio e dove imputati difensori e accusatori so no costantemente ricacciati nella gabbia dei documenti e delle prove, delle perizie bancarie e delle cifre. E sembrano far proprio il grido di Baudelaire: “Ah! Ne jamais sortir des nombres et des êtres”, ah se potessi liberarmi dei numeri e degli esseri.
E invece no. Gli inquisitori inseguono, con avide richieste di giuramento, fatti ormai lontani, spesso vecchi di trent’anni, nei quali né gli imputati né i testimoni riescono più a ritrovarsi o a riconoscersi. E sarà compito del presidente Guarnotta, unico spettatore reale in questo teatro delle evanescenze, restituire a ogni avvenimento, a ogni prova e a ogni dichiarazione la sostanza autentica.
A cominciare dal capo d’imputazione. Ricordate? Nella grande abbuffata di titoli sparati dieci anni fa dai giornali; nella grande incollatura di cronache spacciate per certezze e di samarcande spalmate da Michele Santoro su televisioni pubbliche e private, chiunque poteva coltivare la convinzione che Marcello Dell’Utri fosse finito nei guai con la giustizia perché aveva portato carrettate di soldi – i soldi dei terribili boss siciliani, da Stefano Bontade a Mimmo Teresi – a un mafioso più mafioso di lui: Silvio Berlusconi.
Era, insomma, il mediatore, l’anello di congiunzione tra Cosa nostra e l’imprenditore rampante di Milano che non contento di costruire case nel verde per i padroncini della Brianza, voleva anche sfondare nella tv commerciale.
Tanto era verosimile che il procuratore Caselli, con un teatrino che avrebbe poi fatto parte di un copione molto più ampio, iscrisse in gran segreto il futuro presidente del Consiglio nel registro degli indagati. E non con l’accusa di favoreggiamento o di abigeato o di pascolo abusivo.
Ma per mafia. Quella maiuscola. Lo iscrisse criptando il suo nome dietro una sigla composta da tre emme maiuscole. Così: “MMM”.
E l’inesorabile gerarchia voleva che le due emme toccassero a Dell’Utri: considerato allora dalla procura palermitana nient’altro che un numero due, un complice, un sottopanza.
Un mediatore, appunto, secondo il film di Mulligan che è tanto piaciuto a Ingroia. Era il 1994, ricordate? Ma quella costruzione giudiziaria portata avanti per nove anni è crollata improvvisamente alle 11,30 del 5 aprile 2004. Quando i due pm del processo hanno comunicato ufficialmente in aula che sul conto di “Berlusconi Silvio meglio generalizzato in atti” erano cadute tutte le accuse.
“Berlusconi è fuori dal processo: nei suoi confronti non è stata raggiunta alcuna prova. Dunque si procede solo per Dell’Utri”.
“E com’è possibile? I due erano o non erano complici?”, hanno obiettato i difensori dell’ex manager di Publitalia. Manco per sogno, hanno tagliato corto i pm: dopo un approfondito studio degli atti siamo arrivati alla conclusione che Berlusconi è stato in realtà un poverocristo, ricattato e minacciato da Dell’Utri che, forte dei suoi rapporti con la mafia, riusciva a intimidirlo e a spolparlo.
Sarà una fatica enorme, per il presidente Guarnotta, in vista della rilettura che ne dovrà fare in camera di consiglio, mettere insieme i cocci del vecchio impianto accusatorio. Perché non c’era atto mafioso – dal pizzo pagato per impiantare le antenne in Sicilia al paventato acquisto dei molini Virga di Palermo – dove i pubblici ministeri non individuassero un canale sotterraneo capace di trasportare moneta sonante dalla Sicilia alle casse della Fininvest. E non c’era mossa dell’astuto Dell’Utri che non presupponesse il contemporaneo rafforzamento della mafia e di Berlusconi, diventati, grazie “al comune amico palermitano”, quasi soci in affari.
Ma la trama del processo – scritta da Caselli nel ’94 e sostenuta tenacemente dagli altri rappresentanti dell’accusa – all’ultimo momento è stata spazzata via dallo scirocco, e sostituita con un’altra.
