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    Predefinito Terrore e lotta violenta

    VIOLENZA E POLITICA
    Il tirannicidio non è uguale al terrorismo

    1 Dicembre 2004

    di Maurizio Viroli


    E’ giusto definire terrorista chi uccide o cerca di uccidere il tiranno? Sollevo questa domanda dopo aver letto l'importante articolo di Giovanni De Luna, pubblicato lunedì su questo giornale in merito al fallito attentato di Fernando De Rosa, militante di Giustizia e Libertà, contro il principe Umberto di Savoia a Bruxelles il 24 ottobre 1929. De Luna mette in rilievo che l'episodio era legato alla «fase terroristica» della cospirazione antifascista, poi decisamente abbandonata e definitivamente dimenticata e rimossa «da tutti gli album delle famiglie politiche della sinistra italiana». Il gesto di Fernando De Rosa è stato un tentativo di attentato politico o di tirannicidio più che un atto di terrorismo. Il giovane militante (aveva all'epoca poco più di vent'anni) non voleva uccidere degli innocenti ma colpire solo il principe per vendicare l'assassinio di Matteotti.

    Il terrorismo vero e proprio è altra cosa. Non mira a colpire un uomo in particolare cercando di non uccidere vittime innocenti, ma vuole invece uccidere, a caso, il maggior numero di vittime innocenti purché appartengano ad un determinato gruppo politico, o religioso o nazionale, al fine di terrorizzare gli altri e trasformarli in ostaggi politici. Gli esempi dei nostri giorni sono chiarissimi: quando Al Qaeda o l'Eta, o Hamas, o i fondamentalisti iracheni collocano una bomba in un luogo pubblico non cercano di uccidere questo o quel dirigente politico per punirlo, ma uomini, donne e bambini che non hanno nessuna responsabilità per l'oppressione religiosa, politica o nazionale che i terroristi proclamano di combattere.

    L'unica analogia sta nel fatto che tanto il militante che compie l'attentato politico quanto il terrorista che si imbottisce di esplosivo per uccidere innocenti sono disposti a morire per portare a termine il loro disegno. Ma il fine, gli effetti, e la motivazione sono diversi, e diverse devono le parole che usiamo per descrivere i due tipi di azione. Il terrorismo vero e proprio non ha alcuna giustificazione morale perché uccidere deliberatamente degli innocenti è sempre un'azione ripugnante. Non ci sono scuse che tengono. Non vale dire, come tante volte sentiamo ripetere, che il terrorismo è l'ultima istanza, la sola possibilità di azione o l'unico mezzo efficace di lotta.
    L'attentato politico che colpisce il tiranno o il capo di un regime totalitario che ha conquistato il potere con la violenza e l'assassinio è un'altra cosa ed è stato giudicato nella storia come un atto glorioso.

    Spesso si rivela politicamente controproducente sia perché fallisce, sia perché rende il popolo ancora più passivo e sottomesso, anziché spronarlo alla lotta, sia infine perché rafforza anziché indebolire il regime che sostiene il tiranno. Per questa ragione i movimenti di emancipazione hanno sempre, giustamente, condannato la pratica dell'attentato. Ma moralmente è un gesto che merita ammirazione, come insegnano i classici del pensiero politico, a cominciare da Cicerone che loda gli assassini di Cesare. Se, per pura ipotesi, un attentatore avesse ucciso Mussolini o Hitler, e con il suo gesto, a rischio della propria vita, avesse causato il crollo del regime meriterebbe di essere definito terrorista?

    da: lastampa.it

  2. #2
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    Che ne pensate? Io personalmente concordo in buona parte, e mi permetto di aggingere un appunto: che il tirannicidio non sia riconducibile alla logica del terrorismo lo dichiara il nome stesso, non è infatti finalizzato ad infondere terrore nella gente, ma segue una logica del tutto differente ossia l'eliminazione del leader politico avversario.
    saluti

  3. #3
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    Temo che a "ravanare" nella storia delle sinistre - compresi i repubblicani - a cavallo della Prima Guerra Mondiale si rischia di trovare troppi episodi dei quali vergognarsi.
    A cominciare dal rapporto equivoco con casa Savoia riguardo alla entrata in guerra del '15 (clamorosamente illegale, praticamente un colpo di stato da parte di V.E.III), ma appoggiata dai repubblicani "irredentisti" (tra cui, credo, il giovanissimo Pacciardi).

    Va anche detto che il giovane Umberto nel '29 non poteva avere alcuna colpa individuale e comunque non mi risulta che in nessun modo potesse essere individuato come "tiranno" non avendo direi ancora nessunissimo compito istituzionale (tiranno era invece senz'altro il padre V.E.III); l'elevato senso dello Stato e la propria personale leantà al Paese, Umberto li dimostrò poi con chiarezza nel '46 prendendo di fatto atto della giusta fine della monarchia (a quel punto, dopo la "redenzione" e il "riscatto" popolari della guerra di liberazione, che lui fosse un brav'uomo non significava affatto che la monarchia meritasse di essere mantenuta).

