...occhiatina
La Corte suprema ucraina non ha tradito le aspettative.
Da un lato ha liquidato sbrigativamente le richieste della Commissione elettorale, la quale chiedeva un provvedimento contro i manifestanti favorevoli a Viktor Yushenko che da giorni ne circondano la sede.
Dall’altro ha deciso di prender tempo prima di esprimere un giudizio sulla legittimità del voto per le presidenziali del 21 novembre, sul cui svolgimento grava un ricorso dello “sconfitto” Yushenko.
La dilazione sarà anche motivata da ragioni tecniche, ma è un dato di fatto, al di là dello scontro propagandistico tra i due fronti, che la proclamazione di questo o di quel vincitore perde di peso politico ogni ora che passa.
Se n’è accorto anche il candidato ufficialmente vincente, il quale nel pomeriggio ha mandato avanti uno dei suoi uomini più fidati, Stepan Gavrish, a dire che la convocazione di un nuovo turno elettorale non è più un tabù, a patto che in cambio si cominci a metter mano a un processo di riforma costituzionale.
Molto probabilmente il compromesso sarà prima o poi raggiunto sulla prospettiva di una ripetizione delle presidenziali.
La situazione infatti è complicata dal fatto che entrambi i contendenti sanno che un loro insediamento nella carica di presidente sarebbe a questo punto poco più che una formalità, dal momento che né Yanukovych né Yushenko sarebbero riconosciuti dallo schieramento opposto, malgrado i buoni propositi espressi dalla Commissione Barroso.
Le regioni orientali e meridionali hanno formalizzato, per così dire, questo atteggiamento, ventilando l’ipotesi della secessione in caso di nomina di Yushenko, mentre il governatorato del Donetsk si è spinto più in là, indicendo un referendum per domenica prossima teso a sancire la costituzione in Repubblica autonoma e a porre le premesse della trasformazione dell’Ucraina in un’entità federale, difficile dire oggi se a due (est filorusso, ovest filooccidentale) o addirittura a undici (tante quante sono le regioni esistenti).
Il fatto politico più rilevante della giornata di ieri è stato infatti l’incontro della mattina tra il presidente uscente Leonid Kuchma, che propone di rivotare, e il fronte “secessionista” dei governatori dell’est e del sud con Yanukovych.
La riunione di emergenza, convocata nella residenza presidenziale di Konche-Zaspa alle porte di una Kiev ancora paralizzata dai manifestanti, si è tradotta in una rottura tra Kuchma e il suo “delfino”.
Yanukovych segue diligentemente lo scenario che per lui è stato disegnato a Mosca: mancata la vittoria alle elezioni, malgrado il consistente impegno finanziario dell’amica Russia, ora si prodiga per favorire la separazione delle regioni orientali, nella consapevolezza che al Cremlino è più che sufficiente mantenere i propri legami produttivi con i complessi industriali del Donetsk e del Donbass e salvaguardare un “cuscinetto” che si aggiunga alla Bielorussia di Aleksandr Lukashenka per tenere a debita distanza il “contagio” polacco ed europeo.
Kuchma persegue invece l’idea di una conservazione dell’unità dell’Ucraina e in questi giorni ripete a tutti di esser stato forse troppo spregiudicato in passato, ma di aver garantito l’integrità territoriale e l’indipendenza.
Non a caso, uscito da Konche-Zaspa, ha lanciato un appello alla nazione contro i progetti di secessione, paventando il crollo finanziario di un sistema economico che con la sua impetuosa crescita ha dimostrato negli ultimi mesi di essere sano nei fondamentali.
Non solo: ha spedito il genero, l’oligarca Viktor Pinciuk, a parlare alla televisione in mano all’opposizione, il quinto canale, per promettere un impegno indefettibile contro ogni spaccatura del paese.
Ma Kuchma sta pagando la sua spregiudicatezza.
L’Europa e la Nato, che pure guardano con preoccupazione alla possibilità di una secessione dell’est e cominciano a capire che la firma apposta da Vladimir Putin alla dichiarazione Ue-Russia sull’impegno per l’integrità è pura cosmesi, rimproverano al presidente uscente il suo eccessivo appiattimento su Mosca e su Washington.
Ed è rimasto il solo presidente polacco Aleksandr Kwasniewski a telefonare a tutti in queste ore per ricordare che Yushenko è il campione della democrazia, e in quanto tale va appoggiato, ma che ogni soluzione passa per una pressione su Kuchma.
Dagli Stati Uniti giungono segnali poco rassicuranti.
Il pragmatismo di Condoleezza Rice si traduce in un attendismo di fatto.
Per la Casa Bianca la crisi ucraina è una crisi europea.
Se Bruxelles riesce a risolverla, bene. Se invece la spunta Mosca con la sua separazione di fatto tra due Ucraine, la parte occidentale è destinata in qualsiasi caso a consolidare il peso interno all’Unione della Polonia.
Il che a Washington può fare soltanto piacere.
su Il Foglio del 30 novembre
aluti
Mauro Martini




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