I pm hanno chiuso il sipario e hanno cambiato di colpo scena e attori del processo.
Lì dove c’erano inchiodati il Cavaliere e il suo Scudiero, si sono ritrovati due personaggi diversi. Quello che era il Re del Male è diventato la vittima.
E quello che era il fedele servitore è diventato l’aguzzino. Come nell’Enrico IV di Pirandello, la stanza del trono scompare: perché era anche quella una falsità; una finta sala allestita nella campagna dell’Umbria per dare l’illusione a Enrico IV di trovarsi nella casa imperiale di Goslar. E per imputati e accusatori, resta solo la stanza della tortura.
Con un solo spettatore: Guarnotta. Il quale, sant’uomo, ha pure il compito – questo sì, veramente difficile – di dare peso alle parole e alle colpe degli uomini.
Di parole, negli ottantasette faldoni accatastati in una stanza del tribunale, ce ne sono tantissime. Anche pesanti.
E non solo quelle dei pentiti. Che ormai, se proprio vogliamo essere sinceri, contano per quello che sono. E si svendono come la carne al basso macello: ché, più sta sul bancone e più diventa immangiabile. Sono piuttosto le parole non dette, ma puntualmente ricamate, sulla tela che fa da sfondo alla rappresentazione, con il filo delle coincidenze.
Come la data – 3 marzo 1994 – in cui viene per la prima volta interrogato su Berlusconi e Dell’Utri il pentito Giuseppe Marchese. Il quale, dopo avere ottenuto la promessa di un aumento di stipendio da due a tre milioni al mese – promessa rigorosamente mantenuta dal servizio di protezione - cede ai ricordi e racconta di avere ricevuto nel carcere di Voghera, dove nel 1988 si trovava detenuto, confidenze di straordinaria importanza: che a Milano, operavano, guarda un po’, esponenti della mafia palermitana. E chi gli ha fatto tali strabilianti rivelazioni? “Confidenze generiche, signor giudice”, risponde, dopo avere incassato l’assegno.
I difensori hanno più volte ricordato la circostanza. Soprattutto per sottolineare il fatto che Marchese è stato cercato, interrogato e superpagato, manco a dirlo, tre settimane prima delle elezioni.
Quelle che il 27 marzo del 1994 portarono Berlusconi e la sua Forza Italia, coordinata da Dell’Utri, alla prima clamorosa vittoria. Ma l’ufficio del pubblico ministero non ha ritenuto di dare tutte le spiegazioni chieste dalla difesa. Ingroia e Gozzo hanno parlato e riparlato di obbligatorietà dell’azione penale, della giustizia che non può e non deve fermarsi davanti ai potenti, di dichiarazioni spontanee, di “cristallinità della prova”, della molteplice convergenza delle testimonianze raccolte, di riscontri in crociati tra molti racconti dei pentiti e le ammissioni fatte da Dell’Utri nelle prime battute dell’inchiesta.
Ma di quelle due date, mai.
Spetterà a Guarnotta riportare le ombre, disegnate sulla tela del dibattimento, alla crudezza – o alla crudeltà – di una domanda: questo processo è nato o no come un processo politico?
Si sa, se in un tribunale pronunci quelle due paroline indecenti – processo politico – non c’è magistrato che non ti salti subito addosso. E’ come parlare di corda in casa dell’impiccato.
“O del boia”, aggiunge con prudenza il polacco Stanislaw Jerzy Lec.
Ma Guarnotta, da martedì prossimo, quando si chiuderà in camera di consiglio, avrà anche la responsabilità di soppesare le colpe degli uomini. A cominciare da quelli rimasti nel lato oscuro del palcoscenico, come fantasmi dell’opera: ora confusi tra protagonisti, ora dispersi nel coro, ora condannati al ruolo di comparse.
