GAY MANAGER PRIDE - MILANO, PRIVÉ DEL PRINCIPE DI SAVOIA: BENVENUTI ALLA SERATA DI GALA ORGANIZZATA DA PRIMO, L'ASSOCIAZIONE ITALIANA DI IMPRENDITORI, MANAGER E PROFESSIONISTI OMOSEX…
Fiamma Tinelli per L'espresso
Milano, privé del Principe di Savoia, hotel cinque stelle lusso. Boiseries alle pareti, pianista alle prese con un pezzo Jazz, camerieri indaffarati. F.G., 47 anni, camicia con monogrammi e gemelli di lapislazzuli, è l'amministratore delegato di una grande società chimica: seduto su un divano di pelle, sta conversando piacevolmente.
Intorno a lui, una cinquantina di professionisti provenienti da tutta Europa chiacchierano in inglese. Eleganti, colti, affabili. Si parla di vini: meglio il Sancerre o lo Chablis? E poi: per Natale, Caraibi o la neve di Davos?
Se Domenico Fisichella, il vicepresidente del Senato accusato di aver licenziato un collaboratore perché fotografato durante una festa gay, fosse passato di qui, avrebbe pensato di essere capitato in un qualsiasi meeting d'affari. Ma quando uno degli invitati si avvicina a un altro e gli accarezza lentamente i capelli, guardandolo con affetto, si capisce che queste persone non hanno in comune solo una dichiarazione dei redditi da 500 mila euro l'anno. E a Fisichella, forse, sarebbe venuto un colpo.
Benvenuti alla serata di gala organizzata da Primo, l'associazione italiana di imprenditori, manager e professionisti gay affiliata alla Egma (European gay manager association). Niente musica dei Village People, qui. Scordatevi le parade, i lustrini, le manifestazioni di piazza sull'orgoglio omosessuale.
In questa saletta, con un bicchiere di champagne in una mano e il risotto nell'altra, ci sono solo gay, è vero. Che come molti altri vogliono battersi contro la discriminazione. Ma con un approccio del tutto nuovo: "La nostra parola d'ordine è fare lobbying. Nel senso più anglosassone del termine: rete di conoscenze, gruppo di pressione. Solo così potremo ottenere anche in Italia una legislazione antidiscriminatoria", spiega Dario Galli, presidente di Primo e imprenditore nell'information technology.
A tal fine Primo ha invitato le altre associazioni europee per un week-end all'insegna del confronto e della socializzazione. Il programma del sabato è divertente: mattinata dedicata alla discussione, poi un tram in affitto per fare il giro della città, il pomeriggio shopping nel quadrilatero della moda ("Non vorrai mica che mi perda il negozio di Dolce e Gabbana!", esclama un socio tedesco).
(I Village People e il ministro Tremaglia...)
Decisamente più stile Rotary che Gay Pride, insomma. Un network europeo omosessuale d'élite è cosa nuova e lontana dagli stereotipi.
Si comincia alle 11 del mattino: l'appuntamento è all'hotel Madison per il workshop. Gli invitati arrivano alla spicciolata, una Babele di lingue e saluti cordiali. Molte le associazioni europee di professional gay presenti: gli austriaci di AG Pro, gli olandesi di Genius, i tedeschi di Völklinger Kreis, - gli svizzeri di Network.
Tutti uomini, però: le lesbiche sono state invitate, "ma loro amano correre da sole". Si beve un caffè (uniche occhiate allusive e imbarazzate quelle dei camerieri dell'hotel) e si comincia a discutere di diversity management: gestione della diversità.
Quanto a politiche aziendali di non discriminazione, l'Italia è messa maluccio: solo una piccola minoranza dei presenti racconta di aver fatto coming out in ufficio. "Da noi il problema è ancora diffuso: ammettere di essere gay può significare essere tagliati fuori dal top management", spiega alla platea Sergio Caredda, uno dei soci fondatori di Primo.
