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  1. #11
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    Condivido il tuo sentimento.

    Però mi ostino a credere che ciò che voleva dire Viroli è esattamente ciò che ha scritto, e cioè che : <<l'attentato politico che colpisce il tiranno o il capo di un regime totalitario che ha conquistato il potere con la violenza e l'assassinio è un'altra cosa [dal terrorismo] ed è stato giudicato nella storia come un atto glorioso>>.

    Nella storia non significa in un contesto particolare, significa "sempre".

    Sarebbe grandioso se Viroli intervenisse su questo Forum con una replica!

    Qualcuno di voi sa come si potrebbe contattarlo?

  2. #12
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
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    Intanto, sulla figura di Fernando De Rosa e sulla interpretazione del suo gesto nei confronti di Umberto di Savoia, vi segnalo il seguente link:

    http://www.quaderniradicali.it/libri/FratelloRC.htm


    L'interpretazione che vi si suggerisce (non un fallito attentato, ma solo un gesto dimostrativo senza intenzioni omicide) introdurrebbe nella nostra discussione una ulteriore variabile: una azione forse definibile come terroristica (terroristica perché non rivolta contro un tiranno, ma contro l'incolpevole figlio del tiranno), ma non sanguinaria perché non veramente finalizzata ad uccidere o ferire, ma piuttosto finalizzata a richiamare l'attenzione (con un gesto clamorosissimo ma incruento) dell'opinione pubblica internazionale sulle condizioni dell'Italia fascista.

  3. #13
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    Sempre a specifiche condizioni, ossia un contesto caratterizzato dall'assenza di libertà, non credo sia accettabile, ad esempio, in situazioni caotiche di transizione in cui esistono vie pacifiche ed istituzionali per la risoluzione del conflitto.
    L'esempio di Hitler mi sembra molto chiaro: tu cosa risponderesti? Per quanto mi riguarda se qualcuno lo avesse ucciso ne sarei stato contento.
    Sempre, è vero (ossia non c'è un limite temporale) ma non ovunque. Non credo si possa attribuire a Viroli la volontà di legittimare l'uso della violenza in ogni situazione non democratica, credo che voglia riferirsi a contesti di particolare gravità e, soprattutto, a contesti in cui il leader incarni effettivamente il regime, o meglio: un contesto in cui esista una identità tra il regime e il leader o in cui il leader goda di una particolarissima responsabilità politica.
    Almeno, io la penso così, e mi è sembrato di leggere nell'articolo qualcosa di molto simile.

  4. #14
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    Citazione da Intervento Principale di by Alberich
    Sempre a specifiche condizioni . . .
    Ribadisco che condivido pienamente il tuo sentimento.

    L'uso della violenza può essere legittimo, ma c'è un limite (molto alto aggiungerei) sotto il quale non è accettabile.
    Tale limite non è temporale (del tipo "sono cose d'altri tempi"), ma è (accetto in questo quella che mi pare la tua precisazione) caratterizzato dal contensto della tirannide subita: è cioè legato alla effettiva responsabilità materiale ed attuale (non simbolica o ideologica) di un singolo nella sproporzionata e violenta oppressione di una intera comunità.

    Non basta -aggiungerei- che il tiranno sia il simbolo indiscusso dei violenti, perché sia legittima la violenza nei suoi confronti è imprescindibile che sia egli stesso l'artefice delle violenze (e che vi sia una ragionevole previsione che colpendo lui le violenze vengano a cessare).

    Una sorta di "legittima difesa" (notare che la nostra cultura giuridica ammette anche la legittimità dell'uso della violenza nella difesa a favore di terzi, purché sussistano l'immediatezza e la concretezza del pericolo e vi sia proporzione fra l'aggressione subita e la reazione dell'aggredito o di chi interviene per lui).

    Forse però, acquisito un comune sentire fra noi, dovremmo ricalibrare la nostra discussione tenendo conto delle differenti interpretazioni storiche del fatto, come proposte nel documento che segnalavo in link.

    Sparare, pur senza intenzione di colpire, in presenza non del tiranno, ma del figlio del tiranno, non è forse una strana forma di "avvertimento" che somiglia un po' troppo al terrorismo?

    Eppure il fine sembra nobile: additare al mondo le violenze del fascismo e le responsabilità della monarchia, senza con ciò fare del male a nessuno.

  5. #15
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    Non riesco a recuperare l'articolo di De Luna per La Stampa, al quale Viroli fa riferimento (debbo evidentemente confessare che mi era sfuggito).

    Qualcuno ne sa qualcosa?