Prendiamo Gaetano Cinà, vecchio amico e (unico) coimputato di Dell’Utri. Se le cose scritte dai procuratori hanno un senso, bisogna pur ricordare che in principio fu Cinà. Perché in quella maledetta catena di Sant’Antonio – la catena che trasforma in mafioso chiunque si tenga per mano con un mafioso – prima c’è Cinà e poi c’è Dell’Utri. E’ lui, l’amico Tanino, che apre all’amico Marcello, diventato importante e potente in quel di Milano, le strade per arrivare ai boss e ai soldi sporchi dei boss.
E’ lui, secondo i pm, che dà le necessarie rassicurazioni – “questo Dell’Utri è persona mia” – a Stefano Bontade, il baldanzoso
“principino” di Villagrazia.
E’ lui, Cinà, che attiva, tramite pizzo, i soccorsi quando c’è l’avvertimento dell’attentato alla Standa; o quando c’è da trovare una frequenza per consentire a Canale 5 di trasmettere i programmi da Palermo a tutta la Sicilia.
Di colpo però, anche Cinà diventa un imputato fantasma. Quando c’era da impiantare il processo i pm non lo hanno mollato un istante. Interrogatorio di giorno e controinterrogatorio di notte. Una perquisizione il martedì e un’altra il giovedì. Un avviso di convocazione alle dieci del mattino e una per le quattro del pomeriggio successivo.
E nel momento in cui si sono resi conto che non si tirava sangue dalla pietra – la domanda era sempre la stessa: perché non ci dice tutto quello che sa sui rapporti tra Berlusconi e la mafia? – lo hanno pure buttato nel fondo di un carcere perché si
“materializzasse nel dolore” – sante parole di Cervantes, che il carcere lo aveva conosciuto, eccome – la sua scelta di collaborare; e di affossare così Dell’Utri, il Cavaliere e il loro insopportabile ingresso nei palazzi della politica.
Ma oggi, a chi importa più di Tanino Cinà? Avete mai visto un giornalista che sia andato a cercarlo? O che si sia chiesto perché non è più presente alle udienze? O che abbia domandato al suo avvocato se è vero che, per una complicazione ai polmoni, è costretto a vivere giorno e notte attaccato al tubo dell’ossigeno?
Nel teatro del processo, i personaggi spariscono, indietreggiano, si sovrappongono.
Le loro colpe danzano: ora lievi e inafferrabili come i palloncini del tiro a segno; ora pesanti e rumorose, come le armature a maglie d’acciaio di un’incantata sala del trono o di una terrificante stanza della tortura.
Quale sarà il peso che Guarnotta darà alle colpe e agli uomini, secondo verità e giustizia?
Nella lunga requisitoria – hanno picchiato duro per quasi venti giorni –i due pubblici ministeri hanno scaricato sulle spalle di Dell’Utri carrettate di nefandezze.
Ma con una forza, una foga, una determinazione che il teatro non sempre assorbe. Perché la scena ha il suo confine – acustico, scenografico, narrativo – e ogni eccesso rischia di trasformare il personaggio nel suo contrario.
E’ successo al dottor Antonio Ingroia, uno dei pochi magistrati che – sia detto senza ironia – ha potuto sperimentare sulla propria pelle, dentro la sua stanza d’ufficio e dentro la propria casa, di che pasta è fatta la realtà siciliana e di quali trame si compone spesso quel particolarissimo teatro palermitano sul quale si aprono le quinte di storie vissute tra l’amicizia e il rispetto, tra un malinteso senso dell’amicizia e un’appartenenza vera e propria a un clan o a una famiglia: in una parola, alla mafia.
A quale teatro, a quali quinte, a quale terra di mezzo rimanda la storia di amicizia tra Tanino Cinà e Dell’Utri?
All’innocenza forse di un quartiere che li ha visti crescere insieme, alla passione comune per una squadra di calcio - la Bacigalupo – che aspirava addirittura a conquistare la serie A, o alle frequentazioni forse scellerate con Mimmo Teresi o Stefano Bontade, il “principino” di Villagrazia?
Antonio Ingroia, davanti a questi interrogativi, non è un pm disarmato. Non è il giudice ragazzino calato in Sicilia da Volpago del Montello dopo avere visto in tv l’ultima puntata della Piovra.