    Colpire Umberto nel '29 era un gesto molto simile ad una azione terroristica; tirannicidio sarebbe stato liberare l'Italia da V.E.III .

  4. #4
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    Estremizzando un po' il concetto, si potrebbe però dire che chi uccide un tiranno, o una qualsiasi figura di potere, pratica pur sempre del terrorismo. Cioè un ricatto, un'intimidazione, un avvertimento, un esempio per i posteri. Tale da condizionarne il comportamento.
    Guardiamo per esempio il caso di Rabin. Quanti leader israeliani hanno evitato di seguire le sue tracce, anche memori della brutta fine del loro predecessore?
    Dal nostro punto di vista è ovvio che c'è differenza tra l'uccisione di un democratico e quella di un tiranno, ma in assoluto la metodologia è la stessa. Le procedure sono assimilabili. E, sempre in assoluto, entrambe condannabili. Altrimenti, con lo stesso ragionamento, possiamo condividere anche la pena capitale.

    Per questo, malgrado apprezzi molto la figura e le idee di Viroli in generale, trovo un po' insensato discettare su questo argomento. Tanto più che si rischia di camminare sul filo che separa violenza e non violenza, democrazia e tirannia, terrorismo e rivoluzione, usando però un pretesto già in partenza molto discutibile: quello del killeraggio.

  5. #5
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
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    Il post di Arsena ha preceduto il mio di una frazione di secondo.

    All'atto pratico sono d'accordo con lui: meglio parlare di cose più attuali.

    Sul piano totalmente teorico condivido in astratto l'assunto di Viroli: il tirannicidio è tutt'altra cosa dal terrorismo.

  6. #6
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    Mi pare chiaro che Viroli ne fa un discorso di principio e completamente astratto. La questione del contesto, peraltro, è assolutamente fondamentale, dal momento che per aversi tirannicidio deve esseci tirannia (repubblicanamente intesa, per quel che mi riguarda). Viroli mi sembra volutamente provocatorio, forse anche per ricordarci che se da noi ci si può permettere qualche facile semplificazione -violenza come sinonimo di terrorismo- altrove, il nostro passato e il presente di altri, la violenza nella lotta politica ha tutt'altro significato.

  7. #7
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    Citazione da Intervento Principale di by Alberich
    . . . Viroli mi sembra volutamente provocatorio . . .
    Dall'idea -sommaria e non approfondita quanto mi piacerebbe- che mi sono fatto di Viroli leggendo alcuni suoi scritti ed assistendo a qualche suo discorso in pubblico, non ho proprio la sensazione che la provocazione, la sparata ad effetto, sia il suo stile. Mi sembra invece una persona tremendamente convinta di ogni singola parola che pronuncia.
    Credo che l'ammissibilità esplicita di un uso "patriottico" della violenza non sia estranea alle sue idee.
    Se è così mi sento personalmente di condividere: nel DNA repubblicano c'è senz'altro l'apprezzamento profondo per la convivenza pacifica e per la tolleranza, ma anche l'uso senza remore della violenza e delle armi quando la Liberà e la Eguaglianza, della propria comunità così come delle Patrie altrui, siano schiacciate.

    Credo che noi non siamo pacifisti senza se e senza ma, siamo amanti della pace sì, ma sappiamo diventare anche molto molto cattivi.

    . . . ogn'uom di Ferruccio ha il core, ha la mano; i bimbi d'Italia si chiaman Balilla . . .

  8. #8
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    Concordo con te, Lucio. Viroli non parla a caso e ha una sua coerenza e lucidità di pensiero. E', diciamo così, un ideologo puro. E in quanto tale porta avanti i suoi ragionamenti in modo finanche estremo e radicale.
    Spetta a noi però attingere quanto (ed è tanto) di buono produce, e lasciare decantare alcuni suoi eccessi.
    Non discuto della genesi rivoluzionaria dei repubblicani, sono ben cosciente che Giuseppe Mazzini sia assolutamente assimilabile ad un Renato Curcio dell'Ottocento (con il debito rispetto, le dovute proporzioni, le differenze ideologiche e i necessari distinguo). Però impostare il discorso sulla differenza tra terrorismo e rivoluzione (perché alla fine lì si va a parare) partendo dalla liceità di un assassinio, secondo me è sbagliato.
    L'impostazione giusta dovrebbe prevedere un processo dialettico opposto, in cui l'omicidio diventa un corollario, un elemento del discorso. Così invece il gesto omicida, oltre che giustificato, viene esaltato ed epicizzato. E non mi piace.

  9. #9
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    Infatti, noi possiamo considerare quale nostro punto di partenza la Costituzione Repubblicana del '48, nata sulle rovine della violenza, ma da quel momento riferimento di convivenza civile.

    E ciò è una fortuna, anzi è una eredità preziosa che noi abbiamo ricevuto.

  10. #10
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    Provocatorio nel senso che non vuole minimamente aprire una discussione sulla liceità della violenza oggi, ma solo portare avanti un discorso di carattere storiografico.

 

 
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