  6. #16
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    NUOVI STUDI RISCOPRONO UN ASPETTO RIMOSSO DELL’AZIONISMO: LA RIBELLIONE SOLITARIA E ARMATA AL FASCISMO
    Giustizia e Libertà. E terrorismo
    di Giovanni De Luna


    IL 24 ottobre 1929, quando sparò contro il principe Umberto di Savoia, Fernando De Rosa aveva poco più di venti anni. Sparò per uccidere e non ci riuscì soltanto per l'emozione. Lo raccontò lui stesso, nel corso del processo che si svolse a Bruxelles, nella città dove era avvenuto l'attentato: «Non credevo di uscire vivo da quella piazza di Bruxelles. Non volevo fare altre vittime innocenti. E' per questo che sparai il primo colpo, solo per diradare la folla che stava intorno al principe e farmi un varco che mi consentisse di avvicinarmi fino a cinque, sei metri… Mi misi a correre in avanti sempre tenendo l'arma in pugno. Gridai “viva Matteotti!” Corsi ancora un poco, ma già avevo perduto il senso della direzione. Uno sgambetto mi fece cadere, l'arma mi sfuggì di mano…». Al processo, per testimoniare in suo favore, arrivò l'èlite dell'antifascismo in esilio (tra gli altri Filippo Turati, Gaetano Salvemini, Francesco Saverio Nitti), e l'attentatore se la cavò con una condanna a soli cinque anni. Ne scontò un paio, dopo di che, dal 1932, passò prima in Francia, poi in Spagna. E nella guerra civile spagnola si compì il suo destino; nonostante fosse giovanissimo, De Rosa si segnalò come un vero capo militare: fu tra i protagonisti della difesa di Madrid alla testa dei battaglioni della milizia popolare e cadde in combattimento sulla Sierra Guadarrama, l'11 settembre 1936. Aveva 28 anni; la sua tomba è stata rintracciata solo nel 1970. Recentemente a Torino (dove da ragazzo aveva partecipato agli esordi cospirativi del gruppo di Giustizia e Libertà di Garosci, Ginzburg e Andreis) gli si è intitolata una strada. Per il resto, il suo ricordo è quasi rimosso. Particolarmente assordante è il silenzio degli storici. Gli studi più recenti su GL a Torino hanno taciuto su tutti gli aspetti «militanti» di quell'esperienza, insistendo sui percorsi accademici e professionali dei suoi aderenti, su una "zona grigia" di contiguità con le strutture del regime, sui rapporti con i comunisti. Sono state così semplicemente cancellate figure come quella di De Rosa e di tanti altri che morirono non certo sulle trincee delle cattedre universitarie. Al silenzio ha contribuito anche l'autorappresentazione degli stessi «giellisti». Un personaggio come De Rosa può definirsi un «eroe» nel senso romantico del termine. Quel tipo di eroismo era stato però completamente fagocitato dal fascismo, che del culto degli eroi aveva fatto un caposaldo della propria religione civile. Di qui, coerentemente, la necessità di un «antifascismo senza eroi», l'insistenza più sul martirio che sull'eroismo. Per GL c'era anche dell'altro; De Rosa era indissolubilmente legato alla fase terroristica della cospirazione (una fase che può collocarsi tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta), quando si progettarono attentati, ci si familiarizzò con bombe e pistole, si realizzarono gesti esemplari come i voli di Giovanni Bassanesi e Lauro De Bosis. Lo stesso De Rosa, una volta passato in Spagna, frequentò lezioni di volo in previsione di un'altra azione spettacolare nei cieli di Roma. Ebbene, in particolare a partire dagli «anni di piombo», il terrorismo scomparve da tutti gli album delle famiglie politiche della sinistra italiana: fu così anche per GL, che in quella stagione vide schierati in prima fila nella lotta intransigente alle Brigate Rosse molti dei suoi leader di un tempo, da Leo Valiani a Aldo Garosci. Oggi, a rompere questo silenzio interviene la ricerca storica, grazie alla nuova disponibilità di uno straripante materiale archivistico. Le grandi figure dell'azionismo (Bobbio, Galante Garrone, Revelli) recentemente scomparse hanno lasciato imponenti archivi personali; inoltre, l'accessibilità delle carte di figure altrettanto prestigiose (Leo Valiani, Franco Venturi, Giorgio Agosti, Aldo Garosci) contribuisce a porre le premesse per una nuova, proficua, stagione di studi. Così, tanto per rimanere a De Rosa e ai materiali che saranno presentati nel convegno dedicato alla memoria di Sandro Galante Garrone, uno storico di valore come Luciano Boccalatte ha fatto riemergere dall'archivio di Aldo Garosci un carteggio inedito tra lo stesso De Rosa e i capi di GL, (Alberto Tarchiani, Carlo Rosselli), Emilio Lussu): il fascicolo raccoglie 62 