Un referendum da non dimenticare
Scritto da Mauro Mellini
lunedì 09 novembre 2009

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Ricorre in questi giorni la data del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati.
Una maggioranza schiacciante degli Italiani si espresse per il SI, perché anche i magistrati, giudici e procuratori, fossero sottoposti, come tutti i dipendenti pubblici, come tutti i professionisti, come tutti gli automobilisti, come tutti, al principio che chi fa danno deve risarcirlo.
Questo, dissero i cittadini. Ma all’indomani di quella consultazione, invece di dar corso ad ogni misura che assicurasse la puntuale esecuzione della volontà popolare, il Parlamento cedette ad una sorta di arzigogolato ricatto, dando mano alla redazione di una vera legge-truffa che “regolò” la responsabilità voluta e conclamata dal Popolo in modo da restringerla, condizionarla, “filtrarne” le richieste risarcitorie, limitare fino a azzerarne le conseguenze per gli autori dei danni, metterne a carico dello Stato il pagamento, rateizzando ed escludendone, in caso di recidiva, la rivalsa.
Fautore e regista di questa pantomina fu Luciano Violante. Anzi questo fu il capolavoro della sua carriera di leader del giustizialismo. Con tale operazione, da una parte, contribuì all’inganno dell’elettorato portando il P.C.I. a votare (formalmente) per il SI, cioè per la responsabilità. Poi, dimostrato ai magistrati che avevano bisogno dei buoni rapporti col P.C.I., perché la gente non aveva inteso lasciarsi fuorviare sul voto dalle loro alte lamentazioni contro l’abrogazione della loro irresponsabilità, cucinò quel pastrocchio ingannatore, quella falsificazione del voto dato anche dal suo partito. Trascinando la D.C. sulla stessa strada ed attirandovi anche il P.S.I., che pure era, con i Radicali, tra i promotori del referendum. Così si presentò ai magistrati come il loro “salvatore” (era stato enfatizzato il “pericolo” di quel “chi rompe paga” a loro esteso). In nome del salvataggio dei loro quattrini dalle conseguenze delle loro eventuali malefatte, Violante ottenne finalmente la saldatura tra l’ala “oltranzista” e “progressista” dei magistrati e la maggioranza “corporativa”, quella che si mobilitava solo per questioni di stipendi, promozioni, sedi e privilegi vari. Una saldatura che suggellò definitivamente la nascita del partito dei magistrati.
La classe politica pagò per quella sua dimostrazione di debolezza, se non proprio di viltà, un prezzo di una pesantezza inaudita: si può dire che arrendendosi ai magistrati ed all’amico-protettore dei magistrati, diede essa stessa il segnale del “via” che di lì a poco fece scatenare “Mani Pulite”.
Dell’esito del referendum non resta che un segno: la polizza di assicurazione, prontamente messa a disposizione da alcune Compagnie, per i “danni a terzi” dei magistrati. Oramai una sorta di frode in assicurazione a copertura di un rischio inesistente: nessun magistrato ha mai pagato una lira, un centesimo di euro a quel titolo.
Resta pure la rabbia di tanti innocenti finiti o lasciati in galera per trascuratezza o asinità. E resta la nostra voglia di capire e di non dimenticare quel che abbiamo capito di quel voto e del suo tradimento.
E noi, statene sicuri, non dimenticheremo.
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