Lui, come dicono a Palermo, ha avuto l’acqua in casa.
Ha vissuto per sei anni – stessa stanza, gomito a gomito – con il maresciallo Giuseppe Ciuro che di giorno gli curava con dedizione le indagini su Dell’Utri (e con devozione lo chiamava “professore”) ma di notte cambiava casacca e curava soprattutto i propri affari.
Affarucci sporchi, altroché: passava a Michele Aiello, un boss della sanità sospettato di essere addirittura il prestanome dell’imprendibile Bernardo Provenzano, le notizie riservate della procura. “Traditori che in altri tempi avrebbero meritato la fucilazione”, ha detto il procuratore Pietro Grasso dopo avere arrestato, per favoreggiamento della mafia, Ciuro e altri due marescialli suoi complici. Ma lo scandalo era nato nella stanza di Ingroia.
E Ingroia non si era accorto di nulla.
Anzi. Quando il professore ha avuto un problemino familiare – ristrutturare la masseria del padre a Calatafimi – Ciuro ha spalancato sul teatro palermitano la quinta della sua amicizia personale con Aiello: il boss della clinica Villa Santa Teresa ha inviato subito una squadretta di fidati operai e il problemino della masseria è stato risolto in quattro e quattr’otto. Anche con il grazie di Ingroia. Il quale, messo sull’avviso da Grasso e per non insospettire il maresciallo infedele, si è visto costretto a prendere in mano il telefonino di Ciuro – “Miche’, aspetta un minuto che ti passo il professore” – e a parlare direttamente con Aiello.
Con il boss in persona. Reato? Macché reato. A Palermo può capitare questo e altro.
Puoi finire con i piedi bagnati anche se entri in chiesa. Perché la città ha tanti fiumi sotterranei – il Cassaro, il Papireto, il Kemonia – e una infiltrazione d’acqua può trasformare anche i più puri in “puri e ciuri”.
Che non è un’infamia. Ma la sorpresa di ritrovarsi all’improvviso con un amico accusato di mafia poteva diventare per il pm Ingroia un pretesto – ah, quanto irripetibile – per scrivere come Paradis de Moncrift (la sua, nel 1727, fu solo una provocazione letteraria lanciata al salotto parigino di Madame Du Deffand) una storia dei gatti vista dai topi.
Un’occasione, insomma, per leggere da un’angolazione diversa, magari meno eticheggiante, alcuni passaggi degli “atti relativi alla presunta mafiosità dell’imputato Dell’Utri Marcello”.
Per esempio, quell’incontro alle “Colline pistoiesi”. Un ristorante milanese dove il pentito Antonino Calderone – lo stesso che nel 1992 ha scritto un libro con Pino Arlacchi, sociologo molto caro alla sinistra giudiziaria - dice di avere incontrato l’allora manager di Publitalia in compagnia di Vittorio Mangano. “Ti presento il mio principale”, disse il lupo travestito da stalliere, indicando Dell’Utri a Calderone.
E tanto è bastato perché l’episodio, con tutto ciò che si può “logicamente dedumere”, come direbbe il pentito Giuffrè – “Mangano odorava già di mafia, dunque il principale non poteva che puzzare della stessa mafia” - passasse sic et sempliciter nel libro mastro delle prove a carico.
“Ti presento il mio principale”.
Per uno sgambetto del destino la frase riecheggia, anche nella sua costruzione sintattica – e dunque nella sua scansione teatrale – quella pronunciata da Ciuro: “Miche’, aspetta che ti passo il professore”.
Scene molto diverse, per carità.
Con personaggi diversi: Ciuro non è Mangano e Ingroia non è Dell’Utri, ci mancherebbe altro.
Ma è il teatro, bellezza.
E non è scritto da nessuna parte, che in teatro, ogni ombra corrisponda al proprio corpo.
Giuseppe Sottile su Il Foglio del 27 settembre
saluti
ps data la lunghezza del post diderot è dispensato dalla lettura




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