lettere e documenti, scritti tra il luglio 1932 e il maggio 1933, dopo l'arrivo di De Rosa a Madrid, e fu affidato da Tarchiani a Garosci. La tensione emotiva del giovane aspirante eroe provocò in lui una sorta di allucinata spregiudicatezza che non poteva non allarmare i suoi dirigenti. Il litigio esplose il 22 dicembre 1932, quando, a pochi giorni dall'esame finale di volo, De Rosa (in stato di ebbrezza, secondo la sua ammissione in una lettera a Tarchiani), distrusse l'aeroplano per una errata manovra. Il brevetto non fu conseguito. Il 4 gennaio 1933 la direzione di GL gli inviò una durissima lettera: De Rosa fu invitato a abbandonare l'attività politica, a trovarsi un lavoro. Seguì un intenso scambio epistolare. De Rosa chiese con accenti disperati («Non posso accettare la soluzione che mi proponete. Tra pochi giorni se il tempo è buono, sarò pilota e tra non molto potrò riabilitarmi… Non rovinate un uomo. Io vi giuro che saprò morir bene, che non desidero altro che morir bene») di essere impiegato in Italia: «Mi rendo infine conto, e rabbrividisco a pensare che mi mancava questa sensibilità, che un rivoluzionario non può condurre la vita che io ho condotto. Nella legione straniera vi sono migliaia di uomini che si fanno ammazzare per cinque franchi. E' necessario imporsi una disciplina quotidiana: questo è il vero sacrificio ed io sono disposto a sacrificarmi. Se voi non credete di poter continuare a collaborare per l'azione progettata, aiutatemi a rientrare in Italia per agire individualmente. Ma io non posso proprio ora ritirami dalla lotta. Sarebbe accettare il mio fallimento, il mio disonore». Sono lettere che ci restituiscono i tratti di un antifascismo esistenziale in cui l'opposizione al fascismo si nutriva di una sorta di ribellismo individuale, scaturiva dal rifiuto del «modello di italiano» (conformismo, rispetto delle gerarchie, adesione supina al familismo della morale piccolo borghese) imposto dal regime, configurandosi come una scelta di identità prima che politica o ideologica. Ma il rilievo storiografico del carteggio è racchiuso soprattutto nella sua capacità di illuminari aspetti inediti della fase in cui anche GL fu sedotta dalla pratica dell'azione diretta e dell'attentato terroristico. Alle spalle di Rosselli e dei suoi compagni non c'era né la tradizione anarchica del gesto simbolico, né quella comunista del terrore di massa. GL era il frutto diretto e immediato della crisi italiana innescata dalla vittoria del fascismo nel 1922. Nell'opposizione quella vittoria aveva provocato pesanti conseguenze di impotenza politica e di frustrazione personale che puntualmente si ritrovano nelle biografie dei vecchi antifascisti, nel settarismo e nell'astrattezza recriminatoria delle dispute degli esiliati. La generazione politica alla quale Rosselli apparteneva si era formata proprio sulla dura lezione di quella sconfitta: riformismo, socialismo, pacifismo, erano riferimenti screditati dall'attendismo, dagli estenuati distinguo teorici, dall'incapacità di adeguare i propri comportamenti pratici ai tempi «del ferro e del fuoco». Rosselli, a questo proposito, riportava una splendida citazione di Turati contro la violenza («la violenza nega la storia; la nega non soltanto nel fatto criminoso immediato, ma soprattutto per la paralisi mentale che produce, per lo spirito di servilismo, di terrore, di umiltà che produce negli uomini»), ma per aggiungere subito dopo: «la nostra generazione, plasmatasi nella guerra e nel dopoguerra, spettatrice di così grandi sconvolgimenti sociali, non riesce ahimé più ad aderire alla posizione turatiana. La rispetta, vorrebbe poterla applicare, sente in essa l'eco precorritrice di una nuova civiltà, di un sogno magnifico di fratellanza e di pace; ma la realtà triste e miserabile di questo dopoguerra europeo glielo vieta. Noi viviamo in un'epoca dura e arcigna in cui la forza storica non può affermarsi se non per via di rivoluzione e di violenza».
    Ci volle tempo perché la sconfitta del 1922 fosse metabolizzata, perché una nuova generazione di antifascisti prendesse il suo posto nella cospirazione; a quel punto la vergogna di una capitolazione anche morale, il disappunto per aver ceduto le armi senza combattere, erano state ormai riassorbite e la nuova GL, quella di Torino e quella di Parigi, avrebbe archiviato per sempre la sua fase «terroristica».


    da: lastampa.it

  7. #17
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    Perfetto, vedo che la pensiamo allo stesso modo, più o meno.