Mormorii di sdegno: i gay non ci stanno. Perché, giurano, gli omosessuali nelle posizioni chiave sono sempre di più. E sono stufi di inventarsi fidanzate improbabili - alias amiche compiacenti - da portare alla cena di Natale a casa dell'amministratore delegato. Stufi di non poter estendere l'assicurazione medica dei dirigenti al loro compagno. E stanchi di doversi muovere coi piedi di piombo per non rischiare di vedersi negata una promozione.
"L'altro giorno il mio capo mi ha chiamato nel suo ufficio. "Complimenti per l'ultima transazione", mi ha detto, "sei stato molto bravo. Però, se potessi essere più discreto...". Alludeva al mio modo di muovermi, di parlare. Io aspetto di passare di grado, cosa dovevo fare? Ho sorriso, e ho girato i tacchi", racconta Carlo, 32 anni, milanese, manager in una banca d'affari, le mani che giocano nervosamente con la penna (a riprova della loro cautela nel fare coming out, i manager gay italiani parlano volentieri con "L'espresso", ma chiedono quasi tutti di omettere il cognome, o di usare solo le iniziali).
Il sogno di Carlo, che per la cronaca non parla né veste come Platinette, è di scappare a New York. Dove negli uffici di J.P. Morgan, Merrill Lynch e Goldman Sachs esistono già network di dirigenti gay: mitiche le feste organizzate ogni primo mercoledì del mese dai Bboms, i Beautiful Boys of Morgan Stanley.
Ma anche in Europa, la Germania è già un altro mondo: "Ogni anno diamo un premio all'azienda che si è distinta per le sue politiche di integrazione della diversità", spiega Jürgen Frankholz, portavoce dell'associazione tedesca e general manager di un grand hotel di Monaco.
Nel 2004, che per inciso è anche l'anno europeo per la lotta contro le discriminazioni sul posto di lavoro, l'ha vinto Deutsche Bahn, le ferrovie tedesche. Quando la parola passa agli olandesi, nella stanza non vola una mosca: "Cosa fa la nostra associazione? Beh, organizziamo cene, visite alle mostre, week-end nelle capitali europee. La lotta contro la discriminazione sul posto di lavoro non è più all'ordine del giorno, da noi", ammette sorridendo Alfred Verhoeven, chairman di 6PC Network.
Applausi: in Olanda essere gay è come avere i capelli biondi, o portare gli occhiali. Una cosa assolutamente normale.
A pranzo, l'atmosfera è rilassata. Si parla di ambienti di lavoro: facile dire che sei gay se lavori nella moda, a Milano. Più difficile se fai l'imprenditore edile a Bergamo: quello è un ambiente macho per eccellenza. "E alla fine ti ritrovi con i geometri che in cantiere si danno di gomito".
I cliché valgono fino a un certo punto: se un direttore di banca giura di non aver mai avuto problemi, il pubblicitario seduto di fronte a lui racconta di essere stato estromesso da una campagna "che doveva sprizzare virilità". Tutti guardano con invidia Marc Pietro Calò, consulente aziendale italo-tedesco che a Berlino ha messo su una società ad alto tasso gay: "Almeno nessuno si vergogna a raccontare il week-end col fidanzato", racconta ridendo: "Una cosa che mi dà sui nervi è che in media i gay sono ottimi professionisti, e lavorano perfino più degli altri, perché non hanno moglie e figli da cui tornare di corsa", afferma Giacomo, 47 anni, manager informatico.
Impegno assoluto, quindi. Anche in politica? "No, quella non ci interessa, la nostra è un'associazione apartitica per statuto", dice Gianluca Nonnis, portavoce di Primo e responsabile delle pubbliche relazioni in una grande azienda di telecomunicazioni: "Noi facciamo networking, non manifestazioni di piazza".
Arcigay, insomma, è un'altra storia. È solo un'impressione, ma di aria di sinistra, qui, ne tira poca: saranno i soldi che girano, le posizioni professionali. E verso gli uomini cari alla destra arrivano apprezzamenti e giudizi positivi sul loro look. Il mondo gay è anche questo.




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