    Sul fatto specifico non saprei più di tanto esprimermi non avendo grandi conoscenze storiche. Di certo, però, non lo indicherei come un caso di terrorismo. Se non è stato tirannicidio è stato omicidio, esecuzione. Ma non terrorismo, dal momento che veniva colpita una persona singola, e veniva volutamente colpita quella persona per presunte o reali responsabilità. La logica del terrorismo è assolutamente diversa e colpisce indiscriminatamente solo in ragione della propria appartenenza etnica, nazionale, politica, ecc

  8. #18
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    Insomma, ti verrebbe da dire -con uno schema che forse non dispiacerebbe a Viroli- che il terrorismo è figlio del nazionalismo (o dell'integralismo) come il tirannicidio è figlio del patriottismo.

    A proposito, grande a recuperare l'articolo di De Luna!

    Peccato che la faccenda si complichi: a quanto pare De Luna crede che Fernando De Rosa avesse veramente intenzioni omicide, mentre da altra fonte sembrerebbe di no; Viroli per conto suo senza entrare nel merito dell'intento omicida di Fernando De Rosa, ma ponendo la (ineccepibile sul piano astratto) questione della distinzione tra terrorismo e tirannicidio sembrerebbe accettare l'idea di riconoscere nel giovane Umberto un tiranno.

    Mi viene il dubbio che entrambi si stiano sbagliando un poco.

  9. #19
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    Citazione da Intervento Principale di by LUCIO
    Insomma, ti verrebbe da dire -con uno schema che forse non dispiacerebbe a Viroli- che il terrorismo è figlio del nazionalismo (o dell'integralismo) come il tirannicidio è figlio del patriottismo.
    Di certo il terrorismo è una metodologia di lotta intrinsecamente antidemocratica perchè slega l'atto di violenza dalla responsabilità personale della vittima.

    (ineccepibile sul piano astratto)
    ecco, questo è il punto. io l'articolo di Viroli lo ho interpretato esattamente così: sul piano astratto. ossia senza entrare nel merito della ricostruzione storiografica ma assumendo la vittima come tiranno. Anche Viroli mi sembra dribblare la questione (come faccio io) partendo dal caso di Umberto ma arrivando a giustificare il tirannicidio con l'esempio di Hitler, ossia con un caso che non lascia grossi dubbi.

  10. #20
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    Sì, è bene che la discussione si svolga su un piano astratto e decontestualizzato dal fatto specifico evocato da De Luna. Quell'episodio storico è infatti interpretabile in modo ambiguo, sotto l'aspetto dei moventi e delle finalità.

    Il patriottismo di Viroli è strettamente legato alla concezione di Stato democratico e di diritto. Per questo uccidere un tiranno, secondo la sua visione, sarebbe un atto glorioso.
    Credo però che la cosa non possa essere ritenuta tale in senso assoluto.
    L'omicidio di un tiranno da parte di un cittadino può essere condivisibile solo a posteriori. Se dall'attentato scaturisce un paese libero, cioè un paese che ha condiviso e supportato quel gesto, allora avremo un eroe. Un eroe che ha saputo fare qualcosa che il popolo non aveva il coraggio di fare, ma che aspettava ardentemente. Se invece l'omicidio resta un episodio isolato, senza conseguenze rivoluzionarie, non supportato dall'animo della popolazione, resta un episodio terroristico e basta.
    In sostanza, ritengo sbagliato discutere partendo dall'atto omicida. E' sbagliato esaltare il gesto in sé, a priori. Il gesto può essere eroico o arrogante a seconda del contesto in cui avviene. Non in assoluto. Altrimenti cadiamo nell'errore di ritenere la democrazia imponibile sempre e comunque.
    La democrazia è un valore in sé. Ma proprio per questo è importante che si affermi con la condivisione della società. Se la si vuole affermare con un atto d'imperio, esso deve avere successo, altrimenti significa che il contesto spazio-temporale, oltreché ideale, non è quello giusto. E il gesto resta un deplorevole atto omicida.

 

 
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